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Osservazioni e ascolti

lunedì 30 maggio 2005

Lou


Posted by Hello

Ancora molto scosso da "Le conseguenze dell'amore" arrivo alla Islington Academy, attraversando i corridoi spettrali dell'N1 Centre, l'anonimo centro commerciale vicino alla stazione di Angel, che la sera diventa l'ambientazione ideale di un film del terrore.

Appena in tempo. Lou Barlow sta salendo sul palco, accolto da una piccola folla di fans dei Sebadoh e dei Folk Implosion.

Lou Barlow dal vivo non l'avevo mai visto e chissa' perche' me lo aspettavo diverso, piu' serioso, piu' noioso, piu' nerd. E invece no, tutto il contrario. Lou scherza tra un brano e l'altro, dialoga con il pubblico e sembra davvero divertirsi.

La quale cosa contrasta abbastanza con le liriche introspettive delle sue canzoni, che suonano folk come era folk Nick Drake. Anche la voce di Lou dal vivo ricorda in maniera impressionante quella del troubadour inglese.

Lou che scherza dicendo che tutte le sue canzoni parlano di gatti, e che poi sembra confidarsi quando, introducendo la versione acustica di alcune canzoni dei Sebadoh, racconta che nascono dal dolore della perdita. Lou che viene lasciato dalla donna che considerava la sua anima gemella, Lou lacerato. E Lou che poi racconta, con un sorriso simpatico e sornione, che quella donna che l'aveva abbandonato, ispirando alcune delle sue piu' riuscite canzoni, e' ora sua moglie.

Bel concerto, intenso folk offerto con spirito molto molto lo-fi.

Le conseguenze dell'amore

Non faccio fatica a capire perche' gli Inglesi (il popolo piu' emotivamente gelido del pianeta) stiano impazzendo per "Le conseguenze dell'amore" di Paolo Sorrentino, uno dei film piu' insopportabili che io ricordi. Quello che invece non comprendo e' come sia possibile che una pellicola cosi' scialba e improbabible abbia preso tanti riconoscimenti anche in Italia.

Ma cosa c'e' di bello in questo film? Il personaggio di Titta? E' di un'inespressivita' sconcertante. L'ambientazione? Si svolge tutto in gelidi non luoghi (alberghi, una banca svizzera). La storia? Del tutto strampalata. Gli altri personaggi? L'unico che si salva e' il fratello di Titta. Il finale? Improbabile come il resto del film (se si fa eccezione per gli ultimi trenta secondi, che fanno intravedere un'amicizia tra persone profondamente sole).

Tutta l'oscurita' del film entra dentro, a poco a poco. Ho fatto davvero fatica ad addormentarmi ieri sera. E' un film che disturba, ma a me non ha lasciato altro che un gusto cattivo e il desiderio di non averlo visto.

Le conseguenze dell'amore sono altre, per fortuna.

domenica 29 maggio 2005

Domande e risposte

"La realta' continua a darmi delle risposte senza che io debba interrogarla"
( GIOCONDA BELLI La donna abitata, E/ o)


Anche a me sta succedendo.

La realta' vince sempre, ci dimostra in ogni situazione di essere piu' forte. Ma poi, amichevolmente, quando ci arrendiamo, con tempi suoi sa anche fornire risposte, indicare direzioni e sorprendentemente rassicurare.

Una passeggiata


Posted by Hello

Sabato mattina. Sole e vento che piega gli alberi fuori dalla mia finestra e tiene lontano le nubi. Suona il telefono. Appuntamento all'una a Finchley Road. Devo sbrigarmi se voglio almeno fare la lavatrice (le pulizie del Sabato sono fuori discussione, con questo Sole).

Quella che vi sto per consigliare e' una bella passeggiata di quelle rilassate, con tappe intermedie, una di quelle che non troverete su nessuna guida e che solo chi vive qui riesce a inventarsi.

Finchley Road e' sulla Jubilee Line, tra i quartieri residenziali di Swiss Cottage e West Hampstead. Non ci sarebbe ragione di venire fin qui se non ci fosse lo spazio immacolato del Camden Arts Centre, una delle gallerie piu' interessanti di Londra. Ne ho gia' parlato sul blog, il 9 Gennaio, ma in primavera e' tutta un'altra storia.

Il giardino della galleria e' uno spazio di tranquillita', un'oasi di silenzio per quiete conversazioni nel verde. Per arrivarci si attraversa la piccola libreria, piena di volumi scelti uno a uno dal personale, competente e aggiornato. L'ideale per sfogliare e comprare libri e riviste di arte e filosofia. Poi si incontra il caffe', che serve anche cibo delizioso. Poca scelta (ieri tortilla squisita e insalate miste), ma ottima qualita' e prezzi accessibilissimi.

Le mostre sono al piano superiore, al quale si puo' accedere attraverso una scaletta esterna. Non sono spazi enormi (immaginate una scuola con solo 4 aule). E i curatori della galleria, ho notato altre volte, scelgono di lasciare molti vuoti, spazi per pensare, riflettere su quello che si e' visto e si vedra'.

Nel silenzio delle prime due sale, ci soffermiamo a contemplare due serie (4 quadri ciascuna) di grandi lavori pittorici dell'artista americano Verne Dawson. A me piace soprattutto il respiro del "Cycle of quarter day observances", queste grandi rappresentazioni della posizione dell'uomo nell'universo e nel tempo. Mi coinvolge questa esplorazione di un passato mitologico, dell'equilibrio tra uomo e natura ora ormai perduto.

Proseguendo si incontra uno studio che viene offerto temporaneamente a un'artista che il pubblico puo' intervistare. In questo periodo lo studio e' "abitato" da Nicole Wermers, con la quale siamo stati a chiacchierare mentre la guardavamo produrre un bel collage (simile a quello in fondo alla pagina che ho linkato).

Infine, nella quarta e ultima sala, in questi giorni si puo' visitare una scultura cinetica dell'artista svizzero Urs Fischer, che pero' non mi ha particolarmente impressionato.

Uscendo dalla galleria, proseguendo tra le splendide case e giardini di Arkwright Road e girando a sinistra all'incrocio di Fitzjohn's Avenue, si arriva all'incantevole eleganza di Hampstead. Girando a sinistra alla prima traversa di Hampstead High Street si arriva dritti dritti a Hampstead Heath, un polmone verde nel quale ogni volta mi perdo (e' una vera foresta, con laghi e colline). Se dopo aver esplorato il parco riuscite a ritrovare Flask Walk, incontrerete un vecchio pub (del quale purtroppo non ricordo il nome, mi spiace!) con tavoli all'aperto, ideale per rilassarsi alla fine delle passeggiata, prima di prendere la Northern Line e tornare al centro di Londra (che a quel punto, dopo un pomeriggio di arte e verde, vi sembrera' incredibilmente e insopportabilmente caotico).

giovedì 26 maggio 2005

2 concerti


Posted by Hello
Ho provato in questi giorni a spiegare cos'e' stato il concerto degli Eels alla Royal Festival Hall.

A Francesca appena prima del concerto ho scritto: "Stasera vedo gia’ pezzi del mio cuore rimbalzare impazziti sulle pareti della Royal Festival Hall e la mia anima che si scioglie sul pavimento, al cospetto dei meravigliosi Eels, non vedo l’ora di uscire di qui!!".

E dopo il concerto: "Ancora a pezzi dopo ieri sera: quartetto d’archi e tre musicisti che si alternavano agli altri strumenti (tutti acustici: piano, contrabbasso, glockenspiel, chitarre, batteria fatta di valigie trovate in qualche mercatino). Luce fioca, livello di decibel che accarezzava dolcemente i timpani. E quella voce che arrivava direttamente dentro il cuore a scardinarne gli equilibri con le sue parole ispirate. Il mondo non e’ piu’ lo stesso, lavorare oggi e’ impossibile".

E ieri le stavo raccontando di questa canzone meravigliosa, "In the yard, behind the church" e lei ha indicato il giardino dietro la chiesa dove eravamo appena stati, e io per un istante, un solo istante, sono stato felice perche' mi sono reso conto di avere vissuto in una canzone degli Eels.

Come faccio a parlare di un concerto come quello? Forse ci riusciro' tra settimane, mesi, anni. Quando avro' preso le distanze giuste da un evento di quelli che toccano le corde dell'emotivita' per due ore, facendoci gioire immensamente, soffrire immensamente, evocare immensamente, amare immensamente, vivere immensamente.

Adesso posso solo ricordare quelle due ore magiche, nelle quali ho perso e ritrovato me stesso innumerevoli volte nelle parole ispirate di Mark Everett.

Alla fine del concerto attraverso Hungerford Bridge, salgo sulla District Line che mi portera' a casa, e mi accorgo di sorridere, felice.


Posted by Hello
Come sempre Teo mi consiglia concerti straordinari. A lui devo la scoperta di Ray Lamontagne, per la quale gli sono eternamente grato, e ora lo devo ringraziare per avermi fatto conoscere questi Editors.

E' Martedi' ci sono gia' tante cose da fare, la graduation di Aurelia, il compleanno di Antonio. Aspetto la Northern Line a Tottenham Court Road e non passa mai Anzi ne passano un bel po' ma tutte per High Barnett, mentre io devo prendere quella per Edgware, che si fa aspettare qualcosa come 20 minuti. Chalk Farm e' sempre un'esperienza, con le file di spacciatori neri mimetizzati sotto i loro cappucci. Cammino a passi veloci fino al Barfly. All'ingresso c'e' una ragazza bellissima con un cucciolo ancora piu' bello e mi fermo a fare giocare lui e a conoscere lei. Poi entro, ccompagnato dalle note sparate a palla di "House of jealous lovers" dei Rapture e mi avvio al piano superiore, salendo la malandata scala di legno. Il Barfly e' la quintessenza dello spirito punk rock a Londra. Sudore, pubblico sulla ventina che sembra uscire da "Il Budda delle periferie", bassi che fanno vibrare lo stomaco.

Gli Editors hanno appena finito di montare i loro strumenti quando accolto da grida di giubilo sale sul palco John Kennedy di X-FM, il new music guru del momento, adorato dal pubblico londinese che segue con crescente attenzione il suo X-posure, programma che ha sostituito nel cuore di tanti il compianto John Peel Show.

Gli Editors sono l'equivalente contemporaneo del suono Factory. Un incrocio tra Joy Division e A Certain Ratio. Il cantante si muove a tratti come Ian e il bassista richiama parecchio le traiettorie di Peter Hook. Ma sanno anche essere contemporanei, con un piglio funky degno dei Rapture. A me sono piaciuti molto, e aspetto con trepidazione il loro album di esordio che dovrebbe uscire a Giugno su PIAS (o su un'etichetta distribuita da PIAS) se ho capito bene.

Sono passate da poco le 11. Esco dal Barfly. La folla di spacciatori e' ancora li'. Passa un'auto e uno di loro per fermarla ci finisce quasi sotto. Sale e l'auto riparte sgommando. Chalk Farm, Londra, una tiepida notte di primavera, di che anno non ha importanza.

martedì 24 maggio 2005

17 secondi



Mi sveglio. Guardo il cielo. Nuvole grigie. Metto "Seventeen Seconds" (Fiction).

In questo disco c'era gia' tutto...

... la difficolta' di vivere una vita autentica ("It's just your part/ in the play for today" da "Play for today")

... il desiderio ("Talking all night in a room/ all night/ everything slowing down/ I wish I was yours", da "Secrets")

... la nostalgia ("Remember me/ the way I used to be", da "Secrets")

... la paura di volare ("I drown at night in your house/ pretending to swim", da "In your house")

... la debolezza ("Enough of that/ 'stand up straight'/ what nonsense", da "Three")

... la mancanza di una direzione ("I'm running towards nothing/ again and again and again", da "A forest")

... l'abbandono ("But tell me the words/ before you fade away", da "M")

... la solitudine ("Listen to the silence/ at night", da "At night")

... i sogni spezzati ("The dream had to end/ the wish never came true", da "Seventeen seconds").

Dopo "Seventeen seconds", ci sarebbero stati i suoni crepuscolari di "Faith" e la notte buia di "Pornography". Poi piu' nulla.

Ma quei Cure sono stati troppo importanti, i loro primi quattro album continuano a essere dischi fondamentali.

E l'ultimo minuto di "A forest", con quel basso profondo e la chitarra che ricama arabeschi dai colori acidi, lo trovo ancora oggi miracoloso.

domenica 22 maggio 2005

2 visioni

2 visioni che mi sono rimaste impresse recentemente, di quelle che non riesci a dimenticare.

Un cortometraggio polacco amatoriale del 1985, "Przez lustro" ("Attraverso lo specchio"). L'ho visto alla Whitechapel Gallery. Di questa galleria ho parlato gia' parecchie volte nella versione radiofonica di questo blog, quindi non mi dilungo, ma davvero se capitate a Londra andateci a fare un giretto (poi quando uscite girate a sinistra e siete in Brick Lane, e li' andate a rifocillarvi al mio amato Sweet & Spicy, il migliore cibo pakistano della citta' a prezzi ridicoli).

"Przez lustro" faceva parte di un'installazione strepitosa, realizzata da Neil Cummings e Marysia Lewandowska, intitolata Enthusiasm: la galleria trasformata in un club sociale operaio, con tre sale cinematografiche, ognuna dedicata a un tema - desiderio, lavoro, amore.

Nei 15 minuti di "Przez lustro", un uomo e una donna si ri-incontrano e rivivono la loro storia d'amore. Tra ricordo e presente. Gli ultimi minuti, di pura passione, sono ripresi con una dolcezza indescrivibile. Sono baci tenerissimi, ritratti da distanza ravvicinata, mentre la cinepresa scivola sui corpi dei due protagonisti. Con un'intimita' e un'innocenza che lasciano senza parole. Poesia di corpi e sentimenti che si incontrano. Immagini che rimangono dentro di noi, nelle quali perdersi.

La seconda sequenza che mi e' rimasta impressa recentemente, appartiene a Five di Abbas Kiarostami. Di lui abbiamo parlato meno di un mese fa (il 27 Aprile) in occasione dell'inaugurazione della sua mostra alla Zelda Cheatle Gallery. Five (in questi giorni al National Film Theatre, e' un'esperienza contemplativa straordinaria.

5 lunghe sequenze dedicate all'acqua: la risacca che gioca con un frammento di legno, un lungo mare sul quale passeggiano poche assorte persone, un gruppo di cani su una spiaggia, un gruppo di anatre sulla spiaggia e infine la Luna che si specchia sul mare. Immagini statiche, di grande poesia. Il riflesso della Luna, con lo scoppio improvviso di un temporale, mi ha fatto perdere coscienza di dov'ero.

"I just let things happen in front of the camera" ha dichiarato il regista iraniano. Cinema come la musica di Cage, meditativo e davvero, finalmente, altro.

sabato 21 maggio 2005

Palestinesi e ebrei

Un film e una mostra, sulla questione palestinese e la shoah.

Il film (che qui in Inghilterra viene consigliato da Amnesty International)si intitola "Private" ed ha vinto il Pardo d'oro all'ultimo Festival del cinema di Locarno. Il regista e' un trentenne italiano, Saverio Costanzo, che non conoscevo. E' la storia di una famiglia che vive nei Territori Occupati, in una casa nella quale un giorno fa irruzione un gruppo di soldati israeliani. Mohammad, il capofamiglia, rifiuta di andarsene e avvia una trattativa con i soldati. I quali accettano la richiesta ma ordinano a tutti i componenti della famiglia (7) di vivere in una sola stanza. Il film descrive bene il clima di terrore al quale sono sottoposti gli abitanti dei Territori e come la violenza generi sempre e solo violenza, ultima disperata reazione destinata a non risolvere nulla.

La mostra (che purtroppo chiude oggi alla Timothy Taylor Gallery) e' di Susan Hiller, e si intitola "The J-Street Project". Susan Hiller, fotografa a e video-artista americana, ha fotografato e ripreso 303 strade sparse sul territorio tedesco il cui nome si riferisce a una presenza ebraica. Lo ha fatto documentando il silenzio, le poche presenze umane, la mancanza di vita.

Nelle sue parole: "I hope the work will provide an opportunity for meditation not only on this incurable, traumatic absence, but also on the causes of more recent attempts to destroy minority cultures and erase their presence".

Ho trovato questo film e questa mostra pieni di spunti di riflessione sulla violenza, la guerra. i soprusi dei piu' forti.

giovedì 19 maggio 2005

Il capitale

Un articolo davvero impressionante, da leggere e far leggere.

A dirty shame

Ieri sera sono andato a vedere "A dirty shame" di John Waters. Divertente per la prima mezz'ora, poi ripetitivo e tediosissimo. A questo punto, preferisco di gran lunga Russ Meyer, piu' surreale e coinvolgente.

Bella la musica pero'. Stupefacente che la colonna sonora di un film come questo non venga affidata ai Cramps, sarebbero perfetti.

mercoledì 18 maggio 2005

Un raggio di luce



Dopo tutta questa oscurita', mi sono concesso un raggio di luce. Rachael Yamagata, cantautrice americana di origini giapponesi. Un disco piacevole il suo esordio "Happenstance" (RCA Victor). Da sentire la mattina appena svegli, sorseggiando una tazza della nostra tisana preferita, mentre ci si convince a uscire e ad affrontare il mondo.

martedì 17 maggio 2005

Dark experience # 3

Lunedi' pomeriggio. Sono stanco, il lavoro e' tanto ma decido di uscire presto, troppo presto per andare in piscina. Alle 6 ci sono troppe persone, basta aspettare un paio d'ore e hai almeno una corsia, se non tutta la piscina per te.

Ho fame e vado a mangiare una zuppa di barbabietole e un succulento scone al formaggio da Food for Thought. Guardo che film ci sono in zona. All'Odeon di Panton Street danno "Mean Creek" di questo giovane regista americano, Jacob Aaron Estes.

E' la storia di una vendetta. E delle sue conseguenza imprevedibili. Gli attori sono tutti teenagers, bravissimi. La fotografia e' straordinaria, la musica anche (si ascoltano alcune volte gli Eels). Il film e' stato un successo di critica all'ultimo Sundance Festival, ed e' la cosa migliore uscita nel panorama cinematografico indipendente americano da qualche anno.

E' oscuro dall'inizio alla fine, con un senso di minaccia e tensione che non ti lasciano mai, dalla prima scena all'ultima, con gli ultimi 30 secondi da antologia.

Dark experience # 2

Domenica pomeriggio, sono appena tornato dal supermercato. Metto a posto le compere, riempio il frigorifero di frutta, verdura e yogurt (l'unico cibo che compro perche' e' l'unico che mangio). Ho appuntamento con Francesca alla metro di Covent Garden alle 5.30. Guardo l'ora, sono solo le 3. Decido di prendere del tempo per me, di fare le cose con calma. Prendo la 94, direzione Queensway. Cammino con passo lento nei Kensington Gardens, guardandomi attorno. Gruppi di persone in siesta post pic-nic, lettori solitari, cani, bambini.

Arrivo davanti alla Serpentine Gallery e decido di fare un giretto. Della mostra di Andreas Slominski avevo letto una critica molto positiva su Time Out, e nonostante non mi piacciano le sue animal traps, sono curioso di vedere i suoi quadri.

Mi trovo subito in buona sintonia con le sue "Sculptures welded underwater", che sembrano sculture cinetiche di Calder lasciate arrugginire sott'acqua e poi prese a martellate.

Belli anche i quadri, con titoli davvero bizzarri come si addice a un erede del dadaismo come Slominski. Belli i colori, le composizioni, il dialogo tra colore e oggetti.

Ma le animal traps mi hanno lasciato una sensazione di morte, davvero disturbante. Rappresentano le trappole nelle quali cadiamo nella vita. I rituali dai quali non riusciamo a liberarci. Le convenzioni, le false sicurezze.

Qualcuno dice che vedendo i propri psicodrammi rappresentati, riusciamo a liberarcene. Non sono sicuro. E' stata un'esperienza piena di negativita' rivedere quelle trappole.

Dark experience # 1

Sabato mattina. Stazione della metro di Brixton, traffico di persone, macchine, furgoni. Un banchetto di Socialist Worker occupa buona parte del marciapiede. Raccolgono firme per il ritiro delle truppe dall'Iraq e firmo per la centesima volta. Poi giro in Electric Avenue e attraverso il mercato. Pozzanghere nelle quali galleggiano cartacce e pezzi di ortaggi, aria satura di odori di cibo, musica che sembra un DJ set di Vito.

Mi sto dirigendo a Photofusion. Ne ho gia' parlato altre volte, Photofusion e' una delle migliori gallerie fotografiche di Londra, arroccata al primo piano di un edificio davanti al quale non passereste mai dopo il tramonto del Sole.

La mostra che hanno da poco inaugurato (e rimarra' aperta fino al 18 Giugno) si chiama "Diminishing present". Sono segni nella notte, catturati dalla macchina fotografica di Edgar Martins. Foto che fanno sentire soli, in preda a un senso di minaccia. Bellissima la serie "The road". Paesaggi urbani senza echi di vita.

Una citazione di Marcel Proust: "Les vrai Paradis sont les Paradis que nous avons perdu".

Go-Betweens


Posted by Hello

Sabato sera a Londra. Tempo discreto, anche se l'aria e' ancora fresca Sarah organizza il primo barbecue della stagione per festeggiare il compleanno di Carol. La regola e' di non perdere mai i barbecue di Sarah e dei suoi amici neozelandesi: ottima musica, belle persone simpatiche, molte opzioni vegetariane, divertimento assicurato.

Ma questo e' un Sabato speciale, un Sabato che attendevo da molto tempo. Allo Shepherd's Bush Empire (cioe' a poche fermate di autobus da dove vivo) suonano loro, i Go-Betweens. E non ho dubbi su che fare. Sono le 7.30 quando prendo al volo il 237 per dirigermi verso lo storico teatro affacciato sullo spelacchiato green di questa zona multietnica dove e' impossibile trovare un vero londinese.

Quando arrivo ci sono ancora poche persone. Per loro stanno suonando gli inglesi Songdog, sgangherata formazione messa sotto contratto da One Little Indian (sempre piu' misteriosi i gusti dell'etichetta di Bjork). Folk di quello consumato dal tempo, senza poesia e senza dramma, davvero noioso. Il cantante biascica le parole rendendo incomprensibili le storie che racconta, forse l'unica cosa interessante di un set da dimenticare.

I nostri Go-Betweens salgono sul palco puntuali, alle 9, mentre il teatro si sta ancora riempiendo (in realta' ben due piani su quattro sono stati chiusi: gli appassionati seguaci del quartetto australiano sono meno di quelli attesi dagli organizzatori del concerto).

Robert sta masticando qualcosa. E' vestito come un lettore di storia medioevale dell'universita' di Oxford, abito di lino beige e camicia bianca. Grant porta un maglioncino dolcevita di un anonimo grigio. Adele e Glenn si posizionano davanti a un microfono per una versione acustica, intima e bellissima, di "Finding you".

Subito dopo inizia la fase elettrica del concerto, con "Born to a family" e ti rendi conto che i quattro australiani si stanno davvero divertendo a suonare. E sul palco ci staranno quasi 2 ore, sciorinando classici di oggi ("Darlinghurst nights", una traccia da ascoltare negli anni a venire) e del passato (su tutto una versione splendida di "Spring rain").

Torneranno ben tre volte, non risparmiandosi assolutamente. Il concerto finisce con "People say", non bella come nella versione ascoltata l'anno scorso al Barbican - quando erano accompagnati da un quartetto d'archi - ma quasi.

Esco dal locale, nella notte londinese. Vado verso la fermata del 237. Non mi spiace aver perso il barbecue di Sarah, e vi assicuro che questo significa qualcosa.

mercoledì 11 maggio 2005

Teenage Fanclub


Ormai i miei ritorni a Londra sono proverbiali. Ne parlo tutte le volte, mi lamento per tutto. Poi, come sanno i lettori del blog, dopo una settimana passa la malinconia e riprendo ad amare follemente questa citta'. Nella quale ci si sente in effetti molto fragili. Con una sola parola Giuseppe ha definito la mia relazione con Londra meglio di quanto sia stato capace di fare io con decine di frasi.

Allora, innanzi tutto una novita'. Faccio una prova in diretta siore e siori. Mi ha scritto Gnop e ha spiegato a un lo-lo-lo-tech come me (cioe' nel modo piu' facile possibile) come fare un collegamento ipertestuale (un link insomma). Vediamo se riesco: Teenage Fanclub. Se cliccate sul nome del gruppo dovrebbe aprirsi la loro pagina. Se funziona, quando lo vedete ringraziate Gnop per la sua pazienza nello spiegarmi queste cose. Gia' che ci sono, faccio anche un collegamento con il blog di Giuseppe adesso che finalmente ha ripreso a scrivere.

Tornando ai miei ritorni proverbiali a Londra. Ricordo che la mia nonna tutte le volte che perdevo un dentino mi faceva trovare una gelatina di frutta, e il male passava. Ne e' trascorso di tempo, la nonna non c'e' piu', e le gelatine di frutta sono state sostituite ai vertici delle mie preferenze dai dischi. Ma il principio e' lo stesso.

A farmi passare la nostalgia, questa volta sono stati i Teenage Fanclub. Che finalmente tornano con un nuovo disco, "Man-made" (Pe Ma), a ben 5 anni dal parzialmente deludente "Howdy!" del 2000. Disco bellissimo "Man-made", registrato ai Soma Studios di Chicago da John McEntire dei Tortoise. Che ha reso il suono dei Fannies (come li chiamano qui) leggermente piu' moderno e minimale. Le radici pero' sono quelle: Byrds e Beach Boys. E qualcuno dovra' un giorno spiegarmi perche' il suono solare della California anni '60 viene tenuto in vita da formazioni scozzesi e irlandesi, che il Sole lo vedono davvero poco.

Classici primaverili come "It's all in my mind" e "Only with you" sono tutto quello che ci vuole per cacciare la malinconia del ritorno.

Meraviglioso, rasserenenate folk-pop. In questo momento non chiedo altro.

martedì 10 maggio 2005

Prospettive Musicali

Ecco cosa abbiamo ascoltato insieme:

1) JACKIE DESHANNON Needles and pins (da "The Jack Nitzsche story hearing is believing", Ace 2005)

2) NEIL YOUNG Out on the weekend (da "Harvest", Reprise 1972)

3) NEIL YOUNG WITH CRAZY HORSE Cinnamon girl (da "Everybody knows this is nowhere", Reprise 1969)

4) BOBBY DARIN Not for me (da "The Jack Nitzsche story hearing is believing", Ace 2005)

5) RYAN ADAMS & THE CARDINALS Magnolia mountain (da "Cold roses", Lost Highway 2005)

6) RYAN ADAMS & THE CARDINALS Easy plateau (da "Cold roses", Lost Highway 2005)

7) BRUCE SPRINGSTEEN Spirit in the night (da "Greetings from Asbury Park, NJ" (Columbia 1973)

8) NERINA PALLOT Halfway home (da "Fires", Idaho 2005).

Un paio di cose che mi hanno colpito durante la trasmissione. Non do mai il numero di telefono, ma il telefono suona spesso. Ho notato che telefonano due tipi di persone: donne, per fare complimenti, e uomini, per muovere appunti. E' abbastanza matematico, c'e' una correlazione quasi assoluta tra genere di chi telefona e segno dei commenti. Non so perche', non me lo spiego, ma e' cosi'.

La seconda e' il tipo dei commenti negativi che ricevo. A detta degli ascoltatori le mie ultime puntate di Prospettive Musicali sarebbero "poco prospettiche" e troppo retrospettive. Forse e' quindi il caso di spiegare il titolo, che fa riferimento a una radio che appartiene alla mia fantasia. Quando si e' trattato di dare un titolo al programma, ho pensato di essere piu' generico possibile. L'idea e' piaciuta anche a Alessandro e a Gigi, e con quel titolo siamo partiti. La radio dei miei sogni e' una radio che un tempo e' esistita, ai tempi delle prime radio libere. Mi viene in mente Radio Alice. In quella radio, appassionati di musica arrivavano e trasmettevano quello che quel giorno probabilmente avrebbero ascoltato a casa propria. Solo che invece di starsene nel proprio soggiorno in solitudine, condividevano le proprie scelte e la propria passione con altre persone, quelle che entravano in una sorta di sintonia, emotiva prima ancora che radiofonica, con loro. A Prospettive Musicali ho trasmesso Arvo Part e Bruce Springsteen, John Cage e gli U2, Lee Perry e Brian Eno, oltre a un'infinita' di gruppi emergenti. Non essendoci un genere musicale a fare da guida, il criterio e' sempre stato uno solo: gli ascolti che avrei voluto condividere con altre persone. Ci sono molte influenze extra-musicali che entrano nelle scalette di Prospettive Musicali: il mio stato emotivo prima di tutto, ma anche il tempo metereologico, le energie che percepisco attorno, il mio rapporto con persone e luoghi. Prospettive Musicali e' un programma di musica, ma non e' solo quello. Per cui criticare la musica che trasmetto va bene, ma se la critica fa riferimento al fatto che a Prospettive bisognerebbe guardare sempre e soltando avanti, non la condivido molto. Ci sono momenti per ricordare, riscoprire, abbandonarsi alla memoria, e anche quelli fanno parte della vita e hanno diritto ad entrare nel programma.

Una lunga spiegazione, forse troppo lunga, come accade quando si ha soprattutto bisogno di chiarire le idee a se stessi.

Ritorno a Londra

"Putting on
those shoes
again
was always
another hard
beginning"

- CHARLES BUKOWSKI Bone palace ballet: new poems, 1977

Tornare a Londra mi da' sempre questa sensazione, come se ci fosse tutto da ricostruire. Non so perche' sia cosi'. Dopo qualche giorno sto bene anche qui, ma l'impatto con questa citta' non e' mai facile.

domenica 8 maggio 2005

Joy Division

Treno in assoluto orario. 91 stracarica, presa al volo. Arrivo presto in redazione, saluto i presenti, vedo Nostrini nello studio strapieno di ospiti. Mi siedo al computer a scrivere a Gnop l'elenco dei brani che trasmetterò stanotte. Vedo entrare Scuffietti, ma non passa dalla redazione, si ficca nello studio 3, pensieroso, senza dire nulla. Ora capisco perchè. Sta trasmettendo una puntata del "Giardino degli dei" sui Joy Division. Una puntata nera come la notte, piena di dolore e perdita di controllo. I Joy Division si ascoltano solo così, in totale solitudine, senza compromessi. E' musica senza luce la loro, un viaggio nelle tenebre. La cosa meno primaverile che riesco a immaginare. Ian si suicidò il 18 Maggio di 25 anni fa, ma non ce la farei a trasmetterli dopo una giornata come oggi, trascorsa a camminare in collina con Billy, e poi sulla mia bicicletta tra campi di grano e prime fienagioni.

E però sono contento di ascoltarli. Mi ricordano la mia scoperta della musica. Senza i Joy Division, che interpretavano il mio devastante disagio adolescenziale e il mio desiderio di vivere una vita diversa da quella che era stata scritta per me, non sarei qui in questo momento. Nel bene e nel male i Joy Division sono parte della mia storia. Ricordo l'emozione quando entrai nel cimitero di Macclesfield e vidi la piccola urna che contiene le ceneri di Ian. C'era con me una persona della quale non ricordo neanche più il nome, che aveva accettato di fare quel viaggio attraverso l'Inghilterra fino a Manchester e poi di prendere un treno locale fino a questo villaggio operaio senza alcuna attrattiva. Case tutte uguali, anonimato, grigiore. Quell'assenza di colore che si riflette in "Unknown pleasure", inciso prima dell'abbagliante, gelido "Closer". E che poi, per reazione, avrebbe generato quella che Scuffietti ha appena definito la più bella canzone d'amore di tutti i tempi, "Love will tear us apart".

Smetto di scrivere e ascolto, commosso.

venerdì 6 maggio 2005

Meno 3

Tra 3 giorni torno a Londra. Lo ammetto, non ho tanta voglia. Milano in questa stagione mi sembra bellissima. C'e' questa temperatura irresistibile, da camicia leggera, ma fresca e ariosa. E questa luce che a Londra non ricordo di aver visto. Una luce speciale, calda e tersa.

E stamattina, come se tutto questo non bastasse, sono passato dai giardini di Porta Venezia e li ho trovati tutti fioriti e pieni di colori. Passi e ti trovi circondato da tutta questa primavera profumata, che mette energia e gioia di vivere. (Si chiama Orticola la manifestazione, ci sono 120 vivaisti, costa ben 6 euro ma ci sono delle interruzioni nelle transenne dalle quali passa un elefante, e consiglio di portare la macchina fotografica).

Non ho proprio nessuna voglia di tornare a Londra.

giovedì 5 maggio 2005

Ryan Adams



Quando torno a Milano, i ritmi rallentano. Mi fermo a parlare con tante persone che non vedo da tempo (i vicini, la portinaia, il simpatico edicolante della metro di Porta Genova), e tutti mi chiedono come sto a Londra, si infomano su quanto tempo sto a Milano, mi parlano delle loro vite. Tutte cose impensabili quando si vive in una citta' frenetica e con un maniacale senso della privacy come Londra.

Cosa c'entra tutto questo con Ryan Adams? C'entra, perche' questo e' un disco pieno di calore umano, di sentimenti, di emozioni. Un disco scarno e sincero, fatto di chitarre e poesie. Country-rock lo si chiamerebbe, e tutto questo porta alla mente ricordi di anni '70, di Neil Young, di un giovane Bruce Springsteen. E lo spirito di Ryan Adams & the Cardinals e' quello. Con "Cold Roses" (Lost Highway), il cantautore di Jacksonville, North Carolina, ritorna alle atmosfere di "Heartbreaker" (uscito nel 2000) e di "Gold" (2001). Ballate decorate con slide-guitars e echi di Gram Parsons, classiche ed evocative.

Ryan Adams parla di relazioni, spesso difficili, e lo fa in modo gentile, che ricorda il nostro amato Ray Lamontagne. C'e' tutta una nuova generazione di giovani musicisti americani (Ryan Adams, Ray Lamontagne, Devendra Banhart, Mark Linkous, Joanna Newsom, Sufjan Stevens, Will Oldham) che guardano alla tradizione come fonte di ispirazione. E alla fine a me sembra la miglior musica in giro in questo momento. Fresca, semplice, in grado di comunicare emozioni sincere.

Ne parleremo a Prospettive Musicali, Domenica alle 22.35, Radio Popolare, 107.600.

http://www.ryan-adams.com/

Tempo verra'

Ogni volta che torno a Milano, cerco di vedere un film italiano, uno di quelli che non vengono distribuiti in Inghilterra. A Milano avete l'Anteo, uno cinema ai quali sono piu' legato. L'equivalente, a Londra, e' il Curzon Soho. Pero' l'Anteo e' un'altra cosa, con la libreria nella quale perdersi, e il ricordo di tutti i film bellissimi che ho visto nelle sue sale quando vivevo in questa citta'.

Ieri ho visto un film che contiene una frase bellissima, una di quelle che quando vengono pronunciate ti fanno saltare sulla poltrona.

"Mi piacciono i tuoi pensieri. Sono profumati".

Ed e' un film pieno di pensieri profumati, biciclette, campi di grano, cani randagi, liberta', amore, "Due di due". E di qualcuno che non c'e' piu'.

Il protagonista del film legge questa poesia di Derek Walcott, una poesia che mette i brividi:


AMORE DOPO AMORE

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso
arrivato alla tua porta,
nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.

Offri Vino. Offri pane.
Rendi il cuore a se stesso,
allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.


Il film si intitola "La febbre" ed e' di Alessandro D'Alatri. Molto, molto consigliato.

mercoledì 4 maggio 2005

Il voto in Inghilterra

"Dobbiamo rovesciare il punto di vista dominante. Non deve essere la natura ad adattarsi alle esigenze del commercio, ma il commercio ad adattarsi agli equilibri della natura. Dobbiamo ripristinare la gerarchia dei valori. Non si vive per commerciare. Si commercia per vivere. Non possiamo piu' concepire il mercato come il signore della vita: quando ci accorgiamo che uccide, dobbiamo fermarlo. Quando da strumento al nostro servizio si trasforma in mostro che ci divora, dobbiamo ridimensionarlo.

[...]

Smettiamo di scimmiottare gli slogan dei mercanti. Loro pensano ai propri interessi ed e' ora per noi di pensare ai nostri. Dobbiamo smetterla di continuare ad arretrare abbracciando sempre di piu' le tesi del sistema fino a smarrire la nostra identita' e il senso della differenza fra destra e sinistra. Dobbiamo tornare ad avere idee chiare in tema di diritti e proporre una visione alternativa dell'economia e della sociata'. Dobbiamo farlo con fierezza, senza sensi di inferiorita', perche' se qualcuno ha da vergognarsi nopn siamo certo noi, ma il sistema capitalista che ha portato il pianeta sull'orlo del baratro sociale e ambientale".

- FRANCESCO GESUALDI/ CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO Sobrieta' (Feltrinelli, 2005)

Nel giorno delle elezioni che confermeranno il criminale Tony Blair alla guida del Paese nel quale vivo, un politico grondante sangue e interessi padronali, voglio annotare nel blog le parole sagge di Francesco Gesualdi, allievo di don Milani e fondatore, insieme a Alex Zanotelli, della Rete Lilliput.

Cercate questo libro pieno di buone idee.

domenica 1 maggio 2005

Prospettive Musicali

Il I Maggio abbiamo ascoltato:

1) EELS Son of a bitch (da Blinking lights and other revelations, Vanguard 2005)(http://www.eelstheband.com/)

2) EELS Dust of ages (da Blinking lights and other revelations, Vanguard 2005)
(http://www.eelstheband.com/)

3) TOM WAITS Hoist that rag (da Real gone, Anti 2004)(http://www.anti.com/)

4) EELS Trouble with dreams (da Blinking lights and other revelations, Vanguard 2005)(http://www.eelstheband.com/)

5) MOSE VINSON Same thing on my mind (da It came fromMemphis, Manteca 2005)(http://dirckhalstead.org/issue9901/blue26.htm)

6) JOHNNY WOODS Jes' like a monkey (da It came fromMemphis, Manteca 2005)(http://www.emusic.com/artist/11510/11510204.html)

7) JON SPENCER BLUES EXPLOSION Wail (da Now I gotworry, Mute 1996)(http://www.matadorrecords.com/jsbx/)

8) JON SPENCER BLUES EXPLOSION Chicken dog (da It camefrom Memphis, Manteca 2005)(http://www.matadorrecords.com/jsbx/)

9) GO-BETWEENS Finding you (da Oceans apart, Lo-Max2005) (http://www.go-betweens.net/)

10) GO-BETWEENS The wrong road (da Oceans apart,Lo-Max 2005) (http://www.go-betweens.net/)

11) NICK CAVE AND THE BAD SEEDS Hiding all away (daAbattoir blues, Mute 2004) (http://www.nickcaveandthebadseeds.com/)

Ho cercato di fare del mio meglio per stare nei tempi, ma non ce l'ho fatta, e alla fine di Nick Cave abbiamo ascoltato solo un minuto. Peccato perchè è una traccia notturna con uno splendido finale gospel.