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Ambiente Uguaglianza Tempo

giovedì 30 novembre 2006


Vi capita mai di non avere tempo di fare una cosa ma di avere cosi' voglia di farla che la fate lo stesso? Tipo questo post. Perche' ho un po' di cose da scrivere, anche se devo uscire a cena e arrivero' in ritardo come sempre. Ecco, se mi invitate a cena e arrivo tardi adesso sapete perche'. Perche' dovevo scrivere un post.

Vedo un po' di cose sulla mia scrivania e ve ne voglio parlare.

Tipo l'intervista di Sufjan uscita oggi su Independent Music nella quale afferma che le sue priorita' nella vita sono to serve God and to serve people. Prima di confessare At our recent shows we've been throwing lots of inflatable Santas into the audience, and I don't know if it's indulgence or masochism. The truth is I can't stand Santa. E poi si definisce socialist bohemian: when we tour I get paid the same as everybody else.

Poi vediamo, oggi e' uscito il programma di musica contemporanea della primavera del Barbican. In copertina Joanna Newsom. E io sono troppo contento che Joanna e Sufjan ce l'abbiano fatta, che adesso siano dappertutto. Ma non dimenticate chi ve li faceva ascoltare due anni e mezzo fa.

Qui davanti a me vedo anche l'invito per lo showcase di Albert Hammond Jr, ieri sera allo Scala. 30-40 minuti al massimo. A me non e' dispiaciuto. Cosi' come il suo dischetto. Dategli un ascolto se vi capita. Pubblico per il 70% femminile.

E poi quello di "In our time", sottotitolo "The world as seen by Magnum photographers", alla Magnum Print Room, a un minuto da casa. Mostra che potete vedere qui. La foto dalla quale proprio non riuscivo a staccarmi e' questa.

Ve l'ho detto che avevo un po' di cose delle quali parlare, adesso pero' scappo.

mercoledì 29 novembre 2006

Piccolo spazio pubblicita'. Giusto per ricordarlo anche a me stesso, domani alle 12.15 va in onda la versione radiofonica del blog. Parleremo di "In the face of history".

Prossimi appuntamenti il 7 Dicembre, quando si parlera' di "In the darkest hour there might be light", la mostra curata da Damien Hirst che ha aperto alla Serpentine Sabato scorso.

Il 14 non si andra' in onda perche' saro' a Madrid.

Il 21 racconteremo chi sono i movers and shakers del 2006 a Londra e ci faremo gli auguri.

Poi si riprende nel 2007.

Sempre ospitati gentilmente all'interno di Zoe, alle 12.15, sui 107.6 di Radio Popolare.

lunedì 27 novembre 2006

[Clerkenwell, Novembre 2006]

"Posso farti qualche foto? Ti va di farmi da modella?"
“Naturalmente!” rispose con un bel sorriso.
Inizio’ a scattarle foto, poi appoggio’ la macchina fotografica sul tavolino, proprio di fianco al vasetto che conteneva un bocciolo di rosa.
“Tu e questo bocciolo siete proprio uguali” le disse.

*

La prima volta che la vide era appoggiata a una colonna del Barbican e stava leggendo un libro, aspettando in coda un return ticket per il concerto di Antony.
“Si muove un po’ la fila o e’ ferma?”
“Non lo so, sono appena arrivata” rispose senza staccare gli occhi dal libro.
Aveva voglia di comunicare e inizio’ uno dei suoi assoli tristemente famosi tra gli ascoltatori di una radio milanese.
“Ero qui proprio ieri per il concerto di Sufjan Stevens, che concerto, che concerto! Anche ieri qui in coda, pensa che quelli dell’organizzazione hanno persino dato dei bigliettini col numero, come all’anagrafe. Io ero il numero 58 e pensavo di non farcela, pero’ ero proprio determinato a sentirlo Sufjan oh si’. Perche’ l’avevo gia’ visto Sufjan, nel 2004, ed eravamo solo un centinaio di persone al Dingwalls di Camden. Concerto acustico, lui e il suo banjo e il silenzio”.
Sollevo’ gli occhi dal libro finalmente.
“Ieri c’erano decisamente piu’ persone qui in coda, oggi va meglio, sono sicuro che un paio di returns per noi ci saranno. Anche perche’ alcune persone si stancano e se ne vanno. Anche ieri e’ successo. Chi l’avrebbe detto nel 2004 che solo due anni dopo Sufjan avrebbe riempito l’auditorium del Barbican? Del resto il disco dell’anno scorso dedicato all’Illinois e’ proprio fantastico. E insomma ti dicevo c’e’ voluta pazienza ma alla fine ce l’ho fatta. Meno male che ci sono quelli che si stancano e se ne vanno, eh. Perche’ a un certo punto, appena iniziato il concerto, e’ arrivato uno con aria da boss e ha cominciato a distribuire tra i presenti i biglietti di chi era in guest list ma non si e’ presentato. Pensa che a me e’ capitato un posto in prima fila, prima fila centrale! A due metri da Sufjan. Ho fatto pure alcune buone foto, guarda. In questa si vedono bene le ali da aquila. Ah si’ perche’ non te l’ho detto ma tutti indossavano ali. Il gruppo avela ali di farfalla, e invece Sufjan ali da aquila, guarda. Erano nove, compresa una sezione fiati. Peccato non ci fossero gli archi, ho visto foto del tour americano e li’ gli archi invece c’erano. Concerto piuttosto lungo, almeno due ore. Ah e hanno fatto anche i pezzi di Natale. Perche’ Sufjan ha annunciato un cofanetto di 5 EP dedicati al Natale. E a un certo punto del concerto ha iniziato a tirare babbi Natale gonfiabili al pubblico e tutti ci siamo messi a giocare. Non ho fatto foto in quel momento solo perche’ mi e’ finita la batteria della macchina e ho dovuto cercare quella di ricambio e insomma quando l’ho trovata era tutto finito”.
Ando’ avanti dieci minuti buoni. Lei lo guardava come si guarda un matto scappato da un manicomio criminale, forse aspettando di vedere sbucare da dietro l’angolo un gruppo di infermieri armati di camicia di forza.

*

La coda si muoveva, lentamente ma si muoveva. A un certo punto la ragazza, che aveva ripreso a leggere il suo libro, fu la prima della fila e il rompiscatole logorroico il secondo. Un addetto del box office finalmente annuncio’ la disponibilita’ di una coppia di biglietti. Si fecero avanti e li acquistarono.
Lui guardo’ l’orologio, mancava quasi un’ora e mezza al concerto.
“Siamo seduti vicini, e sono posti molto buoni, e’ valsa la pena aspettare!” disse. “Manca ancora un’ora e mezza, io salgo a mangiare qualcosa, vieni con me?”

*

Presero due piatti di pasta e una fetta di torta da condividere. La conversazione sembrava piu’ che altro un’intervista, come se lui avesse voluto sapere di lei ogni cosa, e lei di lui il meno possibile. Le solite domande comunque, di dove sei, da quanto sei a Londra, cosa fai qui, in che zona vivi.
“Vivo a Bloomsbury”.
“Ah Bloomsbury, zona che adoro! Conosci il St. George’s Garden?”
“No”
“E il delizioso caffe’ di Coram Fields?”
“No”
“Allora conoscerai la pasticceria francese con sala da te’ di Judd Street!”
“No”
“E Alara, il mio negozio preferito di prodotti organici?”
“No”
“Pero’ il Renoir cinema lo conosci, dai”
“Si’, quello si’, ci vado spesso”
“Dobbiamo assolutamente fare una passeggiata a Bloomsbury tu e io, ci sono luoghi che ti devo fare scoprire, sono sicuro ti piacerebbero”.

*

Il concerto di Antony fu splendido. Ogni tanto, tra un brano e l'altro, condividevano brevi impressioni, poi entrambi si lasciavano galleggiare tra le loro rispettive emozioni.
Alla fine del concerto camminarono insieme fino al guardaroba.
Lui prese uno scontrino e scrisse in stampatello il suo indirizzo di posta elettronica, assicurandosi che lei capisse bene ogni lettera.
Si separarono.
Lui doveva andare a un house warming non troppo lontano da li’.
Fece la strada cantando mentalmente in loop quel pezzo di “Hand in glove”, proprio quello che dice “But I know my luck too well, I know my luck to well, and I’ll probably never see you again, I’ll probably never see you again, I’ll probably never see you again”.

*

Dieci giorni dopo, ripulendo la posta della radio dallo spam, trovo’ una mail intitolata “Bloomsbury”.
“Mi ha fatto davvero piacere conoscerti al concerto di Antony al Barbican. Mi domandavo se sei libero Sabato 25 per la passeggiata a Bloomsbury. Io ho scelto il giorno: posto e ora sceglili tu”.

*

Si incontrarono davanti al Renoir alle 4 del pomeriggio.
Lei bellissima, avvolta nella sua giacca bianca attillata e con i jeans infilati dentro un bel paio di stivali neri. Lui trasandato e affamato, essendo uscito di casa alle 10 del mattino per andare all’apertura della mostra curata da Damien Hirst alla Serpentine Gallery, e poi a fare spesa di dischi in giro per la citta’. Non aveva nemmeno trovato il tempo per fermarsi a mangiare qualcosa.
St. George’s Garden e’ un’oasi di pace nascosta a Nord di Coram’s Fields, alla quale si accede per una strada stretta tra eleganti case d’epoca vittoriana. Ai limiti del giardino c’e’ un vecchio cimitero. Iniziarono a camminare tra le pietre tombali coperte di muschio, gustando il silenzio del giardino deserto, mentre il pomeriggio si trasformava in crepuscolo. Parlavano a bassa voce, come a non volere disturbare quella quiete che sembrava durare incontaminata da secoli.
Poi l’oscurita’ impedi’ loro di leggere nomi e date decisero di uscire. Quando vide il cancello chiuso, lui si senti’ davvero imbarazzato, come un professorino di matematica che sbaglia un’equazione alla lavagna. Lei invece si mise a ridere come non l’aveva mai sentita ridere prima, con la mano davanti alla bocca come per cercare di trattenersi, mentre lo guardava leggere l’ora di chiusura del giardino: dusk.
Tornarono sui propri passi, percorrendo il perimetro del giardino. Videro un altro cancello, lo spinsero e si apri’. Si trovarono in un playground buio, che doveva essere quello di Coram’s Fields, cercarono di attraversarlo evitando le enormi pozzanghere nelle quali invece finirono. Videro una luce e iniziarono a chiamare. Usci’ un custode con un grosso cane lupo che, molto gentilmente, apri’ loro un’angusta via d’uscita. “Costeggiate il muro e vi troverete fuori” disse. Di nuovo piedi che calpestano tappeti di foglie e pozzanghere nel buio e poi, finalmente le luci del caffe’ di Coram’s Fields.

*

Davanti a due te’ verdi alla menta e a due fette di torta, una custard tart lei e una crostata di frutta lui, passarono il resto del pomeriggio a parlare delle cose che amavano: Emily e Cosmia, i Riverside Studios, i loro fotografi preferiti e le passeggiate nei boschi sopra Heidelberg, dove lei aveva studiato prima del PhD che stava facendo a Londra.
"Posso farti qualche foto? Ti va di farmi da modella?".

[Questo racconto e’ puro frutto di fantasia, nulla di quello che avete letto e’ accaduto davvero. E lo so che state pensando che dovrei smettere di ascoltare gli Smiths e Gainsbourg e iniziare a vivere. Ringrazio la mia amica Anne che ha pensato insieme a me il racconto Sabato scorso ed ha anche accettato di farsi fotografare con una gentilezza e una disponibilita’ che sono rare da trovare nel mondo. E ringrazio Morrissey & Marr per avere scritto, un giorno, “Hand in glove” e “Cemetery gates”].

venerdì 24 novembre 2006

Sfoglio Wire di Dicembre, uscito proprio ieri.

A pagina 66 leggo:

His pop instincts blended perfectly with his quest for new sounds.

Interessante no? Sensibilita' pop che incontra suoni di ricerca.

E poi:

Had he not sung in Italian, [...] would surely be as widely known as revered as Scott Walker, Harry Nilsson or any number of other crossover crooners.

Revered, cioe', leggo sul dizionario: riverito, onorato, venerato.

L'articolo parla di lui.

[Non c'entra nulla, ma stamattina appena ho aperto la posta mi sono fatto qualche sana risata di quelle tra l'auto-ironico e il self-deprecating che fanno sempre bene. Una mail della Kit dal titolo "Mi ricorda qualcuno" e un link a questo post. Assicuro tutti quelli che mi conoscono che Junkie Pop non l'ho mai incontrato].

mercoledì 22 novembre 2006

[Peter Buck, Scala, Gennaio 2006]

Ho parecchia voglia di ascoltare buona musica dal vivo, ma anche setacciando per bene i listings di Time Out Dicembre e' un mese morto per i concerti a Londra. Che significa che ce ne sono comunque dieci volte tanti quanti ce ne sono a Milano in un anno, ma comunque, davvero, di interessante c'e' poco. Mi e' arrivato un invito per lo showcase di Albert Hammond Jr. allo Scala, ma poi iniziera' il mese del Ramadan sonoro, come tutti gli anni.

Mi consolo pensando ai bei concerti che vedro' a Gennaio, da Vashti Bunyan a Bonnie Prince Billy, dai Vetiver a Joanna Newsom. La quale, in questa intervista pubblicata da Pitchfork ed arrivata fino a me via Andrea che ringrazio, racconta che quello del Barbican sara' il concerto principale del suo tour di supporto a Ys. Forse il concerto della sua vita, in effetti, essendo accompagnata in quell'occasione niente meno che dalla London Symphony Orchestra. Adesso lo so che state pensando che non c'e' post del mio blog dove non parlo del Barbican. Forse ha qualcosa a che vedere con tutto questo il fatto che e' la prima cosa che vedo tutte le mattine quando mi stiracchio fuori dal letto guardando che tempo fa? Oppure che tengo alle regole di buon vicinato? O solo che la loro programmazione culturale e' in questo momento la migliore di Londra?

E comunque. Un concerto del tutto imperdibile a Gennaio direi che e' il ritorno di Robyn Hitchcock insieme ai Minus 3. Nei quali suona Peter Buck. Quest'anno mi sono piazzato proprio a un metro da lui quando suonarono allo Scala. Ed e' una meraviglia contemplare la tecnica sopraffina del chitarrista dei REM da quella distanza. E la sua modestia anche. Sale sul palco come un session man qualsiasi, tradito solo dalla serie di Rickenbacker Roger McGuinn dodici corde sistemata in bell'ordine dietro di lui. Ma ha un tocco inconfondibile, che e' rimasto lo stesso dai tempi di Murmur, Reckoning e Fables of the Reconstruction. I dischi che ho amato maggiormente nella mia vita, insieme in ordine sparso a Daydream Nation, EVOL, Zen Arcade, Warehouse: Songs and Stories, Unknown Pleasures, Hatful of Hollow, Meat is Murder, The Queen is Dead e davvero pochi altri.

Troppi per fare una lista completa pero'. Invece la lista dei 10 brani dei REM che preferisco quella probabilmente riesco a farla senza nemmeno pensare, semplicemente sfogliando l'album dei ricordi:

1) Life and How to Live It da Fables of the Reconstruction
2)Gardening at Night da Chronic Town
3) Feeling Gravitys Pull da Fables of the Reconstruction
4) Talk About the Passion da Murmur
5) The One I Love da Document
6) Good Advices da Fables of the Reconstruction
7) Nightswimming da Automatic for the People
8) Country Feedback da Out of Time
9) Hairshirt da Green
10) Wendell Gee da Fables of the Reconstruction.

lunedì 20 novembre 2006



Sabato mattina, cielo azzurro terso, faccio colazione presto, mi godo i raggi del sole leggendo i giornali sul terrazzo, poi esco, cammino fino al Barbican. Salgo la rampa che mi porta al centro di quel bizzarro canyon urbano e mi muovo in quel silenzio irreale, quella bolla di pace sospesa in mezzo alla citta' che sta gia' correndo.

Scendo le scale che mi portano all'ingresso principale, abbagliato dalla luce che si riflette nel laghetto. La galleria ha appena aperto, mostro la tessera stampa, l'addetta mi consegna gentilmente un press folder ed entro.

"In the face of history" ha un titolo che non ispira molto. Il sottotitolo della mostra invece si': "European photographers in the 20th century". Due piani, 4 sezioni, 22 fotografi disposti molto bene, in ordine piu' o meno cronologico, con bei salti mortali tripli geografici. Quella che manca, per fortuna, e' la Storia. Di storie invece ce ne sono tante, minime e personali, le uniche davvero interessanti. Non ci sono Persone, ci sono persone. Non ci sono Luoghi, ci sono luoghi. Potrei andare avanti ancora, ma sono sicuro che avete capito. In questi scatti ci si ritrova.

Splendidi gli scatti di Josef Sudek, poverissimi nella loro poetica semplicita'. Parlano di un mondo di piccole cose da osservare con meraviglia. Emozionanti gli scatti del giardino del suo studio: piccole variazioni di luce che si riflettono sulla rugiada, forme che emergono dalla nebbia. Tutto cosi' delicato che vengono in mente haiku anche a me che un verso non ho mai provato a scriverlo.

Robert Doisneau uno crede di conoscerlo ormai molto bene. E invece a immergersi nella banlieue parigina insieme a questo poeta si scoprono sempre foto che erano sfuggite. Non la trovo in rete, ma se verrete alla mostra e' l'ultima della sua serie: un gruppo di giovani che corrono felici tenendosi per mano, e sullo sfondo una muraglia di case popolari. La gioia e' dentro di noi, si puo' provare in ogni luogo. Oppure da nessuna parte. Dobbiamo scegliere da che parte stare.

E adesso arrivano i pezzi forti. Ed van der Elsken lo conosciamo soprattutto per i suoi scatti in bianco e nero, ma la proiezione di diapositive a colori in mostra lascia senza parole. Immagini di Amsterdam alla fine degli anni '60 e durante la prima meta' dei '70, idealismo e flower power. E biciclette, e zaini dappertutto. Sue le foto qui sopra, da me rifotografate cercando di eludere i severi controlli del Barbican. Cosa non farei per voi. Sono dovuto tornare indietro tre volte e rivedere tutto daccapo, non riuscivo piu' a staccarmi da foto che forse erano gia' dentro di me. Entusiasmo e' la parola giusta, o comunque l'unica che mi viene in mente quando penso a quegli scatti e a tutte le possibilita' che scatenano dentro. Entusiasmo per la vita.

Il pezzo da 95 della mostra e' un'altra proiezione di diapositive. Musica ultra-minimale che entra sotto pelle a poco a poco, come le foto di Annelies Strba. Che raccontano la storia di quattro generazioni della sua famiglia. 240 diapositive da vedere e rivedere. Le sue figlie sono eroine pre-raffaelite un paio di secoli dopo. Belle e dannatissime. E poi i gatti. E il lago.

Giovedi' 30/ 11 alle 12.15 ne parliamo a Radio Popolare. A proposito, mi sono dimenticato di segnalarvi una corrispondenza sul Turner Prize che ho fatto Giovedi' scorso, non ve la siete presa vero?

[Clerkenwell, Novembre 2006]

venerdì 17 novembre 2006

Nel 1979, all'eta' di 14 anni, alla fine della scuola e all'inizio dell'estate, un ragazzino magro come un chiodo inizio' a tempestare i suoi genitori con la richiesta di comprargli un biglietto aereo per Londra. Tutto quello che desiderava era lasciarsi alle spalle un'altra estate ottusa nella cittadina dove gli era capitata la sfortuna di nascere o mostrare la propria imbarazzante magrezza su qualche spiaggia.

In una giornata che sembrava di pieno autunno il suo sogno divenne realta'. Sali' su un aereo Monarch Airlines e scomparve in un cielo nero come l'inferno, per atterrare un paio di ore dopo a Luton. Era il suo primo viaggio aereo e, non reggendo il suo stomaco alla turbolenza continua, vomito' anche l'anima. Ma poi l'aereo inizio' a scendere, il ragazzino inizio' a vedere prati verdi sempre piu' vicini e quando scese dalla scaletta era cosi' contento di essere li' che gli veniva voglia di baciare il terreno come fa il papa.

Aveva con se' un foglio pieno di nomi e indirizzi di negozi di dischi. La prima tappa del suo viaggio (la vera ragione per la quale era arrivato fino a li') fu Rough Trade di Notting Hill e il primo 45 giri che compro' in quel negozio e che divenne il simbolo di quell'estate fu (alzate a palla il volume delle casse prima di cliccare e preparatevi a saltare come dei brilli, dovunque siete e qualsiasi sia la vostra eta', anagrafica -che non conta un cazzo- o interiore) questo.

[Sapete, ogni tanto, quando cammino per quelle stesse strade, quel ragazzino mi capita di incontrarlo, con i suoi occhi trasparenti, la gioia con la quale assaporava ogni momento in quella citta' che aveva tanto idealizzato, lo sguardo curioso e ammirato con il quale osservava quelli che erano i suoi eroi di allora, i punks. Quel ragazzino esiste ancora, oh si'].

[Non sono bellissimi questi video tutti rovinati da anni di visioni su videocassetta? E pensate come sono arrivati fino a noi. Un appassionato deve averli registrati dalla TV e conservati per anni, poi magari li ha riversati su supporto digitale e finalmente, quasi 30 anni dopo quella registrazione, ha avuto la possibilita' di condividere qualcosa che aveva conservato con cura con tanti altri appassionati. Condivisione e' la parola piu' bella del mondo. Morte, per sempre, alla proprieta' privata, a tutto cio' che non viene condiviso!].

mercoledì 15 novembre 2006

Ho appena finito di vedere questo video per la quinta volta in poche ore. E non sara' l'ultima credo.

La musica di Joanna pulisce la mente e lascia il cuore davvero leggero.

Guardate come appoggia gentilmente la testa all'arpa un minuto prima di iniziare a cantare, come per diventare tutt'uno con quello strumento magico.

Musica che intenerisce e porta davvero lontano dalla squallida quotidianita' di un Mercoledi' qualsiasi.

Buona visione.

lunedì 13 novembre 2006

La cosa che mi ha piu' emozionato leggere nel fine settimana l'ho ritrovata sotto una pila di carta che si e' ammassata sul mio comodino. Voi la potete trovare qui, sfogliate l'archivio, andate al 25 Aprile e ditemi se sperare di scrivere un giorno qualcosa di cosi' emozionante non e' una ragione sufficiente per aprire un blog.

E poi le parole di Joanna Newsom, da interviste pubblicate sugli ultimi Wire e Mojo:

And I feel like that pastoral feeling is an almost unbearable, trembling sense of your own mortality, and the beauty of life.

It's about feeling a really generous love for every creature on Earth, and a sorrow that we can never know all of them, and how they're all going to get sick and die... and cattle sleeping standing up and the wheat is blowing, the stars are shining, and you feel utterly safe and utterly exposed.

I don't have major ambitions beyond just writing the best music I can write, and hopefully continue to do that indefinitely. There's so little that I want to do in this life - I want a little family, I'm really domestic.

La colonna sonora l'hanno fornita il soul bianco come la Luna di Joan Wasser e il folk californiano profumato di spezie orientali dei Vetiver.

Poi e' arrivata Saskia a bere una tazza di te' e ha portato il primo album dei Guillemots e il secondo dei Kings Of Convenience e ci siamo seduti sul pavimento ad ascoltare quelli sgranocchiando biscotti e spicchi di pere.

Drinks a Hoxton e cena vietnamita a Shoreditch e poi serata, o meglio notte, a Brixton, complice un posticino in guest list al Fridge, pero' adesso basta, per un bel po' ho deciso di non fare piu' tardi perche' finisco per rovinarmi la Domenica mattina, e invece voglio alzarmi alle 8 e godermi la citta' deserta.

Le foto di questo fine settimana sono state quelle attualissime di Zineb Sedira grazie alla Photographers' Gallery e quelle classiche di Ansel Adams grazie alla sezione fotografica di Foyles.

venerdì 10 novembre 2006


[Bloomsbury, Novembre 2006]

Dopo aver schivato in settimana almeno cinque inviti a vedere il blockbuster del momento qui a Londra, tale Borat, ieri sono stato al Renoir e ho visto il capolavoro dell'anno.

Borat non ho capito bene cosa sia, ma cio' che ho sentito a proposito di quel film e' che e' comico, e tanto mi basta. Provo orrore per tutto quello che e' stato studiato a tavolino per farmi ridere. L'umorismo e' spontaneo, spesso involontario, sempre inaspettato. Ci sono eccezioni (Charlie Chaplin, Laurel & Hardy, Buster Keaton, Woody Allen), ma si tratta di geni, e di geni ne nascono pochissimi. E i geni fanno *anche* ridere magari, ma se scavi, nei loro film c'e' ben altro.

E cosi', dopo l'ennesima sequenza di figure da asociale della mia miserabile vita, sono stato premiato. "La tourneuse de pages" e' probabilmente la migliore storia uscita al cinema quest'anno, ed e' raccontata con una sensibilita', un senso cadenzato del ritmo narrativo, una corrispondenza di amorosi sensi tra immagini e commento musicale che lasciano senza fiato.

E poi c'e' lei, la migliore giovane attrice del pianeta, Deborah Francois, che abbiamo gia' visto quale protagonista di "L'enfant" dei fratelli Dardenne. E che qui interpreta la parte dell'assistente di un'affermata concertista. Qual e' la relazione tra le due donne? Che rapporto le ha legate quando Melanie (Francois) era solo una ragazzina che sognava di entrare al conservatorio? Quali emozioni prova Melanie in questo ruolo? Perche' lo ha accettato?

Non aggiungo altro, ma cercate assolutamente questo originalissimo gioiello presentato l'anno scorso al festival del cinema di Cannes. E pensate che Denis Darcourt, che ha scritto e diretto il film, non e' neanche un regista professionista. Fa l'insegnante di viola in un conservatorio della capitale francese.

Ma ha realizzato un film assolutamente perfetto, credetemi. Cercatelo, cercatelo.

[Il problema nel mio essere asociale, e' che grazie alla mia asocialita' riesco sempre a fare esperienze interessanti. Se solo i film, i dischi, i libri che scopro durante i miei momenti di asocialita' facessero schifo, sarebbe molto meglio. Finirei anch'io per andare a vedere Borat, ascolterei gli Oasis, leggerei i dettagli del divorzio di Britney Spears sul Daily Mail e sarei felice. E invece no, cavolo. You've got everything now, and what a terrible mess I've made of my life].

mercoledì 8 novembre 2006




[Tate Modern, Novembre 2006]

Sono leggero come una piuma.

Ho ascoltato le Christmas carols di Sufjan e poi l'ultimo superlativo Beck (e ditemi, vi prego, come abbiamo fatto a vivere per tutti questi anni senza "Cellphone's dead", "Think I'm in love" che poi dice "but it makes me kinda nervous to say so", "Movie theme" che fa piangere di gioia tanto e' bella e perfetta e scalda il cuore).

E poi a una private view di David Smith, ma io la mostra mica l'ho vista. Mi sono goduto la Tate tutta per me, su per le scale e giu' dagli scivoli e ancora e ancora che stamattina ero tutto ammaccato. Pero' felice come un bambino, come forse non lo sono mai stato da allora. Le luci e il silenzio, il mio corpo leggero che si smaterializzava un po' di piu' a ogni discesa.

E poi cena con Tara, e io con i neozelandesi sto troppo bene, mi fanno troppo ridere e sono troppo simpatici, e Tara e' la migliore giornalista musicale del pianeta anche se non le piacciono le Christmas carols, ma per il resto siamo proprio uguali.

E poi le luci candide nella notte deserta, a illuminare i miei passi leggeri sul Millennium Bridge, il fiume silenzioso e un'isola che non avevo mai notato sulla quale Joanna con la sua arpa intonava ninne nanne ai pesci. E anche a me, che subito dopo sono andato a nanna tutto contento.

lunedì 6 novembre 2006


[Barbican, Novembre 2006]

Per fortuna c'e' la musica.

Gli occhi dolci e simpatici di Sufjan. Che e' cambiato, tanto, da quando lo vedemmo in versione acustica in un centinaio al Dingwalls subito dopo la pubblicazione di Michigan. Sufjan adesso fa sold out al Barbican in un'ora e poi i biglietti dei suoi concerti vengono venduti a 800 sterline la coppia. Oppure fate un po' di coda pero' poi per 17.50 vi godete il concerto comodamente seduti in prima fila, come e' successo a me.

E vi vedete Sufjan vestito da aquila, la band con ali di farfalla. I fiati che rimbombano sul legno del Barbican e precipitano come onde colorate. I cori celestiali. Sufjan che a un certo punto suona una delle canzoni del suo quintuplo cofanetto dedicato al Natale (titolo: "It was the worst Christmas ever") e poi comincia a tirare Babbi Natale gonfiabili sul pubblico ("Siete stati seduti per troppo tempo, e' ora che giochiate a tirarvi i questi Babbi Natali"), e il Barbican si trasforma in un grande parco giochi.

E Antony, il giorno dopo. Progetto intitolato "Turning", solo due esecuzioni in tutto il mondo. Collaborazione con il video-artista Charles Atlas. Modelle e drag queens filmate mentre ruotano su un grande giradischi. Le loro immagini ingrandite sul grande schermo dietro i Johnsons, frammiste a fiori bellissimi e glaciali. Un'ora e un quarto di assoluta estasi. I brani nuovi, meravigliosi, quelli che conosciamo eseguiti magicamente.

E i Brightblack Morning Light nel lettore. Funk psichedelico misterioso e notturno, appena sussurrato. Qualcosa di mai ascoltato prima, a conferma del fatto che stiamo vivendo un periodo musicale meraviglioso per chi sa scavare sotto la superficie e dietro il silenzio imposto dalle major padrone (quelle che stanno mungendo Dylan per la centesima volta). Il disco si chiama come loro, esce su Matador ed e' una rivelazione. Se non credete a me credete alla migliore rivista controculturale americana, che a loro ha dedicato la copertina del penultimo numero.

[Holland Park, Novembre2006]

[Come nascono i post di London Calling? In mille modi diversi, come succede per tutti i post di tutti i blog del mondo. Da qualcosa di visto, pensato, letto, sentito.

Sempre piu' spesso pero', dopo che ho scritto una mail a qualcuno, la rileggo e faccio seguito a quella mail con un'altra in cui chiedo di poterne trasformare un passaggio in un post per London Calling.

Oggi faccio qualcosa di piuttosto diverso. Il mio amico a cui voglio troppo bene Enrico mi ha mandato una splendida lettera di accompagnamento a una serie di articoli vintage su Springsteen della quale e' stato tanto gentile da farmi dono.

La mia risposta ve la copio di seguito, non perche' sia particolarmente bella, l'ho scritta di getto in 2 minuti, ma perche' rappresenta bene il modo in cui mi sento oggi.

Avrei voluto scrivere del concerto di Sufjan Stevens di Venerdi', di quello di Antony di Sabato, dei Brightblack Morning Light che ho ascoltato durante il fine settimana. Forse avrei dovuto. Ma ci sono cose che chiedono di uscire con piu' urgenza].


Mi hai fatto molto pensare caro Enrico con la tua lettera di accompagnamento agli articoli vintage su Springsteen (come fai a separarti da certi ricordi?).

E' vero dovrei fare di piu' e dovrei fare altro. E' come se vivessi anestetizzato, in un ambiente non mio, convinto che questo sacrificio di tempo sia necessario. E sto invecchiando, sento tutti i miei 41 anni. Ieri ero a pranzo con degli amici e raccoglievo con cura i chicchi di riso rimasti nel piatto. Mi insegno' la nonna, mi ricordo che mi diceva "La pianta ha fatto fatica anche a fare quei chicchi, devi raccoglierli tutti" e poi mi dava come premio una gelatina di frutta. Le gelatine di frutta sono ancora per me "il premio", ogni tanto me ne concedo qualcuna. Scacciano l'amarezza del vivere, te le consiglio. E mi domandavo: dove sarei adesso se la nonna mi avesse insegnato anche a non sprecare le relazioni, a tenerle dacconto, coltivarle, coccolarle.

Sono un po' amaro oggi. Non ho avuto abbastanza tempo per me nel fine settimana. L'ho sprecato in una girandola di incontri inutili. Ricordo bene quando mi dicesti: stai con le persone che ti vogliono bene. Ma sono poche. Spesso sto con persone alle quali sono grosso modo indifferente.

Oggi vedo soprattutto i lati negativi della vita, ma domani magari sara' diverso. Bisogna imparare a sopravvivere all'inverno caro Henry.

Ti abbraccio,
Fabio

venerdì 3 novembre 2006

[South Bank, Ottobre 2006]

giovedì 2 novembre 2006

[Qualche pensiero musicale sparso].

[A chi chiedeva "massaggi sonori" qualche giorno fa, consiglio il secondo album di un manipolatore elettronico di Colonia (polacco di origine) che si chiama Paul Wirkus. Il suo "Deformation professionelle", uscito sulla tedesca Staubgold, e' un tappeto sonoro che ricorda tanto il minimalismo di Riley e Reich, con aggiunta di modernissimi glitches. Un'onda di suono purissimo da ascoltare osservando le scie di aerei che passano nel cielo, oppure sdraiati sul pavimento con le luci spente, in ogni caso lasciandosi trasportare, galleggiando. Un po' austero, ma molto rilassante].

[Per qualche giorno sono stato insofferente a ascolti prolungati. Un brano dei Sonic Youth, poi mettevo Cage, poi gli Stereolab, poi Feldman, poi Sufjan Stevens, poi Miles Davis, poi gli Smiths, ecc., in una girandola di frammenti non piu' lunghi di 10 minuti, senza alcun collegamento tra di loro. Sapete quando non sapete cosa volete ascoltare. Ieri sono stato all'Istituto di Arti Contemporanee a vedere l'anteprima di "Loud quiet loud", il film sui Pixies, e ho capito di cosa ho bisogno in questo periodo, di "Hey", di "Monkey gone to Heaven" di "Debaser". Il film e' strepitoso, loro completamente pazzi e geniali, il pubblico che li segue bello e giovanissimo, tipo vent'anni meno di loro in media. Adesso esco e ricompro Doolittle perche' la mia copia e' rimasta a Milano, non so come sia stato possibile. La mia mente, invece, quella dov'e'?].

[Uscito Uncut con quelli che considerano i dischi dell'anno. Lo so che e' il 2 Novembre, ma Uncut tutti gli anni brucia le tappe. Primo Dylan, il che e' qualcosa che proprio non comprendo. Siamo rimasti solo Bertoncelli e io a criticarlo forse, ma insomma a me questo Dylan non piace. Mi piace quello poetico e polemico di Freewheelin', adoro il leone che si faceva accompagnare da Emmylou Harris su Desire, ma a me questi "Modern times" suonano terribilmente gia' sentiti. E incensati fuori misura.

Al secondo posto mettono Scritti Politti, pura poesia che mi ricorda il sole e l'estate, disco prezioso e magico. Altre cose che piacciono a noi sono Joanna Newsom (4), Sufjan Stevens (9, e domani sera a due passi da casa, al Barbican), Bonnie Prince Billy (12), Cat Power (14), Vetiver (21), Espers (22), Yo La Tengo(27), Neko Case (30), Sonic Youth (35), Belle & Sebastian (49). Conservatore e parecchio ossequioso nei confronti delle major Uncut, ma non e' una sorpresa per nessuno, almeno credo].

[Tate Modern, Ottobre 2006]