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Osservazioni e ascolti

domenica 29 gennaio 2006

London Calling a Zoe

Nella versione radiofonica di questo blog (che come ormai dovreste sapere va in onda il Martedi' alle 12.15 su Radio Popolare, all'interno di Zoe), questa settimana parleremo di Dan Flavin, in occasione della splendida retrospettiva che gli sta dedicando la Hayward Gallery. L'ho vista Sabato, avevo bisogno di luce e colore e ho sorriso per tutto il tempo. Il minimalismo americano per qualche ragione mi fa stare bene, sono geometrie semplici che mi puliscono la mente, riportandola all'essenzialita'. E' una mostra dalla quale si esce piu' limpidi rispetto a quando si e' entrati.

Ma qualcuno si e' accorto delle due colonnine nuove, quella dei dischi e quella dei libri, qui a destra? E non mi dite niente?

Con un atto noetico-tecnologico del quale nessuno mi pensava capace, io per primo, voila', ho inserito due nuove colonnine, dedicate rispettivamente alle musichette che girano nel mio mangiadischi e ai libri che mi scivolano di mano la sera quando mi addormento, in genere con luce e stereo entrambi abbandonati a se stessi.

Regina Spektor e' una cantautrice di origini russe, con 3 album all'attivo, uno dei quali assolutamente introvabile. Nome emergente del Village, la Sire ha pensato di raccogliere i suoi brani migliori in un disco finalmente reperibile abbastanza facilmente, intitolato "Mary Ann meets the gravediggers and other short stories". Echi di Kate Bush e Be Good Tanyas nelle sue sghembe ballate. Sentite come presenta il disco nelle note di copertina: "So this record is for you and me both. Maybe sometimes we will like it, and sometimes not, but it's being offered with the best intentions... happily ever after". Nursery rhymes tipo "The National Geographic was being too graphic, when all she wanted to know was the traffic", in un certo senso molto Richard Thompson. Sabato la vado a sentire allo Shepherd's Bush Empire, poi vi racconto.


"Once I wanted to be the greatest/ No wind or waterfall could stall me/ And then came the rush of the flood/ Stars of night turned deep to dust" canta Cat Power in "The greatest" che da' il titolo al suo ultimo disco. La band che l'accompagna (e che il 4 Marzo sara' con lei al Barbican) e' la stessa di Al Green. Le sue canzoni parlano di nuotate con squali e aeroplani con i quali fuggire di qui. "The greatest" mi ha dato il pretesto di riascoltare "What would the community think" e "Moon pix" e sto pensando seriamente di dedicarle una puntata di Prospettive Musicali la prossima volta che saro' a Milano.


Altro disco che ascolto davvero spesso in questi giorni e' la collaborazione tra Tortoise e Bonnie "Prince" Billy, "The brave and the bold". Non capisco se funziona davvero tutto e Will Oldham lo preferisco in versione piu' intimista o decisamente country, ma alcune delle 10 cover mi coinvolgono parecchio: "That's Pep" dei Devo e "Cavalry cross" di Richard Thompson su tutte. Anche le celeberrime "Thunder road" e "Daniel" non sono affatto male e l'inizio ("Cravo e' canela") uno davvero non se l'aspetta.

It's funny how you have to be doing coke off the ass of a stripper to be perceived as not boring these days

L'ha detto, scocciata si direbbe, Gwyneth Paltrow al Guardian. Noi persone noiose secondo la definizione di Gwyneth, invece, passiamo le nostre serate a sentire concerti. Gli ultimi sono stati:

1) ARCHIE BRONSON OUTFIT al Legion, DJ bar proprio vicino a casa, in Old Street, a pochi passi da Hoxton Square. Molto bravi e il prossimo disco, in uscita a Marzo si ascoltera' dappertutto (soprattutto il singolo che non e' affatto banale eppure resta attaccato e non va piu' via). Meno squadrato di Fur il nuovo disco, con echi di Rapture (a proposito, qualcuno sa dove sono finiti? Perche' erano divertenti i Rapture).


2) ROBYN HITCHCOCK & THE MINUS 3 allo Scala di King's Cross. Lui e' sempre piu' bravo, anno dopo anno. E il chitarrista dei Minus 3, lo sapete, e' Peter Buck. Ora, se uno non sapesse che Peter e' il chitarrista dei REM, uno dei gruppi piu' popolari della musica pop degli ultimi decenni, direbbe che e' un bravo turnista. Lo tradiscono soltanto una collezione di Rickenbacker da svenimento e uno stile davvero superlativo, specie quando imbraccia la dodici corde firmata Roger McGuinn. Emozione a mille qui, ascoltando due miei idoli davvero a un metro di distanza. Fatto decine di foto, inclusi primi piani che mi sembrano venuti davvero bene. Prima o poi le carichero' in qualche sito e vi daro' l'indirizzo.

3) 18TH DAY OF MAY allo Scala, supporting act di Robyn Hitchcock. Annunciati da un adorante Andy Kershaw (celebre diggei di BBC Radio 3 per chi non lo conoscesse) come "il miglior gruppo inglese degli ultimi 20 anni", suonano come "Rainy day", manifesto del Paisley Underground. Psichedelia West Coast con un tocco di spirito new wave. La cantante mi ricorda la mia adorata Kendra Smith, piu' nelle movenze e nello spirito che nella voce (che invece rimanda a Sandy Denny). Il mio amico Marco Reina (chi si ricorda i suoi fondamentali articoli sul Paisley Underground, Rockerilla, 1982-84?), esperto del genere, a un certo punto del concerto e' uscito a prendersi una pinta di birra, non condividendo l'entusiasmo di Andy Kershaw e mio. Io invece li ho amati dalla prima all'ultima nota. Freschi e rasserenanti melodie pure come acqua di sorgente. Meravigliosi, disco in uscita a giorni e poi ne riparliamo.


4) RICHARD & DANNY THOMPSON al Barbican. Come faccio a parlare di un concerto di quelli che ti fanno sentire, davvero, in Paradiso? Palco del Barbican buio, solo due spotlight puntati sul carismatico Richard e sul contrabbasso di Danny. Due ore e mezza di concerto nell'acustica perfetta dell'auditorium rivestito di legno. Purissima poesia, fingerpicking delicato, brani dei Fairport Convention, tutto quello che uno desidera ascoltare dal simpatico veterano del folk rock inglese. Una dedica a Sandy Denny anche, commossa e intensa. Ho parecchi buchi nella discografia di Richard Thompson, che colmero' nelle prossime settimane. Intanto "Front parlour ballads" continua a girare nel mio lettore e mi domando come abbia fatto a non inserirlo tra i dieci dischi migliori dell'anno scorso.

9 pounds spesi bene e altre considerazioni freeform su un fine settimana senza nuvole



[Comunicazione di servizio a chi ha provato a telefonare o mandare SMS oggi: il mio telefono e' morto e ho prestato il caricabatterie a un collega che non ho idea di dove l'abbia messo. Quindi non aspettate risposte fino a domattina almeno].

Fine settimana senza una nuvola, da queste parti. Tra il Sole e il cloro della piscina sento la superficie del mio viso che mi chiede a gran voce una tonnellata di questa cosa qui. Proprio non ho resistito a un cielo cotanto azzurro e ai raggi diretti e caldi e ho pranzato in terrazzo (zuppa di asparagi bollente e il maglione che vedete, comprato ieri, 9 pounds nei saldi, a contrastare la temperatura dell'aria), prima di fare una bella camminata a Holland Park (con tappa per un bel te' a Notting Hill). La mia amica Sinead e io a fare congetture su quello che e' il numero perfetto di telefonate quando la propria other half sta un bel po' lontana da questa isola, al di la' della Manica.

Se avessi scelto oggi un frammento di "Tutti i figli di Dio danzano" sarebbe stato:

"Quando muoveva il corpo a tempo di musica, dimentico di tutto, aveva la forte sensazione che il ritmo naturale dentro di lui entrasse in sintonia e si fondesse con il ritmo naturale del mondo. Gli pareva che il flusso e riflusso delle maree, il vento che danzava nei campi, il movimento delle stelle, tutte queste cose, non potessero non essere in qualche modo in rapporto con lui".

Oppure questo:

"Il nostro cuore non e' fatto di pietra. La pietra a un certo punto puo' andare in frantumi, sbriciolarsi, perdere ogni forma. Ma il cuore non puo' andare in frantumi. E questa cosa senza forma che ci portiamo dentro, buona o cattiva che sia, possiamo trasmetterla gli uni agli altri senza limiti".

[A volte pero' un po' sembra che sia andato in frantumi, non capita anche a voi? Ecco, in questo momento viene in mente la lacerante "I'm going to stop pretending that I didn't break your heart" degli Eels al blogger che state leggendo].

Pero', insomma, va un po' meglio.

mercoledì 25 gennaio 2006

The sound of silence



"- Avevi detto che tua moglie prima di andare via aveva lasciato un biglietto, vero?

-Si'

-Cosa c'era scritto?

- C'era scritto che vivere con me era come avere accanto una bolla d'aria".

- MURAKAMI HARUKI Atterra un UFO su Kushiro

Si diventa bolle d'aria per paura della solitudine, una sorta di destino scritto nel quale ci vediamo soli anche quando qualcuno ci tende una mano. Soli dentro come siamo, finiamo per pensare che quella mano non esiste se non nella nostra immaginazione, che ci siamo inventati tutto.

E si continua a vivere come se fossimo davvero ancora soli, come sempre presi per le maniche da impegni a basso peso specifico, commitments che riempiono il nostro tempo. Quel tempo del quale abbiamo paura, quel vuoto interiore che avvertiamo quando per una frazione di secondo ci troviamo senza una scadenza da rispettare, un programma da preparare, un articolo da scrivere, una persona da vedere.

Circolo di solitudine che non sappiamo spezzare, e forse in fondo non lo desideriamo neanche piu'.

martedì 24 gennaio 2006

Misery complaint self-pity injustice


Radio Rebelde chiama alla rivoluzione nello splendido "Soy Cuba", co-produzione sovietico-cubana, anno 1964, regista Mikheil Kalatozishvili. Quattro episodi che raccontano la Cuba di Batista, nella quale l'arroganza americana incontra lo sfruttamento capitalista delle classi subalterne. Splendido l'episodio nel quale si rappresenta la protesta studentesca, sapete quando vi batte forte il cuore e vi viene voglia di abbracciare i personaggi che vedete sullo schermo. Hasta la victoria companeros!

E poi vi segnalo questo oggetto misterioso. Si intitola "The truth", produzione inglese, regista al suo secondo lungometraggio, George Milton. Caspita, non so fin dove spingermi nel raccontarvi il film, in fondo meno sapete prima di entrare in sala meglio e'. E contemporaneamente penso a che possibilita' avete, realisticamente, di vedere un film inglese che a Londra e' stato distribuito per 2 settimane in un cinema minuscolo prima di scomparire nel nulla. Accenno solo a grandi linee al tema comunque: sette personaggi si trovano in una mansion sperduta nelle Highlands scozzesi, dove una self-help guru ha organizzato un seminario di una settimana intitolato "Adventures in truth". Unica regola delle sedute di auto-analisi: dire sempre la verita'. Risultato, beh, avete presente "Chips on my shoulder"? "Misery complaint self-pity injustice. Ecco cosi'. Cercatelo in DVD quando uscira' perche' e' davvero un film che ai lettori di London Calling dira' tante cose.

[Confesso: ho riascoltato il primo disco dei Soft Cell stamattina, facendo colazione a Coffee @ Goswell Road, una vecchia copia del CD che saltava - dovremo parlare del fascino dei CD che saltano, attuale versione dei fascinosi LP dalle copertine mangiate sui bordi di quando eravamo piccoli].

[Se invece leggete da Londra e volete andare a vedere "The truth" affrettatevi, perche' resta al Cineworld di Shaftesbury Avenue soltanto fino a domani sera e poi chissa'].

lunedì 23 gennaio 2006

Domani a Zoe


Parleremo di lui. Come sempre il Martedi' alle 12.15 (ora italiana) sui 107.6 di Radio Popolare.

giovedì 19 gennaio 2006

The clifftop path and other short stories



Viste belle mostre fotografiche in questi ultimi giorni. Questa foto appartiene a Patrick Taberna e cliccando sul link potrete vederne altre, tutte per qualche ragione emozionanti. Foto che raccontano storie suggestive. Guardando questo sentiero sulla scogliera sento il cielo basso, l'aria carica di umidita', il vento che sale dal mare con folate irregolari. Un silenzio piu' forte di ogni fragore meccanico, spezzato solo dalle grida distanti di gabbiani. Passi lenti e regolari, il desiderio di sporgersi, la consapevolezza della forza di quello che vedo attorno a me, aria fredda e cristallina che riempie i miei polmoni.


Questa foto l'ha scattata David Spero e fa parte di un progetto di ricerca su alcune comunita' britanniche che hanno deciso di vivere a stretto contatto con la natura. Le loro strutture abitative sono state costruite utilizzando materiali di riciclo quando non trovati direttamente nell'ambiente circostante, cercando di mimetizzarsi nel paesaggio per non alterarlo. C'e' un'immensa poesia nella filosofia di questi idealisti ecologisti, che hanno scelto di vivere nella natura, di diventarne parte. Di inventarsi un loro presente.


A cinque minuti da dove vivo, al piano terreno di un condominio anonimo, si trova la Magnum Print Room, ufficio inglese dell'agenzia Magnum. Se suonate il loro campanello e chiedete di consultare il loro archivio fotografico sono felici di accogliervi. In questo modo ho soperto questa foto, scattata da Burt Glinn nel 1959, durante una visita del presidente sovietico Kruschev. L'espressione di Marilyn la trovo contemporaneamente fuori posto, divertita e tenerissima.

venerdì 13 gennaio 2006

Trying to fly away might have been your first mistake

Mi piacerebbe sapere scrivere qualcosa a proposito di un video di Runa Islam visto lo scorso fine settimana alla White Cube. Ho aspettato che la confusione iniziale lasciasse spazio a un'opinione precisa, a uno di quei punti di vista dei quali puoi parlare o scrivere, ma non e' successo.

Per non scrivere un post troppo sbrodolato che poi non leggerebbe nessuno, vi racconto soltanto che il video (una ventina di minuti scarsi senza svolgimento narrativo) mostra strutture architettoniche e mezzi di trasporto sospesi, con il mare sullo sfondo.

Niente di troppo drammatico, piuttosto una quieta contemplazione nella quale immergersi, osservando cavi che formano linee regolari in un cielo che incontra un mare calmo in distanza.

Mi sono venuti in mente i seguenti pensieri, in ordine sparso:

1) quando guardiamo qualcosa su uno schermo aspettiamo sempre che succeda qualcosa. Una storia, uno sviluppo narrativo di qualche tipo. Se la camera si muove lentamente, senza una precisa sequenza di eventi che sappiano raccontare, perdiamo concentrazione (quando non ci irritiamo)

2) la gratificazione dell'aspettativa dev'essere immediata, cosi' come il giudizio che ci sentiamo obbligati a emettere. Spesso non ci sfiora l'idea che dovremmo ritornare su quello che abbiamo visto, riproiettare con pazienza dentro di noi, investigare assonanze con la nostra personale esperienza. Passiamo ad altro senza approfondire. Non ci accorgiamo che non stiamo giudicando l'opera d'arte, ma la frustrazione che segue l'aspettativa non gratificata immediatamente

3) il concetto di arte che abbiamo in testa e' soggetto al dovere classificatorio che ci e' stato imposto fin dalle prime classi della scuola elementare. L'arte e' diventata nella nostra testa un concetto ingegneristico, misurabile nelle sue dimensioni: arriva fino a questa linea, finisce qui. Pensare che la sua bellezza stia nel fatto che si tratta di un fenomeno culturale in costante evoluzione e non di una formula chimica immutabile ci disturba. Dobbiamo definire tutto, anche l'arte, per poterla controllare e continuare a vivere le nostre tranquille esistenze cosi' piene di certezze

4) non pensiamo remotamente che l'arte, la poesia, il teatro contemporanei (d'avanguardia, se vi piace il termine) siano, per loro natura, fenomeni contro. Contro la velocita', contro il consumo rapido, contro tutto quello che George Ritzer definisce mcdonaldizzazione dell'esistenza, contro le banali convinzioni che abbiamo costruito per difenderci dalla complessita'. E che invece siano l'estrema difesa della lentezza, della riflessione profonda, del ricercare dentro di se' per avvicinarsi a una comprensione che sia soprattutto risonanza emotiva

5) rifiutiamo l'impegno prolungato, il lento avvicinamento, il dubbio, perche' sappiamo gia' tutto e non vogliamo certo mettere in discussione le nostre certezze. E chi se ne importa se le nostre convinzioni sono giuste o sbagliate, l'importante e' condividerle e ridicolizzare chi queste convinzioni le mette in discussione, isolarlo per confermare ai nostri occhi la nostra superiorita' che non deve mai vacillare.

Post rock's (not) dead

Mentre pure loro hanno capito che una certa strumentale e cerebrale miscela di post punk + lounge + kraut rock + electronica (che un tale di mia conoscenza promuoveva instancabilmente in piena notte da questa radio verso la fine degli anni '90) ha davvero detto tutto quello che poteva esprimere, c'e' ancora chi, imperterrito, continua a percorrere avanti e indietro quella strada, cercando una via d'uscita, un sentierino secondario che porti da qualche parte. O forse neanche, chissa', magari si accontenta di arrivare dove la strada finisce per tornare indietro e percorrerla ancora una volta, tutto questo all'infinito.

Lui, che da un bel pezzo non ne fa o dice una giusta, ha dichiarato recentemente che il loro prossimo album "is probably the greatest art rock record that I've been involved in since My Bloody Valentine's Loveless. It's possibly better than Loveless" (che, detto tra noi, a me non e' mai sembrato un disco cosi' rivoluzionario, considerando che oltre Oceano correvano gli anni d'oro di questa etichetta qua).

Prossimo album che e' stato presentato ieri sera qui, e che dovrebbe uscire a un certo punto del mese di Marzo (scelta climaticamente sbagliata per pubblicare musica come questa a mio parere. Io avrei aspettato le brume dell'autunno inglese).

Non voglio essere severo con loro: sono bravi, ce la mettono tutta, e godono di un immenso seguito qui a Londra, dove i loro 5 concerti in altrettante serate consecutive sono andati sold out. Pero' un po' mi domando se non ho assistito all'ultima celebrazione nostalgica di qualcosa che e' stata, alla fine, non molto piu' che tappezzeria d'ambiente (in buona compagnia con tante altre musiche che abbiamo ascoltato e amato alla fine dello scorso decennio: pensate ai dischi Mo' Wax e Ninja Tune che ogni tanto vi passano tra le mani mentre fate ordine nella vostra collezione), piu' o meno rumorosa oppure piu' o meno lounge.

Con eccezioni di pregio (da "Millions now living will never die" a "Upgrade & afterlife") che ancora adesso girano nei nostri lettori, una rivoluzione annunciata e mai avvenuta. Una bolla di sapone nella quale si riflettevano molti colori e che e' scoppiata senza fare rumore, nell'indifferenza generale.

Ne riparleremo tra qualche giorno, quando uscira' questo disco.

[Post lunghissimo e sbrodolato, privo di ogni interesse per i lettori che non hanno seguito tutta la vicenda e che nel 1997 invece di leggere Blow Up nella propria cameretta facevano cose interessanti. E' proprio che non so dove tagliare. Consigliatemi voi se avete voglia].

[19/ 1: ho rimosso la copertina del disco dal post per inserire una foto scattata al concerto di qualche sera fa ma Blogger si rifiuta di caricarla. Allora ho pensato di ri-inserire la copertina, ma pure in questo caso Blogger mi fa marameo. Se qualcuno sa perche' e vuole darmi una spiegazione tecnica nello spazio commenti e' benvenuto. Non e' detto che la capiro' ma prometto di impegnarmi. E poi la foto che volevo inserire e' proprio venuta bene caspita].

mercoledì 11 gennaio 2006

West is west

A me "Brokeback mountain" ha messo i brividi. Non tanto la prima parte, quella girata in montagna, quanto piuttosto la successione di eventi che la seguono: i matrimoni dei protagonisti, i loro incontri, la gioia che comunicano le loro periodiche evasioni, quando finalmente si lasciano tutto alle spalle e si ritrovano, ritrovano se stessi. Viene da pensare che l'unico loro tempo di vita sia stato quello trascorso insieme, il resto era semplice attesa.

E' un film sull'amore, ma io l'ho letto anche come il racconto di una grande, splendida amicizia. Sentirsi capiti, poter essere se stessi con tutti i propri umani limiti, vedere proprio le stesse cose, camminare insieme.

Splendido il ritratto della provincia americana, dei rituali domestici che diventano doveri imprescindibili, delle relazioni famigliari che affondano inesorabilmente.

lunedì 9 gennaio 2006

La colonna sonora del fine settimana e' stata davvero spooky, chissa' perche'

Ascoltata davvero tanta musica questo fine settimana. Anche tante cose che mi hanno regalato o portato, da Bright Eyes ai Death Cab for Cutie, ma soprattutto...

le atmosfere oscure di Bianca e Sierra, quell'arpa, quei suoni misteriosi che sono proprio perfetti quando la luce del giorno lascia spazio alla sera che avanza. Qualcosa che qui a Londra succede in questo periodo attorno alle 4 del pomeriggio (e sto parlando solo di virare dal grigio al nero, perche' la poca luce che riesce a passare e' comunque filtrata da molti strati di nubi fitte e minacciose). E ogni tanto comparivano Antony e Devendra, come fantasmi simpatici che si aggiravano per la casa. Suoni molto pigri. Voglia di stirarsi come gatti.


e in tutto il grigio del cielo la sua voce aspra ci stava proprio bene. Album bellissimo"Ghetto bells", il suo "Astral weeks" e' stato definito. Si sentono davvero tanto le radici blues, ma questa volta avvolte in una confezione piu' preziosa del solito. Grandissime canzoni, come sempre, ma in questo caso arricchite dagli arrangiamenti di Van Dyke Parks e dalla chitarra di Bill Frisell. Triste, certo, ma di una tristezza che quando si e' proprio se stessi finisce per venire fuori con naturalezza e chiede carezze e comprensione.


e poi un classico della mia vita, da condividere, e non ho mai capito se preferisco "You're living all over me", "Bug" o "Green mind". Tutti dischi che ho amato follemente nei miei 20 anni e che continuo ad ascoltare dopo tutto questo tempo. Chitarre che urlano, Neil Young prima che conoscessi Neil Young, andamento stancamente slack. Ricordo un loro concerto visto a Chicago, volume impossibile, rumore bianco prossimo al dolore, un'esperienza fisica e spirituale insieme, free rock acidissimo e spaventoso.

A pensarci abbiamo scelto di ascoltare cose davvero spooky, chissa' perche'. O forse solo dischi molto invernali, adatti a queste giornate cortissime che avrei voluto non finissero mai.

giovedì 5 gennaio 2006

Ancora una cosa prima di chiudere gli archivi


E dei concerti? Mi sta venendo in mente che non abbiamo parlato dei concerti dell'anno. E come si puo' archiviare il 2005 senza ricordare la migliore musica dal vivo in un blog come quello che state leggendo?

Gli Eels acustici alla Royal Festival Hall, l'umanita' di Chris Hillman con il quale scambiamo parole e sorrisi dopo il suo concerto al Bloomsbury Theatre, Laura Veirs nell'atmosfera rarefatta della Purcell Room, Joanna Newsom con le dita doloranti che abbandona l'arpa e suona "The sprout and the bean" al piano in versione stupenda, alla Royal Festival Hall, e lui, che ho visto un numero imprecisato di volte, sempre con il cuore in gola per l'emozione e la pelle graffiata dalla sua voce. Ray Lamontagne naturalmente (direi il concerto allo Scala, il primo che ho visto, quest'anno, memorabile sorgente di emozioni e ricordi fuori controllo).

mercoledì 4 gennaio 2006

Dopo questo post prometto che incomincia il 2006


Ma prima vi dico cosa mi e' piaciuto davvero tanto nel 2005 (lasciando da parte la musica, di quella abbiamo parlato in varie occasioni a Radio Popolare e ritorneremo ad ascoltare la musica migliore dell'anno appena trascorso Domenica prossima - alle 22.35).

Il colore puro di Yuko Shiraishi alla Annely Juda Gallery. I paesaggi surreali di Verne Dawson nei quali mi sono perso al Camden Arts Centre. Il nuovo video di Saskia Olde Wolbers alla South London Gallery, sospesa da qualche parte tra Camberwell e Peckham, dove arrivare e' sempre un'avventura. I fiori di Jo Self, dipinti nel giardino del Dalai Lama e arrivati fino alla Redfern Gallery di Mayfair. Il lungo viaggio nella pittura di Frida Kahlo organizzato con la solita competenza dalla Tate Modern. E una menzione speciale per Keith Haring alla Triennale di Milano e per la persona che mi ci ha portato. Ricordo ogni istante di quel pomeriggio.

Al cinema ho amato, come sempre, ormai lo sapete, storie di quotidianita' un po' amara. Le migliori le hanno sapute raccontare Jim Jarmush (Broken flowers), Alexander Payne (Sideways), Juan Pablo Rebella & Pablo Stoll (Whisky). Cinema indipendente dal continente americano, di quello che fa sorridere, commuovere, riflettere. Storie di relazioni difficili trattate con gentilezza e leggerezza. E poi confusione e dolore, raccontate iper-realisticamente da Gus Van Sant (Last days) nel suo ritratto di Kurt Cobain (che, per come me lo ricordo dopo averlo incontrato una sola volta, subito dopo la pubblicazione di Bleach, era proprio cosi'). E anche qui una menzione speciale, per il pomeriggio nel quale sono stato al National Film Theatre a vedere L'eclisse di Michelangelo Antonioni. I suoi capolavori restano per me Zabriskie Point e Blow-up, ma L'eclisse e' stata una sorpresa davvero piacevole ed emozionante.

Questa la scaletta della puntata di Olli Road che suppongo sia andata in onda oggi. Cioe' non lo so, credo, almeno cosi' c'era scritto sulla scrivania aperta sulla scrivania di Ezio:

1) Tom Waits King Kong (da Orphans, Anti 2006)

2) Tom Waits Sea of love (da Orphans, Anti 2006)

3) Joanna Newsom Monkey and bear (da Ys, Drag City 2006)

4) Beck Cellphone's dead (da The information, Interscope 2006)

5) Beck The golden age (da Sea change, Geffen 2002)

6) Sufjan Stevens Springfield, or Bobby got a shadfly caught in his hair (da The avalanche, Asthmatic Kitty 2006)

7) Tortoise & Bonnie Prince Billy That's Pep (da The brave and the bold, Thrill Jockey 2006)

8) Sufjan Stevens Pittsfield (da The avalanche, Asthmatic Kitty 2006)

9) Brightblack Morning Light Star blanket river child (da Brightblack Morning Light, Matador 2006)

10) Sonic Youth Rats (da Rather ripped, Geffen 2006)

11) PJ Harvey This wicked tongue (da The Peel sessions 1991 - 2004, Island 2006)

12) Sonic Youth The neutral (da Rather ripped, Geffen 2006)

13) Robert Wyatt Mister E (da Cuckooland, Hannibal 2003)

14) Sonic Youth Or (da Rather ripped, Geffen 2006)

15) Clash The card cheat (da London calling, Columbia 1979)

16) Air The word hurricane (da "The virgin suicides, Record Makers 2000)

17) Sigur Ros Andvari (da Takk..., EMI 2005).

[E mentre qualcuno di voi, credo, ascoltava, io verso le 3, ehm, devo avere detto qualcosa tipo "Esco per una riunione urgente". Mi sono infilato il cappotto e via, fuori dall'ufficio prigione. La riunione era al Curzon Soho. Con Judy Garland e il cane Toto. Figuratevi se mi perdo "The wizard of Oz" su grande schermo, e se poi lo danno in orario di lavoro e' ancora piu' bello].

Qualche ricordo delle vacanze

Chissa' se ci siete ancora, dopo tutto questo silenzio da parte mia. Il fatto e' che disintossicarsi da questa macchina ogni tanto fa bene, e lo consiglio proprio a tutti. E quando lascio Londra il portatile lo lascio volentieri qui. Ci riposiamo entrambi insomma. E io cammino, cammino moltissimo. In collina, al mare, in citta'. Con i miei compagni di camminate, il mio amico Rocco e il cane Billy, che vedete qui sopra mentre zampetta nella neve.


Cammino e osservo. Soprattutto il cielo. E fotografo, fotografo in continuazione. Paesaggi, particolari di fiori e piante, persone. E gli animali che incontro, come questo gabbiano che volava sopra di noi nel cielo sopra Stella Maris, dove sono arrivato camminando da Camogli in un pomeriggio tranquillo e terso, per osservare e sentire l'immensita' del mare.

E questo e' Gomo, un paese silenzioso, accoccolato sulle colline dove sono nato. A Gomo sogno di rifugiarmi un giorno, quando saro' stanco di questa citta' frenetica. Gomo dove gli anziani abitanti accolgono Billy e me sempre con un sorriso e tutti mi chiedono di Londra, come mi trovo, quando tornero' ancora a trovarli.

Sapete pero' una cosa? Sembra ieri quando rientrando a Londra mi prendeva una malinconia che mi chiudeva lo stomaco, un senso di solitudine immensa e invincibile che e' durato per anni. Ora non succede piu'. Qualcuno ricorda quando usavo il blog come muro del pianto al mio ritorno in questa citta'? Beh, non so perche', ma invece in questo momento sto proprio bene ovunque. Trovo una ragione per apprezzare il luogo nel quale sono, qualsiasi sia. Amo la vitalita' della citta' e il silenzio delle colline innevate, i colori cangianti e il candore infinito.

Mi piace tornare in Italia, parlare e leggere nella mia lingua madre, ritrovare i volti con i quali sono cresciuto. E poi ripartire, incontrare ancora questa sorprendente citta', sentire il suo respiro concitato tutto attorno a me.

Non so se durera' questa sensazione di equilibrio e pace, ma per il momento mi ci avvolgo soddisfatto, felice che l'ansia del ritorno mi abbia lasciato, finalmente.