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Osservazioni e ascolti

domenica 26 febbraio 2006

File under neorealismo e fratelli Dardenne

Finalmente sono riuscito a vedere questo documentario, che avevo perso durante il London Film Festival (e che ho scoperto faceva parte della Settimana della Critica al Festival di Venezia). Il regista è Perry Ogden, proprio il fotografo di tante campagne di Calvin Klein e Ralph Lauren. Ma non spaventatevi.

Pavee Lackeen è girato alla periferia di Dublino, e racconta la vita ai margini con un'umanità disarmante. Winnie, la protagonista, ha dieci anni ed è la più giovane di dieci figli di una famiglia nomade. Ogden la segue a scuola e nelle sue camminate nel centro, quella parata di negozi dalla quale la separa una barriera invisibile e molto spessa. Filma gli incontri con assistenti sociali e attivisti per i diritti delle minoranze. Ne emergono vite difficili, dove nulla è garantito, nemmeno l'acqua potabile.

Non un documentario che potrà piacere a tutti, così privo di eventi, scarno, diretto. Ci mette impietosamente davanti ai nostri pregiudizi. Mostra un mondo di emarginazione spesso rimosso. Disturba nella sua mancanza di straordinarietà. Cinema verità per chi desidera capire e sceglie di non voltarsi dall'altra parte. Da me molto consigliato se vi capita di incrociarlo.

Prospettive Musicali di Domenica 26 Febbraio


Ieri sera abbiamo ascoltato:

1) CAT POWER The greatest (da The greatest, Matador 2006)
2) CAT POWER In this hole (da What would the community think, Matador 1996)
3) CAT POWER He turns down (da Moon pix, Matador 1998)
4) CAT POWER Willie (da The greatest, Matador 2006)
5) EELS WITH STRINGS Bus stop boxer (da Live at town hall, Vagrant 2006)
6) EELS From which I came/ a magic world (da Blinking lights and other revelations, Vagrant 2005)
7) EELS Old shit/ new shit (da Blinking lights and other revelations, Vagrant 2005)
8) EELS WITH STRINGS The only thing I care about (da Live at town hall, Vagrant 2006)
9) ISOBEL CAMPBELL & MARK LANEGAN Black mountain (da Ballad of the broken seas, V2 2006)
10) BELLE & SEBASTIAN Sleep the clock around (da The boy with the Arab strap, Jeepster 1998).

giovedì 23 febbraio 2006

Domenica a Prospettive Musicali

A me volare piace davvero tanto. Volare di notte soprattutto. Appoggiare il gomito sul bracciolo del sedile e guardare fuori, tutto quel nero rotto dal lampeggiare delle lucine rosse da albero di Natale delle ali. Mi rilassa e mi fa pensare.

Blinking lights on the airplane wings
up above the trees
blinking down a morse code signal
especially for me

ain't no rainbow in the sky
in the middle of the night
but the signal's coming through
one day i will be alright again.

Domani mi capitera' ancora di osservare quel misterioso segnale morse sparso in quel vuoto depressurizzato tutto attorno, di immaginare sotto di me la Manica, poi Parigi, la Svizzera, le Alpi innevate e poi sentire la voce registrata che dice di allacciare le cinture, controllare la chiusura del tavolinetto, ecc. e poi, una volta toccato terra, combattuto tra la gioia di essere arrivato e il desiderio di tornare la sopra dove tutto e' tranquillo, con quelle lucine che cullano i pensieri.

Sara' un viaggio strano, lo aspettavo tanto diverso. Lo aspettavo tanto. Non pensavo proprio che sarei stato su quell'aereo con lo sguardo preoccupato. Mi vedevo scendere dall'aereo sorridente, muovermi in fretta, non immaginavo di potermi ritrovare spaesato con la sacca da viaggio in quel desolato non luogo, mentre cerco un autobus che mi porti a Milano.

So i get up and go downtown
and pick me out a little piece of ground
where i can prove something to the world
i can prove something to the world

don't look at me
i'm the bus stop boxer.

E poi finalmente arriva l'autobus e salgo. Pubblicita' di mobilifici e anonime fabbriche di piastrelle che sfrecciano fuori dai finestrini, e quelle farfalle nello stomaco che non ne vogliono sapere di prendere il volo.

If you see Natalie
send along this message
i know that you've been through
an awful lot of late

if you see Natalie
send along this message
you may not need this world
but this world needs you here.

Testi di telefonate ed e-mail che mi scorrono davanti agli occhi, lettere cubitali rosse, un nastro che non ne vuole sapere di fermarsi.

E poi finalmente le luci acide della citta' a interrompere i miei pensieri.

To be continued.

And it may not make much sense
now that we are apart
but i'm going to stop pretending
that i didn't break your heart

you see i never thought enough of myself
to realize that losing me could mean
something like the tears in your eyes
and i want to tell you i'm sorry
and it's too late to start
but i'm going to stop pretending
that i didn't break your heart

and it's christmas eve
years down the line
sitting here wishing i'd treated you better
when you were mine
and i have no way of knowing where you are
but i'm going to stop pretending
that i didn't break your heart

i didn't mean to hurt you
i didn't know what i was doing
but i know what i have done.

Domenica prossima a Prospettive Musicali: Eels dal vivo con quartetto d'archi, Cat Power che avrebbe voluto essere la piu' grande, A bout de suffle con Isobel Campbell e Mark Lanegan e chissa' ancora che altro. Alle 22.35, come sempre su Radio Popolare.

lunedì 20 febbraio 2006

Heavy words are so lightly thrown but still I'd leap in front of a flying bullet for you

E' stato un fine settimana strano questo, sospeso tra il desiderio di chiarirmi le idee in solitaria contemplazione e quello di partecipare, entrare dentro al mondo. Alla fine ho trovato stranamente un certo equilibrio. La camminata solitaria di Sabato mattina (fatta cantando silenziosamente dentro di me la canzoncina che da' il titolo a questo post, ogni tanto inframmezzata da "I'm going to stop pretending that I didn't break your heart", piu' o meno dove dice "I didn't mean to hurt you I didn't know what I was doing but I know what I've done") ha un po' ha aiutato. Kensington Garden e Hyde Park nel tiepido Sole mattutino hanno rilassato la mia mente, rallentato il mio respiro. Ho guardato gli alberi, il lago, mi sono seduto su una panchina tranquilla a leggere. Sono entrato alla Serpentine Gallery, una pausa sempre piacevole. In questo periodo (ne parleremo tra qualche istante a London Calling) la galleria e' stata trasformata completamente da questi due pazzi, Michael Elmgreen e Ingar Dragset. Il contrasto tra l'esterno di questa graziosa palazzina del te' costruita negli anni '30 tra alberi secolari e quello che i due pazzi hanno fatto al suo interno e' raggelante. Per capirci, loro sono gli stessi che l'anno scorso hanno aperto un finto negozio di Prada in mezzo al nulla, sulla strada che porta da Marfa a El Paso, in Texas. Provate a immaginare Prada che inaugura una showroom in una strada dove transitano solo cowboys e camionisti.

Quello che hanno fatto all'interno della Serpentine Gallery segue la stessa logica. Lo spazio della galleria e' stato trasformato in una serie di corridoi con porte chiuse, sale d'aspetto inquietanti con piante morte e un display che indica costantemente il numero 000, un corridoio di ospedale dove sono stati accatastati due letti e una persona moribionda, addetti alla security dappertutto, la porta di un ufficio amministrativo con la scala per arrivarci completamente distrutta, lo spazio centrale della galleria completamente transennato per via di un bagaglio smarrito (una borsa che non appartiene a nessuno, simbolo delle paure contemporanee) . E il gran finale dopo tutto questo, l'unica alternativa che viene lasciata alle persone che chiedono asilo, che arrivano da noi in cerca di accoglienza, fuggendo da poverta' e dittature: secchio e spazzolone oppure il lugubre palo della pole dance. Geniale.


E poi la tappa successiva, il mio modo di rifugiarmi in una realta' altra quando quella attorno a me diventa insopportabile. Il mio amato National Film Theatre, sul quale posso sempre contare quando ho proprio bisogno che qualcuno mi racconti una storia. Dove in questo periodo stanno passando tutti i film di Jean Renoir, proprio cosi', uno dopo l'altro in una rassegna di due mesi. Avete gia' visto "The river", interamente girato in India, sulle rive del Gange? Io non lo conoscevo e mi ha davvero affascinato. Non tanto la storia (la scoperta dell'amore da parte di tre ragazzine che si innamorano dello stesso uomo), ma il modo in cui viene raccontata. C'e' una grazia straordinaria in questo film, una coinvolgente lentezza che segue il ritmo disteso del fiume. Una formidabile cura nel mostrare la vita nell'India rurale degli anni cinquanta, i rituali di nascita e di morte, sempre legati alla natura.

[Non c'entra niente, ma avete notato che tristi diventano le cose delle quali ci circondiamo per comunicare (telefono, computer) quando perdiamo i contatti con chi ci e' stato vicino? Improvvisamente diventano grigie e morte come piante avvizzite. Diventano brutte da vedere, prima ancora che inutili].

domenica 19 febbraio 2006

So all that's left is the proof that love's not only blind but deaf

Quando sono giu', per me la musica diventa davvero indispensabile. In quelle situazioni (non tanto poi cosi' rare per altro) per un po' a me piace tanto crogiolarmi in quella cosa che alcuni tra i miei amici migliori chiamano la "Sindrome da Calimero di Fabio". Sono i momenti Smiths e Eels per intenderci, quando chiudo la porta che separa la mia cameretta (che sara' si' un bilocale ma per me rimane tale) dal mondo la' fuori.

Ma la porta mica puo' rimanere sempre chiusa, a un certo punto diventa necessario con cautela aprirla e con circospezione iniziare a muovere qualche passo la' fuori. E anche allora la musica ci viene in soccorso. Questa volta i suoni che sono serviti a darmi la forza di provare ad affrontare ancora il mondo sono stati diversi quanto li possono essere "Take it easy, my brother Charlie" di Jorge Ben e "Fake tales of San Francisco" degli Arctic Monkeys, suonati in loop nel mio lettore per ore.

Della prima abbiamo parlato nel post dedicato a Tropicalia. La seconda e' la piu' strepitosa canzone pop ascoltata da almeno un anno, due minuti e mezzo assolutamente perfetti (cliccando sul titolo, dovrebbe aprirsi una finestra che vi permette di ascoltarla se ancora non possedete "'Whatever People Say I Am, That's What I'm Not"). E non solo perche' contengono il titolo di questo post. E gli Arctic Monkeys sono in questo momento il miglior gruppo che vi possa capitare di ascoltare dal vivo sul pianeta Terra.

Cosa che mi e' capitata Venerdi' sera alla Brixton Academy, coda guest list di almeno mezz'ora, mai vista una cosa simile, paparazzi alla porta di servizio dove la coda degli invitati veniva di tanto in tanto interrotta per l'ingresso delle celebrita' (a un certo punto mi e' sfrecciata davanti Madonna, illuminata a giorno da decine di flash). Il colpo d'occhio dalla porta degli invitati, di fianco al palco, lasciava senza parole. Sono stato molte volte alla Brixton Academy, ma non l'avevo mai vista cosi' piena, pubblico schiacciato come sulla metropolitana di Tokyo alle 8 di mattina.

E loro, ripeto ancora una volta, sono incredibili. Se li vedete giocare in casa capite perche' sono al primo posto della classifica inglese e ci rimarranno ancora mesi. Una semplicita' sconcertante, una canzone dopo l'altra tutti potenziali singoli, senza tante storie, chitarre basso batteria senza scemenze come luci spettacolari ed effetti speciali, rock'n'roll "minimalista" e garage come piace a me. E come penultimo brano la mia colonna sonora degli ultimi giorni, e tutti insieme a cantare con una sola voce "Get off the bandwagon and put down the handbook" saltando e sorridendo, perche' tutti ma proprio tutti stavamo sorridendo in quel momento che non avrebbe mai dovuto finire.



giovedì 16 febbraio 2006

London Calling a Zoe


Apre oggi al Barbican una rassegna di 3 mesi dedicata a Tropicalia. In attesa di parlarne a Zoe settimana prossima, sto ripassando i classici del pop psichedelico brasiliano.

Mi viene in aiuto questa raccolta, pubblicata in settimana dalla solita benemerita Soul Jazz di Soho con la consueta superlativa competenza. Documentata anche nell'ottimo volume di 52 pagine ricchissimo di foto e notizie su questa corrente artistica amata da David Byrne, Kurt Cobain, Beck, Tortoise, Stereolab.

Tropicalia e' stato uno stile a 360 gradi (musica, arti visive, teatro, cinema), nato come reazione politica alla dittatura militare instauratasi in Brasile con il golpe del 1964. Tropicalia e' durata poco piu' di un anno, il tempo intercorso tra la pubblicazione del primo album di Caetano Veloso e la carcerazione e deportazione in Inghilterra di Veloso e Gilberto Gil.

Ma la manciata di dischi pubblicata negli anni 1968-69 da Veloso, Gil, Gal Costa, Os Mutantes, Tom Ze' e Jorge Ben rimarra' per sempre a testimonianza di una delle stagioni piu' creative della storia della musica.

In questo periodo non riesco ad ascoltare altro: la bossa nova con chitarra quasi Electric Prunes degli Os Mutantes, l'energia incontenibile di Caetano (ascoltate soprattutto Alfomega con quel ritmo che fa saltare per aria), "Take it easy, my brother Charlie" di Jorge Ben che e' bella come una bella giornata di Sole, con quei fiati che fanno acrobazie sempre piu’ improbabili nel cielo azzurro dell’estate brasiliana.

Nel sito della Soul Jazz trovate un po' di samples. Il resto lo raccontiamo Martedi' 21 alle 12.15 su Radio Popolare.

Are you alright darling?


Ieri sera dopo la piscina sono uscito con il mio amico Marco. Siamo stati a mangiare una pizza nell'East End, in un posto nuovo che ha aperto davanti allo Spitz, quasi deserto data l'ora (gli Inglesi cenano alle 7, ed erano gia' passate le 10).

A un certo punto Marco si e' alzato e io sono rimasto al tavolo da solo. Senza rendermene conto fissavo il bicchiere d'acqua, quasi fosse una sfera di cristallo. Vedevo le nubi grigie della grigia giornata appena trascorsa, nubi cariche di pioggia.

Dovevo avere un'espressione davvero desolata, perche' a un certo punto la cameriera mi ha messo la mano su una spalla e mi ha detto piano "Are you alright darling?", con un'aria gentile e quasi materna. L'ho guardata senza dirle nulla, non mi andava di mentire, facendole solo un sorriso di ringraziamento.

mercoledì 15 febbraio 2006

Ma quand'e' che finiscono le Olimpiadi?

Se guardate le Olimpiadi, probabilmente siete molto diversi da me. Io provo un fastidio massimo per tutto cio' che e' competitivo, per i primi, i piu' forti, i vincitori, i piu' veloci, gli intelligentoni, i super muscolosi, i super uomini e le super donne.

A me piace la collaborazione, questa parola cosi' fuori moda. Mi piace quando chi e' piu' bravo aiuta chi lo e' un po' meno, invece di aspirare alla medaglia, al podio, agli onori, alla ricchezza.

Campione e' chi sacrifica il suo tempo e le sue energie per dare una mano a chi ha bisogno, chi va laddove tutti fuggono, chi lotta per i ideali di giustizia e di pace.

Campioni sono Gino Strada, i Rainbow Warriors di Greenpeace, chi si batte per fermare lo scempio della TAV, i volontari animalisti, chi spinge la carrozzella di un disabile.

I campioni dello sport mi fanno ribrezzo.

lunedì 13 febbraio 2006

London Calling a Zoe


Domani (cioe' Martedi'), nella versione radiofonica del blog parleremo di lui. Alle 12.15 su Radio Popolare, 107.6.

[A proposito di Radio Pop, mi ha appena scritto lui, facendomi notare il disco della settimana di Patchanka: che anche loro seguano i consigli di London Calling?].

domenica 12 febbraio 2006

Un po' come se Mario Merola suonasse a Secondigliano

Fine settimana dedicato a lui. Visto questo film e riascoltati quelli che considero i suoi tre dischi fondamentali:

American recordings (American 1994). Il primo e migliore dei quattro album registrati con Rick Rubin. Soltanto voce e chitarra acustica, suono stripped down, country music minimalista, poesia che strazia il cuore. Indimenticabili soprattutto "Tennessee stud" e "Man who couldn't cry", eseguite in presenza di un piccolo pubblico adorante.

At Folsom prison (Columbia 1968). Il film inizia e (quasi) termina con questo incredibile concerto, voluto fortemente da Cash (contro il parere della casa discografica) in risposta alle tante lettere ricevute da carcerati. Indescrivibili "Folsom prison blues", che apre il disco, e "Cocaine blues" eseguita nella sua sede ideale.

At San Quentin (Columbia 1969). Uno dei live piu' selvaggi della storia della musica, precursore ideale di "Metallic KO". Pubblico di galeotti che ruggisce dall'inizio alla fine. Due versioni di "San Quentin", una in fila all'altra. Devastante la reazione quando Cash ringhia "San Quentin rot inHell!". Lo spirito del rock'n'roll e' tutto in questi dannati solchi.

Se ancora non li possedete cercate questi dischi, e buon ascolto.

Living in the ice age

Splendide, in questi giorni alla nostra amata Michael Hoppen Gallery, nel cuore di Chelsea, le foto in grande formato di iceberg scattate da lei. Le trovate qui. Al primo piano della galleria, in attesa del prossimo allestimento, resistono le misteriose Polaroid autoritratti di questa poetessa, fotografa e cantante francese che ora vive a Londra.

venerdì 10 febbraio 2006

I consigli di London Calling per il vostro Valentine's day (part 3)


Il tempo stringe e dobbiamo ancora preparare tante cose per il nostro Valentine's day (l'inizio di questo post fa molto Marie Claire/ Grazia/ Amica, lo so, comincio a preoccuparmi per la mia salute mentale. Ma vedrete il resto).

Non basta certo un bel DVD e un po' di buona musica nel nostro stereo per impressionare/ sedurre/ conquistare, no no no. I sensi sono cinque, ed e' fondamentale che l'esperienza sia completa.

Prima o dopo il DVD, infatti, avrete provveduto a preparare al/ alla vostro/ a bello/ a una cenetta indimenticabile. Il menu' suggerito da London Calling (facile facile, e cruelty free) e' il seguente: primo, secondo, dolce.

Se invece proprio non vi va di cucinare, consiglio uno dei miei ristoranti preferiti a Londra, partendo dal quale, con una romantica passeggiata lungo il fiume, si raggiunge questo cosy pub storico.

Cosa manca ancora? Ah si', una poesia da donare alla vostra stella piu' luminosa del firmamento. Scegliete tra questa, questa, questa, questa oppure questa.

giovedì 9 febbraio 2006

I consigli di London Calling per il vostro Valentine's day (la rubrica piu' improbabile ed ignorata della storia dei blog continua)


Ora qualcuno pensera' che sono impazzito, se come ascolto per il vostro Valentine's day vi consiglio l'ultimo album dell'arrabbiata slam poetry queen Ursula Rucker. Nel suo ultimo album, pero', insieme alle consuete poesie rivoluzionarie/ femministe/ black power come questa o questa, trovate anche una delle piu' dolci canzoni d'amore ascoltate negli ultimi mesi (oltre a una traccia che descrive nei minimi dettagli "the longest minute in cunnilingus history").

[Io naturalmente, mentre voi celebrerete ascoltando "Ma'at mama", staro' crogiolandomi nella mia misery ascoltando, come da tradizione, questa canzone].

mercoledì 8 febbraio 2006

I consigli di London Calling per il vostro Valentine's day (part 1)

Lo so perfettamente che non sono la persona piu' adatta a dare consigli sul tema. Credo di aver ricevuto alla nascita una sorta di marchio di inadeguatezza per le relazioni sentimentali. Ho imparato molto dai miei errori e riesco a ripeterli ormai ogni volta alla perfezione.

Pero', in attesa di quella data che nonostante tutto mi piace da pazzi (festeggiare Valentine's Day da soli per chi e' cresciuto ascoltando gli Smiths resta una goduria suprema, un segno che si e' ancora vivi, anno dopo anno), ho deciso di darvi qualche consiglio. Premetto che declino ogni responsabilita' sul futuro delle vostre relazioni, esistenti o immaginarie.

Inizierei con il film per San Valentino. Per tutti coloro muniti di DVD o videoregistratore (cioe' credo tutti tranne il sottoscritto), consiglio di affittare una copia di questo film.

Durante la guerra di secessione Johnnie viene abbandonato dalla sua bella dopo essere stato rifiutato per la leva.

Annabelle Lee: Why didn't you enlist?
Johnnie: They wouldn't take me.
Annabelle Lee: Please don't lie - I don't want you to speak to me again until you are in uniform.

Ma non si arrende, non la puo' dimenticare, e quando lei viene rapita da un plotone dell'esercito nemico, ruba un treno per portarla in salvo.

It was so brave of you to risk your life, coming into the enemy's country, just to save me.

Seguono molte peripezie, un inseguimento lungo quanto mezzo film, ma alla fine il nostro eroe realizzera' il suo sogno.

Southern General: (To his assistant) Enlist the Lieutenant.
Assistant Officer: (To Johnnie) Occupation?
Johnnie: (proudly and stiffly, with Annabelle Lee at his side) Soldier.

[Alla fine del film, mentre romantiche lacrime di commozione scenderanno copiose sul vostro volto, si consiglia l'ascolto di questo disco].

martedì 7 febbraio 2006

Like the leaves of fall



"I always wanted to play classical recitals and concerts, and go from place to place and learn new programs and practice new things and play hours and hours of piano for people".

Oggi mi sento cosi' terribilmente inadeguato a tutto che l'ultima cosa che sento di poter fare e' scrivere un post. Contemporaneamente vorrei scrivere qualche riga prima che il ricordo del concerto di Regina Spektor sbiadisca. Non dovrebbe succedere tanto facilmente, ma non si sa mai.

La storia di questa bambina innamorata del suo pianoforte, che quando i genitori fuggono dall'Unione Sovietica e' costretta a lasciare dietro di se', e' per me commovente. Regina che arrivata nel Bronx, per non perdere quello che ha imparato, e in mancanza della possibilita' di accedere a un pianoforte, muove le sue dita sul davanzale della finestra e sul tavolo della cucina.

No, non riesco a scrivere, troppe distrazioni, troppi travagli nella mia testa. Riesco solo a ricopiare due frammenti di interviste e il testo di "Lulliby".

"The Japanese have a proverb: whenever the student is ready, the teacher appears. In a lot of ways, that’s how my life has been, there's been this kind of harmony with things".

“People love that record. They would come to a show, and then buy five copies so they could give them as presents. I never had enough money to do a big run so I'd do 200 at a time, sell them out, and then make more".

"I know that you cannot be here
I know that you are not mine now
looking out the window
at another window
i see toenails changing color
like the leaves of fall
if you often smile
but often don't smile
which do you do more often
smile.. or not?
I dreamt a hydrant was covered in snow
a white light glowing below
I know that you cannnot be here
I know that you are not mine now
looking out the window
at another window
I see toenails changing color
like the leaves of fall".

[Una galleria di illustrazioni di Julie Morstad, autrice della copertina di "Mary Ann meets the gravediggers and other short stories" la trovate qui.]

lunedì 6 febbraio 2006

Ancora tu

Com'e' andato il fine settimana? Davvero fatto tante cose e ascoltato molta musica qui. "American recordings", "At Folsom prison" e "At San Quentin" di Johnny Cash, la slam poetry quasi Last Poets/ Linton Qwesi Johnson di Ursula Rucker, i nu soul grooves di Angie Stone, India Arie e Jill Scott, e la mia ossessione Regina Spektor vista dal vivo Sabato sera in uno Shepherd's Bush Empire adorante e completamente sold out. Regina che a Milano forse non riempirebbe neanche la Casa 139, rappresentazione simbolica della distanza che corre tra queste due citta'.

Quello che pero' e' importante, e' che io abbia rispolverato quella vecchia caratteristica personale che mi viene riconosciuta sempre meno in questi giorni, quella di sapere cambiare idea senza tanti problemi. E' una caratteristica di me che mi piace, una delle poche. Se discutete con me vi puo' capitare ancora (succedeva piu' in passato, lo ammetto) che a un certo punto vi dica: "Sai cosa (Pietro, Giacomo, Letizia, Giuseppina, ecc.)? Credo che tu abbia ragione, forse sono io a sbagliare". Cioe', non sempre, ma se avanzate gli argomenti giusti io sono dispostissimo a venire dalla vostra parte e ad ammettere i miei errori. Non lo dico per impressionarvi, chi mi conosce sa che e' cosi'.

Certo dovete essere bravi, bravi come il nostro Ugo Rondinone per dire, il visionario intrappolato nella realta' del quale vi parlavo Venerdi'. Giovedi' sono uscito dalla sua mostra alla Whitechapel con un grande senso di confusione e desiderio di capire. E con l'intento di capire Sabato pomeriggio sono andato alla Sadie Coles HQ, galleria tranquilla e silenziosa a mezzo minuto dalla caotica folla shoppante di oxfordcircusregentstreet.

L'ho gia' detto e scritto altre volte che adoro il bianco. Mi piacciono le pareti bianche, la luce bianca, le camicie bianche, i piatti bianchi, le lenzuola bianche. Il bianco mi rilassa e mi fa pensare, e' spazio che puoi riempire di significati, nel quale puoi inventare forme. In uno spazio bianco ci si sente leggeri, si diventa segni che danno un senso al contesto.

I morbidi tratti di matita di Rondinone sono le uniche perturbazioni nello spazio candido della galleria. Le tre sculture bianche al centro della stanza, grandi vermi che ricordano i quadri di Philip Guston, alterano di pochissimo l'energia luminosa che ci circonda. I nostri passi suonano leggeri, come se ci fossimo smaterializzati.

La stanza nera claustrofobica della quale ci siamo chiesti il significato alla Whitechapel, assume un suo senso, energie che parlano per contrasto. I dialoghi registrati, circuiti chiusi comunicativi, lasciano spazio a un silenzio carico di luminosita', di possibilita'.

E' vuoto, tempo sospeso nel quale galleggiare, prima che il rumore della citta' torni ad inghiottirci.

[Di tutto questo si parlera' domani, Martedi', alle 12.15 a Zoe, Radio Popolare, 107.6].

venerdì 3 febbraio 2006

Dedicato ai visionari intrappolati nella realta' (come Ugo e, ehm, me)

Ieri sera approfittando dell'apertura fino a tardi del Giovedi' e della mia scarsa voglia di andare a nuotare con questo freddo (nonche' del fatto che l'apertura serale dell'uscita Est della metropolitana permette di minimizzare la probabilita' di entrare in contatto con la popolazione di junkies che after dark ciondolano fuori dalla stazione di Aldgate East, che a me di solito chiedono di tutto e si arrabbiano se tiro dritto per la mia strada), sono stato alla Whitechapel Gallery. Ora, per quanto Ugo Rondinone mi sia tanto simpatico, lui e quello che dice di se' (tipo che si sente un visionario intrappolato nella realta', cioe' un po' quello che io penso di me stesso nei miei non tanto rari momenti di megalomania), e per quanto la Whitechapel continui a restare ai primi posti degli "spazi per pensare" in questa citta', insomma, beh, ehm, a me queste sue installazioni non sono mica piaciute tanto. Poi devo dire un paio di cose per essere completamente sincero con voi: 1) che avevo aspettative molto alte e 2) che quella che ho visto e' stata solo una parte dei lavori che lui sta esponendo a Londra (gli altri sono alla galleria di Sadie Coles e, a quanto pare, tutto quanto e' collegato: insomma e' come se commentassi un film alla fine del primo tempo). Ho poco da raccontare in effetti, sapete quando qualcosa vi sfugge piu' o meno del tutto e piu' vi sforzate e meno capite e allora vi dite "ma forse invece sto pensando troppo e non mi lascio trasportare abbastanza" e allora vi mettete in condizione di volare, ma invece state fermi a terra, manca il vento sotto le ali. Ecco, cosi'. Magari poi e' un effetto voluto, come la grande lampadina di plastica che non fa luce, o come la "nevicata di carta un fiocco alla volta" della quale non ho proprio compreso il significato. L'unica cosa interessante erano le maschere appese alle pareti, che pero' sono meno belle di quelle dei fratelli Chapman, per dire.

Se invece salite al piano superiore della galleria (magari fermandovi al caffe' e alla sala lettura del piano ammezzato, nella quale proiettano in questo periodo la serie completa di "Dream spaces", un programma di BBC3 dedicato all'archiettura - realizzato con un linguaggio visivo davvero molto funky), trovate una bella retrospettiva dedicata a uno dei migliori architetti londinesi (piu' o meno, dato che e' nato in Tanzania), l'ultra-hip David Adjaye. Bellissime le foto dei suoi lavori (tra i quali non finiro' mai di consigliare la devastante collaborazione con Chris Ofili, che trovate alla Tate Britain), mentre un po' piu' per addetti ai lavori i plastici di 10 suoi progetti, raccontati pero' poi in forma video (con la splendida musica composta dal fratello dell'architetto, Peter Adjaye).

Se andate il Giovedi' c'e' musica dal vivo nel caffe', tipo dopo le 21, e l'ambiente e' proprio bello.

Beh, ora riprendo a lavorare cosi' non esco tanto tardi che e' Venerdi'. Buon fine settimana dudes.

giovedì 2 febbraio 2006

Adesso pero' vogliamo Joanna Newsom & Tom Waits

Non ho mai capito chi abbia dato il mio indirizzo di casa a Steve Shelley, fatto sta che qualche anno fa, quando stavo ancora a Milano, ogni 2 o 3 mesi la portinaia mi consegnava un pacchettino spedito dall'ufficio postale di Hoboken (con tanto di bollettino firmato dal batterista dei Sonic Youth in persona) nel quale trovavo 1 o 2 ristampe tratte dall'immensa discografia di Lee Hazlewood. Non so se la "Smells like" di Steve sia ancora in vita, ne' a che punto sia il suo ciclopico progetto di ristampare tutti i dischi di Hazlewood. Ricordo pero' che tra tutti i suoi album che mi arrivarono uno di quelli che ascoltai di piu' era "The cowboy and the lady", collaborazione tra l'ombroso cantautore dell'Oklahoma e la cantante e attrice svedese Ann-Margret.

Le stesse atmosfere le ritrovo in questi giorni ascoltando collaborazione tra Isobel Campbell e Mark Lanegan, marriage made in Heaven tra i protagonisti di due formazioni che amo, Belle & Sebastian e Screaming Trees. E' musica leggera la loro, che evoca film francesi (avete notato la straordinaria somiglianza tra Isobel Campbel e Jean Seberg?) tanto quanto le scapigliate avventure on the road di Johnny Cash e June Carter.

Ballate intense e romantiche, ideali per queste fredde serate invernali.