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Osservazioni e ascolti

mercoledì 31 maggio 2006


Mi sono domandato molte volte come mai, da quando me ne sono andato, l'idea di sentire un concerto quando torno a Milano non mi attrae affatto. Credo di avere capito perche': Milano e' una citta' senza musica.

Lo so che e' un'affermazione un po' estrema. I miei vicini qualche giorno fa diffondevano in tutto il cortile del caseggiato Mozart a un volume che credo abbia fatto scappare gli uccellini. In metropolitana non capita mai di fare piu' di tre fermate senza incontrare un trio di fisarmonicisti e pifferai che suonano la lambada. Dai locali trendy con prezzi proibitivi (che *sono Milano* tanto quanto i pub *sono Londra*) escono ritmi chill out altrettanto trendy - milanesi. Leggo che un locale, la Casa 139, si sbatte per far suonare qualche nome emergente in citta'.

Ma sono eccezioni. La musica che piace a me, quella anglo-americana con la quale sono cresciuto e che continua ad essere la colonna sonora della mia vita, non abita a Milano. Avreste dovuto vedere, settimana scorsa, con quale sguardo di compatimento mi hanno accolto i commessi di Buscemi quando ho chiesto se avessero l'ultimo album di Alejandro Escovedo. Tipo: "Ma guarda qui che bellezza: una pila di 'Stadium Arcadium' e di Michael Buble', checcefrega di alzare le chiappe e andare da un distributore a procacciarci dischi che venderanno si' e no 10 copie?". Chissa', dal loro punto di vista forse avranno ragione anche loro.

Dal mio punto di vista, pero', credo che sia stata l'ultima volta che entro in un negozio di dischi di quella che era la mia citta'. Da ragazzino partivo col treno, le paghette settimanali risparmiate e tanto entusiasmo, e andavo da Supporti e Zabriskie. Era una festa, parlavi con i commessi, leggevi fanzine fotocopiate, scoprivi sempre cose nuove. Ora entrambi i negozi hanno chiuso. Dove c'era Supporti, ho visto, ha aperto un negozio per DJ, che vivra', immagino, grazie alla chill-out trendy-milanese.

Insomma, tutta questa lunga intro-tiritera per dire che poi, appena torno in questo paese dei balocchi che e' Londra, inizio a realizzare la crisi d'astinenza nella quale sono vissuto per una settimana, e cosi' inizia l'assalto a concerti e negozi di dischi. Perche' a Londra la musica la respiri ovunque, fa parte della citta', e sto parlando della musica che piace a me ma anche del gusto per scoprire, esplorare, conoscere. I quotidiani inglesi, per dire, mica parlano di geni come Fiorello: adesso sono tutti esaltati per il ritorno di Green Gartside (a proposito: ma chi sara' il fotografo che ha fatto le promozionali di Gartside nel suo giardino di Hackney, tra gatti e margherite? E' bravissimo!).

Tutto contento di essere tornato qui (nonostante il freddo - non avete idea di che freddo faceva ieri sera a Londra, altro che l'afa che ho lasciato a Milano), ho approfittato dell'invito alla prima data dei Guillemots allo Scala di King's Cross.

Supporter e' stata "Joan as a Police Woman", che poi e' la violinista di Antony & the Johnsons. Diciamo che e' meglio che continui su quella strada, perche' come songwriter non e' che mi abbia molto impressionato. Solo i brani aggressivi non sono male, ma solo perche' ogni volta che gliene do' la possibilita' il mito adolescenziale della donna con la chitarra elettrica torna a risvegliarsi, con tutti gli strascichi di ormonale desiderio che i miti adolescenziali risvegliati si portano dietro.

I Guillemots invece sono proprio bravi. O meglio, il cantante tastierista e la contrabbassista (che ha fatto nascere improvvisamente il mito della donna con il contrabbasso, aggiornamento adulto del mito adolescenziale della donna con la chitarra elettrica) sono stellari, e gli altri li seguono. Sono in tutto in otto (con Joan as a Police Woman al violino e due saxofonisti) e suonano qualcosa che sta tra i Beatles di Abbey Road, i Mutantes e i Supergrass, ma piu' crooning (lo so, non si capisce molto).

Il loro sito e' questo, e il consigliere di fiducia che mi ha suggerito il concerto, non poteva essere che lui (grazie Teo!).

domenica 28 maggio 2006

Sono stato alla Galleria Carla Sozzani di Corso Como, mentre ero a Milano, a visitare la mostra della World Press Photo Foundation. Quello che vedete è uno scatto che si è stampato da qualche parte nel mio cuore e non vuole più lasciarmi.

La mano appoggiata sulle labbra della madre è quella di un bambino di un anno. Un bimbo denutrito, la cui manina sembra quella di un anziano segnato da tutta una vita. Un bambino che forse non saprà mai cos'è la serenità, che non imparerà forse mai a giocare.

Sono ancora molto turbato, lo ammetto. In futuro, quando qualcuno mi chiederà perchè dobbiamo sostenere con tutto l'impegno del quale siamo capaci il commercio equo e il consumo critico, non risponderò più: mi limiterò a mostrare questa foto.

Playlist Prospettive Musicali, Domenica 28 Maggio 2006
(Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle 22.35 su Radio Popolare, 107.6)

1) MILES DAVIS Shhh/ Peaceful (da In a silent way, Columbia 1969)

2) NEIL DIAMOND Oh Mary (da 12 songs, Columbia 2006)

3) NEIL YOUNG The restless consumer (da Living with war, Reprise 2006)

4) ROLLING STONES Lady Jane (da Aftermath, Decca 1966)

5) ROLLING STONES Sympathy for the Devil (da Beggars banquet, Decca 1968)

6) ROLLING STONES Country honk (da Let it bleed, Decca 1969)

7) ROLLING STONES Hip shake (da Exile on main st., Virgin 1972).

domenica 21 maggio 2006

Playlist Prospettive Musicali, Domenica 21 Maggio 2006

1) ASTRID WILLIAMSON Superman 2 (da Day of the lone wolf, Incarnation/ One Little Indian 2006)

2) AU PAIRS We're so cool (da Playing with a different sex, Human 1981)

3) AU PAIRS Sex without stress (da Sense and sensuality, Human 1982)

4) AU PAIRS Headache for Michelle (da Playing with a different sex, Human 1981)

5) BRUCE SPRINGSTEEN Mrs. McGrath (da We shall overcome the Seeger sessions, Columbia 2006)

6) BRUCE SPRINGSTEEN Spirit in the night (da Greetings from Ashbury Park NJ, Columbia 1973)

7) BRUCE SPRINGSTEEN John Henry (da We shall overcome the Seeger sessions, Columbia 2006)

8) MILES DAVIS Bess, you is my woman now (da Porgy and Bess, Columbia 1958)

9) MILES DAVIS Freddie Freeloader (da Kind of blue, Columbia 1959).

Stamattina presto, approfittando della bella giornata di sole, sono andato a fare un bel giro in collina con Billy, il cane della mia famiglia. Mentre percorrevamo in macchina i tornanti che ci avrebbero portato all'inizio di un sentiero che amo, un sentiero sul ciglio tra due colline, così bello che mi sembra sempre di essere arrivati in Paradiso, ascoltavamo "Going home" degli Stones (da Aftermath, 1966).

Mentre cantavo insieme a Jagger, guidando con i finestrini aperti, mi è venuto spontaneo chiedermi se esiste un luogo che posso chiamare "home" e, per la prima volta, la mia mente ha spontaneamente portato in primo piano le immagini della mia vita londinese.

Non è l'unica "home" alla quale tornare Londra. Potrei chiamare "home" ogni villaggio affacciato sul mare e, in genere, ogni luogo silenzioso nella natura.

Ma mi capita solo da pochi mesi che quando sono in Italia sento la mancanza della mia città. Il Millennium Bridge al tramonto, le visite serali alla Tate, il parco di Hampstead, quei luoghi per pensare mentre la città ti passa davanti agli occhi che sono gli upper decks degli autobus. Gli amici, le persone che conosco e quelle che potrei incontrare. I milioni di storie personali che in quella città si incontrano o si sfiorano soltanto. Le infinite possibilità che vorrei avere molte vite davanti a me per potere esplorare.

venerdì 19 maggio 2006


Prima di scappare di qui e tornare a Milano, come saluto vi lascio una galleria di scatti di Paul Strand, del quale e' in corso una mostra ad Atlas, dalle parti di Baker Street. Mostra che se vi capita di passare di qui vi consiglio di visitare.

Ieri sera sono stato a sentire Vanessa Redgrave intervistata da Gareth Evans di Time Out, al solito Riverside. Prima dell'intervista e' stato proiettato "The fever" di Carlo Gabriel Nero (il figlio della Redgrave), che e' girato pochissimo e solo in qualche festival. E' la storia intensa (forse un po' troppo intensa) di una ricca londinese upper class che si rende improvvisamente conto di aver vissuto una vita priva di senso, passando da un party a un'inaugurazione. Dopo l'incontro con un giornalista (interpretato da Michael Moore), sceglie di visitare un Paese dove il popolo e' tenuto in condizione di poverta' con la minaccia della tortura e di squadroni della morte. E' tratto da un monologo teatrale di Wallace Shawn ed e' la storia di una redenzione attraverso un'enorme sofferenza. Adesso pero' datemi, davvero, gli Aristogatti.

Scappo.

giovedì 18 maggio 2006

Un po' di musichetta che sto ascoltando in questi giorni, e che quindi se ascolterete Prospettive Musicali Domenica prossima vi tocchera'. A proposito, ho appena concordato con Alessandro un cambiamento di programma, quindi vi annuncio in anteprima mondiale che le Prospettive Musicali condotte da me raddoppiano: Domenica 21 e Domenica 28. Fine delle comunicazioni di servizio.


Everything is political, everything you do in life, the way you relate to people around you is political.
- Lesley Woods


Gli Au Pairs se li sono dimenticati tutti, e invece questi 4 ragazzi di Birmingham erano bravissimi. Adesso esce questa raccolta doppia che contiene tutto quello che hanno inciso, e anche cose che non hanno mai pubblicato prima. Ci sono i loro due album usciti nel 1981 e 1982, alcune sessioni registrate per la BBC nel corso delle quali hanno inventato sia Bikini Kill che Le Tigre quando acora Kathleen Hannah era in fasce, e un po' di 12". Tra i quali quello imperdibile di "Headache for Michelle", una cosa molto PIL con un basso dub profondo, sfregi di chitarra, echi (molto piu' bello della versione su "Playing with a different sex"). Erano grandi amici dei Gang Of Four, e hanno saputo quando fermarsi. Chissa' cosa fanno adesso, dove vivono, se suonano ancora, cosa pensano di questi dischi.




Degli Stones mi sto ricomprando le versioni giapponesi uscite quest'anno, con copertine in cartoncino identiche a quelle dei vinili originali e tutti i testi. L'altro giorno mi sono fermato a leggere e rileggere quello struggente di "No expectations":

Take me to the station

And put me on a train

I've got no expectations

To pass through here again

Once I was a rich man and

Now I am so poor

But never in my sweet short life

Have I felt like this before

You heart is like a diamond

You throw your pearls at swine

And as I watch you leaving me

You pack my peace of mind

Our love was like the water

That splashes on a stone

Our love is like our music

Its here, and then its gone

So take me to the airport

And put me on a plane

I got no expectations

To pass through here again.



The restless consumer lies

Asleep in her hotel

With such an appetite

For anything that sell.

- Neil Young

E poi il vecchio leone naturalmente. Di "Living with war" e' gia' stato scritto cosi' tutto che sembrava di conoscerlo da sempre prima che uscisse. E del resto era disponibile in rete da un mese buono.

Tutto in questo disco comunica urgenza: liriche, musica, copertina. E' un disco senza l'ombra un'idea nuova, uscito poco dopo "Prairie wind". Classico Neil Young elettrico fatto in fretta, tipo l'album che incise piu' di dieci anni fa con i Pearl Jam.

Il messaggio finisce in primo piano, e si e' detto che e' un disco anti-Bush, il che e' vero. Ma non e' solo quello: e' un disco che esprime rabbia per quello che l'America e' diventata, contrapposto ai valori tradizionali americani cantati da Neil Young (indicativo il finale con "America the beautiful"). L'impressione che ho ricavato leggendo per bene i testi e' che l'obiettivo sia, certo, il presidente, ma non solo. Anche una certa voracita' cosumista e l'attacco alle istituzioni tradizionali di patria e famiglia. E' un disco che attacca Bush, ma in fondo da una prospettiva conservatrice (leggetevi il testo di "Families").

mercoledì 17 maggio 2006

Il Sabato del villaggio (parte 4)

Charing Cross station dista 5 minuti a piedi da St. James's Park, spesi per lo piu' aspettando che i semafori delle arterie che portano a Trafalgar Square si decidano a fermare il flusso continuo di macchine.

Il treno per Blackheath e' alle 18.19 e mentre aspettiamo nella hall che annuncino il binario, Marco e io siamo felici come due bambini che vanno in gita. Non mi capitava di essere cosi' gioioso all'idea di un concerto almeno da quando, 20 anni fa, andare a sentire musica significava attraversare buona parte della Lombardia cercando di difendersi dagli spifferi sulla 2CV scassata del mio amico Ubi.

Andare a un concerto in treno e' bellissimo di per se', un'esperienza che ti fa sentire ancora un interrailer, il personaggio di "Prima dell'alba", una cosa del genere. Se poi il treno e' diretto a un piccolo villaggio che non hai mai sentito nominare, all'entusiasmo si somma una ingenua curiosita' che sa tanto di frammento di vacanza. E se infine a suonare in quel villaggio e' uno dei tuoi eroi di gioventu', dal 1985, da quando hai ascoltato a Radio Popolare quel capolavoro che era "Valley of rain" dei Giant Sand e ti sei precipitato a farlo tuo fino a consumare ogni giorno per mesi ognuno dei suoi solchi, beh allora capite che l'attesa e' davvero qualcosa che ti pervade, qualcosa che non riesci a trattenere dentro. E non ha importanza se Howe l'hai gia' visto tante volte, stavolta sai che sara' diversa da tutte le altre, come "'Sno angel like you" e' diverso da tutti i suoi dischi precedenti.

Il treno parte, attraversa la periferia Sud Est di Londra facendo fermate che raddoppiano il numero di passeggeri ogni 2 minuti. "I'll tell you when we are arriving at Blackheath, mate" mi dice il sosia di Mike Skinner, seduto di fianco a me, prima di dimenticarsene come avevo previsto.

Blackheath. Scendiamo dal treno e dopo aver attraversato il corridoio della stazione ci troviamo in un villaggio che nulla ha a che fare con la citta' dalla quale siamo partiti, quasi come se fossimo stati in treno qualche ora.

Cerchiamo qualcosa da mangiare, decidiamo che quello che vogliamo e' una pizza e la pizza si dimostra bella e buona, annuncia che in una serata come quella tutto sara' perfetto e memorabile.

Quando arriviamo al luogo del concerto in vetta a una collina, non crediamo davvero ai nostri occhi. Un antico palazzo di mattoni tutto elegantemente decorato, un po' il contrario del luogo dove penseresti di andare a sentire un concerto di un cantautore che arriva dall'Arizona. Qualche foto all'esterno, mentre la luce del tramonto e la brezza serale rendono tutto ancora piu' bello, e poi entriamo. La prima cosa che incontriamo e' un tavolo con sopra qualche maglietta e non so se avevo mai visto magliette cosi' belle: blu con gli uccelli stilizzati del libretto di quello che e' gia' da ora il mio disco dell'anno. Non resisto e una M finisce direttamente nella mia borsa.

Il pubblico che sta arrivando e' un pubblico che non so se riesco a descriverlo. Provate a immaginare una funzione religiosa, o le votazioni locali. Cosi'. Attratti dal coro gospel che accompagna Howe in questo tour, arrivano intere famiglie, bambini, anziani. Il Sabato del villaggio, appunto. L'evento locale di un Sabato di primavera, quando le serate sono luminose e stare in casa e' impossibile.

E l'interno della sala, anche questo mica riesco a descriverlo. "Per me e' come andare alla Scala" riesce appena a dire Marco. E Howe, subito dopo il concerto, mi avrebbe detto "Fabio ma non ti ricorda un po' una sala italiana?" facendomi notare il soffitto a botte decorato. In fondo a questa sala, con sedie di velluto rosso ben distanziate, il palco, con un cielo stellato come quinta.

Il pubblico entra: padri con figlie vestite come cent'anni fa, vecchi col vestito della festa, mamme con neonati. Gli occhi di Marco e miei brillano di gioia per il privilegio di poter far parte per una sera di quella comunita'.

Prima di Howe salgono sul palco i Barbarossa, tra gli idoli del momento di "Comes with a smile". Il loro folk acustico gentile e silenzioso ricorda tanto quello di Sufjan Stevens, stessa freschezza che parte dall'anima per arrivare direttamente dentro di te come acqua di sorgente. Ne riparleremo, vedrete.

Dopo un breve intervallo le luci si abbassano. Si sente una chitarra avvicinarsi. Sale sul palco Howe, vestito da gentiluomo del Sud, con cappello da troubadour appeso alla chitarra. Dietro di lui il Voices of Praise Gospel Choir, che fa tanto chiesa del villaggio, perfetto per questa serata.

Gli accordi che Howe sta suonando si trasformano come per magia in "Love knows no borders". Appena la riconosco mi si annebbia la vista, una delle canzoni che mi sa commuovere come poche altre. Quando il coro intona il controcanto alla voce di Howe, mi accorgo che ho gli occhi pieni di lacrime di emozione per tutto quello che vedo, sento, mi circonda, per la gioia di essere li', in quel momento, con i sensi working overtime.

Howe saluta e non e' l'Howe che fa impazzire Joey e John che non sanno piu' come stargli dietro. No, questa volta l'intesa con i musicisti sul palco e con il coro gospel e' perfetta. Al termine di ogni brano, un signore anziano si alza in una standing ovation che e' esplosione di gioia, quella che nessuno riesce piu' a contenere. Gioia, amore, chiamatelo come volete. Nei momenti di silenzio un neonato canta, nell'ilarita' generale, con Howe che fa le facce che sapete.

Tutti i brani migliori dell'album piu' un po' di inediti vengono interpertati con naturalezza e un equilibrio che mai avevo trovato nei concerti di Howe solista e dei Giant Sand.

Tutto perfetto fino al finale. Ma il finale non provo neanche a descriverlo. Un medley infinito che inizia con "Walk on the wild side" in versione gospel, passa per "My sweet lord" e finisce con "Oh happy day". Finisce si fa per dire, perche' e' un crescendo che vola direttamente al cielo, un momento di spiritualita' che ti fa sentire in perfetta armonia con il creato.

"E' come avere visto i Pistols nel '76... come aver visto Rothko che dipinge nel suo studio" dice Marco, ancora provato, con la voce rotta dall'emozione.

Sono pieno di tutte quelle emozioni quando incontro Howe. Lui sdrammatizza, dicendomi come gli piace quel villaggio. Gli porto i saluti di un paio di amici comuni, parliamo un po' del tour, con lui che ti guarda negli occhi con quel suo sguardo di diamante. Gli dico di come sono ancora pentito per questa cosa, e poi prima di congedarci, senza che gliela chieda, mi da' la sua mail personale, accertandosi che ci sia ancora un treno che ci riporti a Londra, come un vecchio amico che si prende cura di te.

Scendiamo dalla collina, andando verso la stazione. Sorrido ancora, felice di esistere, e mi rendo conto che ho il cuore pieno d'amore.

[Il sito ufficiale dei Giant Sand e di Howe Gelb lo trovate qui. Una foto delle Blackheath Halls la trovate qui].

***

Due sere dopo incontro Cinzia e Enrico a cena. I blogger esistono in carne, ossa, sorrisi, sentimenti, non sono solo linee di testo, pagine web. E quelli che conosco io sono proprio belle persone. Devo andare a sentire i TV On The Radio per Radio Popolare, ma e' troppo bello passare tempo con loro. Arrivo al concerto, alla London University Union, in ritardo. I TVOTR stanno gia' suonando la loro miscela Living Color trascinante, per la gioia di un pubblico di studenti. Sono bravi, ma questo e' un concerto. Quella di Sabato, come ho detto a Howe che mi sembrava cosi' contento delle mie parole, e' stata un'esperienza, proprio un'altra cosa.

[Nel sito dei TV On The Radio, questo, a me non sembra succeda nulla se non una sorta di animazione, e cliccando sulla scritta non si apre nessuna pagina, ma magari ci stanno lavorando perche' ci vuole una vita prima che si carichi].

martedì 16 maggio 2006


Il Sabato del villaggio (parte 3)

Avevo ancora dentro di me gli occhi pieni di vuoto di Francesca Woodman e Diane Arbus riflessi nelle grandi tele di Nigel Cooke quando, verso le 4 del pomeriggio, approfittando di qualche nuvola piovosa che come me aveva deciso di fare un giretto a St. James's Park, ho varcato l'ingresso dell'Institute of Contemporary Arts, dove e' in corso una retrospettiva ultra-completa sul cinema di Rainer Werner Fassbinder.

Voi l'avete visto questo "Chinese roulette", del 1976? Solo un genio del male come Fassbinder, votato al piu' profondo odio nei confronti delle cardinali istituzioni borghesi, avrebbe potuto pensare a una storia cosi' claustrofobicamente implosiva, un buco nero nel quale una famiglia upper class viene inghiottita fino a disintegrarsi in un iperspazio negativo tutto interiore. E tutto grazie (o per colpa, insomma dipende come vedete voi questa impietosa decostruzione) a una verita', che come recita il sottotitolo del film, puo' essere fatale.

Come avra' fatto Fassbinder a generare il personaggio di una ragazzina diabolica come quella che approfitta delle bugie che i genitori si dicono da anni per affondare la lama cosi' in profondita' nelle strutture portanti della buona societa', tedesca ma non solo?

Marito e moglie, i genitori della diabolica ragazzina, fingono di avere appuntamenti di lavoro che li terranno lontani da casa qualche giorno. E che impegni di lavoro non sono affatto. Peccato che entrambi abbiano pensato di ospitare i rispettivi amanti nella casa di campagna. Dove tutti e quattro trascorreranno il resto del film, giocando a un gioco della verita' cinicamente suggerito dalla figlia.

Verita' squarciata e messa a nudo senza pieta', cosi' come in una scena altamente simbolica del potere della ragazzina "Radioactivity" dei Kraftwerk incide una ferita nella musica di Mahler che abbiamo ascoltato per tutto il film.

Sara' un colpo di pistola, sparato mentre finalmente dopo tanta insopportabile claustrofobia vediamo l'esterno della casa, a segnare la fine della storia. Ma non solo di quella, forse di un'intera istituzione sociale.

Esco, e' tornato un timido sole. Mi siedo a gambe incrociate sull'erba del parco bevendo tutta d'un sorso una bottiglia d'acqua, come a volere ripulire ogni cellula di tanta oscurita'.

Prendo il giornale dalla borsa. Arriva un sms. "Ho gia' fatto i biglietti, ti aspetto qui a Charing Cross alle 6".

Di chi era quell'sms, vi domanderete? Come mai qualcuno mi aspettava alla stazione al termine di quel Sabato? Per andare dove?

La risposta domani, nella parte 4 del post, da non perdere assolutamente vi avverto.

[Una bella recensione del film la trovate qui].

lunedì 15 maggio 2006

Il sabato del villaggio (parte 2)

Sabato, quasi mezzogiorno. Il sole resiste alto nel cielo. Dopo il solito giro tipo fra Galdino nei miei negozi di dischi di fiducia, decido che non sono cosi' convinto di aver trovato il tema per la versione radiofonica del blog, accorgendomi che lo spazio grigiastro che ho trovato dentro di me al risveglio non e' ancora bello pieno di colori.

Ho letto di questa mostra di Nigel Cooke, del quale le riviste d'arte parlano un gran bene, cosi' salto su un autobus che mi porti oltre il fiume, in quella South London dove le strade sono invase da odori di kebab e fritti assortiti e dove sembra di essere ovunque, Tangeri, Kingston, Varanasi, Tirana, ovunque ma non a Londra.

La South London Gallery e' un progetto sociale, una di quelle gallerie, come la Whitechapel, che sono sorte in zone disastrate per portare l'arte contemporanea in luoghi davvero improbabili. Qui ho visto installazioni di Saskia Olde Wolbers (superlativa) e Christian Boltanski (interessante) e qui quest'inverno potevate incidere un CD suonando sulla voce di Kim Gordon (una sorta di karaoke al contrario), cosa che naturalmente ho fatto.

La mostra di Cooke e' tutto fuorche' coinvolgente, grossi paesaggi nei quali succede pochissimo, e quel poco e' proprio poco interessante: riferimenti fantastici al mondo di Hieronymus Bosch, un immaginario gotico di teschi e cervelli che si perdono in enormi tele vuote. Qualcosa che mi lascia indifferente, vi diro'.

Salgo su un autobus per tornare verso casa. Trovo sul sedile una copia spiegazzata del supplemento del Financial Times, che sembra lasciata li' apposta per me. Nell'ultima pagina leggo:

Art problems are problems of human relationship. Note that balance, proportion, harmony and co-ordination are tasks of our daily life.

Non ho fatto tutta quella strada per nulla.

[Il sito della South London Gallery e' questo. Un po' di lavori di Nigel Cooke li trovate qui. La parte 2 del post non e' venuta benissimo, sono di corsa e stanchissimo dopo una giornata al telefono, ma posso rifarmi con la 3 e la 4].

domenica 14 maggio 2006

Il sabato del villaggio (parte I)


Who wanted chords, all these progressions that have been used to death in rock? I'd use a knife, a beer bottle... Glass gave the best sound. To this day, I still don't know a single chord on the guitar.
-Lydia Lunch


Questo e' un post diviso in (credo 4) parti, solo al termine delle quali i piu' pazienti di voi comprenderanno il senso del titolo.

Un post che inizia Sabato mattina. Fabio che vaga tra le strade di Soho alla ricerca di qualcosa di cui parlare Martedi' nella versione radiofonica del blog. In realta' con la mente abbastanza vuota, quel vuoto che va bene per lasciarsi riempire di idee, se sei cosi' fortunato da incontrarne, e che altrimenti rimane un sonnacchioso spazio grgiastro un po' nebbioso dentro di te.

C'e' il Sole, contro le previsioni del giorno prima. La citta' si sta svegliando. Non e' un po' in tutte le citta' che a svegliarsi prima sono le periferie e poi, l'ultimo ad animarsi, spesso tutto di colpo, e' proprio il centro?

Guardo le vetrine delle gallerie d'arte mentre mi muovo tra quelle vie strette. La Anthony Reynolds e' proprio nel cuore di Soho ma devi un po' sapere dov'e' perche' non si vede dalla strada. Suoni il campanello e ti vengono ad aprire, e di solito sei l'unico visitatore, ma fanno sempre mostre interessanti.

Quella che ho visto ieri e' di un artista israeliano che si chiama Amikam Toren, e che mi ha fatto troppo pensare. Non so se la mostra mi sia piaciuta, ma mi ha troppo riportato alla mente la filosofia della No New York, ci sono parallelismi sconcertanti tra da un lato l'attuale rinascita della tecnica pittorica della quale parlano tutte le riviste d'arte (e Charles Saatchi, e Jay Jopling, e insomma i quattro o cinque galleristi che finiscono per dire la loro sui quotidiani britannici un giorno si' e l'altro anche) e dall'altro gli iconoclasti musicali newyorkesi della fine degli anni '70.

I vari Teenage Jesus, Mars, Contortions, DNA, ecc., a differenza di molte formazioni inglesi e tedesche che in quei giorni si innamoravano dei sintetizzatori, per principio usavano esclusivamente la classica strumentazione rock basso-chitarra-batteria. Addirittura Conny Burg dei Mars, Lydia Lunch dei Teenage Jesus e Pat Place dei Contortions (tre donne) in alcuni brani suonavano la slide guitar, e ditemi cosa c'e' di piu' tradizionale dello strumento principe della country music.

Il problema e' cosa ci fai con una chitarra o con un basso, se per esempio li suoni con un plettro, oppure come suggerisce Lydia Lunch nella frase di apertura di questo post con un coltello o una bottiglia di birra. L'effetto diventa profondamente critico, e puo' succedere, come di fatto successe in quegli anni, che gruppi che usavano strumentazioni tradizionali (in un contesto per altro di performance art) suonassero musiche davvero radicali, mentre la stragrande maggioranza delle synth bands usasse strumenti nuovi per riproporre strutture melodiche tradizionali.

E' un po' quello che mi sembra stia succedendo oggi nel mondo delle arti visive: alcuni degli artisti piu' visionari usano una tecnica tradizionale, qual e' la pittura, ma lo fanno in modo radicale, spingendosi oltre quello che una tecnica sfruttata ha saputo dire nel suo passato.

I risultati fanno riflettere, ci fanno vedere quello che conosciamo in una prospettiva nuova.

Amikam Toren ricicla quadri di quelli che io chiamo "i pittori dei Navigli" (chi e' di Milano capira'): acquerelli tradizionali di paesaggi idilliaci di quelli che non puoi non voltarti dall'altra parte quando li vedi. Su quelle tele incide frasi e parole che idilliache non sono affatto. Il fatto di usare un'incisione, di rompere quindi la tela dando ad essa profondita', e' altrettanto simbolico: si distrugge la superficie sottile, che nasconde la cruda realta', per dare la possibilita' alle contraddizioni di emergere.

Ieri mentre mi aggiravo tra i due piani della galleria mi domandavo se la video arte sa oggi esprimere prospettive altrettanto inedite oppure se, come accadeva con la musica 25 anni fa, molti videoartisti non stiano usando strumenti nuovi per ripetere concetti risaputi. Non ho una risposta, ma mi sembra un'ipotesi da esplorare (e che trova una qualche conferma, mi pare, nella Triennale 2006 della Tate).

Finisco di guardarmi attorno e chiedo qualche informazione in piu' alla gallerista. Scopro cosi' che e' italiana ed era un'ascoltatrice del vecchio London Calling. A me capitera' al massimo una volta all'anno che qualcuno mi riconosce, ma la cosa mi piace sempre da pazzi. Il fatto che qualcuno dopo 2 anni si ricordi ancora di London Calling (la versione in network) poi mi riempie di gioia.

Oggi ho trovato nella posta un articolo che mi aveva promesso di scansirmi. Sembra interessante ma lo voglio leggere per bene prima di parlarvene eventualmente. Se vale la pena aggiungo qualcosa in calce a questo post, gia' pero' troppo lungo (ma qualcuno li legge fino in fondo i post cosi' verbosi?).

Una biografia di Toren la trovate qui. Il sito della rivista da lui fondata, Wallpaper, e' questo, mentre questo e' il sito della Anthony Reynolds gallery.

Fine della prima parte, a domani per la seconda.

venerdì 12 maggio 2006

Premetto che non sono tra quelli che sostengono che Daniel Johnston sia un genio. L'hanno detto in tanti, da Kurt Cobain ai Sonic Youth, dai Flaming Lips ai Wilco, da Howe Gelb a Vic Chesnutt, ma io non sono molto d'accordo. Posso anche ammettere di non capirlo, se volete, che tutta quell'approssimazione un po' mi mette a disagio, ma che il problema *sono io* e non lui. Che il fatto che Johnston sia un individuo profondamente disturbato e' la prima cosa che sento nella sua musica, ma che forse per un disagio che *sono io* ad avere dentro di me nascosto tra le pieghe insondate del mio subconscio.

Tutte queste cose le posso ammettere se vi fa piacere, sta di fatto che un disco o un concerto di Daniel Johnston sono esperienze che non fanno completamente per me.

Pero' questo "The Devil and Daniel Johnston", che l'anno scorso ha vinto il Sundance Film Festival e che sta passando in questi giorni al Barbican, in una saletta che si raggiunge dopo aver vagato per un lungo corridoio circolare sospeso su una serra, e' un film di un'umanita' straziante.

Non tanto per Daniel, la cui mente risulta definitivamente bruciata dagli acidi, e che nel film in fondo si conferma come un individuo pericoloso per se' e per chi gli sta vicino. Ma proprio per chi sceglie di credere nonostante tutto in lui e nella sua musica, con completo disinteresse e una passione che vince ogni dubbio.

E' come se il film non fosse su Daniel Johnston, ma volesse essere una dimostrazione della generosita' e dell'assoluta mancanza di pregiudizi della musica indipendente americana che molti di noi hanno amato nel corso degli anni '80 e '90.

I protagonisti del film sono Steve Shelley, che ospita Johnston nel suo appartamento di New York, Jad Fair che con Johnston registrera' i suoi dischi piu' visionari (che verrano riscoperti attorno al 2025 come capolavori del XX secolo, vedrete), il ragazzo del quale non ricordo il nome che fondera' la Stress Records, che ancora oggi vende per corrispondenza le cassette del cantautore di Austin (duplicate una ad una e con le copertine fotocopiate).

Memorabile la scena nella quale si vedono i Sonic Youth vagare in auto di notte per le strade di New York mentre cercano Johnston, del quale si occupavano come ci si prende cura di un bambino. Lo troveranno sperduto nel parcheggio di un ipermercato nel New Jersey, dove lo avevano portato i suoi passi.

Ma la vera, definitiva protagonista del film la vediamo solo nelle prime sequenze, in un frammento in super 8 girato nella sua adolescenza da Johnston. E' Laurie, la ragazza della quale Daniel si innamorera' perdutamente senza venire corrisposto. Laurie, che oggi vive sola da qualche parte in Ohio, nel film non concede nessuna intervista. E proprio questo la rende sfuggente, lontana. Lontana come e' sempre stata per Daniel, che a lei ha dedicato canzoni per tutta la vita senza poterla mai sfiorare, senza riuscire a esprimerle direttamente i suoi sentimenti.

Daniel che cerca sollievo nella musica e finisce per restarne sopraffatto, che implode nelle sue canzoni, che cerca di buttarsi nel vuoto dall'aereo del padre perche' per lui la vita non ha ormai piu' valore della morte.

E' una storia d'amore non vissuta questo film, una di quelle che, proprio perche' non abbiamo mai saputo far nascere, restano impresse dentro di noi come storie che non avranno mai fine. Che sono cosi' belle come il mondo non ha mai visto. Storie d'amore che, ne siamo certi, un giorno, non sappiamo quando, vivremo davvero.

[Qualche informazione in piu' sul film di Jeff Feuerzeig la trovate qui. Il sito ufficiale di Daniel Johnston e' questo].

giovedì 11 maggio 2006


The great music of the past has always been built on folk music. This is the strongest source of musical fecundity... Jazz I regard as an American folk music, not the only one but a very beautiful one which is in the blood and feeling of all American people.


L'ha detto George Gershwin e a me in fondo pare una gran bella interpretazione, un bel ponte gettato tra passato e presente della musica.

E dato che oggi non mi viene da dire nulla che sappia anche remotamente di 2006, perche' non parlare dell'interpretazione che Miles Davis e Gil Evans diedero, nel 1958, proprio del capolavoro di Gershwin?

"Porgy and Bess" e' un classico di quelle serate che uno passa in casa a leggere fino a tardi, con una sola luce puntata sul vostro libro e il buio tutt'attorno a voi.

Miles che trasforma la musica di Gershwin fino a farla diventare qualcosa come la colonna sonora di un film noir ambientato in una Parigi madida di pioggia. Attorno a lui la stessa sezione fiati di "Milestones", diretta da Evans.

E Evans, che passa troppe volte in secondo piano, e che invece fu sempre cosi' vicino a Miles, dal 1947 quando fu Charlie Parker a farli incontrare, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1988. Iniziarono a collaborare su "The birth of the cool", ma raggiunsero il punto piu' alto secondo me proprio in questo "Porgy and Bess".

Non mancano episodi vivaci in questo disco: l'apertura di "Buzzard song", "Gone" scritta da Evans (presente nella versione su CD del 1997 - quella che ho io - in due versioni diverse), la conclusiva "There's a boat that's leaving soon for New York". Ma il cuore dell'album si trova nelle composizioni piu' morbide, in quelle note di velluto che accarezzano i nostri pensieri, nell'evolversi lento, graduale, di ogni tonalita' di nero, di melodie e contromelodie.

Difficile identificare i titoli. Dopo "Summertime", la traccia numero 5, tutto si confonde, come se si trattasse di variazioni della stessa atmosfera. Come se Davis e Evans cercassero di tracciare un continuo di suono, un procedere liquido, senza salti.

Lo ascoltavo ieri sera questo disco: davanti a me i profili e le luci del Barbican e dei grattacieli della City. La strana avveniristica pannocchia urbana del Gherkin, il Lloyd's Building. Ho spento tutte le luci e mi sono messo a contemplare la musica e la citta' e, se ve lo posso dire, un po' mi sono commosso.

mercoledì 10 maggio 2006


Naseema e' un'adolescente di Blackburn. Proviene da una famiglia muslim e trova lavoro presso un magazzino di carte da parati.

Nello stesso magazzino lavorano Adam e Michelle, coetanei di Naseema, entrambi inglesi.

Yousif, il fratello di Naseema, fa l'operaio in una fabbrica nella quale lavora anche il padre di Michelle.

Cosa succede se Naseema si innamora di Adam e Yusif inizia ad uscire con Michelle? In teoria non dovrebbe succedere nulla, non ci sarebbe materiale per un film.

E invece no, perche' su questa esile trama un regista della televisione inglese che si chiama Dominic Savage ha costruito un lungometraggio pieno di sentimenti contrastanti almeno quanto il suo titolo, "Love + hate".

Voi pensate che nell'Inghilterra del XXI secolo le coppie miste abbiano vita facile? A Londra si', certo, ce ne sono tante. Ma provate ad andare in un paese su al Nord, proprio come Blackburn.

Pub solo per bianchi, dove vieni buttato fuori e inseguito se alla domanda "Would you fuck a paki?" osi rispondere si'. Vetrine dei 7-11 gestiti da immigrati infrante a colpi di mattoni. Bianchi che nemmeno parlano con i muslim per timore del "giudizio della gente".

Al di la' della storia, un film come questo parla con immagini di desolata bellezza: interni di fabbriche e di magazzini, cantieri abbandonati coperti di graffiti, parcheggi deserti di centri commerciali ripresi di notte, tutto quel cemento, tutto quel grigio che in una cittadina dell'Inghilterra del Nord finisce per farsi strada dentro di te.

Savage (uno degli eredi del realismo sociale inglese di Loach e Leigh) decide che l'amore, alla fine di un tunnel di ripensamenti, rende liberi.

E' una visione ottimistica, un modo per chiudere un film che forse, se fosse stato una storia vera, sarebbe finito diversamente.

La musica di Keane e Snow Patrol (che qui in Inghilterra imperversa nelle radio) rende il tutto molto reale e credibile (tipo: immaginate la scena dalla quale e' tratto il fotogramma qui sopra con in sottofondo quel singolo famoso degli Snow Patrol del quale non ricordo il titolo ma molti di voi probabilmente si'. Fa il suo effetto no?).

Se lo incrociate in qualche festival o vedete in giro il DVD dategli un occhio, secondo me merita.

La scheda del film, dal sito della BBC che lo ha prodotto, la trovate qui.

martedì 9 maggio 2006


And what more could I possibly ask as an artist than that your most precious visions, however rare, assume sometimes the forms of my images.
-Maya Deren


Lo sapete che il 25 Maggio ricorrerebbe il centocinquantesimo compleanno di Sigmund Freud (e l'ottantesimo di Miles Davis e il centoseiesimo di mio nonno Luigi)?

Per festeggiarlo, l'Austrian Cultural Forum ha organizzato un festival cinematografico al Riverside, intitolato "Analyze this!", davvero assurdo, 4 giorni di film che sembrano scelti solo per il fatto di essere completamente diversi uno dall'altro, tutti ampiamente visti e rivisti, molti anche in televisione. Tra l'altro, Freud detestava il cinema, al punto che nel 1925 rifiuto' di collaborare con Samuel Goldwyn (quello di Metro-Goldwyn-Mayer Associates, sapete) il quale gli offri 100,000 dollari dell'epoca in cambio di una consulenza. Niente da fare, il dottor Freud non cambio' idea neanche davanti a quella montagna di verdoni.

Festeggiare il centocinquantesimo compleanno di Freud con un festival del cinema quindi e' un po' come se per celebrare i 150 anni dalla mia nascita qualcuno decidesse di organizzare un torneo di calcio.

In ogni caso, vi ho raccontato tutto questo perche' mentre con un occhio scorrevo i titoli in programma ("Annie Hall", "The exorcist", "Dr. Strangelove", zzzzzzzzzzzz) e con l'altro cercavo un cestino nel quale gettare il pieghevole, a un certo punto sono davvero sobbalzato.

Cioe', cosa ci faceva tra tanta inutile mercanzia una pepita come "In the mirror of Maya Deren" di Martina Kudlacek, che sto cercando di vedere da anni?

Maya Deren e' uno dei personaggi piu' incredibili dell'underground americano degli anni '50. Videoartista, agitatrice culturale, simbolo dell'avanguardia di quegli anni. Anticipatrice di molte intuizioni che vengono ascritte alla Factory di Andy Warhol, amica personale e compagna di viaggio di Gregory Bateson e Margaret Mead.

Il film e' il gioiello che mi aspettavo, forse ancora migliore. Frammenti dei video originali di Maya (fotografie in movimento, spesso ispirate all'acqua: mare, onde, riflessi di luce) vengono inframmezzati con interviste fatte al cenacolo di artisti e personaggi interessanti che la circondavano: ballerini, pittori, antropologi culturali. Con la musica di John Zorn a legare il tutto (John Zorn che per questa colonna sonora ha riposto il sax e suona invece il pianoforte in modo davvero impressionista - trovate il tutto su Tzadik).

Maya Deren mori' di emorragia cerebrale a soli 44 anni. Viveva circondata dai suoi gatti, e uno dei personaggi intervistati nel film racconta che era cosi' povera che, dovendo scegliere, nutriva loro e faceva la fame lei.

Una bella biografia di Maya la trovate qui.

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E a proposito di scomparse premature, London Calling desidera rendere un sentito omaggio a Grant McLennan, cantante dei meravigliosi Go-Betweens, che ci ha lasciati Sabato scorso. Stava dando una festa nella casa che aveva appena comperato a Brisbane grazie ai proventi dell'ultimo cd, per festeggiare la nuova fidanzata, il successo commerciale del gruppo e riunire attorno a se' i propri amici. A un certo punto ha detto che si andava a coricare per riposarsi un attimo e non si e' mai piu' svegliato. Aveva 48 anni.

lunedì 8 maggio 2006

Dynamos were more beautiful to me than pearls.
- Margaret Bourke-White


Per molti anni, per usare la traduzione di un'espressione tipicamente inglese, il cibo sulla tavola della mia famiglia e' stato portato da questi oggetti, i cuscinetti a sfera SKF, che mio padre ha venduto per una vita.

I cuscinetti a sfera SKF sono tra gli oggetti piu' infinitamente belli che mi sia capitato di tenere tra le mani. In pochi centimetri di diametro e poche decine di grammi di peso, riassumono l'estetica modernista industriale come nessun altro oggetto sapra' mai fare. Sono piccole sculture funzionaliste di infinita geometrica purezza. Non a caso, Leger ha dedicato una delle sue composizioni a questi capolavori del design del secolo scorso. I quali hanno anche avuto l'onore di venire esposti al MOMA.

Sara' che sono legati alla mia storia personale, a quando da bambino prima di andare a scuola passavo un po' di tempo con papa' nel magazzino dove lavorava, ma io quelle piccole forme di metallo fatte di magica geometria perfetta le adoro.

Una piccola storia dei meravigliosi cuscinetti a sfera SKF al trovate nel sito del V&A. Una rassegna di articoli sul Modernismo la trovate nel sito del Guardian.

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Tra gli altri highlights della mostra del V&A ci sono i frammenti di film d'epoca: classici come "Tempi moderni", "L'uomo con la macchina da presa", "Metropolis", ma anche spezzoni di lezioni di urbanistica tenute da Le Corbusier, e un video della casa sulla cascata di Lloyd-Wright ripresa sotto una nevicata che non ho potuto che vedere per tre volte di fila. E poi video d'epoca di balletto costruttivista russo.

Lo sapete chi ha detto di essersi ispirato al balletto costruttivista russo per le proprie performance?


Angry hippy factory workers charged the stage trying to stop us. Often we'd get paid just to quit. Sometimes the police would be called.
- Mark Mothersbaugh

Driving down to Cincinnati with just enough cash to get two thousand copies pressed at Queen City Records. Mark and me sitting up endless nights gluing together the covers that we'd printed.
- Gerald Casale

And then we played this very precise music like James Brown turned into a robot. And it pissed everybody off.
- Gerald Casale


Proprio cosi', gli idoli della mia adolescenza, i Devo.

domenica 7 maggio 2006

Per prepare la versione radiofonica di questo blog, una corrispondenza settimanale di quindici minuti che come dovreste gia' sapere va in onda su Radio Popolare all'interno di Zoe tutti i martedi' alle 12.15, ci metto spesso anche due o tre ore. Ed e' tempo bellissimo. Martedi' per esempio parleremo della mostra che il V&A sta dedicando al modernismo, e oggi pomeriggio e' stato un piacere passare qualche ora in terrazzo tra cataloghi, libri, articoli, blocchi di appunti accatastati sul mio tavolo. Tempo che e' volato piacevolmente. Come fermacarte ho usato un'azalea che comprai al mercato di Columbia Road nel 2001 e che mi ha seguito in giro per Londra in tutti i miei cambiamenti di casa di questi anni. Azalea che, per la prima volta dal 2002, quest'anno e' coperta di rossi boccioli pronti a fiorire nel corso di questa settimana, una cosa che mi sta molto emozionando (ve l'ho detto che sono una persona semplice).

La colonna sonora delle prime ore del pomeriggio si e' scelta da sola. Sto riascoltando tutti i dischi di Miles Davis della mia collezione in questi giorni. Oggi e' stata la volta di "In a silent way", uscito nel 1969. "In a silent way" e' il disco che ha inventato la fusion. Genere, lo so, che molti di voi non sopportano. Magari anche molti che ascolta(va)no il cosiddetto post rock, che alla fusion deve almeno la meta' delle proprie idee.

E' un album che consiglio molto se ancora non lo possedete, uno dei dischi di Davis che preferisco, secondo forse solo all'irripetibile magia di "Kind of blue". Due lunghe improvvisazioni, con la tromba di Davis e il sax tenore di Wayne Shorter che galleggiano su un mare di tre tastiere elettriche (qualcosa di davvero inaudito nel jazz) suonate da Herbie Hancock, Chick Corea e Joe Zawinul, increspato dalla chitarra elettrica di un giovane John McLaughlin.

Il titolo non tragga in inganno: "In a silent way" e' un album in gran parte ritmicamente vivace, adatto a una Domenica pomeriggio di primavera (al contrario di altri dischi di Miles che personalmente riesco ad ascoltare solo a notte fonda).

E' incredibile come, se non avessi avuto un appuntamento che a meta' pomeriggio mi ha fatto uscire, avrei potuto passare tutta la mia Domenica in quell'atmosfera tranquilla, contemplando progetti di Le Corbusier, Gropius, Mies Van Der Rohe, foto di Bourke-White, oggetti di design firmati da Breuer, accarezzato da quella musica bellissima, buttando giu' appunti per la mia corrispondenza settimanale, senza accorgermi del trascorrere del tempo.

venerdì 5 maggio 2006

Io sono una persona semplice. Mi basta poco per essere contento. Una giornata di sole come oggi per esempio. E un po' di cristallina folk music. Stamattina, sul piano superiore dell'autobus che tutti i giorni mi porta al lavoro, sorridevo da solo ascoltando l'armonica, la chitarra e la voce di quest'uomo meraviglioso.

E pensavo a questo gentiluomo della West Virginia, nato 128 anni fa, scomparso nel 1953 dopo aver scritto e interpretato musiche senza le quali tutto quello che ascoltiamo oggi non potrebbe esistere. Lo sentivo cantare un pezzo ispirato da un paio di vecchie scarpe che chissa' quanta strada avranno fatto. Le strade polverose di un'altra America, rese mitiche attraverso i solchi altrettanto polverosi di un 78 giri trovato da Harry Smith in un mercatino di paese.

Sorridevo commosso mentre davanti a me scorrevano le immagini in bianco e nero di questo poeta che nella sua cabina ai margini di un bosco leggeva Shakespeare e Burns e che, ispirato dalla natura attorno a se, scriveva musiche che certamente non avrebbe pensato che qualcuno avrebbe suonato 100 anni dopo dall'upper deck di un bus fermo nel traffico di una citta' dall'altra parte del grande Oceano.

[Un frammento dell'immensa "Old shoes and leggins" del vecchio Uncle Eck Dunford lo trovate qui,e io continuero' a parlare di folk fino a quando tutti voi, nessuno escluso, avrete in casa questo definitivo box set che vi dara' gioia per gli anni a venire].

giovedì 4 maggio 2006


Non fosse stato per l'etichetta che lo pubblica, non credo avrei scoperto questo disco. La copertina infatti ricorda tanto quelle di quest'altra label. La musica invece, fortunatamente, no.

E' un disco strano il terzo album di questa cantautrice che arriva da questo paradiso. Non e' folk, ma in buona parte delle tracce si sentono tutti colori di un tramonto nordico.

Musica piena di silenzio, poche scarne note di piano e chitarra ripetute, percussioni sparse quando ci sono, atmosfera un po' gloomy, senso di longing per qualcosa o qualcuno. Poi, improvvisamente, ogni tanto le nuvole nere si aprono per lasciare filtrare raggi abbaglianti, come accade con il singoletto Superman 2, musichetta perfetta da ascoltare mentre si fa colazione con le finestre spalancate.

Non e' un capolavoro, e' decisamente facile facile, finiremo per dimenticarlo presto, ascoltate prima di comprare: pero' a me piace abbastanza e lo ascolto spesso in questi giorni di primavera.

***

C'e' il sole, fa finalmente caldo, e poche ore fa e' uscito il nuovo numero di questa rivista. Copertina Stone Roses, belle interviste ai Byrds che raccontano the making of "Eight miles high", dischi meglio recensiti Bruce Springsteen, Ranconteurs e Red Hot Chili Peppers. Ma ve la segnalo per 6 pagine di sue strepitose foto. Per altro, dal 9 Giugno, aprira' una sua mostra qui.

mercoledì 3 maggio 2006




Fino a non molti anni fa erano due le sezioni che saltavo leggendo un quotidiano: lo sport e l'economia. Ora che leggo il Guardian, dove fortunatamente lo sport non contamina il resto del quotidiano perche' e' proprio fisicamente diviso, la prima cosa che faccio e' prendere quella sezione e regalarla a qualcuno che puo' essere interessato a leggere di miliardari in mutande che corrono dietro a una palla oppure, piu' spesso, prenderla con due dita come si fa con qualcosa di sporco e infilarla al piu' presto in un contenitore per il riciclaggio della carta.

Invece le pagine economiche, quelle ora mi capita spesso di leggerle, cosi' come, ogni tanto, mi dedico alla lettura di qualche libro di approfondimento sul tema. Questo, per esempio, ricordo di averlo letto tutto d'un fiato. E ora che sul caso Enron qui al Barbican e' uscito il bel film di Alex Gibney, sono corso a vederlo.


One of the most remarkable things about Enron is how theatrical the company was.


I documentari di inchiesta giornalistica sono, insieme ai film di realismo sociale, le cose che vedo piu' volentieri al cinema, quindi il mio giudizio potra' suonare di parte. Ma il fatto e' che dopo il film mi sono alzato con la netta impressione di aver assistito a un capolavoro, paragonabile a questo.

Davanti a noi scorrono immagini davvero improbabili di convention aziendali principesche, ricchezze private infinite, nerds occhialuti che si trasformano in yuppies palestrati e abbronzati. E i dialoghi non sono da meno, come quelli tra giovani traders senza un'ombra di umanita', sicuri di non essere registrati:


I feel like crushing the market today, man. Gettin' ready to ruin someone's day.


L'intervista all'anziano sul furgone, che ha perso i risparmi di una vita di lavoro e con questi la prospettiva di un meritato riposo, spezza il cuore.

Che conclusioni traiamo dopo queste due ore, aperte e chiuse dall'inimitabile rantolo sarcastico di Tom Waits? Certamente molte conferme. Che l'America e' il sistema politico-economico piu' violento e impietoso del pianeta, ma questo gia' lo sapevamo tutti. Che l'enorme ricchezza, o la sua prospettiva, rendono incapaci di comprendere le conseguenze delle proprie azioni (e quindi vanno limitate con apposite leggi). E soprattutto che l'unico sistema economico che puo' permettere una vita dignitosa a tutti e' un welfare state forte, dove i grandi patrimoni privati e i mezzi di produzione vengono socializzati, tanto piu' in settori cruciali come quello energetico.

Per chi fosse interessato ad approfondire, un aggiornamento sullo stato del processo ai vertici di Enron lo trovate qui e i legami tra Enron e amministrazione Bush li potete leggere qui.

martedì 2 maggio 2006

Non si parlera' mai abbastanza di Tropicalia. I dischi che Caetano Veloso, Gilberto Gil, Os Mutantes, Tom Ze e lei realizzarono nella seconda meta' degli anni '60 restano quanto di meglio la musica brasiliana abbia saputo offrire. Per tutti i neofiti, non smettero' mai di consigliare questa raccolta: partite di li' e poi recuperate tutti gli originali che riuscite a scovare in giro, meglio se su vinile.

E se vi capita, non perdete un concerto di Gal Costa. Non so quanto sia facile intercettarla fuori dal Brasile. Io l'ho sentita Venerdi' sera qui al Barbican, e ho visto che fara' una residency al Blue Note di New York in Maggio. Posso sbagliarmi, ma credo che siano concerti davvero rari. La voce di Gal e' esattamente quella di allora, non e' invecchiata di una virgola. Il suono naturalmente in questi anni e' cambiato, si e' evoluto come e' successo anche con Caetano, Gilberto e gli altri. E' meno sperimentale di allora, piu' carezzevole, jazzy, lounge. Ad occuparsi di contaminazioni tra tradizione brasiliana e contemporaneita' oggi sono soprattutto Arto Lindsay e Moreno Veloso (il figlio di Caetano). Ma il fascino e l'eleganza, quando sono cosi' innati, rimangono intoccati dal passare degli anni.

Ascoltare quella voce in quel contesto (l'auditorium con l'acustica migliore che conosco, con tutto quel legno che ti avvolge come un guscio confortevole e ti fa sentire proprio dentro gli strumenti) e' stata un'emozione fortissima. Il pubblico, in gran parte giovani brasiliani, aggiungeva calore, e Gal si muoveva sul palco come una regina, per poi ringraziare con amichevole semplicita' tra un brano e l'altro. Una performance di incredibile classe, capace di portarci a uno stato mentale di pace, una soluzione liquida all'interno della quale ritrovarsi rinnovati.

Bisognera' proprio che mi metta a trasmetterli piu' spesso i maestri di Tropicalia.