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Ambiente Uguaglianza Tempo

venerdì 30 marzo 2007

Three more cups of tea before I go/ to the valley below


La prima e' dedicata a Giuseppe e Marcello, che purtroppo chiudono questa trasmissione. Lasciano dietro di se' un grande vuoto, ma anche un ricordo bellissimo in tutti coloro che in questi anni li hanno ascoltati, e la certezza di avere lavorato con passione e competenza. Auguro loro ogni successo per le avventure future.

La seconda la dedico alla Revenant di John Fahey che ha ristampato, finalmente, il quarto volume dell'antologia della musica folk americana di Harry Smith. Fondamentale, come del resto i volumi precedenti.

La terza e' dedicata a Rough Trade che, ha annunciato, aprira' quest'estate un nuovo negozio, molto piu' grande dei precedenti, dalle parti di Brick Lane.

Caspita, e' tardissimo, sto perdendo l'aereo, scappo. Ci si vede e sente a Milano nei prossimi giorni.

mercoledì 28 marzo 2007

Perche' in fondo i gruppi interessanti uno li scopre in giro per caso mica leggendo l'NME nella propria cameretta


I Low li ascoltai per la prima volta a Chicago, suonati da una cameriera simpatica nel mio caffe' preferito in quella citta', il Bourgeois Pig. Doveva essere piu' o meno dieci anni fa. Ero arrivato da Milano il giorno prima e sarei dovuto ripartire quasi subito per Seattle, ma invece il mio bagaglio non si trovava piu'. Comprati una maglietta e un paio di slip per potermi cambiare, avevo deciso quindi di posticipare la partenza e rimanere un giorno in piu' di quella torrida estate nella sempre interessante capitale dell'Illinois.

La sera stessa, mentre mangiucchiavo una fetta di torta godendomi l'aria condizionata a 1000 del Bourgeois Pig davanti a un libro appena comprato, la cameriera simpatica decise di suonare un CD di quello che sarebbe diventato uno dei miei gruppi preferiti degli anni successivi. Gli arpeggi dilatati di quella band, che poi, volendoli presentare a Tropici & Meridiani, avevo scoperto che venivano definiti slo-core, mi entrarono sotto pelle a poco a poco. Fino al punto che mi alzai, calpestai quel bellissimo pavimento di legno scricchiolante fino al banco e chiesi alla cameriera simpatica di chi si trattasse. Lei mi scrisse il nome del gruppo sul retro di un bigliettino del Bourgeois Pig, che pensate mi e' ricapitato tra le mani l'ultima volta che sono stato nella casa di Milano, e anche il titolo del disco: "Could live in hope"? "Long division"? "The curtain hits the cast"? Non riesco a ricordare.

Poi, tutta contenta per la mia domanda, mi disse che la sera stessa sarebbe andato a trovarla un amico comune suo e della band. E infatti poco dopo arrivo' al mio tavolino questo ragazzo altrettanto simpatico quanto la cameriera. Si presento' e mi racconto chi erano questi Low e mi sembrava anche lui davvero contento che un viaggiatore che arrivava dalla vecchia Europa apprezzasse quel gruppo di suoi amici.

Il giorno dopo entrai da Reckless records e comprai il disco indicatomi, prima di tornare all'ostello e trovare ad attendermi il mio bagaglio finalmente recuperato, pronto a partire per Seattle con me.


In tutti questi anni, ogni nuova uscita dei Low l'ho ascoltata, e presentata, con passione. Li ho visti dal vivo innumerevoli volte senza mai avere avuto occasione di conoscerli purtroppo.

Del nuovo disco dei Low, l'ottavo della loro discografia, non posso parlare come di un'uscita qualsiasi. Non e' il loro album migliore, certo. I suoni sono meno distesi di un tempo, spesso le tracce si interrompono prima di avere davvero sviluppato l'idea fino in fondo, i ritmi sintetici sono a volte un po' fuori luogo.

E pero' alcune cose continuano a funzionare: il cantato di Mimi per esempio, sempre cosi' riminiscente delle folk-singer di protesta degli anni '60. E le liriche, spesso una lugubre riflessione sulla violenza esplicita o implicita del nostro vivere - ascoltate per esempio "Breaker" e "Sandinista". Alcune tracce poi sono al livello delle cose migliori registrate dai Low in passato: gli archi svolazzanti di "Belarus" ricordano addirittura gli arrangiamenti curati da Jim O'Rourke nei dischi degli Stereolab, e "Dust on the window" e' una traccia da tazza di te' del post di Lunedi' - uno dei pochi brani che eccedono i 4 minuti finalmente.

Se mi promettete che Lunedi' prossimo, quando esce, lo comprate, vi dico nel frattempo dove andarlo a scaricare (grazie Matteo).


[Un po' di calendario di quando potete ascoltare questo blog alla radio:

Giovedi' 29 Marzo sono a Zoe, alle 12.15, a parlare della mostra sul British Underground 1978 - 1988 che si sta svolgendo all'Institute of Contemporary Arts.

Domenica I Aprile sono nello studio di Milano a presentare Prospettive Musicali, e cosi' Domenica 8, Pasqua].

lunedì 26 marzo 2007

La vita e' una successione di tazze di te', e da ogni tazza di te' si impara qualcosa di nuovo

1) La prima tazza di te' del fine settimana l'ho bevuta Sabato mattina, su un divano della warehouse trasformata proprio sotto casa, con uno dei miei giornalisti/ scrittori/ DJ/ blogger preferiti.

Si e' parlato anche del mio blocco nei confronti di London Calling, della mia ormai conclamata paura di espormi in questo blog. Come si fa con un analista, ho raccontato a Fabio la fobia che mi ha preso di fronte alla incapacita' di rispondere alla domanda "perche' senti il bisogno di mettere in comune emozioni private con un pubblico di persone che non hai mai incontrato". "Ma il blog e' un esercizio letterario!" ha esclamato la mia guida, squarciando il velo di nubi che oscurava il sole.

Insomma non so se il blocco si e' proprio dissolto, ma insomma ci sto lavorando e presto forse riusciro' ad uscire dal circolo chiuso di film e dischi che vi racconto e tornero' a parlare un po' piu' di me.

Vi segnalo anche che Fabio mi ha spiegato come fare una Blog Radio. Nei prossimi giorni ci provo. E che, paragonando l'architettura del Barbican alla musica degli Stereolab, ha dimostrato ancora una volta di capire tutto.

Torna presto Fabio!


2) La seconda tazza di te' del fine settimana l'ho bevuta all'Istituto di Arti Contemporanee attorno alle 5 del pomeriggio di Sabato, e senza quel te' bollente sarei probabilmente congelato.

Arrivavo a piedi da questa galleria, che poi e' un magazzino trasformato sotto gli archi della ferrovia, dalle parti di Southwark, in una zona un po' dietro la Tate Modern che caldamente sconsiglio after dark - e comunque state accorti anche di giorno. Il video "The thunder and lightning" di Mike Marshall non poteva avere un titolo piu' appropriato al clima pre-temporale che ho trovato lasciando la galleria e camminando sul lungo-fiume spazzato da un vento gelido, fino all'Hungerford Bridge e poi a Trafalgar Square e finalmente al calduccio dell'Istituto.

Dove, dopo il te' che mi ha fatto riprendere sensibilita' al viso e alle mani, ho incontrato Marco per vedere insieme nella microscopica sala 2, 40 posti in tutto, quello che insieme a Old Joy si e' rivelato essere il film piu' bello di questi primi mesi del 2007. Davvero, credetemi, cercatelo. E' l'opera prima di uno studente di Harvard, che ha interpretato uno dei personaggi e ha chiesto ai suoi amici di, sostanzialemente, essere se stessi. Perche' non sono nemmeno sicuro che esistesse un vero e proprio script. La frase tipica del film e' "I don't know... I mean... You know...". Tutto cosi', pero' significa moltissimo. La storia e' quella di un gruppo di post-grad che fanno lavori temporanei, a Boston, e poi si incontrano e parlano del piu' e del meno. Come ogni film dovrebbe essere. Si discutono relazioni e dating, si ride, si affrontano domande, si riflette, si soffre. Proprio come nella vita. Andrew Bujalski e', nel film, Mitchell, ed e' bravissimo a interpretare questo nerd occhialuto che cerca di avere una relazione romantica con la bella e complicata Marnie, la quale e' innamorata di Andrew il quale pero' ecc. ecc.

Film girato nel 2002, che viene distribuito solo oggi dopo aver preso un po' di premi in giro per festival negli ultimi anni. Un po' di Linklater, un po' di Rohmer, un po' di "Me and you and everyone we know", ma il tutto molto piu' low budget American indie.


3) La terza tazza di te' del fine settimana l'ho bevuta Domenica, attorno alle 2 e mezza del pomeriggio, con un'amica inglese, nella members' room al sesto piano della Tate Modern.

Vista sul Tamigi e sulla cupola di Saint Paul. Un patrimonio artistico infinito pochi metri sotto di noi. Un luogo che fa stare bene. In realta' erano 4 tazze di te' a testa, le teiere della Tate non finiscono mai. E poi, dopo il te', siamo scesi nell'auditorium a vedere un po' di corti brasiliani. Che pero' non erano davvero niente di che, quindi evito di parlarvene. Pero' avete capito che il Brasile e' ormai per me diventato un'ossessione e molto probabilmente la meta del prossimo viaggio vero?


4) La quarta tazza di te' del fine settimana l'ho bevuta a casa, raggiunta attraverso la "scenic route" che passa sul Millennium Bridge, nel giardino di Saint Paul, dentro il Barbican e poi attraversa Clerkenwell.

Sul tavolo del soggiorno la mia amica inglese ha lasciato un libro che ho finito per leggere tutto d'un fiato stanotte tra l'1 e le 2, e che a pagina 94 dice:

Devour films, music, books, paintings, poems, photographs, conversations, dreams, trees, architecture, street signs, clouds, light and shadows.

venerdì 23 marzo 2007


[Catherine Feeny, Spitz]

Un po' di cose da fare a Londra e non solo questa primavera: festival, concerti, mostre...

Marzo

23/ 3 - 6/ 5: Secret Public: the last days of the British underground 1978 - 1988 Institute of Contemporary Arts

Aprile

5/ 4 - I/ 5: Philip Glass's Satyagraha Coliseum
15/ 4: Steve Reich's The desert music Barbican
16 - 28/4: ATH - LDN Institute of Contemporary Arts
21/ 4: Our technicolor dream Institute of Contemporary Arts e Terrascope Tea Party Oxford Exeter Hall
26/ 4: Espers Dingwalls
30/ 4: Papa M Cargo e A Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-la-la Band Scala

Maggio

I/ 5: James Chance Barfly
2/ 5: Colleen + Triosk Luminaire
4/ 5: Terry Riley Drogheda St. Peter's Church of Ireland
4 - 24/ 5: Women's Arts International Kendal
8/ 5: A Hawk and a Hacksaw + Jack Rose Bush Hall
19/ 5 Hugh Masekela Barbican

Giugno

I/ 6: Tony Conrad St. Giles Church.

mercoledì 21 marzo 2007



Sabato mattina, andando a fare il mercato a Borough, mi sono fermato al Jerwood Space a dare un'occhiata ai finalisti di Jerwood Contemporary Painters. E, una volta di piu', ho confermato il rapporto difficile che ho maturato in questi anni per la pittura. Forse ve ne sarete accorti: a Zoe mi capita di parlare di installazioni, grafica, architettura, fotografia. Mai o quasi mai di pittura. E quando lo faccio, com'e' successo recentemente dovendo raccontare il Turner Prize, cerco di limitare i toni critici. Il fatto e' che per quanto mi stia sforzando di farmela piacere, la pittura rimane per me un linguaggio lontano. Meno immediato della fotografia, piu' prevedibile rispetto alle installazioni multimediali, meno visualmente coinvolgente della grafica contemporanea.


Infatti, l'unico lavoro che ha davvero attirato la mia attenzione, era quello di una giovane artista londinese che ha dipinto di arancione la copertina di un dodici pollici, sapete le copertine dei white labels, quelle con la finestrella circolare in corrispondenza dell'etichetta del vinile. Poi, all'interno della copertina, ha infilato ad arte un dieci pollici. Detto cosi' non so se si capisce, ma insomma, l'etichetta bianca del dieci pollici formava una specie di luna, uno spicchio nero della quale era rappresentato dal vinile. Vi assicuro che l'effetto, una volta appeso, non e' affatto male se per voi, come per me, nulla e' mai minimo come dovrebbe essere.


E pero', uscito da quel bello spazio bianco punteggiato da macchie colorate non tutte comprensibili, dopo aver camminato in mezzo ai mattoni e al cemento di Union Street, quando sono arrivato alla cattedrale di Southwark e ho visto nel suo giardino un bell'albero fiorito, mi sono reso conto di quanto gli alberi continuano ad essere per me una fonte di piacere visuale come nessun'opera d'arte potra' mai diventare. Le loro trasformazioni in primavera, lente o improvvise, sono uno spettacolo emozionante come nessun artista potra' mai produrre. A volte basta fermarsi e tagliare fuori tutto il resto dal nostro campo sensoriale. Guardare, ascoltare, meravigliarsi.


"I can hear the grass grow", come cantavano i Fall.

lunedì 19 marzo 2007

Mauro Teho Teardo lo conobbi proprio qui a Londra, quattro o cinque anni fa, a un after show party di Matt Johnson e Jim Thirlwell. Parlammo di musica ed altro, e mi colpi' moltissimo: articolato, informato, eppure cosi' in fondo down-to-earth. Ci scambiammo e-mail e numeri di telefono, che non usammo mai e che probabilmente entrambi abbiamo perso.

Se avessi ancora la mail di Mauro, credo che gli scriverei un messaggio per complimentarmi per le strepitose musiche che accompagnano "L'amico di famiglia". Lo so, arrivo tardissimo, voi avete fatto in tempo a vederlo e a dimenticarvene gia', ma il film di Paolo Sorrentino qui e' uscito solo questo fine-settimana.

E fin dall'inizio, da "My lady story" di Antony che accompagna i titoli di testa, ti rendi conto che la musica nel film di Sorrentino non ha un semplice ruolo di accompagnamento. Al contrario, amplifica le emozioni come raramente accade al cinema. Assume un ruolo centrale, quasi preponderante rispetto alle immagini che scorrono sullo schermo.

E pensate anche al crescendo da paura di "The man with the red face" di Laurent Garnier, forse il brano dance piu' coinvolgente degli ultimi anni con quel sax trapana-cranio che sembra non finire mai di avvolgersi su se stesso come un serpente. Usato nella scena in cui la bella dice alla bestia di essere incinta e che non sa chi sia il padre del bambino.

E poi i brani di Teho Teardo con il violoncello lugubre di Erik Friedlander a sottolineare la cupezza della casa, delle azioni, dei pensieri di Geremia De Geremei - un personaggio da commedia dell'arte catapultato nel ventesimo secolo.

Il film peraltro e' ferocemente disturbante, con il suo rifiuto di anche solo accennare a una possibilita' di redenzione. I personaggi principali sono improbabili eppure cosi' reali: lo strozzino avaro, la bella Miss Agro-Pontino incoronata in una cerimonia con spettatori che si portano le sedie da casa, il sognatore country della bassa che spera un giorno di raggiungere il Tennessee sua terra promessa.

Ma anche i caratteri secondari sono formidabili: la famiglia borghese che chiede un prestito per far sposare la figlia, la vecchia che chiede soldi da giocare al Bingo, la giovane coppia che contrae un debito per poter tirare avanti, i venditori di bidet ad alberghi anglosassoni che di bidet non ne hanno mai visti.

Film sensazionale il terzo lungometraggio di Sorrentino: acido, teso, disgustoso fin dalle primissime scene. Incomprensibile per il pubblico anglosassone, e infatti sparira' presto dalle poche sale arthouse nelle quali viene proiettato. Se leggete da Londra, andatelo a vedere all'Istituto di Cultura Francese, con la sua hall silenziosa e un po' intimidente, senza pubblicita' e trailers, circondati da un pubblico di spettatori solitari e curiosi.

venerdì 16 marzo 2007

Ci sono post che vorrei scrivere, pur sapendo che non hanno gran che senso. Non credo infatti che a nessuno di voi interessi sentire parlare di un documentario etnografico sulla vita in un villaggio del Senegal, girato in bianco e nero nel 1975, che con ogni probabilita' non avra' nessuna remota possibilita' di vedere.

Se il mondo andasse come piace a noi, la televisione sarebbe un meraviglioso contenitore di documentari e cortometraggi indipendenti, classici del cinema di tutto il mondo, ma insomma, se il mondo andasse come piace a noi, tante cose sarebbero del tutto diverse da quelle che sono.

Cosi' un documentario come questo c'e' da ringraziare il cielo se si riesce a intercettarlo una Domenica a mezzogiorno in un cinema semi-vuoto di Bloomsbury, in una proiezione organizzata da un gruppo di studenti della School of Oriental and African Studies.

Altro cinema proprio. A partire dalla presentazione. Una studentessa che si alza, prende la parola e legge alcune note biografiche sulla regista. Safi Faye e' una regista e antropologa senegalese, che ha studiato antropologia a Parigi e direzione cinematografica a Berlino. A quanto pare, a piu' riprese si e' domandata se abbia senso per uno studioso africano dovere andare a studiare la storia di quel continente a Parigi. No, non ha senso infatti. Mi viene in mente peraltro Tiziano Terzani che per studiare la cultura cinese e' andato a New York, come racconta in "La fine e' il mio inizio", ricordate?

E poi, dopo la scarna presentazione, il film. Niente pubblicita', niente trailers, niente distrazioni. Finalmente, finalmente, come dovrebbe sempre essere. Solo un appunto del proiezionista, che scende ad avvisarci che essendo un 16 millimetri, a meta' film dovra' girare la bobina. Io sono cosi' contento di sentire che il film non e' stato riversato in digitale, che si sentiranno scricchiolii e si vedranno graffi, che mi piace gia'. E' la stessa differenza che c'e' tra sentire un LP e un CD in fondo. Non c'e' confronto.

Tutta la prima parte e' girata nel piccolo villaggio dove Safi Faye e' cresciuta. Si parla di siccita', si vedono contadini che dissodano il terreno, si ascoltano i loro discorsi sottotitolati, sulla necessita' di variare le colture oltre quella delle noccioline promosse dal governo senegalese in ossequio alle richieste delle multinazionali americane. Cinepresa fissa, agricoltori nei campi, canti di lavoro, bambini sulle spalle, galline che razzolano. Non serve pero' nient'altro per trasportarci in quel villaggio. Siamo con quegli agricoltori dagli attrezzi irregolari e improvvisati, solidarizziamo con loro. Mi domando se quel villaggio esistera' ancora, se la siccita' avra' dato scampo agli abitanti.

Nella seconda parte del film, un abitante del villaggio decide di cercare fortuna a Dakar. Ci lasciamo alle spalle le relazioni di sostegno reciproco del villaggio. La citta', per chi arriva da fuori, e' un ambiente durissimo. Sfruttamento, disoccupazione, imbrogli. Hai lavorato certo, ma non abbastanza bene. Vattene, e non vedrai la paga promessa.

Il documentario di Safi Faye, il primo lungometraggio girato da una donna nell'Africa sub-sahariana, e' una struggente poesia. Un inno a un passato strangolato dalla siccita' e dalla necessita' di lasciarsi alle spalle reti di solidarieta' per cercare un futuro incerto. Anticipa viaggi piu' lunghi, contrasti piu' stridenti, che sarebbero seguiti una decina di anni dopo e continuano anche oggi.

E no, alla fine non c'e' stato il dibattito, ma ci sarebbe stato benissimo. E in ogni caso, dopo un'esperienza cosi' profonda, come sara' possibile tornare a vedere un normalissimo, banalissimo film?

[E soprattutto, che senso ha scrivere un post come questo, e chi lo leggera'?].

mercoledì 14 marzo 2007

Un concerto di Marissa Nadler e' un'esperienza meditativa di straordinaria austerita'. Il suo folk, pensavo ascoltandola, e' proprio fatto della stessa semplicita' di quello scoperto negli anni '50 da Harry Smith e reso eterno dalla sua raccolta su Folkways che vi ho gia' consigliato e trasmesso cosi' tante volte.

Pochi accordi finger picking ripetuti, scarne informazioni musicali a dare massimo risalto alle parole. Racconti di abbandoni, tradimenti, morti, suicidi. Tutto cosi' cupo e intenso, gotico, ma anche semplice, essenziale, minimo come un racconto di Raymond Carver.

Rare volte ho sentito attorno a me un raccoglimento simile, quasi religioso. Pubblico seduto ai piedi di Marissa, in assoluto silenzio, chi con gli occhi chiusi, chi adorante. Mi era successo di vivere un'esperienza simile forse una sola volta, in un vecchio teatro di Camden, a un concerto di Will Oldham. E poi, anni dopo, solo l'altra sera, nella soffitta del mercato di Spitalfield.

Un concerto di Marissa e' soprattutto un'atmosfera introversa, notturna, piovosa che ti cresce dentro, costruita ad arte attraverso micro-variazioni di nero.

Vengono in mente Kendra Smith sulla Northern Line, il mistero fascinoso della giovane Nico, e naturalmente colui che quelle atmosfere ce le ha fatte conoscere, del quale sull'ultimo album, e anche l'altra sera, Marissa ha ripreso proprio quel brano che inizia dicendo sono le quattro del mattino, e' la fine di Dicembre/ ti sto scrivendo ora per sapere se stai meglio/ New York e' fredda, ma mi piace dove vivo/ C'e' musica in Clinton Street per tutta la sera/ Ho sentito che stai costruendo la tua casetta nel deserto/ Ora vivi per nulla, spero che tu conservi qualche tipo di ricordo...

[Domani mattina, Giovedi' alle 12.15, chi vuole ascoltare la versione radiofonica del blog, lo puo' fare come sempre a Zoe - vi anticipo che si parlera' della mostra di Alvar Aalto al Barbican].

lunedì 12 marzo 2007

[Simon Nicol, Institute of Contemporary Arts]


Io non so se Yuki che era con me al loro concerto se n'e' accorta, ma insomma Sabato sera, durante la celebrazione del quarantennale dei Fairport Convention, quando Simon Nicol ha intonato "Across the evening sky, all the birds are leaving/ but how can they know its time for them to go?" io mi sono messo a piangere. "Who knows where the time goes" e' semplicemente una delle piu' commoventi canzoni del folk inglese contemporaneo, forse solo quanto "Just another diamond day" e "Time has told me", guarda caso tutte canzoni sul trascorrere del tempo.

Come se non bastasse, dopo la prima strofa cantata dal decano del folk-rock inglese, sul palco e' salita la giovanissima cantante dei Tiny Tin Lady, la cui voce ricorda davvero tanto quella indimenticabile di Sandy Denny. E c'e' stato questo senso di continuita' con il passato, di tempo che come cantava Sandy Denny non sappiamo dove va a finire e che pero' ritorna sempre, non ci lascia davvero mai, resta vivo nella nostra memoria. E' stato un momento altissimo, di un'intensita' difficile da descrivere. Dopo essersi stroppicciata le mani, la cantante dei Tiny Tin Lady ha lasciato il palco in lacrime. Forse per la tensione, forse perche' e' impossibile non commuoversi ascoltando "Who knows where the time goes" e pensando alla vita breve di Sandy Denny.

Non tutto funziona cosi' bene nei nuovi Fairport Convention. Richard Thompson e' invecchiato molto meglio dei suoi vecchi compagni di strada, e infatti il suo folk accademico attrae oggi piu' giacche di velluto che code di cavallo imbiancate - queste ultime esibite con orgoglio, come un segno di appartenenza alla tribu' e riconoscimento. Thompson esprime oggi meglio la nobilta' del folk inglese, senza la pretesa di voler rinnovare suoni e strutture compositive che e' bene restino saldamente radicate nella storia della musica. Pero' in questi vecchi hippies che non si sono davvero mai arresi e che oggi celebrano quarant'anni di storia io ho visto ancora una passione, un desiderio di andare avanti nonostante tutto, che mi ha proprio coinvolto.

Cosi' come mi ha coinvolto la versione corale di "Meet on the ledge" che ha chiuso il concerto. Interminabile, gioioso inno hippy, come un furgone Volkswagen che nonostante gli anni corre ancora libero su strade immaginarie con il suo carico di sognatori giovani dentro. Come dice l'ultimo verso di quella canzone: "If you really mean it, it all comes around again".

Across the evening sky, all the birds are leaving
But how can they know it's time for them to go?
Before the winter fire, I will still be dreaming
I have no thought of time

For who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?

Sad, deserted shore, your fickle friends are leaving
Ah, but then you know it's time for them to go
But I will still be here, I have no thought of leaving
I do not count the time

For who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?

And I am not alone while my love is near me
I know it will be so until it's time to go
So come the storms of winter and then the birds in spring again
I have no fear of time

For who knows how my love grows?
And who knows where the time goes?

- Fairport Convention, Who knows where the time goes [da Unhalfbricking, Island 1969]

venerdì 9 marzo 2007


In cucina l'uomo poso' la valigia sul pavimento. Nel sedersi si tiro' su leggermente i pantaloni all'altezza delle ginocchia, pizzicandone la piega con due dita. Accavallo' le gambe, rivelando calze a losanghe.
- Vediamo un po', che tipo di amore ci puo' interessare, oggi? - chiese.
- Che tipi ha?
- Dunque... - disse lui, alzandosi in piedi.
- Abbiamo l'amore che si desidera, l'amore che si pensa di desiderare, l'amore che si pensa di desiderare ma quando alla fine arriva non lo si desidera piu'...
- Questo dev'essere molto richiesto.
- Infatti lo e'.

[Da Andrew Kaufman, Tutti i miei amici sono supereroi, Meridiano Zero].

giovedì 8 marzo 2007

Vivere a due passi dal Barbican, lo devo ammettere, ha i suoi vantaggi. Con tutto quello che succede in quello che e' il piu' grande centro culturale d'Europa, e' praticamente impossibile che in qualsiasi momento del giorno o della sera non accada qualcosa di almeno un po' interessante. Per uno come me che detesta stare in casa, il Barbican e' una tentazione costante. Al limite, se proprio proprio non mi va di vedere un film o sentire musica, posso sedermi a un tavolino sulla balconata del primo piano, leggere e guardare il viavai di persone. Quasi tutte le corrispondenze per Zoe sono state preparate su uno di queli tavolini infatti. Il Barbican mi ha salvato da cosi' tante serate noiose e solitarie in casa, che perfino agli spettrali passaggi sopraelevati di quel canyon urbano sono ormai affezionato.

In attesa della super mostra che quest'estate verra' dedicata al trentennale del punk, la galleria che occupa il terzo e quarto piano sta ospitando una retrospettiva sul lavoro di quel genio assoluto dell'architettura e del design contemporaneo che e' stato Alvar Aalto. Il quale sosteneva che ogni casa, ogni prodotto dell'architettura dovrebbe essere un frutto del nostro impegno per costruire un paradiso terrestre per le persone. E negli anni '40 parlava gia' di sostenibilita' ambientale e architettura organica. Ed era guidato dall'intuizione piuttosto che dalla razionalita. E quando esci dalla mostra vorresti averlo conosciuto, perche' Aalto non era un architetto, era prima di tutto un utopista, un umanista, un filosofo che attraverso le sue forme organiche e piene di luce ha realizzato una riflessione visionaria sul modo nel quale gli ambienti nei quali ci muoviamo influenzano la qualita' delle nostre vite.
Poi scendi, arrivi alla Curve, che e' proprio una grande curva a 180 gradi nella quale e' stata ricavata una galleria d'arte piccola spesso dedicata ad artisti emergenti, e incontri l'ultima geniale installazione di Jeppe Hein. Lui e' un danese che si diverte a giocare con gli spazi delle gallerie d'arte in modo originale - pensate a quello che vi ho raccontato varie volte, qui e alla radio, a proposito degli scivoli di Carsten Holler alla Tate Modern, la filosofia di fondo e' molto simile.
Ogni volta che un visitatore entra nella galleria, attiva un sensore, che fa muovere una palla delle dimensioni di un pallone da pallavolo. E tu segui la tua palla, che passa su dei binari, fa evoluzioni, si ferma e riprende come nelle sequenze cinetiche acrobatiche di Fischli e Weiss. E ti trovi a sorridere, e vedi che tutti gli altri visitatori stanno sorridendo perche' l'esperienza e' cosi' diversa e inaspettata e originale e, per qualche ragione difficile da spiegare, uplifting.
E andare al cinema al Barbican non ha nulla a che fare con andare ad un cinema del West End. Al cinema arrivi attraverso labirinto, passando sopra una serra in un tunnel di vetro, dopo il quale si apre una porta automatica ed entri in un corridoio deserto tipo palazzo uffici. Le prime volte, se non lo sai, arrivi regolarmente a film cominciato.
L'ultimo film che ho visto in una di quelle sale, proprio Sabato scorso, e' stato "A guide to recognizing your saints", opera prima di Dito Montiel, presentata all'ultimo Sundance festival e a Venezia, dove ha vinto un paio di riconoscimenti della critica. Un po' "Mean streets", un po' "Saturday night fever" ma senza l'elemento della danza. Girato nei Queens da questo regista che fu parecchio coinvolto nella scena dell'hardcore punk degli '80 - e si capisce bene vedendo il film. Bravissimo, come sempre, Robert Downey Jr.
[Ma in realta', lo ammetto, "A guide to recognizing your saints" non e' stato l'ultimo film che ho visto in assoluto. Lunedi' sera sono uscito di corsa dal lavoro, ho costeggiato il Tamigi fino al ponte di Waterloo e sono arrivato appena in tempo per l'inizio della serata che il National Film Theatre dedicava al centenario di Herge'. Le interviste erano parecchio interessanti, mentre vi assicuro che "Tintin et le mystere de la toison d'or", un film francese del 1961 con Tintin, il Capitan Haddock e il cane Milou tutti in carne ed ossa, beh e' stata una delle esperienze piu' trash della mia vita. Pero', appena prima dell'inizio del film, mi sono alzato per fare passare un ragazzo minuto, bassino e calvo, con grossi occhiali, giacca e pantaloni neri, All Star verdi. Era lui - che suonera' domani come DJ a Ministry of Sound, casomai qualcuno fosse interessato].

lunedì 5 marzo 2007

E' stato il fine settimana dell'eclisse. Sabato sera, con i piedi sul davanzale della finestra, le luci spente e gli occhi fissi al cielo ho lasciato fluire i miei pensieri al suono di:


Chris McGregor's Brotherhood of Breath Brotherhood (Fledg'ling 2007, originariamente pubblicato nel 1972).

Scrisse all'epoca Richard Williams su Melody Maker: it's for those who think that music should tell you things about yourself that you never knew. Non e' una delle cose piu' belle che si possa chiedere alla musica? Di farci vedere il mondo dentro e fuori di noi in modo nuovo. Un disco come questo ne possiede il potere, credetemi sulla parola. Il pianista spettacolare e magnifico Chris McGregor faceva parte, insieme a Mongezi Feza, Dudu Pakwana, Louis Moholo di quel gruppo di musicisti sudafricani che cercarono esilio dal regime dell'apartheid nella Londra della fine degli anni '60. Ricordate che vi avevo raccontato che da queste parti allora venivano anche a cercare rifugio i geni di Tropicalia? Ma cosa doveva essere musicalmente Londra in quegli anni? La psychedelia inglese, quella brasiliana, il free jazz sudafricano... E oggi ci sono gli strazianti Kaiser Chiefs, ma com'e' possibile? Perdonate la divagazione.

Dicevamo di Chris McGregor e delle sue ambizioni di formare una big band, che pero' nello spirito free dell'epoca era free pure nella formazione. Musicisti e produttori andavano e venivano. Il primo disco fu prodotto da Joe Boyd, pensate. E ci suonavano anche quegli immortali geni di Lol Coxhill e Evan Parker - che ancora oggi capita di sentire suonare in varie formazioni di jazz improvvisativo per un pubblico di 50 appassionati, spesso dalle parti di Stoke Newington e Finsbury Park. Quello che vi consiglio pero' e' il secondo album, decisamente piu' free. Ma e' un free che, nel caso delle composizioni di Dudu Pakwana non si allontana mai da una gioiosa divagazione sul tema della musica sudafricana. "Nick Tete" e "Do it" trasmettono una gioia impossibile da contenere. Nei quasi quattordici minuti vivacissimi di "Joyful noises" il piano e' usato come strumento di percussione.

La rimasterizzazione operata dalla Fledg'ling e' meravigliosa. e la copertina l'avete vista? Una famiglia sudafricana, cane compreso, all'ombra di un albero: guardate i loro sorrisi. E regalatevi un capolavoro.

[Lo trovate ai soliti mail orders, tra i quali come sempre consiglio il mio amato Other Music di New York. Oppure se passate dalle mie parti dal meraviglioso minuscolo negozio Honest Jon's di Portobello Road, con il suo commesso gentilissimo e ultra-competente che merita una menzione speciale qui a London Calling].


Milton Henry Who do you think I am? (Wackies 2007, originariamente pubblicato nel 1985).

E parlando di Honest Jon's, chissa' perche' ogni volta che ci vado mi viene in mente quel brano di Caetano Veloso da Transa, del 1974, nel quale Caetano canta Walk down Portobello Road to the sound of reggae, I am alive. E il reggae che scoprite da Honest Jon's e' sempre di prima qualita', ristampe di pura eccellenza. Come quelle del catalogo Wackies, etichetta newyorkese che certo non si spreca nelle note di copertina. E pero' la musica che esce da un disco come l'unico album di Milton Henry e' sublime. Reggae ispirato alla grandezza di Jah onnipotente. Basso pesante, Sly Dunbar alla batteria, Jackie Mittoo alle tastiere, Sugar Minott alle armonie vocali. Ritmi lenti, avvolgenti, profondi come si usava attorno alla meta' degli anni '80. Let the sunshine in, come direbbe il nostro Milton. Il vinile costa solo 8 pounds e vi rendera' felici per molte molte ore, credetemi.

[E poi, usciti da Honest Jon's, essenziale un all day vegetarian breakfast da Uncle's, proprio davanti. E' buonissimo, loro sono gentili e vi saziate per almeno 24 ore con pochi pounds].

giovedì 1 marzo 2007

A very delicate, very intersting work by two people in love and full of hope. Puo' andare per inaugurare il mese che ci porta verso la primavera? Cosi' lo defini' Nelson Angelo, uno dei due autori di questo assoluto, misconosciuto, dimenticato capolavoro. Con lui c'era Joyce, ancora oggi una delle migliori voci della musica brasiliana.

All'inizio degli anni '70 erano marito e moglie. Entrarono in sala d'incisione e registrarono un delicato album di bossa nova psichedelica, sullo stile del manifesto "Clube da esquina" di Milton Nascimento - al quale peraltro Nelson Angelo partecipo'.

"Nelson Angelo e Joyce" (Odeon 1973) comunica infinita poesia e dolcezza. Mezz'ora di musica deliziosamente acustica, sulla quale si incrociano le voci ispirate dei due protagonisti, un flauto di derivazione jazz, ritmi di berimbau e tumba, svolazzi di piano elettrico e tastiere liquide.

Per anni ho pensato che l'unico Brasile di mio interesse potesse essere quello di Tropicalia. E invece no. Questa dei primi anni '70 e' l'onda lunga di quel movimento - piu' prossima alla tradizione, e anche al romanticismo, meno sperimentale e intransigente. Recuperava Antonio Carlos Jobim e Vinicus De Moraes, Joao Gilberto e Elizete Cardoso, ma non dimenticava le influenze psichedeliche dei Mutantes, di Caetano Veloso e di Gilberto Gil.

E la voce di Joyce, credetemi, non e' mai stata cristallina e ispirata come su questo disco.

Lo trovate ristampato dall'argentina Discos Mariposa, non sprecate questa occasione - non credo ne abbiano ristampate molte copie.

E' la musica del mare, un soffio di vento che preannuncia il caldo dell'estate.


[Comunico con tristezza che ha finito le sue pubblicazioni Arthur, una delle migliori riviste controculturali, musicale e non solo, di tutti i tempi].