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Ambiente Uguaglianza Tempo

domenica 27 maggio 2007


Tutto tranquillo oggi in redazione. Arriva dallo studio 2 la voce di Nostrini che parla di musica dell'Oltrepò e annuncia un concerto al parco Brugnatelli di Rivanazzano, facendomi capire che sono tornato a casa - salvo che penserò di essere tornato a casa anche nel momento in cui atterrerò a Stansted tra qualche giorno. Che forse significa che nessun luogo è più davvero casa, accipicchia.

Tra poco entrerò in studio a trasmettere, se l'ordine non cambierà all'ultimo minuto:

1) Air Once upon a time (da Pocket symphony, Aircheology 2007)

2) Michael Cashmore The snow abides (da The snow abides, Durtro 2006)

3) Ray Barretto Abidjan (1972, rist. in VV. AA. New York Latin hustle, Soul Jazz 2007)

4) Jose Mangual Mai kinshasa (1977, rist. in VV. AA. New York Latin hustle, Soul Jazz 2007)

5) Cortijo Sorongo (1968, rist. in VV. AA. New York Latin hustle, Soul Jazz 2007)

6) McFadden & Whitehead Ain't no stoppin' us now (Philadelphia International 1979, rist. in VV. AA. Philadelphia International 12" singles, Edsel 2006)

7) Futures Party time man (Philadelphia International 1978, rist. in VV. AA. Philadelphia International 12" singles, Edsel 2006).

giovedì 24 maggio 2007


[Prunella Clough, Cooling tower II, 1958, dalla collezione Tate]

Appena prima di levarsi dalle scatole, il nostro Tony Testadicazzo ne ha fatta un'altra. La mappa completa, se siete interessati, la trovate qui.

[A pensarci, perche' mai dovreste essere interessati?].

[27/ 5, quasi le 9 di sera: rileggo dalla redazione della radio e mi rendo conto che quando ho scritto questo post ero così fuori di me che mi sono dimenticato di segnalare i prossimi appuntamenti con Prospettive Musicali. Che sono stasera e Domenica prossima, come sempre alle 22.35 su Radio Popolare. Se riuscite ad ascoltare mi fa piacere].

mercoledì 23 maggio 2007

[Dirty Pretty Things, Shoreditch, Maggio 2007]

Ho fatto due conti, concludendo che doveva essere il 2002 quando mi innamorai perdutamente di una fotografa del New Musical Express conosciuta a un concerto, solo per venire a scoprire che era la fidanzata di un certo Carl, allora sconosciuto musicista di Dalston.

Qualche giorno fa quel musicista, ormai una celebrita', l'ho ri-incontrato per caso dalle parti di casa mia, dopo anni che non lo vedevo. Era con gli altri Dirty Pretty Things. Gli ho chiesto se vedeva ancora Patricia e ho persino dovuto ricordargli il suo cognome perche' se l'era quasi completamente dimenticata.

Poi, quando gli ho chiesto se potevo scattare una foto a lui e al suo gruppo, con grande disponibilita' ha accettato. Dopo ci siamo fermati un po' a parlare e insomma, a me i Dirty Pretty Things musicalmente non piacciono, pero' devo ammettere che sono almeno tipi molto simpatici.

lunedì 21 maggio 2007

In attesa dell'apertura di questa mostra, davvero il miglior modo per celebrare il trentennale della musica che ha cambiato per sempre il corso della vita di molti di noi, il solito Barbican offre in questi giorni come delizioso antipasto il film documentario dedicato da Julien Temple a Joe Strummer.

In breve, e tagliando un po' di angoli, la tesi che Temple vuole dimostrare e' che Strummer fosse sostanzialmente un hippy. Lo stesso Joe lo ammette a un certo punto del film. Film che celebra, coerentemente con la tesi, la sua passione per i campfires. La maggior parte delle interviste avviene proprio attorno a un fuoco: bellissimo quello sulla riva Sud del Tamigi, piu' o meno davanti alla Oxo Tower.

Forse la cosa che piu' di tutte mi ha colpito in queste due ore di footage d'epoca e interviste fatte oggi ai protagonisti di allora, e' la testimonianza della disperazione di Strummer quando, poco prima di lasciarci, in un servizio della BBC vede una bomba che sta per essere scaricata su Baghdad, con la scritta a pennarello "Rock the casbah".

Il piu' fuori di se' di tutti gli intervistati nel film resta Mick Jones. Un mese fa l'ho incontrato qui a Londra, mi sono avvicinato, lui ci dev'essere abituato ad essere fermato perche' mi ha sorriso subito. Io ero emozionatissimo, ho provato a dirgli cos'hanno significato i Clash per me. Lui mi guardava, continuando a sorridere, con quei denti guasti da paura, a questo sconosciuto che commosso quasi fino alle lacrime gli raccontava che lui e Strummer gli avevano cambiato per sempre la vita. "Thank you, thank you. What's your name?", e poi la stretta di mano vigorosa di quell'inconfondibile signore ormai stempiato. Poco dopo, allontanandomi tutto felice di quell'incontro, mi domandavo dov'ero quella sera del 2002 quando, durante un benefit di Strummer per i vigili del fuoco in sciopero, Jones sali' sul palco e insieme rifecero "White riot". Perche' non ero li', che cos'avevo di importante da fare.

Sarebbe stata, purtroppo, l'ultima occasione per vederli insieme.

venerdì 18 maggio 2007

[Patti Smith, Roundhouse, Maggio 2007]

I'm not afraid of terrorism at all. I'm afraid of the loss of our freedom, loss of mobility, loss of global comradeship. I live down the street from the World Trade Centre, I saw it come down. I knew people who died there. That did not have the same emotional effect on my morale as what the Bush administration has done in response.

A stronger, more decent man could've used September 11 to global advantage, tried to find some dialogue but it went the opposite way. I haven't studied world global politics and I knew that it would be a disaster.


MTV is a big corrupter
and people's motivations have changed, but the people I revered in the late 60's and the eraly 70's, their motivation was to do great work and great work creates revolution. The motivation of Bob Dylan, Jimi Hendrix or the Who wasn't marketing, to get rich, or be a celebrity. I'm not saying that they didn't want to make money and have a good time, but their driving force was to work and that's why the music is still revolutionary.


It's just like Jesus's great teaching to love one another
. They build temples and misconstrue and misinterpret or reinterpret that simple principle, but the teaching still exist. Just like rock'n'roll.


I might sound like a dinosaur or something,
but I've always been like this. If you'd talked to me when I was 22, I'd probably say similar things. Only with more curse words.


Cosi' parlo' Nostra Signora. I momenti da lacrime del concerto di ieri sera sono stati direi l'inizio con "Gloria", una "White rabbit" introdotta da un racconto di Patti che visita il British Museum e che si trasforma in invettiva contro le case farmaceutiche, "Frederick" che mi commuove ogni volta esattamente come la prima volta che l'ascoltai ventotto anni fa, una "Smells like teen spirit" solennemente declamata, e un finale da paura, "Rock'n'roll nigger" che diventa disperato grido di aiuto di Madre Terra.


Ma dicci Patti, come ci si sente sul palco?

mercoledì 16 maggio 2007

L'America, per fortuna, contiene al proprio interno tutta una serie di anticorpi capaci di contrastare la cultura corporate che la sta soffocando. Sacche di resistenza underground pronte a tutto pur di difendere la propria indipendenza.

Ne abbiamo parlato spesso a Prospettive Musicali. Ma vorrei tornare per un momento a segnalarvi la formazione che preferisco del nuovo underground neo-hippy americano - insieme naturalmente ai sublimi Matt Valentine & Erika Elder.

I Brightblack Morning Light hanno suonato ieri sera in un Cargo semivuoto, davanti a probabilmente meno di un centinaio di londinesi ben informati. Sono saliti sul palco subito dopo il set acustico delizioso di Marie Sioux, che ha pizzicato la sua chitarra davanti a qualcosa come 15 - 20 persone in quello che era il primo set al di fuori degli Stati Uniti di questa amica di Joanna Newsom e Alela Diane. Emozionata ed emozionante, dolcissima. La ritroveremo a fine serata a vendere un paio di cuffie di lana fatte da lei e un paio di magliette. Ne abbiamo gia' parlato a London Calling: il knitting come auto-produzione lenta, alternativa alla sconsiderata produzione su larga scala.

Ma parliamo dei Brightblack Morning Light. Atmosfera davvero da UFO Club: proiezioni psichedeliche sul palco, capelli lunghissimi, jeans neri strettissimi, sandali o stivaletti a punta. Il chitarrista sembra un'incrocio tra un giovane Lemmy e Rob Zombie. La psychedelia silenziosa e sussurrata del quartetto californiano entra sotto pelle a poco a poco. A sostenere il suono minimalista dei Brightblack e' il batterista, bravissimo, che percuote i tamburi con delicatezza, usando bacchette rivestite di feltro e, spesso, le sue mani. Sulla base ritmica disegnata da lui e dalla tastierista si inseriscono arabeschi improvvisati, mai barocchi, sempre controllati, tutti giocati sull'uso del wah wah, degli echi, dei riverberi, dei delays.

Concerto breve, meno di un'ora e niente bis, tutto filmato e quindi probabilmente presto disponibile in DVD o in rete.

Andiamoli ad ascoltare insieme i Brightblack. Questo video, immagino, non lo vedrete mai ad MTV...

lunedì 14 maggio 2007


Ho letto una notizia sconvolgente Venerdi' sul Guardian. E' qualcosa che presumibilmente molti di voi sapranno gia', dato che Peter Bradshaw, il critico cinematografico di quel giornale, la dava per nota.

La notizia e' che dal 2003 nel corso dei training militari del Pentagono viene proiettato "La battaglia di Algeri". Lo spietato colonnello Mathieu, determinato anti-eroe del capolavoro pacifista di Pontecorvo, viene portato ad esempio di comportamento esemplare. La tortura, gli interrogatori come preferiva chiamarli Mathieu, cosi' spietatamente rappresentata fin dalla prima scena, viene insegnata come tecnica di routine da praticare per far parlare i partigiani iracheni.

Tutto rovesciato nella prospettiva dei nuovi dominatori del mondo, gli americani, che si contendono con il vaticano e il padronato il primo posto tra le realta' piu' retrograde del pianeta. La reazionarieta' di questa gente non conosce limiti. Non solo hanno reintrodotto la tortura come pratica comune. Pensate che ho letto che nelle aziende Fortune 500, le principali presenti sulla Terra, la remunerazione degli amministratori delegati e' pari a 461 volte la remunerazione del lavoratore medio. Quattrocentosessantuno volte. Siamo tornati ai tempi dei faraoni. Non parliamo nemmeno di quella cricca di pervertiti vestiti da carnevale, guidati da un nazista, che invece di propagare il messaggio d'amore, comunista ed ecologista di Cristo e Francesco, si mette insieme al miliardario nano porco, e ai suoi sgherri divorziati n volte, a spargere odio nei confronti di chi ha scelto un amore che a lorsignori non sta mica bene. Il family day, roba da medioevo oppure, nel ventunesimo secolo, di pura pertinenza psichiatrica. Incredibile davvero.

Beh, ma sto spaziando troppo. Parlavamo di "La battaglia di Algeri", capolavoro del nostro Gillo Pontecorvo, realizzato nel 1965, Leone d'Oro a Venezia nel 1966, uno dei miei dieci film preferiti di tutti i tempi, che ieri sera sono stato a rivedere all'Istituto di Arti Contemporanee. E' come rivedere il Quarto Stato, un'esperienza che fa sempre battere il cuore. Per i londinesi: lo potete vedere su grande schermo fino al 29 Maggio. Per tutti gli altri, qui trovate un ripassino, in caso vi siate dimenticati di che meraviglia si tratta. Solo un'avvertenza: cercate di vederlo nell'edizione originale francese e araba, con i sottotitoli - nel doppiaggio si perde molto. E, dato che questo dovrebbe essere ormai diventato un blog musicale, prestate attenzione alla colonna sonora, la mia preferita tra tutte quelle di Morricone.

venerdì 11 maggio 2007

[Poornam, Bihar School of Yoga, Agosto 1998]

L'anno scorso mi e' capitato di conoscere un quarantenne indiano che ha viaggiato fino a Londra con il solo scopo di andare a sentire non so piu' quale componente dei Pink Floyd che, mi pare, rifaceva "The dark side of the Moon". Tristi paradossi del mondo globalizzato che tutto omologa e appiattisce. Volare fino a Londra per ascoltare un gruppo di satolli miliardari, quando al conservatorio di Varanasi si possono ancora oggi sentire gli umili maestri, Pandit e Ustad, di una delle tradizioni musicali piu' affascinanti del pianeta. Mah.

La musica classica indiana e' tra le esperienze piu' soothing (non mi viene la parola italiana) che l'animo umano possa intraprendere. Lasciarsi trasportare da un raga mentre si rimane in un'asana per un tempo prolungato ma confortevole e' una forma di meditazione semplice ma profonda, un incontro con un silenzio che e' pura sospensione temporale e annullamento di distanze e divisioni.

Dopo una ricerca e un'attesa che mi ha tenuto sulle spine per oltre due mesi, ho finalmente potuto mettere le mani su un assoluto capolavoro, il primo LP di Ustad Bismillah Khan, originario del mio amato Bihar, colui che e' stato il piu' grande suonatore di shehnai di tutti i tempi. Tutto questo grazie a questa meravigliosa etichetta indiana che ha in corso d'opera una serie di ristampe degli esordi di maestri come, tra gli altri, il flautista Hariprasad Chaurasia e il sitarista Ravi Shankar. E il tablista Zakir Hussain, che ebbi la fortuna anni fa di sentire a pochi metri, comodamente seduto nel coro della Royal Festival Hall.

Lo shehnai e' uno degli strumenti piu' sconosciuti e al contempo piu' incredibili della tradizione indiana. Il suo suono assomiglia molto a quello dell'oboe, o addirittura, a tratti, a quello di una cornamusa. Appartiene originariamente alla tradizione persiana, ma si e' diffuso nelle regioni settentrionali dell'India. Viene usato spesso in cerimonie devozionali e a volte durante i matrimoni.

Ma e' inutile parlarne, quando ci possiamo sedere nella posizione del loto e metterci ad ascoltare.

Ari ohm da Sri Fabio.

mercoledì 9 maggio 2007


[Il cielo sopra la Oxo Tower, Maggio 2007]



A cavallo tra Aprile e Maggio, Londra ha vissuto giornate metereologicamente fantastiche. Soleggiate e fresche, con una bella brezza primaverile che invogliava a stare all'aperto.

Gli ascolti, come gli strati di vestiario si sono fatti piu' leggeri ed estivi. Molto reggae, black music anni '60 e '70, e su tutto questa inarrivabile doppia raccolta che arriva da quella che sta diventando la mia etichetta di ristampe preferita.

Tutto quello che e' successo in vent'anni di superlativa musica del Barrio e' qui, in questi due dischi. Il jazz afro-cubano di Machito, che avrebbe influenzato Charlie Parker e Dizzy Gillespie. E poi Latin soul, Latin funk, Latin disco, salsa. Cover da paura: la versione latina di "Soul makossa" e una "Ain't no stoppin' us now" che diventa "No nos pararan".

Non la tiro lunga: tutte le informazioni che vi servono per contestualizzare questi due contenitori di benessere le trovate nell'esaustivo libretto.

E adesso, presto, tutti ai fornelli! E se qualcuno si e' dimenticato la ricetta la trova qui.


martedì 8 maggio 2007


[Particolare della copertina di Sight and Sound di un paio di numeri fa].

Il benemerito Barbican mi ha ancora una volta portato fin quasi dentro casa un film che attendevo. "Mutual appreciation" e' la seconda prova di un regista di Boston del quale vi avevo gia' parlato un paio di mesi fa.

Un po' Jarmush e un po' Cassavetes, "Mutual appreciation" e' la storia, girata in modo molto molto lo-fi, di Alan, musicista indie che decide di trasferirsi a New York. Non succede molto nel film. Qualcuno direbbe che non succede nulla. Il che e' pre-condizione di tutti i film che piacciono a me. Non succede superficalmente nulla, certo, ma insomma e' uno di quei film che prendono spezzoni della tua vita e li proiettano su un grande schermo che diventa improvvisamente lucido come una superficie riflettente.

Non succede nulla perche' a volte, nella vita, non succede nulla e non hai nessuna direzione che ti permetta di fare accadere cose. Cinema verite', prendere o lasciare.

E uno si aspetterebbe che il film finisse con il concerto di Alan, il lieto fine insomma, e invece no, il concerto c'e' ma e' a meta' film, e da li' inizia una impercettibile ma continua discesa verso il basso che e' molto Pavement se capite cosa sto cercando di dire. Niente droghe e auto-distruzione, quelle presuppongono un malessere definito, ma invece tanta esangue inedia, un lento lasciarsi trasportare notturno da un locale a una casa, da una pseudo-relazione incomunicata e improbabile a un'altra alterettanto priva di definizione, fino al finale tagliato come se fosse finita improvvisamente la pellicola - proprio come accade anche nel precedente "Funny ha ha".

Non per tutti i gusti, ma da questo post dovreste capire se vi potrebbe piacere o no. A me, come potete immaginare, moltissimo.

Per farvi un'idea, comunque, magari date un'occhiata al trailer.

venerdì 4 maggio 2007

[Holland Park, Aprile 2007]


Un paio di anni fa mi arrivo' una telefonata da Claudio, il mio capo-servizio a Radio Popolare. Fabio, questa e' una cosa davvero speciale, ti posso fare andare a uno showcase esclusivo di Patti Smith che stanno organizzando per massimo 20 giornalisti. Trasalii.

Arrivai in grande anticipo al Rex di Soho. Poco dopo entro' Lenny Kaye. Da perfetto gentleman si presento' a ognuno di noi, fermandosi a fare due parole con ognuno dei presenti, stringendo mani, sorridendo. Lenny Kaye. Quello di Nuggets. Che, Lui, viene a presentarsi.

Nostra Signora si fece aspettare un po'. Non strinse mani, non dispenso' sorrisi, e inizio' a parlare della guerra. Nessuna domanda musicale la coinvolgeva. Solo quelle legate a temi come l'ecologia e la pace suscitavano la sua attenzione e lunghe, articolate, informate, passionali risposte.

Lei e la band suonarono un paio di tracce di Trampin' a un metro da me, mentre mi scorrevano davanti fotogrammi della mia vita. Un quattordicenne magro come un chiodo che entra in un negozio di pile elettrodomestici televisioni dischi mangiacassette di Voghera e chiede se avevano per caso un LP intitolato Wave di una certa Patti Smith, che il negoziante estrae da una catasta di Umberti Tozzi e Sandokaan Sandokaan con fare interrogativo. Il poster di Nostra Signora sopra il letto, che e' ancora li'. Il disco suonato a volumi impossibili per la gioia di tutto il condominio, danzato scalzo volendo diventare una rock'n'roll star.

E adesso lei li' davanti, a un metro di distanza.

Il disco nuovo di Patti e' semplicemente superlativo. Non date retta a chi dice che sono solo cover. Non e' vero. Nostra Signora fa propri i brani che interpreta. Diventano canzoni di Patti Smith. Sentite "Gimme shelter", con la voce, quella voce profonda e strascicata, che galleggia sulla slide di Tom Verlaine. Helpless, che suono' al Bridge Benefit proprio con Neil. "Within you without you" che ieri mattina quando Marina l'ha suonata appena prima che mi mandasse in onda non riuscivo nemmeno piu' a parlare: completamente riscritta, e che scelta, il gioiello di George Harrison. "White rabbit" da urlo, Patti come Grace. Il tamburino in copertina, che le regalo' Mapplethorpe. "Smells like teen spirit" quasi bluegrass, commovente elegia dedicata al sacrificio di quell'uomo fragile e solo.

E il 17, naturalmente, Nostra Signora la si va a sentire alla Roundhouse.

Intanto, per non dimenticare, ecco qua, da guardare per intero, con sorpresina finale.

giovedì 3 maggio 2007

[Cat Power, Kentish Town Forum, Maggio 2007]

Cat Power non so piu' quante volte l'ho ascoltata: andando a memoria, un paio a Milano, una a Melbourne, una a Chicago, due o tre a Londra.

Solo gli ultimi concerti li ha terminati, degli altri ricordo interruzioni precipitose e, a Cox 18, Chan che piangeva un pianto inarrestabile nascosta in un angolo dietro al palco.

Ma insomma, si cresce, si incide un disco di superlativo soul intitolato appropriatamente "The greatest", i-D dedica copertine, Chanel invita a suonare al proprio fashion show, e con i soldini guadagnati ci si puo' permettere uno psychiatric ward di lusso e rimettersi a nuovo.

E si torna in forma. Cat Power, vista un paio di sere fa davanti al pubblico adorante del Forum, suona oggi con un gruppo chiamato Dirty Delta Blues, che comprende il fedele Jim White dei Dirty Three e componenti dei Blues Explosion e dei Delta 72.

Le versioni che fanno dei brani di "The greatest" sembrano uscire da "Exile on main street", alcune diventano riconoscibili solo dopo almeno un minuto. Satisfaction suona ben piu' simile all'originale della scarna versione che era su "The cover album" - una delle poche concessioni al passato.

Non funziona proprio tutto: le cover di "Dark end of the street" e "Crazy" (Gnarls Barkley) lasciano il tempo che trovano, e alcuni brani nuovi sembrano un po' abbozzati. Non siamo ai livelli del concerto mozzafiato che fece l'anno scorso al Barbican con la Memphis Rhythm Band.

E pero' c'era questa energia rock'n'roll soul anni '70 che proprio non mi aspettavo, con lei che addirittura mimava le mossettine di Jagger.

Curioso di ascoltare cosa incidera' a questo punto.


[Dialogo avvenuto appena dopo il concerto:

"Preferisci questa foto o questa? Devo sceglierne una da mettere nel mio blog"
"Uhm, questa forse e' meglio. Ma di cosa parli nel tuo blog?"
"Musica piu' che altro"
"Niente di personale?"
"No. Cioe' un tempo l'ho facevo ma adesso ho smesso"
"E perche' hai smesso? E' successo qualcosa?"
"Beh si'. Ho raccontato un fatto personale, ma la protagonista femminile del post non ha gradito. Mi ha chiesto che bisogno avevo di rivelare ai miei lettori una cosa che doveva essere solo nostra e non ho trovato una risposta. Per questo ho smesso. Diciamo che non e' 'safe'"
"Ah. Allora ti faccio io una domanda adesso: conosci una cosa che sia divertente fare e allo stesso tempo 'safe'?"
Segue prolungato silenzio].

martedì 1 maggio 2007

[Manifestazione di lavoratori precari, Chicago, Agosto 2006]

Buon Primo Maggio! Che sia una celebrazione piena di significato: l'inizio di una presa di coscienza collettiva della forza che noi lavoratori possiamo esercitare se abbiamo la capacita' di unirci contro la classe sfruttatrice e precarizzante. Siamo tanti, e in tanti si vince se si resta uniti!



Ecco cosa sta girando in questi giorni nel mio mangiadischi:

Air Pocket symphony (Virgin 2007). Non ve l'aspettereste lo so. Ma invece a me gli Air sono sempre piaciuti, e questo disco, pur essendo prevedibile come del resto ogni disco degli Air, mi sono trovato a riascoltarlo spesso nelle ultime settimane. Contiene almeno tre tracce memorabili. "Once upon a time" con il tocco inconfondibile di Tony Allen alla batteria, capace di galleggiare sulle nuvole di suono degli Air in modo straordinariamente naturale - non a caso Brian Eno ha recentemente detto che Allen e' il piu' grande musicista vivente. "Mer de Japon" piu' uptempo rispetto al resto della sinfonia da taschino, feel good music da giornata di sole. E la notturna "Night sight", soffice come guardare il cielo e vedere all'improvviso una stella cadente. Non e' colpa mia se mi escono dalla tastiera frasi come questa, e' colpa degli Air.

Blonde Redhead 23 (4AD, 2007). Disco assolutamente magico, capolavoro del trio italo-giapponese. Sono passati da emuli dei Sonic Youth a un suono che e' solo loro. Mettono insieme new wave newyorkese (Polyrock su tutti) e canzone d'autore francese come nessuno era riuscito a fare prima di loro. Con un uso delizioso di riverberi che ammorbidisce il loro suono, molto meno angolare rispetto al passato. La voce di Kazu e' come sempre superlativa. Quando i ritmi rallentano e si fa sussurrata (la conclusiva, sorprendente "My impure hair") ci si rende conto che i Blonde Redhead hanno ancora tante cose da dire. Un disco che vorrei non finisse mai, che posso ascoltare tre o quattro volte di fila senza stancarmi. Un record di questi tempi.

The Wire tapper 17 (Wire, Maggio 2007). Tornato a Londra ho trovato ad aspettarmi al WH Smith di Heathrow il numero nuovo della mia rivista preferita. Che contiene questo mese anche un CD davvero interessante. Non si puo' dire la stessa cosa degli ultimi volumi di questa serie, che mi sembravano compilati senza troppa cura. Ma questo e' diverso. Belli soprattutto il gamelan contemporaneo degli inglesi Longstone (su Ochre), la fusion giocata su micro-ritmi quasi Mum dei danesi Badun, la conferma dei Fridge con il nostro Adem alla chitarra, e infine l'ambient giapponese di Ken Ikeda che chiude un'ora di scoperte.

Philadelphia International 12" singles (Edsel 2007). Meritoria operazione della Edsel inglese che ha ristampato su doppio CD 33 dodici pollici dell'etichetta che invento' a meta' anni '70 la disco music. L'ho visto al tempio, settimana scorsa a New York e non ho potuto che aggiungerlo ai miei acquisti. E' ora di ammettere che la prima disco music era davvero fantastica. Party music, certo, ma che classe. Ascoltate "Ain't no stoppin' us now", super hit di McFadden & Whitehead che nell'estate 1976 usciva da tutte le radio, e ditemi se non e' la migliore musica da ballare mai concepita. Poi sarebbero arrivati il rap, l'hip hop, la bling culture, le gang. Ma allora era tutto cosi' puro, incontaminato, ingenuo, gentile. Le versioni sono tutte tratte da dischi mix dell'epoca, il che significa che siamo attorno agli 8-10 minuti per traccia, il tempo giusto per farsi entrare la musica sotto pelle.

Questi sono i miei consigli. Buon ascolto.