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venerdì 11 maggio 2007

[Poornam, Bihar School of Yoga, Agosto 1998]

L'anno scorso mi e' capitato di conoscere un quarantenne indiano che ha viaggiato fino a Londra con il solo scopo di andare a sentire non so piu' quale componente dei Pink Floyd che, mi pare, rifaceva "The dark side of the Moon". Tristi paradossi del mondo globalizzato che tutto omologa e appiattisce. Volare fino a Londra per ascoltare un gruppo di satolli miliardari, quando al conservatorio di Varanasi si possono ancora oggi sentire gli umili maestri, Pandit e Ustad, di una delle tradizioni musicali piu' affascinanti del pianeta. Mah.

La musica classica indiana e' tra le esperienze piu' soothing (non mi viene la parola italiana) che l'animo umano possa intraprendere. Lasciarsi trasportare da un raga mentre si rimane in un'asana per un tempo prolungato ma confortevole e' una forma di meditazione semplice ma profonda, un incontro con un silenzio che e' pura sospensione temporale e annullamento di distanze e divisioni.

Dopo una ricerca e un'attesa che mi ha tenuto sulle spine per oltre due mesi, ho finalmente potuto mettere le mani su un assoluto capolavoro, il primo LP di Ustad Bismillah Khan, originario del mio amato Bihar, colui che e' stato il piu' grande suonatore di shehnai di tutti i tempi. Tutto questo grazie a questa meravigliosa etichetta indiana che ha in corso d'opera una serie di ristampe degli esordi di maestri come, tra gli altri, il flautista Hariprasad Chaurasia e il sitarista Ravi Shankar. E il tablista Zakir Hussain, che ebbi la fortuna anni fa di sentire a pochi metri, comodamente seduto nel coro della Royal Festival Hall.

Lo shehnai e' uno degli strumenti piu' sconosciuti e al contempo piu' incredibili della tradizione indiana. Il suo suono assomiglia molto a quello dell'oboe, o addirittura, a tratti, a quello di una cornamusa. Appartiene originariamente alla tradizione persiana, ma si e' diffuso nelle regioni settentrionali dell'India. Viene usato spesso in cerimonie devozionali e a volte durante i matrimoni.

Ma e' inutile parlarne, quando ci possiamo sedere nella posizione del loto e metterci ad ascoltare.

Ari ohm da Sri Fabio.

4 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Anch'io trovo interessante la musica indiana, anche tramite la mediazione dell'approccio ad essa da parte dei 'minimalisti' americani. Ho un disco ("Passages") in cui Ravi Shankar e Philip Glass collaborano e il risultato della contaminazione non è male. Ciao. q.

lunedì, 14 maggio, 2007

 
Blogger Fabio said...

A volte questi incontri funzionano, probabilmente si tratta di trovare un buon equilibrio, senza prevaricazioni. Per un certo periodo, 4 o 5 anni fa, qui a Londra si sono sentiti in giro parecchio i dischi di un'etichetta che si chiama Outcaste, che mischiavano in modo insopportabile ritmi suonati con le tablas ed elettronica. La mancanza di rispetto per la tradizione indiana era assoluta, e il risultato per me pessimo.

Invece, non so se c'entra molto, ma nel fine settimana ho provato nella palestra sotto casa una disciplina interessante: una sorta di incrocio tra yoga e danza contemporanea. Per me, che pure sono stato un purista dello yoga per anni, e' stata una vera rivelazione.

lunedì, 14 maggio, 2007

 
Blogger Andrea said...

io, che sono il solito greve, non vedo l'ora di vederti in azione nella danza!

om mani padme hum pure a te

lunedì, 14 maggio, 2007

 
Blogger Fabio said...

Nel 2012 mi vedi alle Olimpiadi o a Sadler's Wells, uno dei due.

Ohm shanti.

lunedì, 14 maggio, 2007

 

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