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lunedì 25 giugno 2007

La felicita'

[Papa', Regent's Park, Giugno 2007]

Nella mia eterna ricerca di dischi che almeno lontanamente ricordino la magia dei primi due album dei Mutantes, qualche giorno fa mi sono imbattuto in una raccolta di un gruppo di Montevideo chiamato El Kinto.

El Kinto vissero per una breve stagione, tra il 1967 e il 1969, e la Lion di Geneva, Illinois, e' riuscita a far stare in un CD tutto quello che questi perdenti assoluti incisero. Immaginate la mia sorpresa quando dalle casse del mio stereo e' uscita una loro versione di "La felicita'" dell'immenso Antoine.

Chi se lo ricorda Antoine? Ognuno di noi ha un primo impatto con la musica, e il mio primo ricordo musicale risale a un 45 giri che mio padre era solito suonare quando ero proprio piccolo piccolo. Sul lato A c'era una traccia intitolata "Pietre" (Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai... il tutto ispirato a "Rainy day women 12 & 35" di Dylan), ma il vero gioiello era proprio "La felicita'", che occupava il lato B.

La storia e' piu' o meno questa, per come la lessi piu' tardi. Il simpatico Antoine, un ragazzo dotato di un irresistibile sorriso, con un caschetto di capelli molto caratteristico, perennemente vestito con camicie a fiori, non riusciva ad avere molto successo nella sua Francia, cosi' cerco' fortuna in Italia. In Francia aveva cercato di affermarsi come cantautore di protesta, mentre in Italia il sistema discografico l'aveva messo subito in riga, riciclandolo come cantante non impegnato, giocando sulla sua immagine cosi' riconoscibile. E naturalmente, il nostro Antoine fu spedito dritto dritto al festival di Sanremo. Dopo pochi successi, pero', Antoine saluto' tutti e parti' per una serie di giri solitari in barca a vela attorno al mondo, mantenendosi scrivendo libri e facendo fotografie. Oggi, per quello che e' dato sapere di lui, l'ultra sessantenne ex-cantautore vive organizzando viaggi nei mari del Sud.

Tutto questo per spiegare come mai la sua "Porquoi ces canons", che in Francia era una canzone pacifista in qualche modo "di protesta" (Perché questi cannoni? Per fare lavorare le fabbriche. Perché queste fabbriche? Per dare lavoro agli operai. Perché questo lavoro duro e faticoso? Per guadagnare il denaro. Perché questo denaro, a cosa serve? Per comprare i cannoni) si trasformo', quando arrivo' in Italia, in "La felicita'":

Dimmi babbo che cos'è la felicità? Figlio mio è un frutto che mangi solo in libertà. Dimmi babbo dove sta questa libertà? Sta di casa in un paese che si chiama verità. Dimmi babbo alla mia età posso andarci anch'io? Se ti porti la bontà per pagarlo. Dimmi babbo la bontà quanto peserà? Pesa quanto il mondo ma, da' coraggio a chi ce l'ha. Ma il coraggio a che servirà? Lo vedrai lungo il cammino verso la felicità.

"La felicita'" doveva essere rimasta ancora in qualche angolo abbandonato della mia memoria, quando la versione degli El Kinto mi ha fatto sobbalzare. Il giorno dopo, mio padre e' venuto a trovarmi qui a Londra. Mentre mi aiutava a trapiantare alcuni alberi sul terrazzo gli ho chiesto "Papa' ma tu te la ricordi "La felicita'" di Antoine? Ti piacerebbe riascoltarla?". Il che detto da un figlio che lui e' solito ascoltare mentre trasmette a Radio Popolare This Heat e Pop Group gli deve essere sembrato quanto meno strano.

Cosi' mi sono alzato, sono andato allo stereo e ho fatto partire quella canzone cosi' infinitamente pura. Abbiamo ripreso a trapiantare i nostri oleandri, e mi sono accorto che entrambi, immersi nei nostri ricordi, sorridevamo felici.

10 Comments:

Blogger lophelia said...

Che bel post, Fabio.
"Le pietre" ce l'avevo (e non sapevo fosse ispirato a Dylan) ma accidenti non ricordo il lato B...ora vado a vedere se per caso nella scatola dei vecchi 45 sopravvissuti...
E complimenti ad Antoine, ed a tuo padre (ma sa di essere apparso sul blog?)

lunedì, 25 giugno, 2007

 
Blogger Fabio said...

Non credo lo sappia e non so quanto gli potrebbe fare piacere, ma insomma e' un omaggio sentito il mio. La mia passione per la musica parte da lui, e anche quella per gli animali e le piante, il fastidio per il calcio e la competizione in genere. Alla fine, forse e' una conclusione un po' triste la mia, un po' si diventa come l'autorita' parentale che abbiamo passato la gioventu' a contestare. Forse perche' in fondo non era poi cosi' un'autorita' -parlo del mio caso.

lunedì, 25 giugno, 2007

 
Blogger artemisia said...

Ma che bell'uomo il tuo babbo! E ti somiglia!
Antoine a e piaceva tantissimo. "Le pietre" credo sia stata una delle prime canzoni che ho cantato, davanti a qualche pubblico di zie e amichette, ma mi ricordo che mi sembrava tristissima e mi mettevo a piangere per immedesimazione col lapidato.

Empatici si nasce.
;)

lunedì, 25 giugno, 2007

 
Blogger Fabio said...

Di fatto sia "Pietre" che "La felicita" esprimono verita' importanti con grande semplicita'. Se Antoine ha ceduto a qualche compromesso con l'industria musicale (immagino gli abbiano fatto capire con chiarezza che non era il caso di parlare di fabbriche, operai e armamenti al pubblico del Sabato sera della televisione italiana), l'ha fatto in fondo con classe e intelligenza.

Piu' che "un bell'uomo" mio padre fino a qualche anno fa era davvero giovanile. I miei amici e amiche gli davano del tu, lo trattavano come "uno di noi", il che a me faceva molto piacere. Ci assomigliamo solo nei difetti, i suoi occhi grigi se li e' tenuti stretti :-)

martedì, 26 giugno, 2007

 
Blogger francesco said...

ciao Fabio, che bel post!

per la cronaca vale la pena ricordare che forse la mitica "Pietre" è stata scritta da un cantautore chiamato Gian Pieretti, anche lui successivamente scomparso nel nulla.

io invece posseggo due 45 giri di Antoine: "La Tramontana" (e sul retro la bellissima "Io voglio andare in guerra" scritta con Herbert Pagani) e "Cannella" (sempre di Herbert PAgani).

che tempi meravigliosi, quelli della nostra infanzia, pieni di cose ingenue e irripetibili.
scusa se ti rubo un po' di spazio ma il confronto viene spontaneo dopo aver assistito, domenica sera, alla serata di inaugurazione della Milanesiana, pseudo-festival culturale che anche Il Manifesto, ahimè, ha definito la più importante manifestazione culturale milanese o italiana o qualcosa del genere.
Naturalmente io ero lì per sentire Antony che poi non ha cantato perché era senza voce (o si era lussato la trachea, una roba mai sentita, bah...) e invece mi sono dovuto sorbire una sequela di banalità enunciate dai vari Cotroneo, Cunningham e Serrano sul tema dell'assoluto, oltre a un paio di comizietti auto-incensantisi dei fratelli Sgarbi, per altro debitamente sbeffeggiati da una parte del pubblico.
Diciamo la versione radical-gay-chic della Milano del nulla cosmico di cui invece il fotografo Corona rappresenta il lato buzzurro (e se ne vanta pure).

Fuori di questi due mondi sembra non esistere quasi nulla.
Ma noi, voi, gli altri, dove sono?

"...da quando l'aria si è fatta strana, ho perduto la tramontana..."

ciao, Francesco.

mercoledì, 27 giugno, 2007

 
Blogger Fabio said...

Esatto, siamo in tanti ad aver perduto la tramontana. Sono anche stati bravi a farci perdere ogni punto di riferimento e ad addomesticare i rimanenti, questo va loro riconosciuto.

Elisabetta Sgarbi me la presentarono anni fa, a un reading di Suzanne Vega, e mi sembro' simpatica, pero' l'ho incontrata solo quella volta. Mi parlo' piuttosto bene del fratello ("a parte le sue opinioni politiche").

Di La Milanesiana so troppo poco per commentare a ragion veduta, pero' non sono sicuro che nel Paese di Corona e di Jerry Scotti, non rappresenti gia' un passo avanti. Ho visto che partecipano Herzog, Laurie Anderson, Fo e parecchi altri nomi che mi sembrano interessanti. Forse non bisognerebbe giudicare dalla prima serata. Pero' non so, non c'ero, non posso giudicare l'atmosfera. Mi verrebbe da dire che se quelli che hai definito "comizietti" sono stati sbeffeggiati, si tratta di un segnale positivo.

mercoledì, 27 giugno, 2007

 
Blogger francesco said...

il problema non è tanto chi partecipa alla Milanesiana, secondo me.
se è per questo ci sono pure Soyinka, Meredith Monk, Antonio Ballista e tante altre brave persone.
Il problema è come queste serate si svolgono, con pillole di cultura sparse qua e là accomunate solo da un tema generale (l'Assoluto!) tanto vasto quanto vago e banale e dove ciascun artista, specialmente i musicisti, sono triturati e fatti a pezzettini in un programma rigidamente preordinato dove non c'è alcuno spazio per la casualità.
lo stesso Antony, se avesse avuto voce, si sarebbe limitato a suonare i suoi pezzi che qualcun'altro ha scelto e che erano già tutti tradotti e presentati su degli schermi giganti con testo inglese a fronte.
al massimo avrebbe improvvisato qualche bis o qualcos'altro tipo una specie di om che ha fatto cantare al pubblico a un certo punto (cosa nella quale ho notato un Andrea De Carlo particolarmente impegnato ed ispirato).
Non so, a me tutto questo sembra non favorire nulla, né l'espressione né la comunicazione, né la trasformazione né la conoscenza.
Mi appare solo come una gigantesca operazione pseudo e trans-culturale tutta interna al mercato e alle sue leggi.
Nessuna scoperta, solo nomi consolidati e strasentiti, nessun rischi, premi Nobel o Pulitzer tutti rigorosamente editati dalle grosse case editrici (tra cui quella in cui lavora la Sig.ra Sgarbi).
E sono tutti soldi pubblici che vanno, alla fine, a sostenere chi non ne ha bisogno perché già ampiamente inserito e sostenuto dal mercato culturale.
Sinceramente, con tutti i suoi limiti, preferisco la rassegna che si svolge nell'ex-manicomio Pini (lo dico per i non milanesi).
Lì ho potuto vedere un bellissimo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, geni della parola, del movimento e del colore, assolutamente osteggiati da tutto l'ambiente culturale italiano e che infatti se ne vogliono andare all'estero.
Ok, alla Sgarbesiana, ci sarà pure l'opera di Lou Reed con la regia di Julian Schnabel che sarà meglio di Scotti e Corona ma insomma, io se Rezza&MAstrella tagliano la corda spero di riuscire a seguirli...

ciao, Francesco.

giovedì, 28 giugno, 2007

 
Blogger Fabio said...

Gli schermi da karaoke con i testi di Antony fanno francamente un po' impressione. Ancora piu' impressione mi fa il fatto che il concerto non sia stato cancellato. Decidere di fare un concerto di Antony senza voce e' come fare suonare gli Stones senza Jagger, non ha alcun senso. Questo mi e' stato confermato anche da altre persone che c'erano.

Io non credo che la Milanesiana abbia in programma di fare conoscere nuovi talenti. Lo ripeto ancora una volta, parlo di qualcosa che non conosco: pero' a me sembra che portare premi Nobel internazionali, registi prestigiosi, scrittori di qualita', anche se affermati, nella citta' di Corona e Jerry Scotti, dell'Hollywood e dei SUV, sia gia' qualcosa. Un piccolo passo nella direzione giusta. Si potrebbe fare di piu'? Certamente si'. Pero' a me sembra che a Milano una manifestazione come quella sia gia' un piccolo miracolo.

[Sono curioso di sapere cosa pensa della Milanesiana il mio amico e socio di Prospettive Musicali Alessandro, che di Elisabetta credo sia amico. Adesso gli scrivo].

venerdì, 29 giugno, 2007

 
Blogger francesco said...

karaoke, hai detto la parola giusta.
infatti quando Antony se ne stava andando via la Sig.ra Sgarbi è corsa sul palcoscenico, gli ha parlato all'orecchio e allora lui è tornato indietro e ha fatto cantare al pubblico "You are my sister", con le parole già pronte sullo schermo.
in pratica l'apoteosi di quello che desidera il pubblico del concerto rock, cantare il brano accompagnato dall'artista che non canta.
quanto all'opportunità di annullare il concerto la questione non si pone, la Sgarbi l'ha detto immediatamente che quello non era un concerto ma un'insieme di letteratura, immagini e musica.
Hai ragione anche sulla questione "Antony senza voce", tuttavia è stato interessante scoprire che Antony senza voce è praticamente Luodvico Einaudi ma con degli arrangiamenti di archi che Einaudi non sarebbe neanche mai capace di scrivere...
torno a sentirmi Antoine che trent'anni fa cantava "Io voglio andare in guerra" accompagnato da un quartetto d'archi.
E scusa ancora per aver invaso lo spazio di questo bellissimo post con questioni che (apparentemente) non c'entrano nulla.

ciao, francesco.

venerdì, 29 giugno, 2007

 
Blogger Fabio said...

C'entrano moltissimo invece. E comunque l'insieme di letteratura, immagini e musica, arti che si parlano, che dialogano mi sembra una buona filosofia, almeno in partenza. Tutto sta a come viene realizzata. Appuntamento al 2010 con Joanna Newsom e Bonnie Prince Billy adesso. La domanda pero' e': perche' non quest'anno? Perche' aspettare? Perche' non rischiare un po' di piu' invitando i nomi che la storia la stanno facendo adesso? Su questo credo di essere molto d'accordo con te.

lunedì, 02 luglio, 2007

 

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