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lunedì 2 luglio 2007

Leaving trains (in a rainy summer)

[British Film Institute, Giugno 2007]

L'esperimento e' terminato. Schiacciata dai debiti e soprattutto dalla concorrenza dei negozi online, la prima e unica catena britannica di musica lo-cost ha dichiarato fallimento. E' stato triste nel fine settimana passare davanti al flagstore di Fopp, quello in Tottenham Court Road, e vedere le luci spente e il grande spazio pieno di dischi deserto. E tristissimi devono essere i commessi dei centocinque negozi della catena, che oltre ad aver perso il proprio lavoro dall'oggi al domani, non vedranno nemmeno mai lo stipendio di Giugno, secondo un comunicato della direzione. Niente piu' dischi a 5 sterline quando passate da Londra quindi, sappiatelo.

Il nuovo megastore di Rough Trade, quello che apre in questi giorni in Dray Walk (off Brick Lane) non nasce certo sotto buoni auspici. Il supporto fisico disco, quello con il quale siamo cresciuti, vinile o CD, sta definitivamente scomparendo. Quelli come me che hanno conosciuto grafica e fotografia attraverso le copertine, e che all'oggetto disco sono ancora affezionati, se ne devono fare una ragione.

Una parte della responsabilita' di tutto questo, mi pare di poter dire, e' proprio dei negozianti. Nessun negozio qui a Londra (neanche Rough Trade, neanche Sister Ray, neanche Sounds of the Universe, neanche Honest Jon's) funziona piu' come punto di ritrovo, luogo di scambio. Si va, si spulcia, si paga, si esce. Ma una volta non era cosi'. Quando facevo l'universita' ricordo che quasi tutti i giorni andavo nel mio negozio locale: si ascoltava, si discuteva, si imparava dai clienti piu' grandi (nel mio caso, impagabile fu l'influenza di Claudio Sorge, che in quegli anni stazionava perennemente da Bootleg, a Pavia). Tutto questo, da tempo, non esiste piu'. Anche di questo gli appartenenti alla mia generazione di ascoltatori si devono fare ragione.

Gli spazi d'arte si sono accorti del cambiamento, delle nuove esigenze, e si sono trasformati in luoghi di socialita': alla Tate posso andare a vedere una mostra, ma anche per gustare una tazza di te' leggendo un libro sulla terrazza, guardando il Tamigi scorrere e le nuvole rincorrersi attorno alla cupola della Cattedrale di San Paolo. Il South Bank Centre e il Barbican sono centri culturali ma anche luoghi di incontro dove posso sedermi con un amico, o comprare un libro o un CD. La Whitechapel Gallery e' in corso di trasformazione radicale: il progetto prevede spazi per lo scambio di esperienze e idee.

Straordinaria, in questo senso, la trasformazione di quello che una volta era il National Film Theatre, l'equivalente londinese della Cinematheque Francaise. Il caffe' che ha aperto al primo piano e' davvero superlativo. Non a caso l'ho scoperto leggendo Wallpaper, che nell'ultimo numero ne loda l'impeccabile design.

E parlando del British Film Institute (nuovo nome del National Film Theatre) non posso che citare almeno tre cose: il nuovo programma cartaceo mensile (un volume di 68 pagine, da collezionare, gratuito per di piu'); quello che Marco e io abbiamo battezzato "il muro delle meraviglie" (un grande collage murale fatto con tutte le copertine di 45 giri punk usciti in Gran Bretagna, che si trova dove un tempo c'era il box office); e infine, per tutto il mese di Luglio, la rassegna di lavori del maestro giapponese Mikio Naruse.

Ieri pomeriggio, mentre la pioggia non dava tregua, sono andato a vedere quello che molti considerano il suo capolavoro: "When a woman ascends the stairs", del 1960. La visione modernista di Tokyo contrasta con i valori tradizionali giapponesi della protagonista (l'affascinante oltre ogni limite Hideko Takamine), dando luogo a un ritratto di donna davvero commovente, e a tratti straziante.

E poi, a un certo punto c'e' un treno che parte, e sapete che i film, libri, dischi dove c'e' un treno che parte sono proprio quelli ai quali non riesco a resistere.

It had been a bleak ordeal, like a harsh winter. But the trees that line the streets can sprout new buds no matter how cold the wind. I too must be just that strong as the winds that gust around me.

10 Comments:

Blogger prema said...

La notizia della chiusura di Fopp risale a Venerdi scorso ma io l'ho appresa stamane da Nme.com e mi ha lasciato catatonico .
Il problema non è tanto dei negozianti che non si sono adeguati o erano già inadeguati al tempo
(infatti tu del periodo di Bootleg non citi Massimo come influenza , se ben ricordo cosi si chiamava il ciccione con gli occhiali che lo gestiva ma Claudio)ma di tutto quello che gira intorno alla musica e alla sua stuttura industriale che è sempre più "clueless" rispetto ai cambiamenti tecnologici e culturali in atto da circa un decennio Ricordiamoci sempre che l'obbiettivo di quando si fa un disco , una canzone è quello di vendere ne più ne meno di quando si produce un frigorifero ,un ferro da stiro,un kg di pasta ,un paio di lenzuola ,una camicia solo che questi oggetti soddisfano dei bisogni primari mentre la musica un bene primario per la maggior parte degli individui non lo è.
Cultura , sensazioni , imparare cose nuove non per tutti sono cose fondamentali,anzi. Aggiungici che l'industria musicale si sta da anni fottendo da sola creando fenomeni da baraccone che non vanno oltre la stagione ,il primo album se non il primo singolo.
Questo è il punto! Vedi , se gli U2 vendono e si guadagna gli azionisti son contenti e posso provare a pubblicare i Wolfmother, i Keane , Arcade Fire o i salcazzochi ! Se anche gli U2 vendono di meno ho dei problemi di budget e di conseguenza anche di investimento su nuove bands . Che faccio ? Provo con i prodotti mordi e fuggi . Successo del momento e poi ci inventiamo dell'altro , sperando di azzeccarlo ....intanto si pubblica di tutto sperando di azzeccare qualcosa ...
Sai che uno degli assets strategici della Emi, che come sai è in vendita, è la proprieta del backcatalogue di Beatles e Pink Floyd ? Sai che quasi il 50% del fatturato della musica registrata al mondo è generato da back catalogue e non dalle novità?
Pensaci un attimo !Tu stesso stai facendo l'archeologo comperando ristampe .
Vero è che il supporto fisico sta calando ma il digitale , che ha una crescita esponenziale in quanto parte da zero , alla fine è il 10%, e sta prendendo piede ma non soppiantera il fisico ! Ne sono convinto .
In Italia il 60% del digitale sono suonerie , si hai letto bene suonerie dei telefoni cellulari parte di canzoni che la la gente usa x il cellulare . Piccolo particolare una full track in download la paghi 0,99 € , un ringtone costa 2,50€ , se non sbaglio .
Ecco perche mi incazzo quando la gente dice " i CD costano troppo e allora scarico" .
I problemi sono molto + complessi e nascosti di quello che appaia ,sono problemi culturali.

ps:scusa l'invadenza ma questo x me è un argomento sensibile !

lunedì, 02 luglio, 2007

 
Blogger prema said...

molti dei 45 che si vedono nella foto
li ho ancora !

lunedì, 02 luglio, 2007

 
Blogger Fabio said...

Non scusarti assolutamente, il tuo e' un giudizio molto competente, che infatti mi fa venire in mente una serie di considerazioni:

1) Io credo che il ruolo di Massimo e quello di Claudio fossero entrambi importanti. Massimo aveva di fatto realizzato un negozio che era un luogo d'incontro, di ritrovo, di appassionati, dove Claudio poteva pontificare a suo piacimento. Io sono grato a entrambi. Lo stesso non potrebbe accadere oggi nei negozi di dischi che frequento. E non sto solo parlando dei megastore, dove l'unico scambio che hai con il personale e' "next please" e "thanks" quando hai pagato. Ti confesso che mi sarei aspettato molto di piu' dai vari Rough Trade e Sister Ray, piu' scambio, piu' accoglienza. Dopo una serie di "Naah, we don't keep that stuff mate" anche io ho finito per comprare un buon 80% di dischi online. In fondo, perche' fare chilometri senza sapere se trovero' un disco, e se lo trovo pagarlo di piu', se non ho almeno una decente accoglienza, un qualche interesse per quello che chiedo? In questo, i negozi di dischi hanno davvero aperto le porte alla concorrenza, anziche' cercare di arginarla.

2) Non sono sicurissimo che, processo di produzione fisica e di distribuzione a parte, la realizzazione e la vendita di un disco possa essere paragonata a quella di un ferro da stiro. Un disco e' il supporto fisico che serve per contenere musica, che e', o almeno dovrebbe essere, arte piu' che una commodity. Come cliente, mi aspetterei passione, partecipazione, interesse, da chi la musica la fa ma anche da chi la distribuisce. I dischi, i libri, i film non dovrebbero essere trattati come oggetti qualsiasi. Sono veicoli di emozioni, mentre un ferro da stiro serve a uno scopo primario, come dici tu, ma il suo valore d'uso e' funzionalmente piu' semplice: serve solo per stirare.

3) Io sono in fondo contento di fare l'archeologo. Mi piace dare risalto a tanti dischi che hanno qualcosa da dire a molti anni dalla loro realizzazione. Non ci vedo nulla di male se ancora oggi le case discografiche stanno in piedi grazie ai Beatles e ai Pink Floyd. Non piu' che se penso che ancora oggi Pavese e Fenoglio costituiscono dei successi per Einaudi, o che i film di Fellini continuano ad essere proiettati in rassegne in tutto il mondo.

4) Sulle suonerie che dire? Io vivo da anni con il mio "ring ring" senza sentire il bisogno di sentire "Sweet child of mine" ogni volta che qualcuno mi cerca al telefono. Poi c'e' un nuovo fenomeno qui a Londra, e un mio amico mi ha detto anche a Parigi. A Milano non lo so. Ed e' quello della musica suonata in pubblico col telefonino in viva voce. E' impressionante il numero di volte che mi capita di salire sull'autobus e sorbirmi per tutto il viaggio musica rap (che, come dice Brian Wilson, "I'd rather call it crap") suonata con il telefonino. Il suono e' cosi' gracchiante, al di la' della qualita' musicale, che non si capisce come si possa ancora chiamarla musica. Sono tutte cose che non capisco Prema. Forse sto solo invecchiando, mah.

martedì, 03 luglio, 2007

 
Anonymous Anonimo said...

Fabio mi sorprendi, non credevo che ci fosse una cafonaggine non ancora in uso a MI. Credo che i milanesi si aggiorneranno presto.

Riguardo i CD, ho ricevuto oggi Wave di Patti Smith, comprato on-line ovviamente. A 9,90.
I CD nuovi me li faccio regalare al compleanno, costano troppo (e quindi vado solo su autori "sicuri", a proposito di back catalogue, mica posso permettermi si spendere 19,50 per un CD che poi non mi piace e magari non ha dentro neanche i testi).
In effetti penso che il problema sia proprio il fatto che per gli editori la musica è niente altro che merce, la pubblicizzano e la vendono come fosse un detersivo.
Se poi hanno problemi di budget potrebbero magari risparmiare sui sofisticatissimi videoclip, sulle modelle che non sanno cantare ma sono (ovviamente) carinissime, sui passaggi MTV, magari pubblicare più cose di autori non ancora miliardari a prezzi inferiori. E magari, già che siamo in tema di archeologia, mandare più musica alle radio, dove il bel visino conta poco e la musica di più.
E non mi vengano a parlare di diritti d'autore e download illegale: basta guardare a che prezzo sono vendute le musicassette (sì proprio le Stereo7 della ns infanzia, che ancora si trovano, raramente). Se il supporto costa di più, la distribuzione uguale e i diritti d'autore sono gli stessi, perchè il CD costa di più?
Certamente la colpa è anche del pubblico, che guarda MTV e che poi va a comprare i DVD.
ciao
Auro

martedì, 03 luglio, 2007

 
Blogger Fabio said...

In realta' qui sono solo i ragazzini neri a sentire musica in quel modo, ma credo anch'io che a Milano arrivera' presto. Pensa che bello...

Io ti confesso che continuo ad avere un po' di problemi ad accettare il download. Quando l'ho fatto, poi mi sono andato a comprare il disco, per avere la copertina, le note, i testi. Non dovrebbe essere cosi', lo so, la musica e' per sua natura immateriale. Dev'essere una sorta di riflesso condizionato.

La cosa positiva, in tutto questo, e' che viene pubblicata proprio tanta buona musica, se metti insieme cose nuove e ristampe. Non basta una vita per ascoltare tutte le cose interessanti che sono state incise fino ad oggi, naturalmente se scavi bene. Quando ti sembra di avere ascoltato tutto, salta fuori un Antony o un Devendra.

Relativamente a MTV, l'ho scritto altre volte: credo che abbia, molto semplicemente, ucciso la musica. E comunque basta non guardarla, come tutta la televisione. Ci sono tante cose da leggere.

martedì, 03 luglio, 2007

 
Anonymous Anonimo said...

non equivochiamo, si parlava della scomparsa dei negozi e dei supporti (CD) tradizionali.
Non giustifico il download illegale nè lo pratico, solo non mi vengano a raccontare che la crisi della buona musica dipende da questo. Al massimo venderanno un pò meno le ragazzine che sculettano.
Auro

martedì, 03 luglio, 2007

 
Blogger Fabio said...

Cosa intendi pero' per "crisi della buona musica"? Io non credo che ci sia una reale crisi in questo senso. Non riesco materialmente a stare dietro a tutto quello di interessante che esce, tra novita' e ristampe.

martedì, 03 luglio, 2007

 
Blogger prema said...

Concordo con Fabio: non è la nusica che è in crisi , è l'industria discografica che lo è .
Date un occhio a questo articolo:
http://www.rollingstone.com/news/story/15137581/the_record_industrys_decline

martedì, 03 luglio, 2007

 
Blogger Fabio said...

Che il 65% delle vendite avvenga al Wal-Mart o in altri ipermercati non lo sapevo. Se ci pensi e' legato all'eta' degli acquirenti. Dapprima mi ha sorpreso e, lo ammetto, intristito. Poi pero' si torna al punto di partenza, non trovi? Se il negozio di dischi non mi da' il valore aggiunto di farmi imparare/ conoscere/ scambiare esperienze, che ci vado a fare?

mercoledì, 04 luglio, 2007

 
Blogger prema said...

su questo argomento , negozi di dischi , Rumore ha pubblicato un articolo interessante a Maggio
se ti capita leggilo

giovedì, 05 luglio, 2007

 

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