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venerdì 23 novembre 2007

Don't you forget about me

[New York, Aprile 2007]

E' da quando questa primavera passeggiando per Chelsea, Chelsea di New York non quella di Londra, sono rimasto folgorato dalla riproposizione di un'installazione di Gordon Matta-Clark (anche nelle arte visuali le cover di questi tempi vanno forte), che continuo a pensare a cosa doveva essere vivere a Manhattan negli anni '70. Per quelle strade, in quegli anni, incontravi assoluti visionari.

Visionario per eccellenza era Arthur Russell. Non ci vuole un genio per prevedere che quando uscira' il documentario sulla sua vita, all'inizio del 2008, in tanti riscopriranno questo formidabile, inclassificabile violoncellista dalla vita troppo breve, ma personalmente e artisticamente intensissima.

Originario dell'Iowa, a 18 anni Russell va a vivere in una comune buddista di San Francisco, dove studia musica indiana e conosce Allen Ginsberg. E' il violoncello di Russell ad accompagnare molti reading di Ginsberg in quegli anni.

Alcuni anni dopo, nel 1973, lo ritroviamo a New York, dove inizia a collaborare con Philip Glass, David Byrne, Rhys Chatham.

Ancora qualche anno dopo, quando nella comunita' gay della quale Russell fa parte impazza la disco music, comincia ad alternare dischi meditativi e astratti (non lontanissimi dalle atmosfere che oggi propone Antony) con produzioni orientate ai club, singoli registrati con alias come Dinosaur, Dinosaur L, Indian Ocean, Killer Whale, che gli daranno una qualche notorieta'.

Quando a soli 40 anni ci lascia, stroncato dall'AIDS, il Village Voice scrive: la sua musica era cosi' personale che sembra che lui sia svanito all'interno di essa. Dissolto nella musica, assorbito al suo interno come in un gorgo di suono. E quindi ancora tra noi. I grandi artisti non muoiono mai, si sciolgono all'interno della propria arte.

Da allora, era il 1992, il nome di Russell e' stato piuttosto dimenticato. Come e' possibile mi domando, ma una risposta come fai a trovarla. Ha fatto eccezione la solita eccellente Soul Jazz, che nel 2004 ha pubblicato una raccolta dei suoi lavori migliori sotto il titolo The world of Arthur Russell (che se state cercando, da Sounds of the Universe l'ho vista ancora ultimamente).

Dall'inizio di quest'anno invece il suo nome per fortuna si e' tornati a incontarlo da piu' parti. Ha cominciato Tracey Thorn, che nel suo disco di questa primavera ha incluso un'ottima cover di Get around to it. Poi e' stata la volta di un provider di telefonia mobile che qui in Inghilterra ha utilizzato un frammento di This is how we walk on the Moon in una pubblicita' che si e' vista davvero molto al cinema. E infine e' arrivata Rough Trade, che ha da poco pubblicato un bell'EP di sue cover. Solo quattro, ma davvero ben eseguite. Meglio di niente.

L'EP, che si intitola con sfoggio di fantasia Four songs by Arthur Russell, ne esplora il lato meditativo e intimista, quello che espresse magnificamente in dischi come World of echo (1986, registrato da Phil Niblock e probabilmente il suo assoluto capolavoro), Tower of meaning (1983) e Another thought (1994, postumo).

A interpretare le sue musiche troviamo Vera November (Verity delle Electrelane, qui da sola col suo pianoforte), Jens Lekman (che si accompagna semplicemente con una kalimba), Taken by Trees (voce sussurrata, chitarra acustica appena percettibile, clarinetto e fruscio lo-fi), Joel Gibb (con Jens Lekman al piano, nella cover direi piu' convenzionale delle quattro).

L'andamento di questi 19 minuti di musica e' autunnale e pensoso, adatto alla stagione, e insomma se avete un po' di tempo e non sapete cosa ascoltare nel fine settimana, il blog che state leggendo vi consiglia di cercare questo EP e naturalmente tutti i dischi di Russell sui quali riuscite a mettere le mani.

[This is how we walk on the Moon]

2 Comments:

Blogger borguez said...

Grazie per il post e per il suggerimento!
Da tempo cercavo vanamente il modo di poter parlare di questa meraviglia (abbastanza) misconosciuta senza trovare il modo e neppure le parole.
La sua arte, insieme alla sua esistenza, mi appaiono sfuggenti e liquide, come imprendibili.
Ci resta la sua musica, quell'idea straniante del suono e quella voce che rischia erroneamente di passare in secondo piano!

Imperdibile, assoluto e imprescindibile come la stessa idea che l'uomo sia mai stato sulla luna!

sabato, 24 novembre, 2007

 
Blogger Fabio said...

Diciamo pure misconosciuta, senza abbastanza, considerando la sua visionarieta'. E' un po' un peccato che Antony, oltre a citare tra le sue influenze Boy George e Marc Almond, non abbia dato risalto all'impatto di Arthur Russell sulla sua musica, peraltro evidentissimo.

Ma l'anno prossimo il documentario del quale gia' si trova un teaser in rete, dovrebbe fare giustizia, e in parecchi potranno colmare la lacuna. Naturalmente se il documentario verra' distribuito, il che e' tutto da dimostrare dato che mi pare che in Italia non sia nemmeno mai stato distribuito Control.

Alla fine da un po' di tempo in qua in questo blog ritornano atmosfere lunari. Non e' voluto, semplicemente capita.

lunedì, 26 novembre, 2007

 

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