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Ambiente Uguaglianza Tempo

mercoledì 31 gennaio 2007

Qualche aforisma dai diari di Andy Warhol:

When you think about it, department stores are kind of like museums.

But why should I be original? Why can't I be non-original?

I never wanted to be a painter; I wanted to be a tap-dancer.

Oh, art is too hard!

I like boring things.

All I ever really want is sugar.

I loved working when I worked at commercial art and they told you what to do and how to do it and all you had to do was correct it and they would say yes or no.

I never read, I just look at pictures.

Anybody can do what I do.

I didn't really change. All that happened was I moved my work from a department store window... to a gallery. I didn't change my style.

[Bella davvero la mostra di 65 tra i suoi primi lavori su carta, che se passate da queste parti potete vedere alla Timothy Taylor Gallery di Mayfair: fiori, ritratti, gatti, scarpe femminili.

Vi segnalo anche uno spazio immenso dedicato all'arte che hanno appena aperto dalle parti di casa mia, con spazio lettura dove trovate tutte le riviste d'arte che conoscete, non conoscete ancora e nemmeno immaginavate esistessero. Si chiama Parasol Unit, ha anche uno spazio all'aperto, resta proprio a un passo da quest'altra eccellente galleria ed e' ideale per passarci un'oretta il Sabato mattina. In questo periodo ci trovate una mostra, discreta, di un epigono di Gerhard Richter che si chiama Johannes Kahrs].

martedì 30 gennaio 2007

E' stato il mio fine settimana Bonnie Prince Billy.

Venerdi', senza alcuna speranza, verso le 7 di sera sono entrato nel foyer della Queen Elizabeth Hall per chiedere un return ticket del suo concerto andato sold out nel giro di minuti alcuni mesi fa. Niente coda e la gentilissima cassiera che mi dice sorridendo "Ci hanno appena rivenduto un posto ottimo: H21". Guardo la pianta del teatro che mi porge e non ci voglio credere: ottava fila, centralissimo.

Entro nella sempre impressionante concert hall rivestita di legno, mi siedo, apro il giornale ancora intoccato dalla mattina. Poco dopo sollevo lo sguardo e vedo arrivare una fata dai riccioli biondi che si siede esattamente di fianco a me. Seconda fortuna nel giro di pochi minuti, incredibile. La fata bionda ancora non lo sa, ma sara' la fortunata vincitrice o la vittima sacrificale predestinata, a seconda dei punti di vista, di una puntata personalizzata di Prospettive Musicali. Lo so, lo so, state tutti invidiandola :-)

Prima del concerto sale sul palco un gruppo trascurabile che intrattiene si fa per dire il pubblico con una sorta di versione dark country dei Birthday Party. Pochi brani per fortuna, e anche quei pochi suonati pare senza troppa convinzione. Molto rumore per nulla.

Quando escono le luci restano spente e alla loro presenza pressoche' nulla, si sostituisce il carisma di Dawn McCarthy. Set acustico per la bianco vestita cantautrice che fa il controcanto su "The letting go". Voce davvero impressionante. Passa da toni piuttosto bassi ad altri altissimi con un'agilita' spettacolare. Le canzoni che interpreta accompagnata dalla sua chitarra acustica sono molto malinconiche o molto romantiche e comunque molto intense.

Piccolo break, nel corso del quale si interrompe anche la puntata speciale di Prospettive Musicali per lasciare spazio a un imprevisto Microfono Aperto sul tema cosa fai di bello qui a Londra da quanto tempo sei qui ma perche' non ci scambiamo le mail ecc., poi si rientra nella hall, e poco dopo appare sul palco la folta barba del cantautore del Kentucky, per l'occasione vestito in elegante completo grigio.

Quello che mi ha sempre stupito di Bonnie Prince Billy e' la sua capacita' di trasformare i propri brani. Pensate alle versioni country dei brani dei Palace che uscirono qualche anno fa. La formazione di Venerdi' sera era completamente elettrica. Due chitarre, basso, batteria, tastiere. Niente di quegli archi che impreziosiscono "The letting go". I brani di quel disco vengono tradotti in chiave country rock in stile Rolling Thunder Revue. Bonnie e Dawn che cantano e accennano passi di danza come moderni Bob e Emmy Lou. Suoni che sembrano uscire da "Desire" e "Blood on the tracks". Verso la fine la tensione si libera in una versione di Pushkin che scioglie cuore e anima. God is the answer, God is the answer, Pushkin rides the lightning e io sono mille miglia lontano e contemporaneamente proprio in quella sala e proprio in quel momento. Finale incredibile con cover di "John the baptist" di John Martyn e, pensate, "So sad to see good love go bad" degli Everly Brothers.

Sabato il fine settimana Bonnie Prince Billy e' proseguito con l'acquisto del singolo "Lay and love". La prima traccia la conoscete, era su "The letting go" ed e' uno dei migliori esempi di intreccio tra le voci di Will e Dawn che potete ascoltare. I due brani rimanenti sono una cover acustica di "Senor" di Dylan, che era su "Street legal", 1978, e, sempre di Dylan, di "Going to Acapulco" dai "Basement tapes". Quest'ultima suonata piuttosto allegramente da una brass band, a confermare il periodo felice del nostro Bonnie.

Domenica il fine settimana Bonnie Prince Billy si e' concluso al Curzon Soho con una delle prime proiezioni europee di "Old joy", starring Will Oldham. Il piu' incredibile pezzo di cinema carveriano almeno dai tempi di "Short cuts" di Altman. Road movie che e' anche un lungo monologo di Oldham. Film sulla totale incomunicabilita' eppure leggero come una piuma. Girato nei boschi dell'Oregon, solo Will Oldham, Daniel London, un cane e qualche sparsa comparsa. Musica miracolosa di Yo La Tengo che accompagna il silenzio senza interromperlo. Un film che mi ha riempito di gioia, tristezza, commozione che dopo la proiezione ho dovuto "buttare fuori", con Marco che ripeteva "E' il film piu' Fabio che io abbia mai visto".

Tutto questo mentre su Radio Popolare qualcuno trasmetteva:

1) Beck Cellphone's dead (da The information, Interscope 2006)

2) Beck Loser (da Mellow gold, Geffen 1994)

3) Joanna Newsom Emily (da Ys, Drag City 2006)

4) Joanna Newsom Sprout and the bean (da The milk-eyed mender, Drag City 2004)

5) Brightblack Morning Light Friend of time (da Brightblack Morning Light, Matador 2006)

6) Joan As Police Woman Real life (Reveal 2006)

7) Lou Reed She's my best friend (da Coney Island baby, RCA 1976)

8) Belle & Sebastian Act of the apostle (da The life pursuit, Rough Trade 2006).

venerdì 26 gennaio 2007


Il London Calling Cut Price Music Store consiglia per la vostra spesa del fine settimana:

Alela Diane The pirate's gospel (Holocene 2006). Dovessi scommettere su un nome per il 2007 farei quello di questa giovane cantautrice appassionata di chitarre acustiche ed uncinetto. Vive a Portland, ma arriva da Nevada City. Come i piu' informati tra di voi sanno, e' la citta' della nostra Joanna Newsom, che Alela Diane l'ha scoperta. "The pirate's gospel" e' un dischetto registrato a casa sua con l'aiuto del padre. Mi ricorda tanto Devendra Banhart periodo "Oh me oh my..." e "Rejoicing in the hands". Stessa semplicita' acustica che lascia respirare la mente. Il myspace di Alela lo trovate qui. Una breve video-intervista la potete vedere qui. Un video lo trovate qui.

Mark Fry Dreaming with Alice (It 1972). Mark Fry veniva presentato da Lucio Dalla all'inizio degli anni '70 come "il mio amico inglese". Fry nacque in Inghilterra, ma si trasferi' a Firenze per studiare pittura all'Accademia di Belle Arti. Qui conobbe una certa Laura Papi, amica personale di Pasolini, Bene, Fo, della quale tutto cio' che so e' che morira' ancora giovanissima. Ogni fine settimana Mark saliva sulla sua Ducati 250 alla volta di Roma, per incontrare quel cenacolo di intellettuali. Dario Fo gli chiese di entrare nella sua compagnia teatrale. Fry rifiuto' e non se lo perdono' mai, cosi' dice. Tra un incontro e l'altro trovo' il tempo per registrare per la It, una sussidiaria italiana della RCA, un intero LP di acid folk come forse in Italia non si era mai sentito. Alla RCA gli presentarono Lucio Dalla e tra i due nacque un'amicizia che dura ancora adesso. Per alcuni anni Mark apri' regolarmente i concerti del cantautore bolognese. Presto pero' Mark si stanco', lascio' l'Italia alla volta della California dove incise ancora alcune canzoni di cristallino folk rock prima di abbandonare per sempre la chitarra per dedicarsi alla pittura. Ora vive in Normandia, pur esibendo i suoi lavori piuttosto regolarmente in una galleria di Mayfair che lo rappresenta. Una galleria di suoi lavori la trovate qui. Leggete il titolo del terzo quadro della terza riga e ditemi se anche a voi ricorda qualcosa.

mercoledì 24 gennaio 2007

Un po' di appuntamenti:

Domani, Giovedi' 25 Gennaio alle 12.15, all'interno di Zoe visiteremo insieme la retrospettiva del Design Museum dedicata ad Adam Fletcher. Insieme a Robert Brownjohn del quale abbiamo gia' parlato e a Terence Conran, Fletcher e' il padre del design contemporaneo britannico. Brownjohn era nato in America, mentre Fletcher e Conran abbandonarono la conservatrice Inghilterra per studiare in quel Paese. Si incontrarono presso i maestri della Bauhaus rifugiati negli Stati Uniti. Fletcher fu discepolo dell'immenso Josef Albers. Al ritorno dal Nuovo Mondo, fece tappa in Italia, dove nel corso degli anni '50 curo' le campagne pubblicitarie di Pirelli e Olivetti. Suoi sono i logo del Victoria & Albert Museum e della Reuters, sue le migliori campagne di Shell, IBM, Piaggio. Lavorava con un team minuscolo, solo due assistenti. Non era un Norman Foster o un Terence Conran insomma. Viveva in una scuderia ristrutturata a Notting Hill, lavorava in una fabbrica ristrutturata di Paddington. Ordinava il caos in forme bellissime. Il resto ve lo racconto domani.

Domenica 28 Gennaio alle 22.35 andra' in onda una puntata di Prospettive Musicali registrata in totale rilassamento durante le vacanze di Natale

Giovedi' 8 Febbraio alle 12.15 altra corrispondenza per Zoe, devo ancora pensare su cosa.

Domenica 11 e 18 Febbraio alle 22.35 Prospettive Musicali in diretta, e vi assicuro che varra' la pena ascoltare, mi stanno arrivando dischi superlativi.

Martedi' 13 Febbraio, grazie a Gigi Longo che mi ha passato la buona notizia, alla Casa 139 di Milano suonera' Howe Gelb. Tenetevi la serata libera, ci si vede li'.

martedì 23 gennaio 2007



Vorrei trovare le parole per descrivere il concerto di Joanna Newsom accompagnata dalla London Symphony Orchestra, al Barbican Venerdi' scorso, ma per quanto mi possa sbizzarrire con le iperboli, non credo di essere capace di rendere piu' di una vaga idea di quello che ho visto e ascoltato.

La grazia, l'infinita bellezza, la magia che ti circondano durante l'esecuzione di Ys non sono comprimibili all'interno di strutture di linguaggio. Trascendono le categorie conosciute, ti proiettano in un mondo altro del tutto interiore e profondissimo del quale nemmeno sospettavi l'esistenza.

Joanna sale sul palco tutta sorridente, rilassata, e inizia ad accompagnarti nel suo universo parallelo misterioso e fatato, con quell'arpa che diventa flauto magico capace di tracciare sentieri nel verde verso l'arcobaleno.

E' musica mai ascoltata, la rappresentazione di un pianeta che non esiste in perenne rotazione attorno a soli colorati. Ti colpisce con la sua delicatezza, ti avvolge, ti fa lentamente perdere ogni contatto con la realta'.

"The meadowlark and the chim-choo-ree and the sparrow" e sei gia' lontano. Per tutta la durata di Emily ti contorci sulla poltroncina, desiderando che duri per sempre, o che finisca subito per poter dar voce ai tuoi sentimenti liberandoli in un applauso senza limiti. Emotivita' che fiorisce e chiede di essere espressa.

Prima di "Only skin" sale sul palco Bill Callahan, che fara' un piccolo cameo con la sua compagna. Bill e la seconda voce si guardano, ed e' la prima volta che gli vedo fare un tranquillo, contenuto sorriso.

Ma quello che riesco a esprimere e' davvero nulla. Avreste dovuto essere li' per poter fare esperienza di un paio d'ore di assoluta trascendenza. Con e senza l'orchestra. I brani nuovi sono meravigliosi, fatti di nulla, con il mandolino che si intreccia tra le note dell'arpa, scandito da rintocchi di percussioni sparse. Ancora una volta Joanna sa stupire facendoci ascoltare musiche senza precedenti.

Tutto finisce con Sadie. Oppure inizia, non lo so. Ma ho fatto una promessa, e la voglio mantenere.

Ricerca del silenzio per lasciare risuonare il concerto fino alla mattina dopo, alla passeggiata su Regent's Canal ancora sospesi in una bellezza impossibile da dimenticare.

Una video-intervista a Joanna Newsom la trovate qui.

venerdì 19 gennaio 2007

Nel mio mangiadischi stanno girando:

1) Caetano Veloso Ce (Universal 2006). Malinconica colonna sonora di queste serate d'inverno. Uno dei dischi migliori del Dylan brasiliano, nel quale Veloso si riappropria dei suoni tropicalisti che lui e Gil inventarono. Recuperate, se lo trovate, anche Transa, per me il suo capolavoro insuperato (Philips 1972: si trova d'importazione brasiliana cercando bene)

2) David Crosby If I could only remember my name (Atlantic 1971). Collaborano con Crosby tutti i nomi della California di quegli anni: da Neil Young a Jerry Garcia, da Grace Slick a Graham Nash, da Joni Mitchell a David Geffen. Nessuno di loro pero' e' mai riuscito a realizzare un disco di questa visionarieta'. Leggero come una piuma e contemporaneamente acido come aceto andato a male

3) Ray Lamontagne Till the Sun turns black (RCA 2006). Lo trovo addirittura superiore a Trouble. Fin dalle prime note. "Be here now" che sembra Van Morrison accompagnato dagli Air. Disco suonato benissimo con una dinamica superlativa. Passione infinita. Romanticismo senza alcun limite che non siano i confini dell'anima. Be here now

4) Vashti Bunyan Just another diamond day (Philips 1970). Prodotta da Joe Boyd - Fairport Convention, Nick Drake, REM. Folk cristallino, limpido come un lago di montagna. Voce freschissima. Flauti, violini, chitarra, vento. Tutto purissimo, musiche che sanno far respirare la mente. Stemperano silenzi senza interromperli

5) Songs of Green Pheasant Aerial days (Fat Cat 2006). Dischetto semplicissimo, registrato in casa da un polistrumentista di Brighton. Un po' My Bloody Valentine un po' Beatles, dei quali riprende "Dear prudence". Cantato sottovoce. Echi di Mark Hollis, Alexander Tucker, Richard Youngs.

mercoledì 17 gennaio 2007

"Ghosts" ti prende allo stomaco, fa male e non va piu' via. Sono ormai giorni che penso a questo film senza riuscire a darmi pace. Soprattutto non trovo le parole per farvi parte di quella che e' stata un'esperienza cinematografica estrema senza precedenti.

I "ghosts", i fantasmi, sono gli inglesi, nel linguaggio dei cinesi immigrati. Gli inglesi ultra-razzisti dietro alla facciata di gelida formale accoglienza che nasconde il loro orgoglio basato sul piu' vuoto dei nulla. Il vomito rituale del fine settimana, le drammatiche villette famigliari suburbane, i debiti per comprare la macchina piu' ingombrante dei loro ancor piu' miserabili vicini, il gambling, le scommesse.

Un'economia che si regge esclusivamente sullo sfruttamento di "manodopera a basso costo", di esseri umani, esseri umani come voi e come me, che portano con se' lo stigma incancellabile di essere nati in una regione povera di questo pianeta. Che sono dovuti fuggire dalla miseria, a volte dalle guerre. Che hanno messo in gioco tutto per cercare di dare un futuro ai propri figli. Che si sono coperti di debiti, non per comprare il SUV e ancor piu' patetiche vacanze sul Mar Rosso ma un biglietto senza ritorno verso una terra che non conoscono. Per trovare un lavoro che permetta loro di dare da mangiare ai loro figli.

Il viaggio e' durato 6 mesi, su mezzi di fortuna, passando controlli con documenti falsi. L'ultima tratta avviene all'interno di casse saldate. Prima su un camion, poi su un traghetto, con l'aria che viene a mancare. Poi a un certo punto, per chi ce la fa, la luce. L'Inghilterra.

Fatta di materassi luridi buttati a terra, altri documenti falsi, uffici privati di collocamento, le strafottute agenzie interinali dello strafottuto Marco Biagi e del suo equivalente inglese che purtroppo probabilmente e' ancora vivo. Dove lavorano impiegati poveracci che ti offrono un lavoro solo se li copri di regalini, cioccolato e che sia di quello buono.

Poi il lavoro. Stabilimenti per l'impacchettamento di carne, catene di montaggio dove tutti sono vittime: gli animali pieni di veleni, chi li lavora, chi li mangia. Tutti tranne chi ci guadagna, e il film lo dice chiaramente: Tesco, Saisbury's, Asda. Orari impossibili e poi il salario, tanto sognato. Che pero' e' stato decurtato: dall'agenzia e dalle tasse. Il 44% di tasse. Quello che rimane sono 100 sterline settimanali, dopo aver lavorato dall'alba a notte fonda. Il prezzo dell'affitto e di un po' di cibo. Ma il cibo prodotto, gli immigrati non lo possono comprare.

Quando Ai Qin guarda le cipolle che ha colto con tanta fatica, e si rende conto di non poterle acquistare, ti sale dentro una rabbia che non e' possibile descrivere a parole.

E quando il lavoro non c'e' piu', e ci si deve trasferire su al Nord a raccogliere mitili, si accetta la prospettiva. Si ha ancora speranza. Ma poi la speranza si infrange. I raccoglitori locali organizzano una spedizione punitiva, distruggono il lavoro dell'intera giornata. Nessun risultato, nessun guadagno.

Ma la soluzione, ancora una volta, sembra esserci. Gli inglesi non sanno rinunciare a quel piscio che li rende in grado di socializzare quel minimo e allora perche' non raccogliere i mitili durante la notte, mentre i locali si ubriacano?

Forse ho gia' raccontato troppo di questo film, ispirato a una storia vera. Che forse non verra' mai distribuito fuori di qui. Prodotto da Channel 4. Il direttore e' Nick Broomfield, documentarista inglese che ha ispirato Michael Moore e Morgan Spurlock - quello del documentario anti-McDonald's "Super-size me", ricordate?

Si esce dal cinema devastati. Il genere di film che piace a me. Quello che ti apre gli occhi. Non ti fa uscire dalla realta'. La realta' la amplifica, la passa al microscopio, la mostra in tutta la sua tragica ingiustizia.

Una recensione vera la trovate qui.

[E parlando di cinema, lo so, non c'entra nulla, ma qualche sera fa sono stato a vedere il capolavoro di Bunuel "Belle de jour" sul grande schermo del National Film Theatre 1. Confesso di non averlo mai visto prima. Altra esperienza sconvolgente, ermetica, della quale non vedi il fondo. Un viatico per i sotterranei dell'anima. Con quel finale che mischia realta' e finzione e sembra dirti che in realta' non e' successo nulla, ti sei inventato tutto, le correnti magari si agitano sotto la superficie, ma questa rimane magicamente pacifica, perfettamente liscia, meravigliosamente normale].

martedì 16 gennaio 2007

[Shiny happy people # 8: Adem, Chalk Farm, Gennaio 2007]

Sabato sera, quando al fianco della sempre fascinosa Vashti Bunyan ho visto la figura simpatica di Adem non sono riuscito a trattenermi.

Adem lo conosco da anni, da quando al ritorno da un viaggio in Italia trovai tra la posta il suo primo disco. Mi sentivo terribilmente solo in quei tempi, e le delicate melodie di quel disco mi tenevano compagnia, rendendo sopportabili le mie serate domestiche - vivevo in una casa che chiamare casa e' un complimento: fuori sembrava un penitenziario di massima sicurezza, dentro aveva una rancida lurida moquette anche in bagno, pareti mai imbiancate, mobili Ikea distrutti di prima che l'Ikea esistesse. Erano i miei giorni da immigrato appena arrivato qui, sembrano passati secoli a ripensarci adesso e sono invece solo pochi anni. Tutto e' cambiato cosi' completamente che mi viene quasi nostalgia di quello squallore, non vi capita mai?

Poi, poco dopo, lessi di un festival organizzato da Adem in un piccolo teatro semi-abbandonato di Bloomsbury. Per due giorni si alternarono sul minuscolo palco nomi allora del tutto sconosciuti: Joanna Newsom, Jose Gonzales, Juana Molina. Headliners del festival erano Bill Callahan e Bert Jansch.

Tra un concerto e l'altro, a presentare i musicisti saliva sul palco questo ragazzo simpatico, con un sorriso irresistibile sotto una barbetta che non riusciva a nascondere la sua giovane eta'. Per due giorni vissi in una specie di estasi musicale sospesa. I concerti iniziavano alle 3 del pomeriggio e andavano avanti fino a tarda serata. Il pubblico ascoltava in silenzio, concentratissimo, seduto sul pavimento di legno della piccola sala. Tra un set e l'altro il silenzio concentrato non veniva interrotto: dalle tasche delle giacche di velluto tiravamo fuori i nostri libri in attesa del concerto successivo. Ogni tanto si usciva dalla sala per andare a prendere una tazza di te', poi si tornava di nuovo dentro ad ascoltare quelle delizie acustiche.

Il movimento neo folk, quello che ascoltate spesso a Prospettive Musicali, nacque in quel fine settimana. Non fossi stato in quel teatro, forse oggi ascolterei e trasmetterei qualcosa di completamente diverso.

In quei due giorni ho pensato spesso di avvicinarmi ad Adem e ringraziarlo per aver organizzato un festival cosi' originale e silenzioso. Non lo feci, e come sempre quando desidero esprimere un sentimento e non lo faccio mi pentii.

Cosi', ad anni di distanza, Sabato scorso mi sono avvicinato e ho detto ad Adem quanto lo considero una figura importante per la mia formazione musicale. Lui mi ha sorriso con il suo sorriso caloroso e mi ha detto tutto contento: "Eri alla Conway Hall in quel fine settimana? Davvero?! Beh, sappi che quello e' stato il fine settimana che ha cambiato anche la mia vita e i miei ascolti". Ci siamo guardati come si guardano vecchi amici. Abbiamo fatto percorsi cosi' simili da allora, alla ricerca continua di suoni che sappiano rendere piu' luminosa, naturale, sopportabile, colorata quella strana cosa agrodolce che chiamiamo vita.

In ritardo, ma sono stato cosi' contento di averlo, finalmente, ringraziato.

[Se ancora non lo conoscete, cercate assolutamente quel dischetto magico che e' Homesongs. Commuovetevi ascoltando "These are your friends", la piu' tenera ballata sull'amicizia che ricordo di avere ascoltato dai tempi di "You are my friend" dei Rain Parade. Sentite il cuore che si stempera nel silenzio notturno di "Pillow". E infine volate sulle ali di "There will always be", dove a un certo punto sussurra:

I hope you find
All you need in this life to get by

And if all the lights that lead you
Lead you to my door
It will always be open
There will always be lights on
There will always be room at my table to you].

Il sito di Adem lo trovate qui.

venerdì 12 gennaio 2007

London trivia: il primo che riconoscera' questo "batterista" vincera' qualcosa, sicuramente la mia stima, forse qualcos'altro, adesso ci penso.

[Un piccolo aiuto? Dopo il concerto mi ha confessato che quello che abbiamo avuto il piacere di ascoltare ieri sera e' l'unico ritmo che sa tenere alla batteria. Quindi, normalmente suona un altro strumento. Basta, ho gia' detto troppo].

giovedì 11 gennaio 2007

[Shiny happy people # 7: Sarah al controllo del mixer]


Presissimo piu' che mai, ma dalla microscopica saletta dove mi sono rifugiato per inviare la mia corrispondenza a Zoe, mando qualche segnale.

Intanto, per dirvi che la playlist di Prospettive Musicali di Domenica 7 la trovate qui.

E poi per le liste del 2006, come da tradizione: concerti, film, mostre, libri che mi sono piaciuti particolarmente nell'anno appena concluso - che a me sembra gia' lontanissimo, chissa' perche'.

Concerti:

1) Howe Gelb Blackheath Halls
2) Sufjan Stevens Barbican
3) Regina Spektor Shepherd's Bush Empire
4) Antony & the Johnsons Barbican
5) Cat Power Barbican
6) M Ward Bush Hall
7) Gal Costa Barbican
8) Bang on a Can Barbican
9) Richard Thompson Barbican
10) Geno Washington Victoria Park

Film:

1) Davis Guggenheim An inconvenient truth
2) Denis Dercourt The page turner
3) Luc & Jean Pierre Dardenne L'enfant
4) Alex Gibney Enron: the smartest guys in the room
5) Dominic Savage Love & hate

Mostre:

1) Albers & Moholy-Nagy Tate Modern
2) In the face of history Barbican
3) Anne Pigalle Michael Hoppen Gallery
4) Jim Lee Galleria Carla Sozzani
5) Ellsworth Kelly Serpentine Gallery

Libri:

1) Joyce Carol Oates Tu non mi conosci (Mondadori)
2) Murakami Haruki Tutti i figli di Dio danzano (Einaudi).

lunedì 8 gennaio 2007

[Uno scrive un post tristissimo e senza speranza, poi resta in dubbio se pubblicarlo, lo pubblica, va a fare un giretto sul blog di Wiseacre e come per incanto il pessimismo si stempera e un raggio di luce trapela tra le nuvole nere. Cancella tutto. E quindi, Wiseacre, grazie. E a tutti gli altri un invito all'ascolto, di la' da lui].

venerdì 5 gennaio 2007





C'e' un sentiero che non mi annoia mai percorrere. E' quello che porta da San Rocco, sopra Camogli, a Stella Maris, passando per la piccola incantevole piazzetta di San Niccolo' sospesa sul mare.

Nessun mio ritorno in Italia e' completo senza aver trascorso un po' di tempo a contemplare il mare, e nessun sentiero offre scorci piu' emozionanti profumi piu' intensi contrasti di luce piu' suggestivi.

Percorretelo durante un giorno feriale, quando incontrerete solo poche persone silenziose, in cerca di un contatto vero con se stesse e con la natura da approfondire passo dopo passo.

Non dimenticate di mettere un bel pezzo di focaccia ligure nel vostro zaino: la camoglina o quella alle olive o quella al rosmarino. Nel dubbio fate come me, prendete un piccolo pezzo di tutte e tre. E un bel libro di poesie da recitare al mare sotto di voi.

Piccole gioie da non farsi mai mancare, piaceri semplici che rendono la vita bella e finalmente degna di essere vissuta.

mercoledì 3 gennaio 2007

[Milano, Dicembre 2006]

Buon anno carissimi!

Tornato a casa. Ma quanto e' difficile riprendere a scrivere dopo solo una decina di giorni.

Mentre voi gozzovigliavate, io sono stato a vedere un film che mi da' l'occasione di confessarvi un buon proposito per il 2007. Che poi, scriverlo qui il proposito e' anche un modo per ricordarlo, trasformarlo da uno stato gassoso e astratto a uno solido e concreto, quasi promuoverlo al rango di impegno.

Il film, magari qualcuno di voi l'ha visto, si intitola "Il mio miglior amico" ed e' di Patrice Leconte. I lettori di Milano, se si affrettano, dovrebbero trovarlo ancora all'Anteo.

Pero' e' un film che per me comincia molto prima che varcassi la porta del cinema, diciamo che inizia piu' o meno da una mail del mio amico Enrico che, col suo grandissimo tatto e la sua proverbiale saggezza, mi faceva capire che, insomma, ai miei amici puo' capitare di sentirsi un po' abbandonati. Di non trovare vicino Fabio tutte le volte che vorrebbero, di scontrarsi con la mia distrazione assenza lontananza.

La trama del film e' molto semplice, il film stesso e' facile facile. Eppure ruminazioni successive mi fanno pensare che celi un piano parallelo di profondita' ben nascosta che si intravvede solo dopo qualche giorno. Il protagonista, un antiquario parigino di successo, viene sfidato dalla sua socia in affari a presentarle il suo migliore amico. Ed e' cosi' che scopre di non averne di amici. Conoscenti si', partner commerciali anche, ma di amici veri neanche l'ombra.

Quello che colpisce nel film e' il contrasto tra il successo professionale dell'antiquario, la sua agenda piena di impegni, e il vuoto emozionale, il gelo relazionale, la distanza che lo separa come un muro trasparente dall'essenza emotiva profonda di qualsiasi altro essere umano che incontra.

Uscito dal cinema sono andato a bere un te' con il mio caro amico Paolo, poi a cena con Alessandro e Gigi di Prospettive Musicali. Sono stato davvero bene. A notte ormai piuttosto fonda, entrato nella casa di Milano dove abito pochissime settimane all'anno, riordinando una pila di carte tra le quali non mettevo mano da forse anni, ho trovato un adesivo che proprio non ricordavo di avere, probabile regalo di qualcuno che non vedo da altrettanti anni. Adesivo dove si vede Snoopy tutto sorridente che abbraccia tra le sue zampe Woodstock, sopra la scritta "Tieni stretto chi ti vuole bene".

Sono stato per un po' a guardare quell'abbraccio e a rileggere mentalmente quelle parole, come se si collegassero naturalmente al senso involontario preso dalla mia giornata.

Il mattino dopo quelle parole le avevo di nuovo in testa come un mantra. E non riesco a raccontarvi di tutti i volti che la mia mente ha iniziato ad associare spontaneamente a quelle parole. Amici di infanzia, compagni di scuola, persone conosciute in viaggio, sintonie immediate, relazioni durature e ormai perdute per sempre, incontri veri, discorsi sinceri, notti insonni trascorse parola dopo parola risata dopo risata abbraccio dopo abbraccio, musiche e silenzi condivisi. Tutto ormai perduto, consegnato alla memoria.

Scorrere inevitabile di fasi della vita forse. O forse occasioni perdute di continuare ad essere felice. Difficile dirlo.

E pero' vorrei che quell'adesivo trovato per caso mi indicasse la via da seguire in questo 2007. Nel quale 2007 vorrei che la relazione prevalesse sull'esperienza, l'incontro sulla contemplazione, il dialogo sull'elaborazione, la condivisione sulla distanza.

Sento che e' importante, che mi devo impegnare piu' di quanto ho fatto fino ad ora.