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Osservazioni e ascolti

lunedì 26 febbraio 2007

Un po' di nuovi arrivi sui miei scaffali, colonna sonora di questo piovoso fine settimana:


Arvo Part/ Estonian Philarmonic Chamber Choir/ Paul Hillier Da pacem (Harmonia Mundi 2007).

Il commesso della sezione classica di HMV che mi sorride complimentandosi per aver comprato uno dei suoi dischi preferiti dell'ultimo anno, e subito dopo mi fa leggere una sua recensione, mi introduce all'ascolto di questa raccolta di lavori recenti scritti dall'ultra-settantenne compositore estone. Eseguiti dal meraviglioso EPCC, diretto dal maestro Hillier. Nove composizioni sacre, tra le quali spicca una silenziosa "Salve Regina" con le voci che galleggiano su un organo che accentua profondita' e silenzi. La raccolta include "Dopo la vittoria", una piccola cantata commissionata dal Comune di Milano per celebrare Sant'Ambrogio. Molto consigliati tutti i dischi nei quali l'EPCC esegue Part, sono tre. E per conoscere le origini del compositore baltico, i lavori del suo maestro, Heino Eller, soprattutto Neenia, pubblicato qualche anno fa da ECM New Series.


Mum The Peel session (Fat Cat 2007).

Solo 4 tracce, ma tra le migliori incise dalla formazione islandese. Incise nel 2002, quando i Mum incrociavano elettronica analogica e strumenti tradizionali. Il finale di "Awake on a train" - da "Yesterday was dramatic - today is OK" merita da solo l'acquisto del disco. "Scratched bycicle/ smell memory" ricorda i migliori Tortoise. "Now there is that fear again" e' presente in una versione drammatica e solenne, come facevano dal vivo in quel periodo. "The ballad of the broken string" e' ambientale e cinematica.


Sun Kil Moon Ghosts of the great highway (Jetset 2004).

Viene ristampato in questi giorni il capolavoro del gruppo di Mark Kozelek, nato dallo scioglimento dei grandissimi e misconosciuti Red House Painters. Con un bonus disc contenente sei brani in versione acustica. Per me altrettanto indispensabili. Gli arpeggi e la particolare voce di Kozelek parlano all'anima, anche quando i brani si coprono di elettricita' - "Salvador Sanchez" per esempio. "Carry me Ohio" e "Gentle Moon" fanno ancora battere il cuore e nella malinconia dei quasi quindici minuti di "Duk koo kim" ci si perde ancora.


Toquinho Boca da noite (RGE 1974).

E parlando di malinconia arriviamo in Brasile. "Boca da noite" e' tra quelli che posseggo il migliore disco di Toquinho. Bossanova piena di saudade, sorretta da una tecnica chitarristica sopraffina, un pianoforte, una viola, un flauto. Mancano, e' vero, le straordinarie liriche del sublime Vinicious De Moraes, ma il chitarrista di Sao Paulo sopperisce con alcuni strumentali ricchi di atmosfera. Si trova con un po' di fatica in una ristampa della brasiliana Som Livre. Scrivete loro e fatevelo mandare a casa, oppure chiedete al sempre fornitissimo mail order di Other Music di New York. Gia' che ci siete procuratevi anche Transa di Caetano Veloso: si ascoltano molto volentieri in sequenza.


[Nel fine settimana sono stato anche un paio di volte al cinema. Sabato ho visto "The science of sleep" di Michel Gondry, e francamente non mi ha lasciato nulla. A differenza di "Eternal sunshine of the spotless mind" che mi era piaciuto moltissimo. Troppo farraginoso, recitazione sempre sopra le righe, surrealismo dove un po' di sano realismo avrebbe giovato. E invece ottimo il film che ho visto ieri pomeriggio al Renoir - che, detto per i lettori londinesi, non fa piu' il primo spettacolo a 6 pounds durante il fine settimana, e ha aumentato il prezzo del biglietto a ben 9 pounds. Non e' bello e originale come "Uzak", ma il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan, "Climates", descrive la disintegrazione di una coppia in modo davvero poetico. Si passa dal calore di un'estate al mare a una nevicata tra le montagne dell'entroterra turco, e la relazione segue il cambiamento delle stagioni. Meravigliosa la scena della cena in riva al mare, quasi all'inizio del film - una take unica a cinepresa fissa, come piace a me, che da' estremo risalto alle parole].

[E Sabato pomeriggio sono stato alla Tate Modern a vedere la mostra di Gilbert & George. Troppo, troppo completa. Ma com'e' possibile dedicare venti sale a due artisti che si sono ripetuti per decenni? Gli enormi billboard annoiano, esci sfinito. Il meglio accade nelle prime gallerie. Belli e ironici i carboncini della prima sala, con i due artisti londinesi in trasferta nella campagna inglese. E sempre memorabile la serie degli anni '70 ispirata a graffiti murali, che pero' avevo gia' visto qualche anno fa alla Serpentine Gallery. Il resto stanca un po' secondo me. Giovedi' prossimo, comunque, se ne parla a Zoe, come sempre alle 12.15].

venerdì 23 febbraio 2007


Stamattina, per qualche sinapsi indipendentista, sotto la doccia mi sono messo a ridere da solo ripensando al mio amico Vito che Domenica scorsa e' entrato in studio per darmi il cambio, ed era tutto contento come non lo vedevo da tempo per il mio discorsetto sul lovers rock in apertura di Prospettive Musicali.


Mi sono infilato l'accappatoio e tutto gocciolante sono andato a infilare nel lettore questo disco, mentre un raggio di sole, forse l'unico della giornata, si rifletteva sulla parete del soggiorno.


E poi l'usignolo Horace Andy, Jennifer Lara e la sua versione di "Natural mystic" che se non sapete chi l'ha scritta avete proprio sbagliato blog, "Jah a the creator", e tutto il sole che qui mi manca e il rumore del mare e i grilli che accompagnano notti estive e Scirocco e Libeccio e le mie camminate in collina al tramonto con il cane e la macchina fotografica e un buon libro a tenermi compagnia in tutto quel silenzio e tempi distesi e pensieri liberi e correre in bici tra campi di grano e le giornate lunghissime e cogliere pesche e albicocche nel frutteto dietro casa e tutto quel senso di possibilita' infinite che l'estate sa portare con se', tutto in un grigio Venerdi' invernale che per un'ora ha smesso di esistere.

giovedì 22 febbraio 2007

Piove qui a Londra. Il cielo e' grigio senza colore. Le previsioni del tempo per i prossimi tre giorni non lasciano sperare in un cambiamento. Non rimane che riascoltare 1969 (Polydor 1971) e adagiarsi sulle sue parole:

Sitting here at the window
warm and cosy as can be
all the raindrops are dancing
and they're smiling up at me

(da Lullaby).

[Di 1969 e' disponibile una ristampa di questa etichetta di Canterbury alla quale potete chiedere di mandarvi il disco direttamente a casa. La bella foto del retro-copertina e' sua - citazione necessaria dopo che Domenica scorsa ho dovuto tagliare un po' brutalmente le sue chiacchiere con la pubblicita', appena prima del GR delle 22.30].

[Ecco cosa scriveva il mio amico Alessandro Achilli su Musica Jazz di Novembre 2006 a proposito di questo disco:

Nel 1969 il ruolo di pop star da poco conquistato con i Trinity di Brian Auger andava già stretto a Julie Driscoll, che decise quindi di abbandonare quella strada (si parlava persino di lanciarla nel mondo del cinema, facendo leva sulla sua bellezza) per intraprenderne una nuova. Il suo produttore, Giorgio Gomelsky, non ebbe a ridire e anzi la incoraggiò a incidere i brani che lei da qualche tempo scriveva e proponeva come siparietti solitari nei concerti con i Trinity. Le consigliò anche di farne arrangiare alcuni da un giovane pianista, Keith Tippett, del quale le fece ascoltare un demo (embrione dell'esordio «You Are Here... I Am There») che la colpì molto. Oltre al legame (artistico e sentimentale) che continua tutt'oggi, ne nacque la partecipazione di Tippett e di alcuni suoi fidi a «1969»: non passa inosservato l'intreccio di chitarra acustica, pianoforte e celesta in Those That We Love; e i fiati di Charig, Evans e Dean (che in quello stesso anno affiancarono anche i Soft Machine) contrappuntano e sospingono con i propri riff il cantato di A New Awakening e quello esaltante di Walk Down, che dispiega tutta la sapienza soul accumulata con Auger. I colori di quella terna fiatistica contagiano anche le belle armonie di Parkes-Wadsworth-Sulzmann in Leaving It All Behind (testi e titoli alludono al sofferto cambio di rotta), con i solismi di Jenkins che -- come Clyne, Tomkins e Spedding -- era invece nel giro di Ian Carr. In alcuni degli episodi con Godding, la voce comincia poi a saggiare il proprio registro meno «nero» e più acuto: non tanto nel glissando di Break Out (con i Blossom Toes) quanto nelle parti più morbide della delicata Lullaby, non a caso uno dei due brani (l'altro è The Choice, in trio con Downes e Clyne, dove par di sentire Julie Tippetts in controcanto a Julie
Driscoll) ripresi nel 1976 alla testa dei Butterfly -- Harry Miller, Godding, Charig e altri -- nei concerti di presentazione di «Sunset Glow». Ottima la rimasterizzazione, come sempre in casa Eclectic
].

domenica 18 febbraio 2007


Questa notte a Prospettive Musicali abbiamo ascoltato insieme:

1) Lily Allen Smile (da Alright, still... Regal 2006)

2) Songs of Green Pheasant Wolves amongst snowmen (da Aerial days, Fat Cat 2006)

3) Mark Fry The witch (da Dreaming with Alice, It 1972)

4) Matt Valentine & Erika Elder with the Bummer Road Drive is that I love you (da Green blues, Ecstatic Peace 2007)

5) Sonora Pine Eek (da II, Quarterstick 1997)

6) Matt Valentine & Erika Elder with the Bummer Road Grassthighs (da Green blues, Ecstatic Peace 2007)

7) Shins Sleeping lessons (da Wincing the night away, Sub Pop 2007)

8) Viva Voce Alive with pleasure (da The heat can melt your brain, Full Time Hobby 2005).

giovedì 15 febbraio 2007

In questa mia settimana milanese, leggo i giornali e ascolto le rassegne stampa con un senso di grande stupore.

Le notizie alle quali mi riferisco sono quelle relative alla manifestazione di Sabato a Vicenza e quelle, ancora piu' incredibili, di una ricostituzione anti-storica di una banda armata con non riesco a capire quali intendimenti.

Di marce per la pace, a Londra ne ho fatte ormai non so piu' quante. Marce che, in genere, passano davanti al Parlamento, all'incrocio di Downing Street, lungo la Piccadilly, e che di solito finiscono a Trafalgar Square. Ora, io non ho mai visto un negozio chiuso, e men che meno ho sentito che le scuole davano un giorno di vacanza. Certo, ci sono poliziotti in normale divisa - non quindi anti-sommossa - nei punti strategici della marcia, ma si tratta di manifestazioni colorate e piene di musica, nel corso delle quali non si paventa nemmeno l'ombra di un incidente. La forza di quelle manifestazioni e' la partecipazione popolare festosa.

Nessun home officer si e' mai sognato di indicare quelle marce come luoghi pericolosi. Se l'avesse fatto, sono sicuro che tutti, dai colleghi ai giornalisti, lo avrebbero deriso, schernito. In Italia, invece, non solo si ha il coraggio di nominare un leccapiedi craxiano Ministro dell'Interno, ma gli si permette pure di augurarsi scontri e di sconsigliare la partecipazione di chi intende esprimere un giusto dissenso a un progetto sciagurato di sudditanza al terrorista internazionale George Bush. Gli fa eco Ruttino Papalino, che dopo aver fatto vincere le elezioni a Berlusconi nel 2001 grazie alla sua incapacita' manifesta di rappresentare alcunche' a parte il ruolo del piacione romanesco, invece di ritirarsi a fare un lavoro finalmente onesto e' ancora li' a dire una scemenza dopo l'altra.

Le cosiddette nuove BR sono ancora piu' patetiche e, soprattutto incomprensibili. Se avete letto i testi delle intercettazioni ambientali, vi siete resi conto del dilettantismo da chiacchiera da bar dei personaggi. Mettiamo un petardo a Libero, uno davanti a casa di Berlusconi, un'altro a Mediaset, e invece perche' no all'ENI andiamo con un'autbomba. Immagino guidata da qualche Sunnita, chi lo sa. Ah, e volevano fare trovare morto un qualche esponente di un centro sociale.

Ma chi credevano di rappresentare, nell'Italia di oggi stregata dal Grande Fratello, da Dolce & Gabbana, dalle vacanze a Sharm El Sheik, da Flavio Briatore? Parlavano di rivoluzione dal basso. Ma quale basso, dato che nessuno in quel "basso" si riconosce - magari pure quelli che ci passeranno tutta la vita?

E cianciavano di armi, tenevano kalashnikov in giardino. Ma com'e' possibile perdere il senso della realta' in quel modo? Cioe' credere che alla violenza del sistema si possa contrapporre un'altra violenza, solo nelle loro teste bacate considerata "altra".

Non esiste un'altra violenza. Esiste la forza della dolcezza, l'unica forza che si contrappone davvero, in modo radicale e rivoluzionario, a un sistema nel quale voi che leggete London Calling e io non riusciamo a riconoscerci, che forse nemmeno riusciamo a capire tanto e' lontano da noi.

Esiste la forza della tenerezza, della gentilezza. Rivoluzionario e' fermarsi a fare due chiacchiere quando si incontra sulla nostra strada chi viene scansato da tutti. Rivoluzionario e' fare i complimenti a chi pulisce bagni e uffici, ringraziando queste persone, sorridendo, facendole sentire apprezzate e importanti. Rivoluzione e' dimenticare, per sempre, il sistema di valori dominante, capovolgerlo e propagare la nostra personale versione dei fatti.

Non lo trovo in rete, purtroppo, ma rivoluzionario, davvero, e' il discorso di Bob Kennedy che Estevez ha posto in chiusura di Bobby. Rivoluzione lontana, forse. Ma credo che dobbiamo iniziare da qui, prendendo le distanze dalla follia che ci circonda, estraniandocene, generando valori davvero altri.

mercoledì 14 febbraio 2007


Qualcuno di voi era al concerto di Howe Gelb ieri sera alla Casa 139?

Posso dire che mi sono abbastanza annoiato? Ora, non so quanto di deliberato ci fosse nell'atteggiamento di Howe. L'ho sempre visto - da solo, con i Giant Sand, con i Voices of Praise - in luoghi piuttosto grandi: il Barbican, l'Ocean, il Lyric di Hammersmith, la Blackheath Hall. E certo, in un venue di quel tipo, con Londra che ti guarda, non puoi permetterti di essere "sloppy".

Pero', se sei un artista serio, anche se suoni a Milano davanti a un centinaio di persone in una sala piccola cerchi di dare il meglio di te. Non inizi il concerto dicendo "Oggi suonero' solo brani nuovi, alcuni dei quali non li ho nemmeno finiti di scrivere". Ti impegni un minimo. Non strimpelli, suoni.

Lo scherzo, il gioco, il non prendersi troppo sul serio vanno benissimo. Fanno parte dello spirito indie e rendono piacevole l'atmosfera del concerto. Quando pero' sono tirati per le lunghe, impediscono davvero alla musica di decollare. Gli stop & go continui all'inizio tengono desta l'attenzione, ma dopo un po' rischiano di irritare.

Se si impegna, pur mantenendo un salutare spirito auto-ironico, Howe Gelb sa essere un eccellente cantautore e un istrionico performer. Ma la sloppiness di ieri sera a me e' sembrata molto prossima a un'arroganza un po' fastidiosa.

Il fatto che Howe ricordasse molto bene la data del suo prossimo concerto londinese, il 2 Maggio prossimo al Barbican, mi fa sospettare che siano quelli i concerti ai quali tiene, e che la voglia di suonare alla Casa 139 non l'avesse affatto.

Prendetela come una mia opinione personale, posso sbagliarmi. Del resto ho parlato al termine del concerto con ascoltatori entusiasti.

Come sosteneva Giuseppe da queste parti qualche tempo fa, Howe Gelb e' un'artista piuttosto incostante. Dopo ieri sera capisco pefettamente cosa intendeva dire.


[Una cosa che non capisco: per quale ragione a Milano i concerti iniziano alle 23.30 e finiscono all'1? Non potrebbero durare, come succede in Inghilterra, dalle 21 alle 22.30? Non si starebbe tutti meglio il giorno dopo?].

domenica 11 febbraio 2007


A Prospettive Musicali questa sera abbiamo ascoltato insieme:

1) Alela Diane Menig The pirate's gospel (da The pirate's gospel, Holocene 2006)

2) Joanna Newsom Sprout and the bean (da The milk-eyed mender, Drag City 2004)

3) Alela Diane Menig Can you blame the sky? (da The pirate's gospel, Holocene 2006)

4) Lavender Diamond Please (da The cavalry of light, Matador 2007)

5) Bonnie Prince Billy Lay and love (da Lay and love, Drag City 2007)

6) Howe Gelb But I did not (da 'Snow angel like you, Thrill Jockey 2006)

7) Bonnie Prince Billy Senor (da Lay and love, Drag City 2007)

8) Caetano Veloso Outro (da Ce, Universal 2006)

9) Extradition Original whim (da Hush, Sweet Peach 1971)

10) Holger Czukay Boat woman song (da Canaxis, Scheisshaus 1969).

venerdì 9 febbraio 2007



Ogni tanto nella mia posta arriva un messaggio del mio amico Teo, sempre molto gradito, che mi invita a qualche concerto. Un paio d'anni fa mi parlo' di un cantautore americano che, secondo lui, mi sarebbe molto piaciuto. Il concerto si teneva allo Scala, un piccolo venue dalle parti di King's Cross. Quando si spensero le luci, sali' sul palco questo ombroso cantante barbuto accompagnato da un contrabbassista di colore. Amai quello che aveva da raccontare fin dalla prima nota. La sua voce era come cartavetrata, che pero' invece di graffiare accarezzava. Arrivava direttamente all'anima, non potevi cercare di fermare quella musica. Dopo i primi brani sali' sul palco un quartetto d'archi. Iniziai a volare, senza sapere piu' dove mi trovavo. "Astral Weeks", Crosby, Stills, tutto mischiato in modo originale per il presente. Il pubblico di appassionati ascoltava in silenzio religioso. Per giorni pensai a quel concerto. La mia barba crebbe in modo selvatico, come quella di quel giovane fuori dal tempo, sensibile e taciturno. Che si chiamava Ray Lamontagne.

L'estate scorsa ero a un festival, a Victoria Park, con la mia amica Saskia. Sul palco principale si alternavano i nomi di punta di quei giorni: Guillemots, Lily Allen, eccetera. Il tempo era meraviglioso, non troppo caldo, con la luce del sole che ogni tanto si nascondeva dietro a qualche nuvola passeggera. Ce ne stavamo sdraiati sull'erba, ascoltando pigramente, scambiandoci opinioni, sgranocchiando biscotti. A un certo punto, saranno state ormai le sette, ci siamo alzati per andare a cercare del cibo, e mentre passeggiavamo tra gli stand di veggie burger e curry, siamo stati attratti dai suoni di un piccolo palco secondario. Sotto alcuni alberi, un cantante di colore stava facendo impazzire un pubblico di giovani scatenati al suono di standard soul. Tra un brano e l'altro, i giovani gridavano in coro il suo nome: Geno, Geno, Geno. Saskia e io decidemmo di unirci a quella danza irrefrenabile. Ricordo quel momento, sotto quegli alberi, come uno dei piu' belli della scorsa estate. Quel cantante di colore, che conoscevo per l'hit dei Dexys Midnight Runners dedicato proprio a lui, si chiamava Geno Washington.

In quest'ultima settimana mi e' capitato di risentirli: Geno Washington al Barbican Domenica sera e Ray Lamontagne all'Hammersmith Apollo ieri sera. Ho sognato di ricreare quei momenti di scoperta, quelle magiche sorprese.

Non ci sono riuscito. Concerti entrambi molto belli. Ma concerti, non eventi. Bravissimi entrambi, trascinanti, meravigliosi. Ma non e' stata la stessa cosa. Sapevo cosa aspettarmi.

Solo la sorpresa sa davvero fare battere il cuore, lasciando dietro di se' ricordi che restano dentro di noi indelebili al trascorrere del tempo.

[Ah, vi ricordate di ascoltare Prospettive Musicali questa Domenica e la prossima, vero?].

mercoledì 7 febbraio 2007



Alzando i cursori, in questi i giorni a London Calling si ascoltano:

Holger Czukay Canaxis (Scheisshaus 1969).

Semplicemente, "My life in the bush of ghosts" con dodici anni d'anticipo. Subito dopo aver formato i Can, Czukay inizia a sperimentare manipolando nastri. Quelli che oggi chiamaremmo campionamenti, ma stiamo parlando di quasi quarant'anni fa. Nastri che contengono di tutto: canti tradizionali vietnamiti, musiche medioevali francesi, musica aborigena australiana, koto giapponese, cori tibetani. Il tutto captato attraverso radio a onde medie che permettevano da Colonia di ascoltare attraverso fruscio e sibili radio dell'Est, emittenti nord- Africane, stazioni pirata inglesi.

Czukay, religiosamente, registra tutto. Cerca di realizzare questo album insieme all'amico Rolf Dammers, anch'egli allievo di Karlheinz Stockhausen. I loro Revox pero' non permettono di alterare la velocita' dei nastri. E allora colpiscono. Come ogni giorno, vedono Stockhausen lasciare l'universita', ma quel giorno non sara' come tutti gli altri. Appena Stockhausen esce, occupano il suo studio, e in una sola notte realizzano le due lunghe tracce che compongono questo LP - una per facciata - all'insaputa del maestro. I nastri Revox di Czukay vengono fatti a pezzi, rimontati, mixati a generare musica finalmente, totalmente altra.

Canaxis e' il definitivo incontro tra Occidente ed Oriente, tra passato, presente e futuro. Il flusso meditativo di questo disco non si interrompe mai. E' l'unica musica del mondo che valga la pena ascoltare, lontana anni luce dalla world music Alpitour ascoltata negli ambienti niueig. E' un viaggio soprattutto interiore, e si scoprono molte cose.

Le collaborazioni tra Byrne e Eno partono da qui, da qui prende origine la filosofia musicale del cut-up e dei campionamenti sonori.

Non si trova facilmente, ma viene periodicamente ristampato. L'ultima riedizione della quale sono a conoscenza e' quella della tedesca Revisited, che contiene anche un paio di tracce registrate da Czukay nel 1999 durante un progetto solista dei componenti dei Can. Potete richiederlo direttamente all'etichetta. Per entrare nelo spirito di quegli anni in Germania, potete leggere questo articolo.

Lily Allen Alright still... (Regal 2006).

Non e' possibile avere un blog che contiene la parola London nel titolo e non parlare di lei. E non esiste un disco in grado di descrivere la Londra di questi anni quanto l'esordio di questa mia vicina di casa, che staziona nelle prime dieci posizioni della classifica inglese da qualcosa come una trentina di settimane. Multiculturale nello stile - reggae, hip-hop, musiche di Trinidad, lovers rock - e iper-realista nelle liriche - clubbing, risse, amori finiti male, rapine per strada - questo disco e' questa citta', nel bene e nel male, con tutte le sue indescrivibili contraddizioni con le quali solo dopo anni riesci a scendere a patti.

Lily Allen e' la definitiva icona anti-Joanna Newsom. Joanna ci prende per mano e ci accompagna nei suoi mondi color Wizard of Oz. Lily Allen ci riporta in mezzo al traffico di Upper Street, intreccio indistricabile di corpi umani e lamiere di macchine, o in coda alle alienanti casse della Tesco. Sono essenziali entrambe, se ci pensate.

Pensateci due volte prima di giudicarla sciocca. Ha riportato nei club di questa citta' il lovers rock di Louisa Marks e Janet Kay - dolce reggae music di una tradizione britannica anni '70 che sembrava dimenticata per sempre. Ed e' terribilmente divertente Lily Allen - vista quest'estate su un outdoor stage in Victoria Park in pieno pomeriggio e' rimasta nella mia memoria come uno dei simboli dell'estate 2006. C'e' molto molto sole in questo disco. Essenziale ascolto per uscire da questo strano inverno che ci sta lasciando senza essere davvero mai iniziato.

Lavender Diamond Cavalry of light (Matador 2007).

Ancora un nome straordinario dalla California - e' quello stato, oggi, il centro del mondo musicale. Dopo Joanna Newsom e Alela Diane, ecco un quartetto sulla stessa lunghezza d'onda. Morbido folk con echi di Paisley Underground e, pensate, di Cowboy Junkies. Curiosi? Il disco me l'ha portato un amico di ritorno dagli Stati Uniti. Qui in Europa uscira' Lunedi' prossimo per Rough Trade. Si tratta di un EP, solo quattro tracce, ma davvero strepitose, imperdibili.

Echi di Vashti Bunyan, svolazzi di archi, liriche iper-romantiche. Credetemi, scalda il cuore la musica dei Lavender Diamond. In attesa dell'album di esordio non fatevi mancare questo miele. Lo ascolto e lo riascolto. Per me gia' un gruppo indispensabile.

lunedì 5 febbraio 2007

Io, lo sapete, sono quello che molti di voi potrebbero definire tranquillamente un asociale. Invitarmi fuori "a bere qualcosa" e' piu' o meno la stessa cosa che suggerirmi di sottopormi a una tortura. Sono astemio al 100% e gli schiamazzi, il fumo, la musica diversa da quella che ho deciso di ascoltare sono tutti fattori che agiscono in modo logoro-deprimente sul mio sistema nervoso gia' provato da una settimana di lavoro.

Concepisco l'idea di uscire di casa solo con una precisa finalita': andare al cinema, a una mostra, a un concerto, a passeggiare nel verde, in giro per negozi e mercati che mi piacciono. Le feste, i pub, le aggregazioni di persone che si incontrano senza avere nulla da dirsi sono tutte cose che da anni rifuggo con precisione maniacale.

Qualche giorno fa mi ha chiamato il mio caro amico Andrea, che vive da poco a Londra, e cosi' l'ho coinvolto in una visita serale a una delle mie gallerie preferite - della quale ho parlato diverse volte nella versione radiofonica di questo blog, per chi e' cosi' paziente da ascoltarla.

L'appuntamento era all'interno della galleria, dove in questo periodo vengono proiettati corti di una giovane video-artista newyorkese.

Entro nella galleria, vuota, inizio a leggere le note sull'artista, e improvvisamente e silenziosamente si materializzano attorno a me una trentina persone, molte delle quali con in mano un calice di vino rosso.

Il primo lavoro in mostra e' un trittico ispirato alle Madonne con Bambino della tradizione rinascimentale italiana - ma declinato al presente, con tenere immagini di giovani madri che cantano ninne nanne italiane.

Al termine, mentre i video riprendono in loop, una bella ragazza prende la parola e racconta la genesi dell'opera. Parla in modo competente, senza particolari inutili, con grande spontaneita'. Decido di seguire il gruppo nella sala successiva.

Il secondo video racconta per immagini la vita di una donna anziana sola. Anche in questo caso a prevalere sono tenerezza e poesia. Immagini nelle quali tutti noi ci stiamo proiettando, vedendoci tra qualche anno, con meno energie di adesso.

Mentre si apre la porta e compare il mio amico Andrea, la bella ragazza riprende la parola, dimostrando ancora una volta senso della misura, semplicita', preparazione.

Dopo la terza ed ultima proiezione, Andrea e io decidiamo di seguire il gruppo e ci ritroviamo in una saletta al piano superiore, dove un ragazzo gentile offre bicchieri di vino.

Molte persone si conoscono, si salutano, sorridono. Vedo vicino al tavolo una ragazza che compila un modulo. Su un altro tavolo vedo dei cataloghi della Whitechapel. Ne prendo uno, e quando torno da Andrea lo trovo che sta parlando con la ragazza che stava compilando il modulo, la quale gli sta dando informazioni sulla serata.

Scopro cosi' che si tratta di un gruppo di appassionati d'arte, che si incontrano periodicamente in varie gallerie, per conoscere, conoscersi, discutere i loro comuni interessi. Le serate comprendono un elemento di cultura e uno di intrattenimento, nonche' la distribuzione di cataloghi e libri sull'arte contemporanea.

Le persone parlano con tono di voce basso, non c'e' musica plasticosa disturbante, non c'e' fumo. Lo spazio non e' dispersivo, ma ci si muove con facilita' da un estremo all'altro senza urtare nessuno ne' dover chiedere permesso. Gli appassionati discutono di qualcosa: l'ultima mostra vista, un particolare della mostra di questa sera, si scambiano informazioni, si invitano ad altri eventi simili.

Quando le persone iniziano a uscire, Andrea e io invitiamo la ragazza che compilava il modulo, e che si rivela davvero simpatica, a cena con noi. Lei accetta e tutti e tre ci avviamo verso Brick Lane per gustare un buon curry. Andrea non e' molto avvezzo al cibo indiano, cosi' Victoria e io gli diamo consigli.

La serata prosegue tra chiacchiere e scambi di idee, mai banali. Scopriamo che Victoria e' un'artista, e ci invita alla vernice della sua prossima mostra.

Ci salutiamo, e il giorno dopo nella posta troviamo una sua mail gentile di ringraziamento per averla invitata a cena con noi.

Vi ho raccontato questa cosa unicamente per darvi un'idea di una serata che considero molto bella, non sprecata, che anche un asociale come me e' in grado di apprezzare.

venerdì 2 febbraio 2007


In questi giorni sui piatti di London Calling stanno girando:


Extradition Hush (Sweet Peach 1971).

C'e' una traccia in questo disco che mi piace infinitamente. Dura quasi sei minuti, e prima di registrarla i componenti di questa formazione folk australiana uscirono dallo studio e si misero a raccogliere rami, foglie, pietre. Una volta rientrati, si sedettero in cerchio sul pavimento, a gambe incrociate. Attivarono il registratore, senza alcun piano prestabilito, e iniziarono ad improvvisare con quegli "strumenti", accompagnandosi anche con gong cinesi e percussioni gamelan. Era il 1971. Di loro ci e' rimasto solo un album e alcuni brani registrati durante la loro prima apparizione in un festival folk, Sydney 1970.

Non e' un disco per tutti i gusti, ma se volete cogliere un momento essenziale della trasformazione del folk in qualcos'altro di indefinito - qualcosa che si sarebbe chiamato anni dopo world music - fate il possibile per procurarvelo.

Il punto di partenza era il folk di Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band. Ma su quelle radici, giocavano a inserire influenze soprattutto orientali: raga, gamelan, musiche devozionali. Avevano un guru, Meher Baba, e le loro liriche erano ispirate alle religioni orientali e alla natura. Si sciolsero subito dopo avere registrato questo disco, e alcuni di loro confluirono nei Tully, il principale gruppo prog rock australiano.

Specchio di un'epoca, delle sue contraddizioni magari, ma anche della sua infinita poesia.


Matt Valentine & Erika Elder with the Bummer Road Green blues (Ecstatic Peace 2007).

Sono semplicemente immensi. Cercate l'articolo che Wire di Gennaio ha dedicato loro: guardate dove e come vivono. Immersi nella natura del Vermont, con i loro cani, le loro vecchie motociclette, indossando vestiti che sembrano cuciti in casa - e probabilmente li sono. La loro musica e' la migliore psichedelia moderna che sia stata prodotta negli ultimi dieci anni. Escono per l'etichetta di Thurston Moore, collaborano con loro J Mascis dei Dinosaur Jr. - al mellotron! - e Samara Lubelski dei divini Sonora Pine. Tolgono le ragnatele dai dischi dei Canned Heat, e li risuonano con lo spirito dei Sonic Youth di "Bad moon rising". Brani lunghissimi senza una struttura predefinita, come chiazze di colore che si spandono tutt'attorno. Assolutamente spettacolari, musica mai sentita prima, all'interno della quale si agitano i fantasmi dei Velvet e degli Stooges. Copertina superlativa, tutto assolutamente cosi' perfetto che e' difficile credere che questo disco esista davvero. Pero' cercatelo, accertatevene di persona. Preparatevi a sentirlo fino alla nausea se siete ascoltatori di Prospettive Musicali.


Shins Wincing the night away (Sub Pop 2007).

E adesso, per rilassarci, un dischetto pop di quelli che preannunciano l'estate. Lo so, e' ancora lontana, ma con un disco come questo ci si sente su una spiaggia californiana anche stando a Londra. Li ascoltai per la prima volta anni fa, di supporto a un concerto all'aperto di Belle & Sebastian. Il concerto si teneva nel cortile della Somerset House. Quando salirono sul palco il cielo era ancora azzurro, il clima meraviglioso, i gabbiani volavano in cielo rincorrendosi. Mi piacquero dalla prima nota. Il loro ultimo disco e' la consueta rassegna di canzoni irresistibili, una sorta di versione power pop degli Smiths. Non sono mai sciocchi gli Shins, sono sempre misurati, portano avanti lo spirito nobile di Beach Boys e Byrds. "Sea legs" trasforma l'umore di una giornata partita male in meno di un minuto, mette in pace con il mondo, con i suoi flauti che anticipano un cantato Morrissey che piu' Morrissey non si puo'. Meravigliosa. Cosi' com'e' meraviglioso il singolo "Phantom limb" - lo ascolti una volta e ti rimane in testa per tutta la vita. E "Australia", altro pezzo che non vedo l'ora di essere seduto sulla poltroncina azzurra dello studio 2 per potervi trasmettere.

Sara', con gli Shins, un ottimo fine settimana per voi e per me, lo sento.