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Osservazioni e ascolti

martedì 31 luglio 2007

Non si sente un cazzo non si sente, pensavano tra se' e se' alcuni lettori

Tornato a Londra ieri mattina, come sempre ho trovato un bel po' di dischi che mi stavano aspettando. L'ascolto piu' interessante direi che e' stato l'ultimo album di una compositrice e polistrumentista parigina di formazione classica che vi ho gia' proposto a Prospettive Musicali. Si chiama Cecile Schott, ma si fa chiamare Colleen.

Il suo nuovo disco si intitola "Les ondes silencieuses" (Leaf) e lo sapete che la musica che sa dialogare con il silenzio e' quella che preferisco, forse l'unica che sa fare davvero rumore e richiede modalita' d'ascolto assolute: totale concentrazione, dedizione, sospensione del tempo. Permette di sentire il vento e il battito del cuore, fa respirare la mente.

Colleen arriva dall'elettronica, ma ora suona viola da gamba, chitarra classica, clarinetto, spinetta e bicchieri di cristallo, e se vi piacciono Rachel's, Joanna Newsom, Jozef Van Wissem, Amiina, ma anche Jordi Savall e addirittura i suoi amati This Heat, un ascolto e' davvero consigliato.

Se vi ho incuriositi e volte saperne di piu', un'intervista inframmezzata da mantrici spezzoni di concerti, poesia di suono assoluta e purissima nella quale perdersi, la trovate qui.

domenica 29 luglio 2007

Che difficile riprendere a scrivere dopo due settimane.



Mi viene in soccorso la scaletta di Prospettive Musicali di questa notte:



1) Art Fleury Fabbrica rosa (da I luoghi del potere, Italian 1980 rist. Die Schachtel 2007)



2) Christian Fennesz Ryuichi Sakamoto Haru (da Cendre, Touch 2007)



3) Mihaly Vig Title theme (da Film music from the films of Bèla Tarr, Periferic 2003)



4) Mihaly Vig Lukin (da Film music from the films of Bèla Tarr, Periferic 2003)



5) Life on Earth City by the sea (da Look!! There is Life on Earth!, Subliminal 2007)



6) Bjork The dull flame of desire (da Volta, Wellhart/ One Little Indian 2007)



7) Shirley Collins & the Albion Country Band Banks of the Bann (da No roses, Sanctuary 1971, rist. 2004).



8) Meg Baird The cruelty of Barbary Allen (da Dear companion, Drag City 2007)



9) William Parker & Hamid Drake Earth (da Summer snow, Aum Fidelity 2007).

domenica 15 luglio 2007

Prospettive Musicali del 15 Luglio

Arrivato in radio all'ultimo minuto, dopo una deliziosa cena a casa di Alessandro Achilli, Paola e Ines, che saluto e ringrazio per l'ospitalità e la compagnia.

Approfitto della lunghezza della traccia di Eliane Radigue che sta andando in onda per scrivere la playlist di questa notte, che è stata dedicata al rapporto tra musica e silenzio:

1) Amiina Glàmur (da Kurr, Ever 2007)
2) Sigur Ros 2 (da (), Fatcat 2002)
3) Jozef Van Wissem Propempticon (da Stations of the cross, Incunabulum 2007)
4) Eliane Radigue Jetsun Mila (da Jetsun Mila, Lovely Music 1987, rist. 2007).

Le letture sono state tratte da: Jacques Bacot, Vita di Milarepa, Adelphi 1971.

Ci si risente tra 2 settimane, il 29 Luglio sempre alle 22.35.

venerdì 13 luglio 2007

Il fascino della divisa

[Joan As Policewoman, Shepherd's Bush Empire, Luglio 2007]

Concerto superlativo. Solo in tre sul palco, Joan e una sezione ritmica. Inizio con "Real life" suonato quasi per intero, ma e' stata la seconda parte che ha fatto venire i brividi. I brani nuovi sono una buona spanna al di sopra del disco d'esordio. Specie quelli dove la voce di Joan e' sostenuta solo dal suo pianoforte. Qualcosa che ricorda un incrocio tra Regina Spektor e Kate Bush. Speriamo la produzione non riempia i poetici silenziosi vuoti.

A differenza della sua prima apparizione londinese, un paio di anni fa allo Scala di King's Cross di supporto a non ricordo piu' chi, la presenza scenica di Joan e' immensamente cresciuta. Scherza con il pubblico, divertita specie dopo Christobel ("Sembra che dica Chris De Burg vero?"). Attacca in un paio di occasioni il governo americano.

Peccato solo il concerto non si sia tenuto in un teatro: una buona meta' del pubblico sembrava piu' interessata alle pinte che alla musica, e il fatto che i bar allo Shepherd's Bush Empire sono all'interno della sala non aiutava ad ottenere quel silenzio che la musica avrebbe richiesto. Non ho mai capito e mai capiro' perche' ai concerti di musica classica non e' tollerato nemmeno starnutire e invece a tutti gli altri si puo' tranquillamente parlare durante le esecuzioni, tema questo che forse meriterebbe un post.

La prossima volta speriamo di vederla comodamente seduti nell'acustica del Barbican o del rinnovato South Bank.

[Post scritto un po' in fretta a Heathrow, dove hanno appena annunciato il mio volo. Vi ricordate Prospettive Musicali questa Domenica? Magari cambiero' idea, ma sto pensando a una puntata davvero silenziosa].





mercoledì 11 luglio 2007

Tu qui non sei straniero

[Clerkenwell, Luglio 2007]


Il sistema sembra in parte funzionare finche', di punto in bianco, non si mette a cantare Lou Reed, e a quel punto Ted si convince che tutti gli altri fatti della sua vita sono profondamente contestabili.

- Adam Haslett, Il volontario

I racconti di Adam Haslett stanno all'incrocio delle traiettorie narrative di Raymond Carver e Joyce Carol Oates. Anche se tra le sue influenze principali lui preferisce citare Eugene O'Neil e William Faulkner, William Trevor e Alice Munro.

La sua fondamentale raccolta di 5 anni fa, "You are not a stranger here", e' stata pubblicata da Einaudi col titolo italiano "Il principio del dolore". Non e' quella che definirei una lettura estiva, ma poi si finisce per leggere quando si ha piu' tempo - e capita quindi che i volumi accumulati durante l'inverno nelle nostre libreria si smaltiscano quando il tempo atmosferico suggerirebbe riflessioni piu' leggere.

martedì 10 luglio 2007

La migliore ora per alzarsi la Domenica mattina e' le 7

[Zaha Hadid, Vortexx, Design Museum, Luglio 2007]

"Te la senti di fare un pezzo di rassegna stampa in network insieme a me Domenica?". E io "Beh, se vuoi", perche' al mio amico Danilo non potrei mai dire di no. Poi ci rifletto sopra e mi viene da pensare che dieci anni fa quando timidamente chiamai una radio dove allora non conoscevo nessuno, per proporre un programma di musica a) mi sarei di certo aspettato di ricevere la porta in faccia e b) non avrei proprio mai previsto di condurre una rassegna stampa un giorno, per di piu' da Londra.

Ma ormai e' troppo tardi per ripensarci, appuntamento alle 9. E cosi' mi alzo alle 7, doccia veloce e poi giu' al caffe' sotto casa. "Non sono ancora arrivati i giornali? E quei croissant alla mandorla che sono i piu' buoni di Londra?". "No, sono un po' in ritardo stamattina... anzi si' e si', sta arrivando il furgone proprio adesso... Ecco il tuo croissant alla mandorla, non potrebbe essere piu' fresco di cosi'!".

La mattina che inizia nel caffe' deserto, nella citta' ancora addormentata, con Dylan ("The freewheelin'") mandato nei diffusori proprio al volume giusto, una bella tazza di te', la mazzetta intonsa dei giornali, il quaderno degli appunti aperto davanti a me. Una tranquilla meraviglia.

Salgo in casa appena in tempo, mentre faccio le scale sento il telefono, e' Danilo che mi chiama per sapere se sono riuscito a svegliarmi. Poi, dieci minuti dopo, Massimo mi manda in diretta.

Finisce tutto e sento che ho imparato a fare una cosa nuova, Danilo chiama per dirmi che e' andato tutto bene. Guardo fuori e vedo tante morbide little fluffy clouds nel cielo e mi viene in mente il brano degli Orb, quello modellato su una traccia di Steve Reich, che non andra' via per tutto il giorno.

Esco, direzione il fiume, perche' quel cielo lo voglio vedere nello spazio aperto del Lungo Tamigi. La cupola di San Paolo davanti a me, poi percorro il Millennium Bridge, passo di fianco alla Tate, luoghi che amo della mia citta'. C'e' il Sole, e tutto attorno a me si sta svegliando e sembra sorridere. Mi fermo solo a Shad Thames, davanti al Design Museum. La mostra dedicata ai progetti di Zaha Hadid e' un richiamo irresistibile. Presento la tessera stampa e chiedo un press folder, poi entro in quella meraviglia.

E' da quando ho dovuto leggere cataloghi e articoli su riviste specializzate, per parlare a Zoe della Bauhaus e di Aalto, che mi sto sempre piu' appassionando all'architettura, alla pittorica spazialita' delle forme degli edifici contemporanei, alla loro geometrica musicalita'.

Ma Zaha Hadid supera tutto quanto ho visto fino ad oggi. Il suo e' proprio un nuovo paradigma rispetto a Foster e Gehry. I suoi progetti prendono origine dal suo lavoro come pittrice, sono linee geometriche in movimento. Piu' ancora dei suoi edifici, ho amato i suoi oggetti di arredamento. Ho chiesto a un amico di Milano come mai il suo progetto di riqualificazione dell'area Fiera viene cosi' criticato, ma non mi ha ancora risposto. Qualcuno che conosce la ragione, me la scrive tra i commenti? Si tratta solo del fatto che sono considerati edifici troppo alti o c'e' dall'altro?

E il Design Museum si conferma uno dei luoghi che amo maggiormente in questa citta'. Non e' mai troppo affollato, e' luminoso, ha un bel caffe' con i tavolini sul lungo fiume. E si fanno ottimi incontri.

Continuo a sentire nella mia testa "Little fluffy clouds" come se scendesse direttamente da tutto quel cielo, mentre cammino sul Tower Bridge per raggiungere Asa che adesso vive tra la stazione di Liverpool Street e Brick Lane. Stiamo a ciondolare tra il mercato dei fiori e i caffe' di Dray Walk, poi andiamo da Sweet & Spicy (vedere pagina 19 di Wire di Luglio per capire) per un delizioso curry.

Non mi stanco mai di ascoltare i suoi racconti d'Islanda. "Ti ho detto di quella volta che mio padre sempre distratto com'e' stava prendendo sotto una ragazza con una carrozzina sulle strisce vivino a casa mia? Quando ci siamo fermati per scusarci abbiamo scoperto che era Björk! Ed e' cosi' che l'ho conosciuta".

Sono le dieci quando cammino sulle sopraelevate del Barbican, in tutto quel silenzio rotto solo dai cartelloni che pubblicizzano la mostra sul punk. Sta scendendo la notte. Le little fluffy clouds sono ancora li' nel cielo, con una sfumatura rosa che riflette il tramonto.

venerdì 6 luglio 2007

Dare voce al silenzio

[Il fiume Tamigi, Giugno 2007]

David S. Ware e il suo gruppo li conobbi per caso, una decina di anni fa, a Manhattan. Per caso, perche' ero in un teatro di Chelsea per ascoltare i Sonic Youth, e non mi sarei proprio aspettato di sentire, prima di loro, un gruppo free jazz.


L'impatto fu straordinario, un coloratissimo ensemble di musicisti impegnati a suonare una sorta di rumore bianco che metteva insieme esperienze free e musica africana in una teoria della liberazione da qualsiasi cosa avessi ascoltato fino al giorno prima. Mi incuriosirono, e l'indomani andai a cercare i loro dischi, soprattutto per capire.


Da allora e fino allo scioglimento avvenuto un anno fa, ho sempre seguito con interesse l'evoluzione del saxofonista newyorkese e dei componenti del suo gruppo (soprattutto il contrabbassista, William Parker, e il pianista, Matthew Shipp), che e' proseguita verso territori sempre piu' astratti, personali e avventurosi.


La Aum Fidelity, l'etichetta che pubblica i loro dischi, e che ha come mission "giving voice to silence", ha da poco fatto uscire l'ultimo concerto del quartetto di Ware, insieme a 3 volumi di registrazioni di William Parker con il percussionista di Chicago Hamid Drake.



Di cotanta meraviglia, ho preferito "Summer snow", il volume registrato nel 2005. William Parker suona, oltre al contrabbasso, una serie di percussioni africane e in un paio di tracce il flauto shakuhachi. Hamid Drake suona la batteria ma anche tablas e gong.


La prima parte del disco (4 tracce) e' piu' etnica e fa costante riferimento a ritmi africani e asiatici. Segue una porzione piu' sperimentale (3 tracce). E si conclude con 4 tracce piu' riconoscibilmente jazz, che potrebbero benissimo uscire da un volume ECM.


L'atmosfera e' calda e coinvolgente dall'inizio alla fine, anche se personalmente trovo irresistibili le tracce sostenute dalle tablas, con il contrabbasso di Parker a sviluppare tonalita' che cromaticamente mi ricordano variazioni di un notturno e silenzioso blu scuro.


Il viaggio avventuroso iniziato da Coltrane e Mingus continua inarrestabile.
*
Piccolo calendario delle mie collaborazioni radiofoniche, per chi ha voglia e tempo di ascoltare, come sempre qui:

Domani nel GR in network delle 10.30 e delle 13 andra' in onda un mio servizio da Live Earth.

Domenica alle 10.15, mi hanno chiesto di curare una speciale rassegna stampa da Londra, in network (non l'ho mai fatta una rassegna stampa, spero di non dire troppe scemenze).

Il calendario di Prospettive Musicali che abbiamo comunicato alla redazione, salvo festival estivi che avrebbero la precedenza, e' questo:

8 luglio: Prospettive Musicali non andra' in onda
15 luglio: Fabio
22 luglio: Prospettive Musicali non andra' in onda
29 luglio: Fabio
5 agosto: Alessandro
12 agosto: Gigi
19 agosto: Alessandro
26 agosto: Fabio
2 settembre: Fabio
9 settembre: Gigi
16 settembre: Alessandro
23 settembre: Gigi.

giovedì 5 luglio 2007

La penna (la macchina, la lavatrice, la televisione...)




Da quando Domenica scorsa qui in Inghilterra e' entrato in vigore il decreto che proibisce di fumare in tutti i locali pubblici, posso finalmente iniziare a frequentare il bel caffe' vicino a casa mia. Che e' proprio originale, ricavato in una warehouse, con sedie e ripiani messi davanti alle grandi vetrate, e alcuni comodi divani. E ben frequentato, da una clientela di venti e trenta-qualcosa: vestiti indie e buone letture. Anche la musica non e' male, indie pure quella ma non troppo banale, spesso scelta con gusto. Stamattina, per dire, mentre facevo colazione passavano per intero il disco di the Good, the Bad and the Queen. E si puo' entrare con la bici. E ci sono pure i biscotti per cani, da prendere gratuitamente per chi e' cosi' fortunato da avere un amico a quattro zampe.

Mentre sorseggiavo il mio te' e piluccavo un delizioso croissant di mandorle, immerso nel mio libro, un ragazzo con i capelli lunghi mi si avvicina e mi dice: "Hai mica una penna?". "Certo", rispondo, e mentre tiro fuori una penna dalla borsa gli dico: "Tienila pure, e' tua, quando passo in ufficio ne prendo un'altra".

Lui guarda un secondo nel vuoto, e poi mi fissa e dice: "Sai che facciamo? Dopo che l'ho usata la lascio qui, cosi' se qualcuno ne ha bisogno la puo' usare".

Non e' una cosa semplice e meravigliosa per iniziare la giornata? Ho provato a immergermi di nuovo nel mio libro, ma non ci sono piu' riuscito. La mia mente ha iniziato a vagare. Per quale ragione dobbiamo possedere una penna (una macchina, una lavatrice, una televisione...)? Non sarebbe immensamente piu' bello che queste cose esistessero senza essere di nessuno? Mi serve una penna per scrivere? Ebbene, mi guardo attorno, trovo una penna che qualcuno prima di me ha usato e ha lasciato (sul tavolino di un caffe', sul sedile dell'autobus, nella sala d'aspetto del dentista...), e la uso. Poi la lascio dove l'ho trovata, per qualcuno che ne avra' bisogno dopo di me.

Perche' possedere, perche' tutto questo mio, tuo, loro, di quell'altro? Perche' non condividere, usando rispettosamente cio' che e' di tutti?

Perche' il padronato? Perche' il lavoro salariato? Perche' la proprieta' privata?

Morte al capitalismo, finalmente, una volta per tutte. Evviva la condivisione. Evviva la vita.

mercoledì 4 luglio 2007

Longing

[Bloomsbury, Luglio 2007]

Per una ragione di assonanza linguistica oltre che di empatia istintiva, ho sempre amato la parola inglese "longing". Fa riferimento alla dimensione del desiderio, ma a me fa pensare a una sorta di allungamento, di stretching quasi, verso qualcosa che sta sospeso tra il raggiungibile e l'inarrivabile.

E' diverso dal desiderio, che puo' benissimo essere un concetto passivo. Desidero qualcosa, ma non faccio niente per ottenerlo, me ne sto seduto ad aspettare. Invece no, il longing io lo interpreto come una tensione che non puo' lasciare passivi: scuote e coinvolge il nostro essere dalle fondamenta.

Queste cose le scrivo dopo la piu' profonda, e al contempo leggera come una piuma, riflessione sul longing che ho visto al cinema da molto tempo in qua.

Vi racconto prima una cosa. I miei vicini di pianerottolo, una coppia di gay simpatici, un lui designer di successo e un altro lui che e' appena stato nominato "British hairdresser of the year", sono stati per qualche giorno a Siviglia. Prima di partire hanno bussato alla mia porta chiedendomi se avessi tempo di curare Misha e Katia, i loro due gatti, per qualche giorno. "Prendi pure i nostri DVD da vedere se ti interessano" mi hanno detto dandomi le chiavi del loro appartamento.

Cosi' una di queste mattine, dopo avere versato una scatoletta alle tigri, ho dato un'occhiata alla loro collezione di film: Alien 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 e 10, Guerre Stellari 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 e 10 e via cosi'. Tutto questo mi ha fatto abbastanza riflettere. Perche' io sento di non possedere la pazienza per vedere qualcosa che non parla di vita quotidiana ma di supereroi, che invece dei rumori di fondo della presa diretta contiene i sibili degli effetti speciali, che non e' ambientato qui ma altrove, in un mondo che non esiste.

E qui si ritorna al film che ho visto ieri sera in un tranquillissimo Renoir, nel cuore di Bloomsbury. Che e' l'opposto di tutto cio'. Un film sulla vita, con personaggi normali che vivono esistenze normali. Ma, e qui sta in buona sostanza il senso del film, accomunati da un longing che nemmeno loro conoscono, una tensione a superare le proprie vite, i propri limiti, a sfidare in qualche modo se stessi, le proprie abitudini e convenzioni. Qualcosa di nebuloso, all'inizio del film, ma che prende vita piano piano, che scopriamo insieme ai protagonisti.

Monsieur Delsart, un ufficiale giudiziario cinquantenne, single e introverso, ha la finestra del suo ufficio davanti a quella di una scuola di tango. Quando il medico gli consiglia di fare un po' di esercizio fisico, decide di iscriversi alla scuola. Qui incontra Francoise, che si e' iscritta insieme al fidanzato, il quale pero' e' troppo preso dalla scrittura di un libro per potersi dedicare alla danza.

Non vi dico altro, se non che il rapporto tra monsieur Delsart e il suo giovane assistente appassionato di piante vi fara' piegare in due dal ridere e che invece la relazione difficile tra lo stesso Delsart e il suo anziano padre vi commuovera' e vi stringera' la gola.

Le interpretazioni sono magistrali, naturali e minimaliste proprio come piace a me. La musica e' passionale come tutto il film, che pero' lo e' in modo implicito, discreto.

Un po', lo confesso, ti viene voglia di essere colpito dal fulmine, e finisci per domandarti perche' alle prime nubi che scorgi all'orizzonte corri a chiuderti in casa.

Mi sono reso conto di non avere citato ne' il titolo del film ("Not here to be loved" o in francese "Je ne suis pas là pour être aimé") ne' l'autore (l'esordiente Stéphane Brize). Per farmi perdonare, ecco il trailer.

lunedì 2 luglio 2007

Leaving trains (in a rainy summer)

[British Film Institute, Giugno 2007]

L'esperimento e' terminato. Schiacciata dai debiti e soprattutto dalla concorrenza dei negozi online, la prima e unica catena britannica di musica lo-cost ha dichiarato fallimento. E' stato triste nel fine settimana passare davanti al flagstore di Fopp, quello in Tottenham Court Road, e vedere le luci spente e il grande spazio pieno di dischi deserto. E tristissimi devono essere i commessi dei centocinque negozi della catena, che oltre ad aver perso il proprio lavoro dall'oggi al domani, non vedranno nemmeno mai lo stipendio di Giugno, secondo un comunicato della direzione. Niente piu' dischi a 5 sterline quando passate da Londra quindi, sappiatelo.

Il nuovo megastore di Rough Trade, quello che apre in questi giorni in Dray Walk (off Brick Lane) non nasce certo sotto buoni auspici. Il supporto fisico disco, quello con il quale siamo cresciuti, vinile o CD, sta definitivamente scomparendo. Quelli come me che hanno conosciuto grafica e fotografia attraverso le copertine, e che all'oggetto disco sono ancora affezionati, se ne devono fare una ragione.

Una parte della responsabilita' di tutto questo, mi pare di poter dire, e' proprio dei negozianti. Nessun negozio qui a Londra (neanche Rough Trade, neanche Sister Ray, neanche Sounds of the Universe, neanche Honest Jon's) funziona piu' come punto di ritrovo, luogo di scambio. Si va, si spulcia, si paga, si esce. Ma una volta non era cosi'. Quando facevo l'universita' ricordo che quasi tutti i giorni andavo nel mio negozio locale: si ascoltava, si discuteva, si imparava dai clienti piu' grandi (nel mio caso, impagabile fu l'influenza di Claudio Sorge, che in quegli anni stazionava perennemente da Bootleg, a Pavia). Tutto questo, da tempo, non esiste piu'. Anche di questo gli appartenenti alla mia generazione di ascoltatori si devono fare ragione.

Gli spazi d'arte si sono accorti del cambiamento, delle nuove esigenze, e si sono trasformati in luoghi di socialita': alla Tate posso andare a vedere una mostra, ma anche per gustare una tazza di te' leggendo un libro sulla terrazza, guardando il Tamigi scorrere e le nuvole rincorrersi attorno alla cupola della Cattedrale di San Paolo. Il South Bank Centre e il Barbican sono centri culturali ma anche luoghi di incontro dove posso sedermi con un amico, o comprare un libro o un CD. La Whitechapel Gallery e' in corso di trasformazione radicale: il progetto prevede spazi per lo scambio di esperienze e idee.

Straordinaria, in questo senso, la trasformazione di quello che una volta era il National Film Theatre, l'equivalente londinese della Cinematheque Francaise. Il caffe' che ha aperto al primo piano e' davvero superlativo. Non a caso l'ho scoperto leggendo Wallpaper, che nell'ultimo numero ne loda l'impeccabile design.

E parlando del British Film Institute (nuovo nome del National Film Theatre) non posso che citare almeno tre cose: il nuovo programma cartaceo mensile (un volume di 68 pagine, da collezionare, gratuito per di piu'); quello che Marco e io abbiamo battezzato "il muro delle meraviglie" (un grande collage murale fatto con tutte le copertine di 45 giri punk usciti in Gran Bretagna, che si trova dove un tempo c'era il box office); e infine, per tutto il mese di Luglio, la rassegna di lavori del maestro giapponese Mikio Naruse.

Ieri pomeriggio, mentre la pioggia non dava tregua, sono andato a vedere quello che molti considerano il suo capolavoro: "When a woman ascends the stairs", del 1960. La visione modernista di Tokyo contrasta con i valori tradizionali giapponesi della protagonista (l'affascinante oltre ogni limite Hideko Takamine), dando luogo a un ritratto di donna davvero commovente, e a tratti straziante.

E poi, a un certo punto c'e' un treno che parte, e sapete che i film, libri, dischi dove c'e' un treno che parte sono proprio quelli ai quali non riesco a resistere.

It had been a bleak ordeal, like a harsh winter. But the trees that line the streets can sprout new buds no matter how cold the wind. I too must be just that strong as the winds that gust around me.