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venerdì 25 gennaio 2008

Formidabile quell'anno

[Hampstead Heath, Agosto 2007]

Insisto. Il patrimonio musicale sudamericano del periodo 1968 - 1975 include gemme rimaste nascoste per troppo tempo.

Di Tropicalia e post-Tropicalia abbiamo parlato spesso qui a London Calling. Solo una volta pero' mi pare di avervi citato quelli che possono essere considerati i Mutantes uruguayani, quel gruppo formidabile che porta il nome di El Kinto. Lo feci citando la loro formidabile cover di La felicita' di Antoine, ascoltata piantando alberi insieme a mio padre e a un mio caro amico. Fu quel giorno di alcuni mesi fa un giorno felice che ricordo ancora con piacere. Sapete quando una canzone sa farvi ritornare a vivere un momento, ecco, su di me La felicita' nella versione degli El Kinto fa quell'effetto.

Il primo superlativo disco degli El Kinto sono riuscito a procurarmelo facendomelo mandare da un'etichetta di Geneva, Illinois, che si chiama Lion Productions, e che ha avuto la lungimiranza di ristamparlo.

Naturalmente quando ho saputo che la Lion Productions ha ristampato anche l'esordio di Eduardo Mateo, che degli El Kinto e' stato il cantante, mi sono fatto mandare anche quello. Si intitola Mateo solo bien se lame, ed usciva nel 1972 per un'etichetta uruguayana chiamata Discos de la Planta.

Ti apre mondi un disco come questo. Eduardo Mateo e' il Caetano Veloso dell'Uruguay, niente meno. Ma molto, molto piu' sfortunato. Leggete la sua storia nel libretto di 48 pagine che accompagna il CD, vi assicuro che ne vale la pena. E' come un film di Jarmusch la storia di Mateo.

Genio e sregolatezza assoluti. Vi dico solo che questo suo immenso primo disco non sarebbe esistito se non per un inganno di un tecnico di studio. La storia e' questa. Mateo dopo lo scioglimento degli El Kinto, avvenuto nel 1969, sbanda completamente. Inizia a girare per le strade di Montevideo in pigiama, completamente stonato di droghe. E compone, compone senza sosta.

Chi ha la fortuna di sentire la sua musica rimane esterrefatto dalla sua capacita' di combinare canzone popolare sudamericana, folk psychedelico e bossa nova, in forme e proporzioni sempre nuove. Sentendo le sue meravigliose canzoni, la sublime cantante Diane Denoir (autrice di canzoni popolari politiche che di li' a poco dovra' fuggire dalla dittatura proprio come fecero Caetano Veloso, Gilberto Gil, ecc. in Brasile) decide di portarlo con se' in Argentina, dove esistevano studi di registrazione con 4 piste (il massimo, in Uruguay, erano 2).

E' un disastro. Mateo entra in studio il primo giorno con un po' di canzoni scritte su tovagliolini di carta. Ne suona 4 o 5 e se ne va senza dire una parola. Il giorno dopo torna in studio con altri tovagliolini di carta scarabocchiati e chiede di cancellare quella sessione. Prende la chitarra e suona altre 4 o 5 canzoni.

Il giorno successivo stessa storia. Arriva, chiede di cancellare tutto quello registrato fino a quel momento e ricomincia da capo, con altre 4 o 5 canzoni appena composte.

A questo punto il tecnico si rende conto di con chi ha a che fare. Invece di cancellare quelle canzoni le tiene da parte. Mateo torna in studio un altro paio di volte e fa esattamente la stessa cosa: chiede di cancellare tutto e ricomincia.

Poi scompare. Lo ritroviamo, qualche giorno dopo, a Montevideo, che gira per strada col suo solito pigiama, completamente stravolto.

Il tecnico di studio, colpito dalla qualita' visionaria di quello che ha sentito, decide di lavorare sui nastri non autorizzati da Mateo e di pubblicarli sotto forma di album.

Siamo nel 1972. Da quel momento la vita di Mateo si trasforma in una tragedia che durera' quasi vent'anni. Nel 1975 registra un album cosi' surreale che vendera' in tutto 343 copie (e non chiedetemi di cosa si tratti perche' non e' mai stato ristampato).

A questo punto la dipendenza dalle droghe ha la meglio. Mateo perde tutto quello che ha e inizia a vivere per strada come un barbone. Gira con un taccuino. Dammi 15 pesos che segno il tuo nome sul mio taccuino e ti faccio entrare al mio concerto Venerdi' prossimo. Ma il concerto non esiste. E ancora, implora chiunque lo incontri di pagargli i diritti mai ricevuti per le sue canzoni. Ma nessuno si ricorda di lui.

La discesa agli inferi, che comprende anche periodi in carcere, avra' fine solo nel 1990. Mateo si sente male e va all'ospedale. Qui gli viene diagnosticato un cancro in forma ormai avanzata. Il 16 Maggio la sua triste vita si conclude.

Ci restano le sue meravigliose canzoni. La ristampa di questo Mateo solo bien se lame contiene anche un paio di tracce dal vivo che documentano il calore umano di Mateo, la sua naturale simpatia e l'energia che sapeva comunicare. Sono pezzi strepitosi, credetemi. Confermano la genialita' di questo irrequieto artista. E nel disco hanno incluso anche un paio di tracce degli El Kinto eseguite da Diane Denoir, tra le migliori di quel formidabile, e incredibilmente sconosciuto, gruppo.

Nancy Charquero, fidanzata di Mateo subito dopo lo scioglimento di El Kinto, lo ricorda cosi:

Do you see those people who are lost, almost thrown in the streets? Mateo looked at them as they were gods. I do not know what he saw in them. He always said "I admire the madness". There was an old man, with a white beard, and white hair, who played a guitar made out of an oil tin, a stick and some strings. And Mateo stayed hours watching him... then sometime later, drew him. He drew very well, with white Chinese ink on black paper.

Ma non vi voglio lasciare per il fine settimana su una nota negativa. Vi racconto un'altra storia, questa volta con un lieto finale.

Qualcuno di voi forse ricorda che l'anno scorso vi parlai di, e trasmisi, l'esordio, e allora unico disco, di Mark Fry, uscito proprio nel 1972 (lo stesso anno di Mateo solo bien se lame). Mark Fry veniva presentato da Lucio Dalla all'inizio degli anni '70 come "il mio amico inglese".

Fry nacque in Inghilterra, ma si trasferi' all'inizio degli anni '70 a Firenze per studiare pittura all'Accademia di Belle Arti. Qui conobbe una certa Laura Papi, amica personale di Pasolini, Bene, Fo, della quale tutto cio' che so e' che morira' ancora giovanissima. Ogni fine settimana Mark saliva sulla sua Ducati 250 alla volta di Roma, per incontrare quel cenacolo di intellettuali. Dario Fo gli chiese di entrare nella sua compagnia teatrale. Fry rifiuto' e non se lo perdono' mai, cosi' dice. Tra un incontro e l'altro trovo' il tempo per registrare per la It, una sussidiaria italiana della RCA, un intero LP di acid folk come forse in Italia non si era mai sentito. Alla RCA gli presentarono Lucio Dalla e tra i due nacque un'amicizia che dura ancora adesso. Per alcuni anni Mark apri' regolarmente i concerti del cantautore bolognese. Presto pero' Mark si stanco', lascio' l'Italia alla volta della California dove incise ancora alcune canzoni di cristallino folk rock prima di abbandonare la chitarra per dedicarsi alla pittura. Ora vive in Normandia, pur esibendo i suoi lavori piuttosto regolarmente in una galleria di Mayfair che lo rappresenta.

Questa storia ve la raccontai tempo fa. Ebbene, figuratevi la mia sorpresa quando qualche giorno fa ho ricevuto all'indirizzo del blog una mail di Roxy (che credo sia la moglie di Mark o forse la figlia, non ve lo so dire), che mi annunciava l'uscita del secondo disco di Mark Fry, inciso a 36 anni dal precedente!

Il disco Roxy e Mark me l'hanno mandato e sta girando abbastanza spesso nel mio lettore. Si intitola Shooting the moon e naturalmente e' molto diverso dal suo esordio Dreaming with Alice: un gradevole disco di folk acustico classico.

Mark mi ha anche promesso di farmi sapere quando sara' a Londra la prossima volta, e davvero non vedo l'ora incontrarlo e farmi raccontare i dettagli della sua interessantissima storia.

Caspita, ho scritto tantissimo, chissa' se siete arrivati fino a qui.

Del resto, con quello che sta succedendo in Italia, gli exploit di Mastella, Barbato, Strano e altri analoghi personaggi da sceneggiata napoletana, non resta che consolarci con la musica.

Spero di non avervi annoiato.

Buon fine settimana.

[Lion Productions]
[Mark Fry]

8 Comments:

Blogger borguez said...

un sentito grazie.
queste sono le storie che mi scatenano la gioia e la meraviglia. il passato è pieno zeppo di tesori perduti. eccone uno, due!
d'accordo sul sudamerica di quel periodo, d'accordo sulla sudditanza anglofona di cui pure loro finirono vittime, e quasi d'accordo sul Mateo come Veloso, ma a ben sentire la storia, ha me è venuto in mente Barrett!
buon week end, e grazie!

sabato, 26 gennaio, 2008

 
Blogger Irene said...

Mi unisco al sentito grazie di borguez.
Ma il mio parte da presupposti diversi. Conoscevo alcuni dei cantanti che hai nominato, forse una canzone, magari il nome…adesso sono tutti lì che riempiono la mia pagina di emule (si può dire?),
quindi il mio è un: grazie per le storie che racconti e bravo per la curiosità alla musica e alla cultura in generale che instilli.

P.S. Se fosse stato il tuo lavoro avresti corso il rischio dei compromessi, di un calo di passione e forse avresti perso l’entusiasmo per il lavoro e per il tuo “hobby” allo stesso tempo. Ma per fortuna esiste blogspot, dove tutti sono puri.
i.

sabato, 26 gennaio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

anch'io sono arrivato alla fine delle storie,...e in verità molto incuriosito!

domenica, 27 gennaio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

anch'io sono arrivato alla fine delle storie,...e in verità molto incuriosito!
hrudi v. bakshi

domenica, 27 gennaio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

due belle storie e una grande capacità di affabulazione. Mica tutti quelli che leggono i blog sono dei ragazzini decerebrati che non vanno oltre le 10 righe di un SMS (anzi, credo che di ragazzini il tuo blog ne attiri pochi...).
ciao
Auro

lunedì, 28 gennaio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Borguez -

Un Barrett disperato e sconosciuto, proprio cosi'. Vissuto in un ambiente certamente meno favorevole e aperto a idee nuove rispetto all'Inghilterra degli stessi anni. E pero' altrettanto vittima del proprio talento.

Irene -

L'idea di lavoro mi fa venire in mente scadenze, consegne di progetti, riunioni pallosissime. La musica, per fortuna, funziona come potentissimo antidoto a tutto cio'. E' uno spazio libero ed e' bene che resti tale.

Hrudi v. Bakshi -

E io sono molto curioso di conoscere Mark Fry, spero davvero mi faccia sapere quando passa di qui. Ho un sacco di domande che mi piacerebbe fargli su quegli anni, Pasolini, Fo, Dalla, Roma, Firenze...

Auro -

E pero' mi piacerebbe che passassero di qui ogni tanto anche i numerosi indie-bloggers ventenni. A pensarci pero' se avessi ancora vent'anni sarei anch'io uno di loro: interessato al presente e pronto a considerare nuovo tutto quello che sta uscendo adesso. E' comunque un approccio fresco nei confronti dell'ascolto, che poi naturalmente perdi quando ti rendi conto che tutto quello che porta la data di pubblicazione 2008 non e' davvero poi cosi' "nuovo" (con debite eccezioni, ovvio). Ma non so se e' davvero un bene perderlo quell'atteggiamento.

lunedì, 28 gennaio, 2008

 
Anonymous Meristemi said...

Per l'angolo della serendipity, Os Mutantes me li sono portati a per la mia colonna sonora ecuadoriana, che' altrimenti qui mi toccava sentire reggaeton tutto il tempo.

lunedì, 28 gennaio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Beh mi sembra una bella colonna sonora adatta al luogo. In fondo e' musica che ritorna al proprio continente dopo essersi fatta un giretto a Parma.

lunedì, 28 gennaio, 2008

 

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