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lunedì 25 febbraio 2008

Reversing history





[World's End, Camden Town, Febbraio 2008]

E' stato un fine settimana cosi' pieno di cose che mi sembra impossibile siano successe tutte in due giorni. Per parafrasare ancora una volta quello che diceva Wiseacre Meristemi, Sabato al World Food Cafe', a Londra puoi fare il giro del mondo in autobus.

Colonna sonora del giro del mondo di questa settimana e' stato l'ultimo album di Steve Reid. Che adesso vive a Lugano, il posto dove ti aspetteresti di trovare chiunque tranne che Steve Reid. Un po' come Lee Perry che mai ti immagineresti che viva a Zurigo. E pero' il suo ultimo lavoro lo e' andato a registrare in Senegal. Si e' pure portato dietro Kieran Hebden dei Four Tet, che per fortuna non ha combinato grandi danni. Ma gli altri musicisti li ha trovati tutti li', neri come una notte senza luna.

Steve Reid lo sapete, era il batterista di Martha & the Vandellas, e poi negli anni '70 ha suonato davvero con tutti, da James Brown a Miles Davis, da Sun Ra a Fela Kuti. E' un po' come Tony Allen, Steve Reid. Non lo ammazza nessuno, e' sempre in pista.

Daxaar e' uscito per Domino l'anno scorso, e pare che sia stato presentato pure al Barbican, solo che io dovevo essere distratto da altre cose e quindi l'ho recuperato solo una settimana fa.

La spiega del perche' Reid sia andato in Africa a registrare la sua musica la facciamo raccontare da lui: I knew how much Trane wanted to go to Africa and he inspired me to go. Art Blakey, my first inspiration, also spent a lot of time in Africa because it was the root. So, I went on a freight liner, it was carrying diesel engines, it only cost 75 dollars. I took my drum set... it was really strange, we got to the Canary Islands and changed to another boat, I remember it was called African Moon on Pharaoh Lines. This guy came running up to me and said, "Are you the drummer?"... as they were unloading my drums had fallen in to the sea and I was like 'Oh no...' but then, to me, it was like a baptism. I thought, this is heavy 'cause to me I was like recreating the slave journey backwards. I was reversing history.

Io stavo (e sto ancora) cercando una versione contemporanea di Philip Cohran, soul music con profonde radici africane, e non e' proprio che possa dire di averla trovata. Ma non ci siamo lontanissimi. E' solo molto piu' groovey in senso contemporaneo. Con parecchi riferimenti al Miles Davis di Agartha e, soprattutto, In a silent way. Pero' immaginate una versione per certi aspetti meno levigata e colta. Piu' istintiva e, appunto, africana.

Ma non so se sono riuscito a rendere l'idea. Per fortuna ho trovato un bel video, con frammenti delle sessioni di registrazione e di un concerto tenuto in un club di Dakar. Buona visione.

4 Comments:

Blogger lophelia said...

Il video non mi si carica, lo ascolterò la prossima volta. Questa serie di foto è molto edvanderelskeniana...

lunedì, 25 febbraio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Le prime due un po' si', con il dovuto rispetto per il maestro. Sei riuscita a caricare il video? A me il link funziona.

martedì, 26 febbraio, 2008

 
Anonymous MOYA said...

fabio, bellissime le foto virate in bianco e nero, i PRC sembrano molto piu' epici e indie di quel che erano, e cmq la bellezza della fotografa non si discute.
Com'e' stato il concerto degli EELS? Io mi sento un po' meglio, sono stata alla Serpentine Gallery oggi, grandi emozioni. Quando hai tempo, mandami quella foto...
Un abbraccio x x x

martedì, 26 febbraio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Ehi, spero tu stia meglio!

Il concerto degli Eels e' stato strepitoso come sempre. Sul palco erano solo in due, Mark Everett e The Chet, e quindi non si e' ricreata proprio la magia dell'ultimo tour, quando gli Eels avevano suonato con la sezione d'archi. A parte un numero spettacolare in cui i due si sono alternati a piano e batteria senza perdere il ritmo (trovi la descrizione del tutto sul Guardian di oggi che al concerto assegna, giustamente 5 stelle), una riflessione la merita il pubblico. E' un po' terrificante osservare che non c'era praticamente nessuno sotto i 35 anni. A me questo invecchiamento del rock fa sempre un po' paura. Si e' creato ancora una volta uno scollamento generazionale, ma al contrario. Negli anni '50/ '60/ '70 erano gli over 30 a non capire (o sentirsi rappresentati da, che spesso e' un po' la stessa cosa) il rock, oggi sono gli under 40. Scary.

La fotografa, lo dico per gli altri lettori, e' la fascinosa ragazza della prima foto.

La tua foto e' in arrivo (ho virato in bianco e nero e ritoccato pure quella, poi se vuoi ti mando pure l'originale). Non l'ho pubblicata perche' non sapevo se fossi contenta di vedere una tua foto nel mio blog.

mercoledì, 27 febbraio, 2008

 

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