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Ambiente Uguaglianza Tempo

giovedì 6 marzo 2008

Della tendenza durevole alla fuga della classe media da un progetto di liberazione radicale non frega un cazzo a nessuno


[Tate Modern, un'ora fa]

Uno se passa qui a Londra dieci settimane di fila la sanita' mentale la deve preservare in qualche modo. La Tate Modern aiuta.

Alla Tate Modern ci devi andare il Venerdi' o il Sabato sera. Per me resta un mistero la ragione per la quale abbiano scelto di tenerla aperta due sere alla settimana, e proprio quelle due sere in cui gli inglesi celebrano il rito della birra e del vomito liberatorio.

E infatti la Tate Modern resta letteralmente vuota. Ci trovi qualche giapponese, una decina di francesi. I guardiani della galleria non e' che guardano l'orologio di tanto in tanto, stanno con gli occhi fissi sulle lancette a contare i secondi che li separano dalle 10. Fai tutte le foto che vuoi, tocca quadri e sculture, fai quel cazzo che ti pare basta che arrivino presto le 10. Se del rito della birra e del vomito liberatorio non te ne frega una fava, la collezione diventa tua per qualche ora.

Dopo una stagione che a mio parere non e' stata all'altezza delle precedenti, rovinata da un'insulsa enorme retrospettiva dedicata a Gilbert & George decisamente troppo dettagliata e da un blockbuster estivo su Dali', il 2008 si e' aperto con due robe da paura.

Della mostra su Juan Munoz vi ho gia' raccontato un po' tutto quanto a Radio Popolare, e quindi non mi ripeto. Ribadisco soltanto che e' una delle mostre piu' godibili che ho visto negli ultimi anni, in parte per i lavori di Munoz, in parte per la gestione degli spazi che accentua l'interattivita' tra sculture e tu che ti ci muovi in mezzo. Temi pesi, trattati con apparente leggerezza e con humor nerissimo. Ti apre mondi.

Poi c'e' la mostra dedicata a Duchamp, Man Ray e Picabia. Che ha un sottotitolo altisonante fin che volete, Il momento in cui l'arte e' cambiata per sempre. E pero' ti dimostra che e' davvero dannatamente cosi'.

Il momento, infatti. Sono in tutto tredici sale. Le prime sei le vedi e dici si', bello, ma non e' che c'e' qualcosa che ti sconvolge in modo particolare. Si' certo, c'e' il tentativo di rendere pittoricamente il movimento esemplificato da Nude descending a staircase di Duchamp e The rope dancer accompanies herself with her own shadow di Man Ray. C'e' la fascinazione per le macchine, l'idea di incorporare elementi di design industriale nell'arte. Tutte cose straordinarie ma che conosci gia'.

Poi arriva il momento che dice il sottotitolo. Succede nella sala sette. A colpirti, prima di ogni altra cosa, e' la disposizione degli oggetti. Ho detto oggetti, non opere, perche' di oggetti si tratta. Il famoso pisciatoio prima di tutto. La fontana, come lo chiamo' genialmente Duchamp. Ancora oggi fa il suo dannato effetto. Te lo aspetti, ma quando te lo trovi davanti, un pisciatoio in una galleria d'arte, dopo un bel po' di quadri alcuni dei quali noiosetti anziche' no, capisci che quello e' il momento. Da li' la mostra cambia marcia, ingrana una folle velocita'.

L'altra cosa che capisci e' che certo, erano amici Duchamp, Man Ray e Picabia, e si aiutavano e si ispiravano e tutto quello che volete. E pero' il momento lo vivono in modo diverso. Picabia continua a dipingere. Duchamp rompe il ghiaccio, e pero' il pisciatoio nel 1917 mica glielo lasciano esibire. E Man Ray prende quell'intuizione geniale e la sviluppa combinando totale provocazione e totale bellezza. Obstruction, la sua scultura fatta con omini per abiti, la vedi penzolare dal soffitto, ne vedi l'ombra sul muro della galleria e resti li' in stupita contemplazione di quella composizione che e' musica per gli occhi. E' leggerezza e armonia, proporzione e sospensione.

Duchamp esibiva readymade objects. Man Ray objects of my affection. La differenza e' enorme.

Il momento cambia tutto. Il dopo e' radicalmente diverso. Si aprono possibilita' infinite. Di espressione, di sperimentazione, di gioco, di forme, di colori, di linguaggi. Il movimento, che avevano cercato di esprimere in pittura, scoprono che lo possono rappresentare attraverso il linguaggio cinematografico, cosi' come con i Rotorilievi, dischi ottici non troppo diversi da LP colorati che ruotano. Quelli di Duchamp sono puro colore in movimento.

E arriviamo cosi' alla sala nove. A un certo punto Man Ray dice ai suoi amici I have finally freed myself from the sticky medium of paint, and am working directly with light itself. E' il 1922. Sticky, appiccicoso. Da' un'idea di materia. Via, via. Nascono i Rayographs. Mica poteva fotografare come facevano tutti gli altri Man Ray. La pellicola la tocca, la espone alla luce, ci appoggia sopra oggetti. Sale, pepe, spilli, tutto quello che gli viene in mente, purche' ci sia un elemento umano, un'interposizione fisica tra quella cosa che deve registrare la luce e la luce stessa.

La sala nove e' tutta dedicata ai Rayographs e alle foto solarizzate. Si inizia con gli oggetti. Superlativo un rayograph di foglie di felce, che spicca tra tutti gli altri lavori. Poi si passa ai nudi solarizzati degli anni '30. Di una bellezza e di una sensualita' che tolgono il fiato. Tre sale piu' in la' troviamo pure un piccolo ritratto della divina Lee Miller che soffia bolle di sapone, La priere, che John Zorn uso' per una copertina dei Naked City, e Primat de la matiere sur la pensee, del 1929.

In mezzo, se avete tempo, potete vedervi seduti comodi anche Entr'acte di Renee Clair, film del 1924 con cameo dei tre amichetti di Clair Duchamp, Man Ray e Picabia e musica che credo, ma non ne sono sicuro, potrebbe essere di Satie (che con Picabia aveva collaborato per un balletto). L'inizio sa di cinema sperimentale, poi quando capisci dove vuole andare a parare diventa divertentissimo.

E' solo l'inizio: dal 14 Marzo al 2 Maggio nello Starr Auditorium, il cinema tutto rosso al secondo piano, presentano una sessantina di film dell'avanguardia francese, dal 1890 al 2008, in collaborazione con la Cinematheque Francaise. Biglietti a 5 pounds, che per Londra e' un bargain.

[Duchamp, Man Ray, Picabia]

11 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Ciao!
Sono stato a Londra una settimana fa per la prima volta in vita mia e ne ho una nostalgia notevole... :-)
Mettici pure il filtro della vacanza che ti fa sembrare sempre tutto rose e fiori, però mi è sembrata, come dire...un po' speciale.
Tu che ci fai in U.K?

Un saluto dall'Italia.

Andre

sabato, 08 marzo, 2008

 
Blogger lophelia said...

e invece in questi giorni stavo proprio pensando insistentemente alla tendenza durevole alla fuga della classe media da un progetto di liberazione radicale, soprattutto leggendo certi discorsi su certi quotidiani "progressisti".

a parte questo, ho un libro su Man Ray dove ci sono tutte le foto (ritratti, autoritratti, foto di gruppo) che faceva insieme ai colleghi artisti. Si vede benissimo che se la spassavano un mondo.

domenica, 09 marzo, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Ho bazzicato anch'io un po' il dadaismo/surrealismo ('Entr'acte', Duchamp, etc.). Hanno operato una rivoluzione, ancora attuale, che il Futurismo - che la conteneva in nuce - rendeva insopportabile a causa della sua vocazione belligerante. E la pop art gli deve parecchio, credo, anche se la sistematizzazione della raccolta di riferimenti pop ha annullato l'effetto giocoso che si percepisce nel dada. Q.

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Blogger Fabio said...

Andre -

Anche senza il filtro della vacanza, Londra e' davvero speciale. Questa e' la mia undicesima settimana senza uscire dalle zone 1 e 2, e inizio solo ora a sentire il bisogno di muovermi di qui. A Milano dopo 5 giorni do fuori da matto.

Un saluto da Londra.

Lophelia -

Hai colto un punto centrale, che risulta evidentissimo visitando la mostra. Non si tratta certo di artisti che si isolavano e la cui arte nasceva da un profondo travaglio interiore. Se la spassavano a épater les bourgeois. Il fine della loro arte era quello. A mio parere l'unico dei tre che ha generato davvero arte di enorme bellezza e' stato proprio Man Ray.

Cosa dicono i quotidiani progressisti?

Q -

Sono molto d'accordo, soprattutto con la tua ultima osservazione. Il dadaismo ha aperto le porte alla pop art, e pero' l'ordine pop ha finito per soffocare quel senso di provocazione giocosa. Entr'acte, con la scena della rincorsa al carro funebre, e' l'epitome proprio di quel senso di leggerezza, che non si trova certo nei film della Factory.

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Blogger lophelia said...

Cosa dicono certi quotidiani progressisti se ci sarà occasione te lo dirò a voce, mi dispiacerebbe inquinare London Calling.
Anzi, potrei metterti da parte una rassegna stampa.

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Blogger glamourama said...

Anche tu sei scappato da milano? :-D
Comunque, sono stata alla Tate di sabato sera per la mostra di Louise Bourgeois, poca gente e io me la sono goduta pienamente. Fantastico.
Dimenticavo, welcome in London! :)

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Blogger Fabio said...

Lophelia -

Varie mail mi segnalano un sentito intervento di Giovanni Lindo Ferretti alla manifestazione antiabortista di Ferrara, direi che possiamo inagurare la rassegna con questa notizia qui.

Glamourama -

Grazie per il welcome, ma vivo qui da 7 lunghi anni :-) In realta' mi sono reso conto che rispondendo ad Andre un po' piu' sopra mi sono fatto prendere dall'entusiasmo e ho detto solo mezza verita'. Non so se capita anche a te, ma il mio rapporto con Londra e' un rollercoaster emozionale continuo che non trova pace. Non ti fermi mai, non puoi mai fermarti. Non so se faccia tanto bene alla lunga.

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Anonymous riccardo said...

concordo. su munoz e sull'inutilita' di gilbert & george.

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Blogger Fabio said...

L'inutilita', oggi, di Gilbert & George, perche' i loro lavori degli anni '70 (ai quali peraltro la Serpentine aveva gia' dedicato una bella retrospettiva che diceva tutto quello che c'era da dire) sono molto interessanti. Munoz grandissimo, voglio rivedere la sua mostra prima che la chiudano.

lunedì, 10 marzo, 2008

 
Blogger glamourama said...

@ fabio: Ops...infatti avevo capito male leggendo i commenti....
Io vivo qui solo da un anno, comunque posso capirti quando parli di "rollercoaster emozionale continuo" (BTW bella metafora), questa città non la conosci mai fino in fondo ed è difficile fermarsi.

mercoledì, 12 marzo, 2008

 
Blogger Fabio said...

Il cuore non trova pace qui, e trascina con se' tutto il resto.

mercoledì, 12 marzo, 2008

 

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