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venerdì 28 marzo 2008

E invece di cover dei fratelli De Angelis non ne hanno messe



[Radio Popolare, Marzo 2008]


Il mail order funziona cosi', che per una settimana non arriva niente e poi ti trovi sulla cassetta delle lettere dodici dischi tutti in una volta. Questo succede naturalmente quando non sei a casa o quando comunque non hai tempo per ascoltarli.

In ogni caso, un po' per volta sto smaltendo le cose arrivate mentre me ne stavo a girellare in Italia. Tra quello che sono riuscito a sentire so far, direi che il meglio e' una ristampa di Cedric Im Brooks, di un disco del 1973 intitolato From mento to reggae to third world music. Il quale mi ha convinto, come se ce ne fosse stato bisogno, che a comprare volumi di musica reggae usciti negli anni '70 non sbagli mai.

Cedric Im Brooks era un session man di Studio One. Si finisce sempre li', lo so. Un saxofonista per la precisione. Una cosa sua e' anche inclusa in quella fantastica raccolta che la Soul Jazz di Soho ha fatto uscire l'anno scorso intitolata Jamaica funk, che ricordo di avere passato a Prospettive Musicali e della quale vi devo avere parlato anche qui perche' mi era proprio piaciuta molto.

Ma i suoi dischi non si trovano troppo facilmente. E quindi il consiglio e' di non lasciarvelo sfuggire questo dischetto. Che fa quello che dice il titolo. Parte da ritmi mento (una sorta di variazione del calypso che avrebbe influenzato sia ska che reggae). Arriva al roots reggae attraversando rocksteady e ska. E finisce in un tripudio di afro-beat. Di cosa parliamo quando parliamo di ritmo. Di Africa naturalmente.

Poi i curatori della ristampa hanno pensato di dare il loro tocco vincente. Perche' figurati se non vanno ad annacquare tutto con un po' di scarti, i cosiddetti inediti. In questo caso fa bella mostra di se', si fa per dire, un brano scritto niente meno che da Augusto Martelli e Paolo Limiti. Una roba che farebbe la sua porca figura in una compilation stereo otto di Fausto Papetti. Le stereo otto per chi non se le ricordasse erano delle cassettone che si vendevano dal benzinaio e in autogrill, per le quali i guidatori di TIR avevano un debole.

Se pero' si esclude questa divertente caduta di stile, l'eclettismo di Brooks permette di ripercorrere in una quarantina di minuti la storia della musica giamaicana. Capolavoro assoluto del disco la sua versione di Put it on di Marley, che del resto e' impossibile sbagliare.

E finalmente e' arrivato il fine settimana, ci si risente Lunedi'.

[Satta Massagana]

8 Comments:

Anonymous donasonica said...

adoro il tuo blog.
fonte di ispirazione e stimoli cerebrali.provo a fare una cosa simile sul mio.non così bene.una volta che vengo su a londra a trovare la maggiorparte dei miei amici magari vengo a fare un giro a brixton [quando ero in england, un milione di anni fa, all'academy ho visto uno splendido concerto dei pavement!]

lunedì, 31 marzo, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Ma le copertine papettiane, eh, vogliamo parlarne?

cheers

the "mento mad" JC

lunedì, 31 marzo, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

in effetti credo che nessuno ricordi una sola nota di Papetti, mentre le copertine si notavano.
Credo che FP abbia contribuito parecchio al naufragio dello standard Stereo 8.
(per i giovani: era lo standard per le musicassette -scatole grandi circa come una cassetta video VHS- in uso prima dello Stereo 7, le normali cassettine ormai pressochè estinte anche loro. Archeologia musicale)
ciao
Auro

lunedì, 31 marzo, 2008

 
Blogger Fabio said...

Donasonica -

A questo punto sono curioso, sai che pero' non riesco ad aprire il tuo blog?

JC -

Diciamo che faceva tutto parte del fascino che Papetti esercitava sui guidatori di TIR. Non era un artista da download, anzi era la dimostrazione che le copertine sono parte integrante del prodotto disco.

Auro -

Credo che purtroppo tutti i lettori di London Calling se le ricordino le Stereo 8: temo di non avere lettori proprio per cosi' dire adolescenti.

Invece ignoravo completamente che le cassette normali si chiamassero Stereo 7. Non si finisce mai di imparare nella vita.

lunedì, 31 marzo, 2008

 
Anonymous alessandro said...

A me non pare proprio che le cassette si chiamassero Stereo 7, anche perché i primi registratori a cassette erano mono; per un periodo furono invece chiamate k7 (una denominazione di origine francese, credo, perché la pronuncia francese di "k7" è più o meno la stessa di "cassette") e infatti anche la famosa serie Philips di registratori economici a cassette (cui si dovette molta della fortuna di quel formato) si chiamava Philips K7. Le Stereo 8 erano soprattutto per l'ascolto in automobile (tanto che le vendevano prevalentemente alle stazioni di servizio) e proprio pensando a quello erano state congegnate in modo da non doverle girare a fine facciata. Ciao

lunedì, 31 marzo, 2008

 
Blogger donasonica said...

www.onewomanshow.noblogs.org
nessuna intenzione di farmi pubblicità solo perchè me lo chiedevi!

later...

lunedì, 31 marzo, 2008

 
Blogger Fabio said...

Alessandro -

Fantastici, come oggetti, i registratori a cassette Philips K7. Come suono no, ma il loro design era eccellente.

Ecco svelata la ragione del successo (temporaneo) delle Stereo 8. Non si dovevano girare. Se non ricordo troppo male, l'inizio di ogni pezzo era indicizzato, per cui potevi passare all'inizio del pezzo successivo (mentre con le cassette in genere no).

Donasonica -

Ti ho linkato qui di fianco. Bella la monografia sulle Riot Grrrls (le Huggy Bear mi capito' di sentirle proprio qui a Londra, alla University Union).

martedì, 01 aprile, 2008

 
Blogger donasonica said...

grazie mille.
allora ripassa per seguire le prossime puntate :-)
anche io ti ho linkato tra i friends...

mercoledì, 02 aprile, 2008

 

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