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Ambiente Uguaglianza Tempo

venerdì 27 giugno 2008

Like a prayer

[Central Mosque, Aprile 2007]



Faccio subito una cosa che avevo promesso a Alessandro e Gigi settimana scorsa e poi mi sono completamente dimenticato. E cioe' vi annuncio che anche questa Domenica, cosi' come la scorsa e quella prossima, Prospettive Musicali salta. Si riprende a trasmettere regolarmente da Domenica 13 Luglio, quando tocchera' a me occuparmi del programma.

Espletate le formalita' di dovere, vi leggo una cosa che mi e' capitata sotto gli occhi oggi mentre mangiavo un buon green thai da Leon quello in Ludgate Circus, il cui impianto mentre sotto i miei occhi scorrevano queste parole stava trasmettendo niente meno che Tuareg di Gal Costa, da Gal del 1969 (!).

Articolo How to bossa nova, sul guardiano di oggi. A un certo punto dice but for me, bossa nova is also a very deep and melancholic music, and this feeling was something that I also recognised in the music of English new wave bands such as Joy Division and Echo and the Bunnymen. Non ho ancora avuto tempo di pensarci bene a questa quadratura del cerchio, ma comunque ve la butto li' come food for thought per il fine settimana.

Vorrei parlare di bossa nova, e ce ne sarebbe ragione dato che ieri mi e' finalmente arrivato un volume della solita benemerita El con oltre un'ora di musica dello strepitoso Tamba Trio, tutta roba registrata tra il 1962 e il 1966. Ma facciamo che ne parliamo settimana prossima quando ho avuto tempo di conoscerlo bene.

Invece no, parliamo di spritual jazz. L'abbiamo fatto spesso qui a London Calling e a Prospettive Musicali ultimamente, ascoltando insieme dischi diversi tra di loro ma tutti molto astratti e spirituali, da Phil Cohran a Bill Dixon, passando per Sun Ra, l'Art Ensemble of Chicago e il Miles Davis di In a silent way.

L'ascolto che vi propongo e' un disco che mi e' piombato in casa come un UFO. Un album inciso nel 1965, stampato in un paio di centinaia di copie distribuite privatamente e poi scomparso fino ad oggi. Tirato fuori da un'altra etichetta ultra-sotterranea e totalmente improbabile, la Jonny di Jonny Trunk, ristampato in un altro massimo migliaio di copie, non lo so, sto inventando ma non credo di andarci tanto lontano forse addirittura esagero, e destinato a scomparire nel giro di un paio di mesi. Poi bisogna aspettare altri 40 anni.

E' un disco registrato in una sinagoga del Massachussetts, durante la preghiera del Venerdi'. Detto cosi' sembra una cosa che potrebbe interessare al massimo John Zorn e me. Invece no, perche' in quella chiesa, per suonare la prima esecuzione di quel concerto, si ritrovarono alcuni dei nomi migliori del jazz newyorkese di quegli anni. Due che in quegli anni suonavano nel secondo quintetto classico di Davis, il pianista Herbie Hancock e il contrabbassista Ron Carter, piu' altri nomi di spicco della scena jazz della grande mela: il saxofonista e flautista Jerome Richardson, il trombettista Thad Jones e il batterista Grady Tate.

Insieme a loro troviamo un giovane, appena diciassettenne, cornettista, Jonathan Klein, autore di questo straordinario concerto. Che si intitola, se vi ho incuriositi e lo volete cercare, Hear, o Israel a prayer ceremony in jazz.

Non ho ancora finito. A cantare sul disco troviamo un soprano e un contralto. E infine il rabbino David Davis che recita preghiere ebraiche.

Detto cosi', fa molto piu' strano di quello che e'. E' in fondo un disco di armonie che devono parecchio a Kind of blue, con in piu' influenze che vanno dalle colonne sonore dell'epoca alla bossa nova, soprattutto nello splendido brano intitolato Kiddush, il quale evoca addirittura il meraviglioso Quarteto Em Cy. Gli intermezzi cantati o parlati non superano mai di molto il minuto. Poi, appunto, e' cool jazz della migliore qualita'.

Lo trovate, come sempre, per corrispondenza da Other Music di New York. E con questo consiglio di ascolto, vi lascio fino a Lunedi'. Devo ancora scrivere una mail e poi il fine settimana inizia anch per me.

Naturalmente non ho trovato nulla in rete da Hear, o Israel. Accontentatevi si fa per dire di una cosuccia del quintetto classico di Davis, registrata a Stoccolma nel 1963.

[Miles Davis - Herbie Hancock - Wayne Shorter - Ron Carter - Tony Williams]

giovedì 26 giugno 2008

Movin' on up motherfuckers


[William Du Vall, Bobby Gillespie, Wayne Kramer, John Sinclair, Don Letts - Royal Festival Hall, Giugno 2008]


Ma si'. Prevedibile, ma mica troppo male. MC5 piu' Primal Scream, ultima serata del Meltdown organizzato dai Massive Attack al Southbank. Prima i Primal Scream per un'ora, poi gli MC5 per un'altra ora e poi una mezz'oretta all together.

I Primal Scream partono bene con Accelerator, che l'avevano scritta pensando a una sera come questa. Al primo c'mon una fiumana che comprende lo scrivente lascia le proprie confortevoli poltroncine e finisce a danzare proprio sotto il palco come fossimo in una Brixton Academy qualsiasi.

Gillespie e i suoi fannno un po' di avanti e indietro nell'archivio, classici come Kowalski e Rocks si alternano ai brani dell'album che uscira' quest'autunno. Il guardiano stamattina scriveva che le cose migliori le fanno quando si staccano un po' dai cliche' imparati a memoria nella loro collezione di dischi e dicono qualcosa di loro. Ma succede pochissimo. Forse Swastika eyes, forse. Pero' sono bravi e mischiano bene, e quando sei li' sotto non ci pensi e ti diverti un sacco.

Tutto studiato a tavolino certo, compresa la giacchina nera sfilata con eleganza e la camicina di lame' sul fisico ossuto. Ma finisce sempre cosi', uno comincia dicendo il punk e poi.

Poi arrivano gli MC5. Uno lo deve spiegare a Wayne Kramer che con la sua musica un completo giacca pantalone candido non c'entra un cazzo. Forse voleva che risaltasse la Stratocaster con la bandiera americana, e le scarpe blu e rosse, ma tutto cio' non sarebbe sfuggito a nessuno lo stesso.

Rob Tyner lo sapete che non c'e' piu', e allora hanno preso il cantante degli Alice in Chains, un nero ben piantato. Che, bisogna ammetterlo, ha una presenza sul palco piuttosto carismatica e Detroit 1970. Ce l'ho avuto addosso tutto il tempo e dovevo fotografarlo col grandangolo se no gli prendevo un incisivo per volta.

Aprono con Ramblin'rose, Kick out the jams l'hanno fatta per seconda, poi via con tutti i classici pure loro, Call me animal, Looking at you, cose del genere. Fino a The American ruse che chiude la loro porzione di tempo.

Bravi a riproporre una roba che sentita quarant'anni fa nella Detroit operaia doveva incendiare gli animi. Adesso e' revival, ma va bene cosi', sei li' sotto e ti diverti e non pensi come scrivevo un minuto fa, non fatemi dire sempre le stesse cose.

Poi tutti insieme. Che vuol dire due di tutto. Due batterie, due bassi, insomma un frastuono d'inferno che, per usare le parole del mio amico Marco, i Motorhead sembrano un gruppo folk-rock. I can only give you everything viene strabene. Gillespie fa un po' per conto suo e Du Vall non sa bene da che parte andare e guardare, ma poi si riprende.

Piu' strano vedere Wayne Kramer ancheggiare una Movin' on up che senza i coretti perde sempre un qualcosa del suo che. Ballano tutti, anche i tecnici e quelli della security.

Rocket Reducer la tirano per le lunghissime, con la solita pantomima dei cori, voi a sinistra dite questo, voi a destra cantate quest'altro. Un po' piu' di fantasia la prossima volta Wayne please.

Alla fine annunciano John Sinclair, quel John Sinclair, il fondatore delle Pantere Bianche, che adesso sembra di brutto padre Mariano, il frate della tele. Dice delle cose che nessuno capisce, su una Black to comm con violinista, saxofonista e Gillespie che gioca con i piatti, quelli della batteria non del giradischi.

A giocare con dischetti e lettori invece, appena fuori, troviamo il vecchio Don Letts, che fa girare per la billionesima volta nella sua vita Armageddon time. Tutti a danzare the night away nel foyer, ninfette ventenni e carampane cinquanta something ghepardate che dovevano essere ancora li' dal concerto di Grace Jones di settimana scorsa.

Fine del Meltdown. Mentre aspetto l'autobus sul ponte di Waterloo mi domando se Jason Pierce e' gia' al telefono con Iggy.

[Kick Out the Jams - MC5]

lunedì 23 giugno 2008

The revolution will not be multiplexed

[Institute of Contemporary Arts, Giugno 2008]

Mi sono preso la pena di contare in quanti cinema stanno programmando Secsendesiti in questi giorni a Londra. Ventinove, restando solo ai cinema del centro. Tenete presente che sono quasi tutti multiplex, e che in alcuni Secsendesiti lo proiettano in piu' di una sala contemporaneamente.

Che cosa ci sia di cosi' interessante nel vedere per due ore e mezza quattro mignotte che provano scarpe borsette e cazzi, per me resta una domanda senza risposta.

Che uno pensa Londra, la psychedelia, il punk, i mercatini, la Tate. Poi sono arrivati il London Paper, la Cheitmos, la Emiuainaus, Topshop, gli agenti immobiliari, il Borisgionson. Fine.

Taxi to the dark side invece lo danno in una sala sola. Il cinema 2 dell'Istituto di Arti Contemporanee. 5 file di sedie, 10 sedie per fila, le ho contate. Totale: 50. Schermo un po' piu' grande di quelle televisioni per le quali gli inglesi sono corsi a fare i debiti da Asda prima del campionato europeo di calcio, ma mica tanto piu' grande. Ieri sera eravamo 20 - 25 spettatori in tutto.

Che uno dice che palle. Ancora Abu Ghraib, Guantanamo, l'Afghanistan, l'Iraq, basta ci avete rotto i maroni, noi andiamo a vedere Secsendesiti andiamo. Che mi sa che e' un po' quello che volevano alla fine.

Alex Gibney, il regista, e' lo stesso di Enron: the smartest guys in the room, che usciva un paio di anni fa e che dovreste aver visto. Questo blog ne parlo' il 3 Maggio 2006 se siete interessati e volete fare un giretto nell'archivio qui di fianco. [A me fa sempre un certo effetto pensare che posso consultare un archivio di ricordi che galleggia da qualche parte nella blogosfera, e che quegli appunti li ho scritti io, una versione piu' giovane di me. Ma pensa quando avremo sessant'anni e potremo ancora consultarli quegli archivi].

Il film e' di una crudezza impressionante, ne esci piuttosto sconvolto. Foto su foto, spezzoni di interviste, immagini di repertorio. Tutte sul tema della tortura, e dell'autorizzazione data da Bush Cheney Rumsfeld di lasciar perdere la convenzione di Ginevra dopo lo sciagurato 11 Settembre 2001.

Quello che ha detto che Saddam Hussein aiutava Al Quaeda gliel'hanno fatto dire con il waterboarding. Ti cacciano acqua nelle vie respiratorie. O dici quello che vogliono loro o muori. Appena ha detto sta cosa non gli hanno piu' fatto neanche una domanda. Quando, come. Niente. Sono corsi a portare la cassetta al generale. Promossi. Il generale l'ha portata a un suo superiore. Promosso anche lui. Su fino a Bush. Riunione. Cheetah, Cheney, Rumsfeld, tutti nel mio ufficio.

Hai visto Colin Powell, adesso da bravo vai al consiglio di sicurezza dell'ONU e dici che abbiamo le prove. Obbedisco signore.

Seicentomila morti civili in Iraq. Civili come voi e come me, gente che andava al mercato, al lavoro, se ne stava a casa a fare da mangiare. Se uno ci pensa impazzisce.

E Abu Ghraib e Guantanamo, prigionieri costretti a stare in piedi per 40 ore. 40 ore, provate. Quello incappucciato della famosa foto stava in quella posizione perche' gli avevano detto che se si fosse mosso anche di un millimetro i cavi ai quali era collegato gli avrebbero dato la scossa e sarebbe morto. E le foto ricordo col prigioniero al guinzaglio, da mandare al fidanzato in Alabama.

E il film ti racconta che per prenderli quei prigionieri li' sai come facevano? Facevano piovere sui villaggi una tonnellata di volantini. Mille dollari se ci consegnate uno di Al Quaeda. Mille dollari. Quello non mi sta tanto simpatico e in piu' con mille dollari mi metto a posto e non devo piu' fare questo lavoro di merda. 1 + 1 = 2.

E' quello che e' successo anche a Dilawar, autista di taxi, al quale si ispira il titolo del film. Un giorno non e' piu' tornato a casa a mangiare. Cinque giorni dopo era morto, le gambe spappolate come se ci fosse passato sopra un autobus. Se anche fosse sopravvissuto alle botte quelle gambe gliele avrebbero amputate. Era un ragazzino Dilawar, un ragazzino con gli occhi buoni.

Poi c'e' la propaganda. It is a privilege to live in Camp Four. We have introduced things like cake on Wednesday nights, Pepsi on Monday nights, ice cream on Sunday nights dice una kapo' con un culo grande come come quello di 12 donne normali ai giornalisti. In sottofondo Gibney ha messo In my little corner of the world di Yo La Tengo. Nel mio piccolo angolo di mondo. Vediamo, oggi e' Lunedi' quindi questi si bevono la Pepsi. Poi via al rutto libero. Immagino non vedano l'ora.

20 - 25 spettatori di Domenica sera, in una citta' di 7 milioni. Siete piu' voi che siete arrivati con pazienza fino a qui mi sa, e per questo vi ringrazio di cuore.

["Taxi To The Dark Side" - Trailer]

venerdì 20 giugno 2008

Spiriti nella casa e tra le piante del terrazzo


[Shoreditch, Agosto 2006]

Qualche mese fa l'etichetta inglese con il mio nome preferito, la Beautiful Happiness, ha ristampato due album di Jack Rose che prima erano reperibili solo in vinile stampati da un negozio di Philadelphia che si chiama Tequila Sunrise. Io me li feci mandare, li sentii una volta e poi venni distratto da altre cose.

Qualche notte fa mi e' capitato di riascoltarli, uno via l'altro, e sono giorni che non sento nient'altro. Delizioso finger-picking come non ascoltavo da tempo. Due dischi peraltro diversi tra di loro. Dr. Ragtime and pals, inciso nel 2007, e' il lato solare del finger-picking, quello folk se volete. E invece Self titled, registrato tra il 2005 e il 2006, ne rappresenta l'essenza blues e notturna.

Jack Rose era il chitarrista dei Pelt. I Pelt erano un gruppo un po' Sonic Youth e un po' post-rock. Poi pero' Jack Rose si e' stancato, e ha saltato il fosso, come fece anche il suo amico Glenn Jones per esempio. Non nel senso che adesso gli piacciono i maschi, ma in quello che suona solo chitarre acustiche.

E come le suona. Da primitivo americano, tipo John Fahey, o per non andare proprio alla preistoria, come Richard Bishop, Richard Crandell, lo stesso Glenn Jones (che non l'ho detto prima ma suonava nei Cul De Sac).

Back-porch music, che averlo un bel back-porch a Londra non sarebbe mica male. Ma va bene anche ascoltata mimetizzati tra le piante del terrazzo leggendosi un libro, magari una cosa di Annie Proulx (a proposito di saltare il fosso) o un buon John Steinbeck invecchiato a dovere in botti di rovere.

Il pezzo che preferisco di Self titled e' il lungo raga Spirits in the house, nel quale se ti distrai un attimo la chitarra diventa un sitar e nell'aria attorno a te si diffonde un intenso profumo di vetiver. E' una traccia davvero particolare, che vale da sola l'acquisto.

Non facili da trovare, ma vivamente consigliati.

Scappo a sentire Olafur Arnalds al Barbican, buon fine settimana.

mercoledì 18 giugno 2008

Rio de Janeiro calling

[Hampstead Heath, Giugno 2008]

Il Meltdown e' il primo festival estivo, e forse per questo lo attendo ogni anno con una certa impazienza. E se qui a Londra l'estate non e' proprio ancora arrivata e si gira ancora con la giacchetta, le giornate non finiscono mai e alle 10 di sera c'e' ancora luce. Una meraviglia.

Piccola nota a margine. Ieri sera ero a Soho e c'era questo senso di vacanza un po' euforica e un po' rilassata, purtroppo temporaneamente interrotto a un certo punto da un corteo schiamazzante di napoletani con bandiere italiane che gridavano vaffanculo a non ho capito chi o che cosa. Avra' giocato l'Italia, ma anche se fosse preferisco non saperlo. Spero solo abbia perso, e che se non ha perso stavolta perda la prossima, per non vedere il ripetersi di simili vergognose pubbliche manifestazioni di stupidita'. Il calcio, dipendesse da me, verrebbe abolito con decorrenza immediata. Calciatori e veline verrebbero riciclati come ausiliari dei camion del rudo e bidelle. Fine della nota a margine.

La musica che si ascolta, in estate cambia. Come si fa a sentire Arvo Part o Charlemagne Palestine in una domenica di sole, per dire. In estate insieme a magliette colorate e bermuda, dagli armadi escono bossa nova, samba, reggae.

Garota de Ipanema Antonio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes la scrissero di getto una sera d'estate. Quella sera, mentre come spesso accadeva se ne stavano a sorseggiare qualcosa di forte al Bar Montenegro di Ipanema, passo' una ragazza che De Moraes defini' remarkably beautiful and charsimatic. Un capolavoro dell'umanita' che viene ispirato da un incontro casuale in una calda notte estiva.

Una versione superlativa la trovate in A vontade, il terzo disco di Baden Powell, nome completo Baden Powell de Aquino. Usciva nel 1963 quel disco, ma rimane un'esperienza di ascolto freschissima. Dieci brani, in parte autografi, in parte cover di Jobim, in parte scritti don De Moraes. Album quasi interamente strumentale. Chitarra acustica, flauto, sorongo, percussioni. Non serve altro, e non puoi stare fermo ascoltandolo. E vedi il sole anche se non c'e'.

Tre anni dopo, Baden Powell e De Moraes incideranno quello che considero uno dei capolavori della musica di ogni tempo, Os afro sambas. Album superlativo, nel quale bossa nova e samba si fondono con il folk di Bahia, straordinariamente ricco di sonorita' e ritmi che saremmo portati ad associare all'Africa. Del resto, a San Salvador pare sia ancora oggi forte la tradizione del Candomble', religione di ispirazione africana.

Capolavoro del disco e' Canto de Ossanha, una canzone che fa letteralmente saltare per aria, bossa nova e samba mischiate insieme. Inizia come un amico che ti rivela un segreto e diventa un canto di una gioia incontenibile. Il coro lo fanno il Quarteto Em Cy, del quale non finiro' mai di consigliare i dischi incisi attorno al 1965, e una serie di amici e parenti di Baden Powell e De Moraes. Un coro de amiziade, come lo definisce De Moraes nelle note di copertina. L'amicizia, ben piu' importante di tutte le professionalita' del mondo. Ne trovate una rara versione video da un programma della televisione francese linkata qui sotto.

Per oggi i miei consigli sono questi. Tenete presente che A vontade (che, dimenticavo, significa sentirsi rilassati) e Os afro sambas li trovate anche insieme, ristampati dalla El, sussidiaria di Cherry Red, in un unico dischetto. Se siete o passate di qui, sappiate che qui si trova davvero a due lire.

Verso la fine dei suoi giorni, alla fine dello scorso secolo, Baden Powell disconobbe queste incisioni. Dopo essersi convertito al cristianesimo evangelico inizio' a dire che si trattava di musica ispirata dal diavolo. Non credetegli: si tratta di un'esperienza di ascolto assolutamente celestiale.

[Vinicius de Moraes - interview & Songs (with Baden)]

lunedì 16 giugno 2008

Just as long as Meltdown is safe from harm tonight

[Massive Attack - Royal Festival Hall, Giugno 2008]

I preziosi tagliandi per il Meltdown li hanno messi in vendita all'inizio di Maggio, in un periodo nel quale non ero a Londra e fuori dalla portata di un computer. Tornato in citta' mi sono precipitato al box office della Royal Festival Hall. Troppo tardi, tutti gli eventi che mi interessavano sold out.

Sabato passo di li' attorno alle 5 del pomeriggio, e mi dicono che non prevedono la consueta coda dei returns. Mi spiegano che c'e' stato un disguido, che i biglietti sono partiti con la posta di seconda classe e che molti spettatori hanno telefonato per dire di non averli ricevuti. Siamo solo in quattro, non riusciamo a organizzare la redistribuzione. Pero', insomma, se torni tra un po' mi fa capire la simpatica impiegata con un forte accento spagnolo.

Resto nei paraggi, prima raccolgo un po' di leaflets, poi attacco bottone con un'inglese biondina simpatica che aspetta un'amica. Di dove sei, cosa fai, le solite cose. Solo che lei, scopro, lavora alla BBC, fa la producer di documetari. Senti ma non e' che tu che sei alla BBC conosci qualcuno che lavora qui perche' io sto cercando un paio di biglietti per questa sera sai com'e. Si' conosco Tommy. Aspettami qui. Va a parlare con Tommy, che risulta essere un supervisor. Gli fa gli occhi dolci, dolcissimi anzi, e poi mi indica. Tommy mi guarda e mi fa segno di avvicinarmi. Va dietro a una cassa del box office. Ti vanno bene due stalls? Due s-t-a-l-l-s? Vuoi dire proprio nelle prime file davanti al palco? Si'.

I Massive salgono sul palco ed e' un boato. Ma il concerto non inizia immediatamente. Prende la parola un ragazzo biondo che si chiama Clive Stafford Smith e fa l'avvocato per alcuni detenuti di Guantanamo. Dice so che siamo tutti qui per ascoltare i Massive Attack, ma loro mi hanno invitato a raccontarvi alcune cose e a parlarvi della manifestazione contro Bush di domani. Parla e lo ascoltiamo con attenzione. Quando nomina George Bush e' un secondo boato, ma questa volta di disapprovazione.

Il ragazzo biondo annuncia i Massive e il concerto ha inizio. I primi brani sono tutti nuovi, dal disco che esce a Ottobre. Cosi', a un primo ascolto, mi verrebbe da dire molto piu' ritmici e arrabbiati rispetto ai dischi precedenti, piu' duri, piu' squadrati. Non fanno molte concessioni al passato i Massive. Sale sul palco la cantautrice americana Stephanie Dosen con chitarra candida, e Teradrop e' la prima traccia riconoscibile. Ma l'intenzione e' quella di vedere che effetto fanno le cose nuove.

Loro suonano al buio, le luci, quando ci sono, sono dietro, proiettate sul pubblico. Un pannello posto dietro i musicisti prima proietta colori e disegni, e poi requisitorie anti guerra. Scorrono i numeri dei morti civili in Iraq, dei rifugiati afghani, i giorni di possibile detenzione senza accuse, che da settimana scorsa qui in Gran Bretagna sono saliti a 42.

Su Safe from harm, in versione allungata, con il pubblico ormai tutto in piedi a ballare, scorre una requisitoria per l'impeachment di Bush, con tutte le violazioni del diritto internazionale di questa sciagurata e per fortuna morente amministrazione.

Finale, inevitabilmente, con Unfinished sympathy, e poi con una traccia nuova con Robert del Naja alla voce. Parte adagio, e sembra una scelta singolare per un bis, ma e' un crescendo inarrestabile.

Il 22 suonano ancora, e il mio consiglio e' di non perderli. Usciamo dall'auditorium. Nel foyer suonano due pazzi che fanno una techno casino d'inferno. Alla Queen Elizabeth Hall sta iniziando la serata Silent Disco. In questi anni mi sono mancati i Massive Attack, penso, mentre sul ponte di Waterloo aspetto il 243 che mi riportera' a casa.

[Massive Attack - Safe From Harm]

venerdì 13 giugno 2008

Rook on

[Bon Iver - Social, Maggio 2008]


For Emma forever ago di Bon Iver, There were wolves degli Accidental, Fleet Foxes dei Fleet Foxes, Lookout mountain lookout sea dei Silver Jews: dischi eccellenti usciti nella prima parte di quest'anno. E pero' Rook dei Shearwater e' per me addirittura superiore, l'unico capace di evocare la ricerca spirituale di Tim e Jeff Buckley, Leonard Cohen, Mark Hollis.

Non c'e' una nota di troppo. Non e' folk non e' pop non e' niente di sentito prima eppure e' tutte queste cose insieme. E' di un lirismo che strazia e di una fragilita' che commuove, ma non so come spiegare, per sottrazione invece che per addizione di note e toni. E' sospeso e downtempo ma non manca un episodio elettrico, buttato li' a meta' percorso, che suggerisce passioni pronte a prendere il sopravvento su tutto, no matter what.

C'e' una canzone dedicata a un leopardo delle nevi, e io vi sfido ad ascoltarla e a fare anche qualcos'altro se riuscite e ancora piu' difficile ad ascoltarla e a non commuovervi e ad ascoltarla e a restare ancorati al pavimento. E di musica se ne ascolta tanta ma alla fine e' solo per scoprire canzoni come questa canzone dedicata al leopardo delle nevi. Ti senti tornato a casa e capisci che tutto e' possibile e diventi piano e chitarra e feedback e silenzio.

E voli via, lontano da tutto.

giovedì 12 giugno 2008

Belli e dannati

[Barbican, Giugno 2008]

Bruce Weber e' uno che una volta in un'intervista rilasciata alla radio della BBC gli ho sentito dire qualcosa tipo sometimes questions are better left unanswered - you can show them in a visual way. E a me quella e' una frase che e' entrata in testa e non e' uscita mai piu'.

Il Barbican non lo si ringrazia mai abbastanza, come adesso che in occasione del ventennale della sua realizzazione ha pensato di tirare fuori dagli armadi il documentario che Weber giro' su Chet Baker. Che certo, e' anche un documentario musicale, ma e' prima di tutto un'esperienza visiva di lancinante bellezza. Il ritratto in movimento di una musica.

E di un uomo, questo cow-boy che arrivava dall'Oklahoma e assomigliava a James Dean. Talento totalmente naturale con un rapporto immediato e spontaneo e careless con la musica e la vita. La madre gli diceva Chet devi diventare come Dave Brubeck. E lui che non ci pensa neanche e fa il figlio scapestrato. Donne bellissime e dannatissime, eroina, l'Europa dove viene adorato.

Per un po' vivra' a Lucca, e nel documentario si vede a un certo punto uno spezzone di un film con Celentano che lo chiama l'americano e lui che sta al gioco e fa il pagliaccio. Lui che tanto e' Chet Baker.

Poi suona le sue poesie e canta con quella voce sottile che sembra spezzarsi da un momento all'altro. Ed e' come tempo narco(lettica)mente sospeso, che resta fermo a mezz'aria. Come il bianco e nero elegante di Weber che appartiene a nessuna epoca e a tutte insieme.

Esci dal cinema 2, uno di quelli sospesi sulla serra, e ci metti davvero molti minuti prima di ritornare a far parte di questo mondo.

[Ho chiuso un po' bruscamente il post perche' sto per scappare per l'appunto al Barbican a vedere la prima europea di Waiting for the barbarians di Philip Glass. Che, ho scoperto, dura tre ore. Tre ore di opera in inglese, ma mi sono preparato, ho letto per bene il libretto, basato su un racconto di JM Coetzee. Sembra bello arrabbiato Glass, piu' concreto che mai. Domani vi racconto].

['LET'S GET LOST' Official UK Trailer]

mercoledì 11 giugno 2008

Che fare, anno primo numero 4


It's that time of the month again. Prima di iniziare con il consueto elenco, una notizia. Che se nel giro di una settimana nella piazzetta che attraversi per tornare a casa dal lavoro una volta quasi sbatti incontro a Bon Iver e dopo pochi giorni vedi Lykke Li o hai lavorato decisamente troppo oppure, a West Smithfield, 2 minuti a piedi 2 da dove sto scrivendo (in pratica nel lato opposto del mercato rispetto a dove sta il Fabric) ha aperto il nuovo negozio di un'autentica istituzione indie londinese, che priva stava lassu' nell'irraggiungibile Archway che chi ci va se non ci abiti. Si chiama Pure Groove ed e' piu' di un negozio, ha i dischi appesi alle pareti come quadri in una galleria d'arte e merita una visita se passate di qui. E quasi tutte le sere alle sei e mezza fa uno showcase rigorosamente aggratis. Fate un giretto nel loro sito per capire. E adesso, espletata questa doverosa formalita', partiamo con il numero 4 della rubrichetta.


Giugno

2 - 20:
SPITALFIELDS FESTIVAL, Spitalfields (festival con Rolf Hind, Exaudi, Clerks, ecc.)

11:
EL PERRO DEL MAR, Institute of Contemporary Arts


12:
WAITING FOR THE BARBARIANS, Barbican (prima esecuzione in Gran Bretagna di un’opera di Philip Glass)

13:
DARREN HAYMAN, Luminaire

13 – 19:
SOUNDWAVES, Brighton (festival con esecuzione di lavori di Terry Riley, John Cage, Arvo Part, ecc.)

14 - 22:
MELTDOWN, Southbank (festival curato dai Massive Attack)

15:
SUNBURNED HAND OF THE MAN, Corsica Studios

17:
DECLINING WINTER, Bardens Boudoir

18:
FAUST, Amersham Arms

20:
SUNBURNED HAND OF THE MAN, Institute of Contemporary Arts

20:
CAT POWER, Hammersmith Apollo

20:
OLAFUR ARNALDS, Barbican

21:
LEILA ARAB, Queen Elizabeth Hall

27:
ORAMICS, Purcell Room (serata dedicata a Daphne Oram)

29:
PENTANGLE, Royal Festival Hall

30:
LOU REED, Royal Albert Hall


Luglio

1:
MIA, Roundhouse

3:
108 PIECES DEMOLITION, Laban (festival di arte sonora con Janek Shaefer, ecc.)

3:
HOT CHIP, Hyde Park

4 - 13:
LEDBURY POETRY, Ledbury (festival di poesia e musica)

6:
JAH WOBBLE - CHINESE DUB, Royal Festival Hall Ballroom

11:
DUKE GARWOOD, Buffalo Bar

11 - 13:
SUPERSONIC, Birmingham Custard Factory (festival con Wooden Shjips, Battles, Guapo).

13:
CONVERGE, Underworld

18:
JILL SCOTT, Brixton Academy


Agosto

27:
SUNBURNED HAND OF THE MAN, Corsica Studios (tra un po' gli danno le chiavi cosi' vanno e vengono quando vogliono)

Settembre

6:
X-RAY SPEX, Roundhouse

16:
ECHO & THE BUNNYMEN, Royal Albert Hall


Novembre

11:
OKKERVIL RIVER, Shepherd's Bush Empire (quando si dice portarsi avanti)


[E poi vi ricordo, domani, l'ultima puntata della stagione di questo blog alla radio, alle 11.30 del mattino e poi in replica alle 9 di sera, su Radio Popolare, ospitata all'interno di Zoe. Domani parliamo di street art in quel di Southwark].

lunedì 9 giugno 2008

These important years


[Mile End, Giugno 2008]


Stamattina mi sono preso un po' di tempo per leggere con calma le note di copertina della ristampa di Superfuzz Bigmuff. A un certo punto l'estensore, Jay Hinman, uno che verso la fine degli anni '80 faceva un programma in una radio di Santa Barbara, scrive:

Given the times, my age, and the music itself, it was probably as excited as I've personally ever been about rock'n'roll.

Il concerto dei Mudhoney in un parco di Saronno o li' vicino in piena estate, 1990, me lo ricordo come se ci fossi stato ieri. La partita Italia - Irlanda che non finisce mai, finalmente i 4 di Seattle che salgono sul palco e non deludono, come forze della natura, con Touch me I'm sick e tutto quanto, le chiacchiere con Mark e Steve a fine concerto fino a tardi.

Poi in macchina, la mia vecchia Panda, sulla via del ritorno. Io non ho voglia di andare a casa. Perche', dobbiamo? Fu quella la prima di una lunga serie di notti che passammo a dormire in collina, usando una coperta che originariamente tenevo in macchina per caricarci il cane. E a pensarci adesso quella anti-casa fu la piu' astrusa delle nostre teorie di quegli anni, considerando che ai primi freddi dell'autunno nelle nostre case tornammo con un certo senso di sollievo.

E pero' allora non sembrava affatto assurdo addormentarci cullati dai canti dei grilli e svegliarci accarezzati dalle prime luci dell'alba. C'era bisogno per tutto quello di una colonna sonora, e la colonna sonora di quel periodo furono i Sonic Youth di Goo, i Soundgarden, i Nirvana. E soprattutto i Mudhoney, che per onore di precisione storica con Touch me I'm sick furono i primi a venire fuori da Seattle. Facevo allora un programma settimanale in una piccola radio di paese che non esiste piu', e quel quarantacinquino lo portavo con me in studio tutte le settimane. Quando usci' Superfuzz bigmuff la sigla del programma cambio', e In'n'out of grace sostitui' temporaneamente Loose degli Stooges.

Superfuzz bigmuff credo di averlo ascoltato tutti i giorni per mesi, senza poterne fare a meno. Usci' nel momento giusto, ma io non lo sapevo allora che quello era il momento giusto con tutte le sue energie e la voglia di cambiare tutto dentro e fuori.

A ripensarci furono anni bellissimi, ma chissa' se erano cosi' belli, si sa che il tempo altera i colori della realta'. Restano un mare di fotografie, in bianco e nero perche' allora di fotografie a colori non ne volevo sentire parlare, che prima o poi dovro' scansire e postare qui.

E un mare di ricordi. La persona con la quale dividevo questi ascolti e tutto il resto in quei giorni, oggi non c'e' piu'. Una leucemia l'avrebbe portata via solo qualche anno dopo.

Eppure in questo disco c'e' anche lei e ci sono quegli anni leggeri e quei canti di grilli e quel profumo di fieno appena tagliato e un senso di liberta' e possibilita' infinite cosi' intenso come dopo di allora non avrei mai piu' provato.

[Mudhoney-Touch Me I'm Sick]

Vinili

[Tapestry, The year of the cat, Songs in the key of life - Mile End, Giugno 2008]

venerdì 6 giugno 2008

Dopo la farsa cock rock allo stadio ci voleva proprio

[Andy Cabic, Meg Baird, David Thomas Broughton, Adrian Crowley - St. Pancras, Giugno 2008]


Taglio in diagonale Bloomsbury camminando in fretta, sognando un giorno di vivere in una casa affacciata su una delle sue verdi rilassanti piazzette. Quando arrivo a St. Pancras c'e' gia' una discreta coda in attesa di entrare. Eta' tra i trenta e i quaranta, ex indie kids, oggi barbuti e accompagnati da graziose dame in gonne fiorate e sandali tedeschi.

Cartellone della serata assolutamente imperdibile: Vetiver, Meg Baird e un paio di nomi nuovo folk dei quali ho solo letto ma non ho mai sentito nulla.

Trovo un posticino sulla prima panca della chiesa, in posizione strategica per fare qualche foto, e quasi subito, sono da poco passate le sette e mezza, Adrian Crowley imbraccia la sua chitarra. Il suo tono di voce e' esattamente lo stesso di Bill Callahan, e anche le sue canzoni sembrano ispirarsi a Smog circa Knock knock. Ricordo un concerto di Smog al Tunnel di Milano, verso la fine degli anni '90, davvero molto simile. Dopo il primo brano salgono sul palco due violinisti. Ad ogni canzone entro sempre un po' di piu' nelle sue melodie, che parlano di notti di pioggia e strade che non finiscono mai. Molto Leonard Cohen, e molto bravo.

A seguire, David Thomas Broughton. Che suona una sorta di prog folk sperimentale psichedelico per lettori di Wire. La voce ricorda un'incrocio tra Scott Walker e Antony Hegarty, ma il resto e' di una straordinaria originalita'. Arriva sul palco con chitarra acustica, ukulele, percussioni varie e una televisione. Registra tracce su tracce, alcune volutamente fuori sincrono, e poi ci canta sopra sovrapponendo strati di voce. Poi se ne va in giro per la chiesa continuando a cantare. Quando sale sul pulpito e' un'ovazione. Sembra completamente pazzo, e probabilmente lo e'. Il taglio di capelli mi ricorda spaventosamente quello di un cugino di mia madre che negli anni '70 entro' brevemente nelle BR. Non si vedeva da allora niente di simile.

Meg Baird e' semplicemente meravigliosa. La cantante degli Espers ripercorre il suo capolavoro di folk in minore Dear companion, uscito l'anno scorso su Drag City. Se ancora non l'avete, recuperatelo assolutamente. Performance meditativa dall'inizio alla fine, e quella voce sospesa tra Joni Mitchell e Judee Sill appoggiata su arpeggi leggeri. Non dice una parola, finisce un pezzo e inizia il successivo. Sembra quasi a disagio, e probabilmente la e'. Si emoziona e sbaglia qualcosa, poi riprende. Non parlo mai, non prendetela personalmente, dice alla fine di una performance fragile e intensissima.

E infine tocca ai Vetiver. Il loro suono e' acustico, gentile come gentili sono loro. Andy Cabic lo guardi e ti ispira serenita' e amichevolezza. Rispetto alle altre due volte che li ho visti, mi sembrano ancora migliorati, piu' precisi e affiatati. Iniziano con la traccia migliore di Thing of the past, I must be in a good place now, e alternano brani di quell'album e altri dell'ancora freschissimo To find me gone, il loro disco migliore. Le versioni sono interamente unplugged, esaltate dalla splendida acustica della chiesa.

Il pubblico lascia la chiesa ordinatamente, commentando a bassa voce uno dei concerti piu' d'atmosfera degli ultimi anni.

[Vetiver - Down At El Rio]

Un mocha frappuccino e Death Valley 69 grazie

Di questo passo i prossimi saranno i Sunn O:

Sonic Youth are set to do what is affectionately known in the biz nowadays as “a Dylan”, releasing a new collection of old material through the label arm of coffee-pushing behemoth Starbucks next month.

[Plan B]

giovedì 5 giugno 2008

Che poi comunque tutto sto successo senza il verso would she go down on you in a theatre non l'avrebbe avuto

[Tate Modern, Maggio 2008]

Quello che verra' ricordato come il mio momento piu' pop del 2008 e' accaduto questa notte attorno alle 3.45.

Mi sveglio di soprassalto, forse per via di un brutto sogno che non ricordo. Per riprendere sonno sento di dover leggere qualcosa. Accendo la luce, allungo un braccio, afferro il giornale di ieri dal pavimento.

Inizio a sfogliarlo e mi rendo conto che tutti gli articoli vagamente interessanti, quello sulla Clinton che forse e' la volta buona che si toglie dai coglioni le reazioni al discorso di Ahmadinejad le nuove assurde norme per entrare negli USA dal 2009 eccetera, li ho gia' letti.

Disperato mi rassegno a leggere un'intervista a Alanis Morissette nella sezione Spettacoli e TV. Che a un certo punto dice:

La mia aspirazione non e' la felicita' ma la ricerca di un equilibrio, la pace rispetto ai sentimenti di rabbia e angoscia. L'equilibrio e' il mio mantra mattutino.


Il giornalista intervistatore, uno pazzo scriteriato, dopo una frase del genere non ha trovato altro che passare alla domanda successiva, una roba sul mercato discografico di nessun interesse.


Ma sei matto dico. Questa ti butta li' la sua risposta alla questione filosofica fondamentale dell'umanita' e tu passi ad altro.


Fossi stato io l'intervistatore saremmo ancora li' adesso a discutere. Perche' quello e' il dilemma fondamentale che mi pongo dal momento in cui ho iniziato a comprendere vagamente concetti quali felicita' ed equilibrio. E l'impossibilita' empirica di trovare entrambi contemporaneamente.


Insomma che cosa ha piu' senso ricercare nella vita? La felicita', sapendo che e' generalmente uno stato up al quale segue inevitabilmente dopo un po' un crollo verticale. Oppure l'equilibrio, il controllo delle emozioni, uno stato geostazionario di pace e relativo appagamento.


Che se uno non sa cosa sta cercando come fa a trovarlo.


Spengo la luce e rimango con gli occhi sbarrati a pensare, senza trovare una risposta.


[Alanis Morissette - You Oughta Know Video]

mercoledì 4 giugno 2008

Un disco per l'estate

[London Bridge, Maggio 2008]

Tra le due raccolte della londinese Far Out uscite recentemente che attingono dai cataloghi Som Livre, Fermata, Som Maior e RGE, quella curata da Nicola Conte mi sembra di gran lunga la migliore. A differenza dell'altra, messa insieme da Andy Votel della Finders Keepers che raschia un po' il fondo della scena post-Tropicalia, scena che ormai si inizia a conoscere fin troppo bene, Conte e' andato a pescare gemme sconosciute di bossa nova e samba jazz dei profondi anni '60.

Se avete amato i dischi di Baden Powell & Vinicius de Moraes e del Quarteto Em Cy ristampati dalla Cherry Red, non fatevi mancare questo Nicola Conte presents viagem. Il genere e' quello, ma i nomi in scaletta sono pressoche' tutti sconosciuti. e potremmo ripetere quello che si scriveva ieri a proposito di musiche che arrivano dal passato e sono in grado di sorprendere piu' di tante cose uscite questa settimana.

Parlando di sorprese, imbattibile la seconda traccia, una versione in minore di Canto de ossanha, classico di Powell & De Moraes ripreso anche dal Quarteto Em Cy, in qusto caso rifatta dallo sconosciuto Trio Maraya che la rallenta al punto giusto rendendo la prima parte strisciante e minacciosa. Eccellenti anche le tracce cantate da voci femminili: Wanda Sa', Ana Lucia, Yvette, Claudia. Che non le abbiamo mai viste ma riusciamo a immaginarcele benissimo nei loro caschetti e tubini. Stereolab e Broadcast, ma trent'anni prima.

Il tutto si alterna a samba jazzato da paura, fatto da ensemble che mettevano insieme con classe e scioltezza Miles Davis e Joao Gilberto.

Il sole qui a Londra non si vede da settimane e si gira ancora con il maglioncino, ma come musica io per l'estate sono a posto.

[Domani, come capita di Giovedi', potete ascoltare la versione radiofonica del blog a Radio Popolare, alle 11.30 del mattino e in replica alle 9 di sera. Parleremo di nuovi designer in arrivo dalla Cina].

[Nicola Conte]

martedì 3 giugno 2008

Quelli come te li ha rovinati Claudio Sorge li ha rovinati

[Southwark, Maggio 2008]

C'e' una frase nelle note di copertina dell'ultimo disco dei Vetiver, uscito per la Gnomonsong di Andy Cabic e Devendra Banhart, che dice:

Current songs are nice too, but we always seem to prefer the ones that surprise us and come out of nowhere. How did we find them? How did they find us?

Ed e' cosi', anche oggi esce buona musica, ma vuoi mettere il piacere di andare a riscoprire dischi dimenticati. Che certo il design contemporaneo, ma poi quando ti siedi a un vecchio tavolo o cammini su un pavimento di legno segnato dal tempo.

I Vetiver li vado a vedere Giovedi' che suonano in una chiesa dalle parti della stazione di Euston. Time Out che e' uscito oggi nemmeno li mette tra le features, i critic's choice, niente. Il folk e' tornato ad essere musica per vegane con gonne a fiori e barbuti che girano con vecchie giacche di velluto con le toppe ai gomiti. Sopravviveremo anche questa volta all'oblio forzato imposto da gente che esalta il ritorno dei REM alla forma di un tempo. Ma quando, ma dove.

Peraltro, il nuovo disco dei Vetiver a me piace parecchio. Nuovo, va beh. Dodici cover e zero originali. E pero' tutte robe oscurissime, trovate su vecchi vinili comprati a un dollaro e mezzo in qualche negozio dell'usato di San Francisco. Chi e' come me a leggere comprati a un dollaro e mezzo in qualche negozio dell'usato di San Francisco gli e' gia' venuta la pelle d'oca.

Disco fondamentalmente estivo, che finiro' per ascoltare quest'estate in Italia, mentre con i finestrini della macchina aperti saliro' di notte in collina a prendere il fresco. Pieno di chitarre acustiche, banjo, contrabbasso, batteria suonata con le spazzole. Ci sono dentro cover di Michael Hurley, Townes Van Zandt, Loudon Wainwright III, perfino una che mi pare fossse degli Hawkwind. E si', ci sono Vashti e Adem che fanno delle cose pure loro.

Il capolavoro arriva alla fine, la delicata ballata I must be in a good place now, quasi una ninna nanna cantata sottovoce per non disturbare.

Poi certo le canzoni nuove sono nice come si diceva prima. Ma queste sono proprio tutta un'altra cosa.