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Ambiente Uguaglianza Tempo

venerdì 28 novembre 2008

Rondo' detroitiano

Finalmente e' Venerdi', e questo blog come da tradizione chiude per il fine settimana con un po' di musica.

Sempre a proposito di suoni al di fuori della mia comfort zone, oggi mettiamo insieme un bel po' di nomi ed etichette delle quali non si parla certo spesso qui: techno, Carl Craig, Moritz von Oswald, Deutsche Grammophon, Modest Mussorgski, Maurice Ravel.

L'occasione ci viene data dalla rielaborazione dei nastri BASF contenenti Pictures at an exhibition, Rapsodie espagnole e il Bolero eseguiti dalla Berliner Philharmoniker diretta dal maestro von Karajan, ad opera dei due genietti della techno di Detroit e Berlino.

L'effetto di questo Recomposed e' spiazzante e francamente strepitoso. Frammenti tagliuzzati delle originali sinfonie si vanno a incastrare dentro superfici metalliche fatte di bassi subsonici e percussioni kraftwerkiane. Come due monelli che riducono a brandelli i pesanti tendoni e fondali di un elegante teatro, mentre il pubblico ben vestito lascia la sala che viene pacificamente occupata dagli hoodies del Fabric.

In realta', ripensandoci, probabilmente il pubblico techno rimarra' spiazzato da un disco come questo. A me piu' che la techno classicamente intesa questo album ha fatto venire in mente le collaborazioni di Eno con i Cluster, i loop del Glass piu' minimalista, la proto-house post-kraut di Gottsching, e nei momenti piu' leggeri le produzioni anni '70 di Moroder.

E se ascoltate con attenzione, noterete che gli autori sembrano sostanzialmente cogliere lo spirito degli originali. Il Bolero, per dire, fu suonato per la prima volta nel 1928, in piena eta' del jazz. Del jazz si sforzava di cogliere gli aspetti ritmici, e chissa', forse al pubblico di allora doveva suonare come l'equivalente contemporaneo della techno di Craig e von Oswald.

Ne ho trovato un frammento in rete, come sonorizzazione di uno spot della citta' di Berlino, e augurando ai suoi telespettatori un eccellente fine settimana, Engadina Television ve lo propone:

mercoledì 26 novembre 2008

It was people on their way to work, unemployed people, who were engaging with my work


The conscious decision to work in the public realm was so that my viewers wouldn't be the art-educated - it was people on their way to work, unemployed people, who were engaging with my work.

- Robin Rhode


Domani e' Giovedi' e di conseguenza questo blog torna ad avere una sua radiofonica diffusione all'interno di Zoe, che ci ospitera' come sempre alle 11.30 e poi alle 21, su Radio Popolare.

E torneremo a parlare di street art, arte poverissima che arriva alle gallerie partendo davvero da molto lontano. Da un'idea e dal volerla realizzare con pochissimi mezzi: un muro, un gessetto, oggetti trovati.

Robin Rhode arriva dalla Johannesburg della gang culture. Da bambino visse in prima persona l'apartheid, la segregazione della sua famiglia. E oggi si racconta con linguaggi artistici che vanno dalla performance art all'illustrazione, dalla fotografia alla video arte.

Ha solo 32 anni, ed e' l'artista piu' giovane al quale la Hayward Gallery abbia mai concesso i propri brutalisti spazi sul fiume. E una sua mostra ha appena aperto alla prestigiosa White Cube di Hoxton Square.

Alla Hayward sono esposti i suoi storyboards, pieni di humour e realizzati con nulla, e una serie di video di sue performance nel corso delle quali interagisce con gli oggetti da lui disegnati.

E a poca distanza, nello spazio sotto il Southbank sempre affollato da acrobatici skateboarders, possiamo ammirare un lavoro di grandi proporzioni realizzato nei giorni dell'apertura della mostra e gia' parzialmente coperto dal lavoro di giovani writers che si stanno riprendendo i propri spazi:

martedì 25 novembre 2008

Sea song

Sto spingendomi molto al di la' della mia comfort zone con i miei ultimi ascolti.

E scopro dischi interessantissimi. Come per esempio questo Whale music (Terra Nova, 2008) di David Rothenberg, giovane professore di musica e filosofia al New Jersey Institute of Technology, nonche' firma di The Nation e Wired.

Professore, ma anche curioso viaggiatore, che per questo progetto se n'e' andato in giro per il mondo (Russia, Hawaii, Canada) con il suo clarinetto, registrando il canto delle balene e letteralmente improvvisando insieme ai cetacei di passaggio.

Il risultato e' un formidabile disco di musica ambient(alista) non distante da certe atmosfere ECM e neppure dagli esperimenti improvvisativi del Boxhead Ensemble (chi di voi se li ricorda?). Un album di grande equilibrio, che si sposta gradatamente da incontri improvvisativi unedited con varie specie di orche e balene a elaborazioni di studio nel corso dei quali alla voce dei cetacei si sovrappongono strumenti analogici ed elettronici.

Molto efficace in particolare una traccia nella quale il clarinetto di Rothenberg si sovrappone al violino di Nils Okland (collaboratore tra gli altri dell'eccellente pianista ECM Christian Wallumrod). E il brano finale, costruito su un testo di Pete Seeger scritto nel 1970, dal contenuto ecologista:

So here's a little test
To see how you feel,
Here's a little test
For this Age Of The Automobile.
If we can save
Our singers in the sea,
Perhaps there's a chance
To save you and me.

I heard the song
Of the world's last whale
As I rocked in the moonlight
And reefed the sail,
It'll happen to you
Also without fail,
If it happens to me
Sang the world's last whale.

Ecco alcuni frammenti improvvisativi registrati in Russia, musica finalmente, totalmente altra, che vi invito ad ascoltare insieme:

venerdì 21 novembre 2008

Down in the desert

[Tinariwen, Jazz Cafe', Maggio 2008]

E dopo tutte queste parole per terminare bene la settimana serve assolutamente un po' di musica.

Aspettando qualcosa di nuovo da quel gruppo formidabile che sono i Tinariwen, possiamo ingannare l'attesa ascoltando l'esordio dei Terakaft, sulla francese Tapsit.

I Terakaft arrivano pure loro dal Mali, e sono il gruppo di Liya Ag Ablil, fratello minore di Inteyeden Ag Ablil, co-fondatore dei Tinariwen insieme a Ibrahim Ag Alhabib.

Il suono dei due gruppi non si scosta di molto: blues desertico modellato sulle scale tonali della musica popolare nordafricana. Anche il titolo dell'album, Akh issudar (il latte e' sopravvivenza) richiama il capolavoro dei Tinariwen Aman iman (l'acqua e' vita).

Insieme all'esordio del Group Inerane dal Niger, su Sublime Frequencies, il disco africano migliore tra i miei ascolti recenti.

Vediamo se vi piacciono. Questi sono i Terakaft, registrati dal vivo al Festival au Desert di Essakane, un anno fa:

mercoledì 19 novembre 2008

Ma se io avessi previsto tutto questo (ovvero: i sogni sono bellissimi fino a un istante prima che diventino realta')

Devo ancora iniziare a scriverlo, ma sento che questo sara' un post di quelli lunghi, come quelli che ero solito scrivere e che per mancanza di tempo non riesco piu' a buttare giu'. Da stampare, se vi interessa il tema, e leggere con calma quando avete tempo.

Post che comincia da un capolavoro visto Domenica al solito Barbican. Cinema 2, quello al quale si arriva percorrendo la galleria sospesa sul giardino. Regista Terence Davies, uno dei grandi vecchi del cinema inglese. Titolo: Of time and the city.

Non so se sia stato distribuito in Italia. In fondo perche' avrebbero dovuto. Per sintetizzare molto, un documentario che e' un atto di amore nei confronti della citta' dove Davies e' cresciuto, la Liverpool degli anni sospesi tra la guerra e i Beatles.

Pura poesia, costruita con spezzoni e fotografie di repertorio, professionali e amatoriali. Commento fatto di citazioni di Mahler, Eliot, Joyce. Sosteneva Marco dopo il film che il voiceover di Davies funzionerebbe molto bene anche come libro. Condivido. Comunque. Sei li' nella sala buia che contempli quell'Inghilterra povera, dignitosa e bellissima, quando ad un certo punto del film Davies decide di mostrare brevemente l'Inghilterra di oggi. E la rappresenta con la sua espressione piu' tipica di questi anni, il binge drinking, con tutte le sue conseguenze che chi vive da queste parti ha imparato a conoscere assai bene.

***

Fast forward adesso. Ogni tanto mi capita di fare un giretto tra i blog linkati della colonnina qui di fianco. Ieri nel blog di Riccardo (londinese da quattro anni) ho letto un post interessante, decisamente in linea con le considerazioni che Marco e io abbiamo fatto dopo avere visto il film di Davies. Ve ne trascrivo alcuni frammenti, dopo aver ottenuto il suo permesso:

Ma capita di essere in fila alla cassa di un supermercato e di sbirciare nel carrello della spesa del vicino, un rubicondo e imbambolato inglesotto fresco d’ufficio, con i gemelli ai polsi e i pantaloni con l’orlo sopra la caviglia. Sbirci e ci trovi la solita, tristissima confezione di tandoori precotto, e un bricco di succo di mirtilli (Per i lettori italiani: non si tratta certo di una scelta salutista, ma di succo Ribena, una specie di sciroppaccio zuccheroso, imbevibile. NdF). E ti chiedi perché.

E ci si ritrova tutti assieme, tra colleghi, dopo una settimana lunga e pregna di scadenze importantissime, e ti accorgi di essere l’unico fermo ancora alla prima birra mentre loro, quattro pinte dopo, sono già tutti persi nel loro fantastico mondo di cazzate anglo-centriche, battute da ubriachi su altra gente ubriaca. E ti chiedi cosa abbia spinto questa nazione all’apparenza moderna a ridursi così, in un branco di decerebrati che il venerdì (ogni venerdì), a qualsiasi classe sociale appartengano, ingurgitano quantità alcoliche fuori norma dimenticandosi di mangiare, se si eccettua il kebab plastificato raccattato sulla via di casa.

Li vedi tornare a casa dopo una serata alcolica e ti trovi di fronte a uno spettacolo sociologico di difficile lettura: alcuni sono senza scarpe, come se fosse il 1500.

Ti immergi nella loro cultura per capirne i meccanismi e ti accorgi che sono molto rudimentali, azione-reazione alla massima potenza; quella che molti ritengono una società civile e progredita e’ in realtà un insieme di uomini e donne con serie difficoltà di socializzazione e profonde lacune culturali riguardo a qualunque cosa esuli dall’asse anglo-americano. Musica, letteratura, cinema, arte. Tutto.

Il loro rispetto delle regole, efficace e necessario al corretto funzionamento di un sistema-nazione, cela in realtà la totale incapacità di ribellarsi o anche solo obiettare a una norma, per quanto stupida e ridondante essa sia.

Non si tratta quindi di senso civico, ma di concreta impossibilità d’azione autonoma fuori dal solco tracciato dalle abitudini nazionali, una totale mancanza d’iniziativa personale: ecco perché, una volta giunti a Ibiza o a Mykonos, non sentendo più il freno oppressivo della patria sulle loro teste bionde, indulgono in devastazioni e scorribande, scatenando i loro sopiti istinti barbarici.

Vedendoli da vicino, osservandoli mentre t’invitano a bere una birra dopo l’ufficio per email nonostante siano seduti di fronte a te, arrivi a sospettare che gran parte dei loro vanti nazionali (l’assenza di eserciti stranieri sul loro suolo dal 1066, l’immenso impero coloniale, la rivoluzione industriale) si siano in realtà verificati per caso o comunque per una serie di fortunate combinazioni: prima fra tutte, quella di essere un’isola.

Vivendoci in mezzo, gomito a gomito in ufficio e schiena contro schiena in metropolitana, li guardi leggere i loro assurdi tabloid o qualche improbabile best-seller psico-horror e ti rendi conto di quanto ingannevoli siano le statistiche e i numeri sparati sui giornali: “gli inglesi leggono il doppio dei francesi e due volte e mezzo in più degli italiani”, ma fermatevi un attimo a considerare che il Sun ha una tiratura di tre milioni e mezzo di copie, e in Italia non lo troveresti nemmeno dal barbiere.

I quotidiani d’informazione normali rimangono nettamente sotto il milione, umiliati dalle tette in terza pagina.

[...]

Un paese dove scorrazzano ottanta milioni di topi.
Un paese dove non si produce più nulla.
La seconda potenza economica europea.


***

Non ho molto da aggiungere a quello che ha scritto Riccardo. E' uno scritto tristemente umoristico, ma purtroppo molto molto reale. Chi vive da queste parti ci si sara' ritrovato.

Solo alcune osservazioni a margine:

1) Quella inglese e' una societa' incredibilmente classista. L'indolenza e il cosiddetto rispetto delle regole di questo Paese hanno storicamente impedito qualsiasi progresso sociale. Non c'e' stata una rivoluzione di matrice borghese come e' stata per esempio la Rivoluzione Francese, non c'e' stata la Resistenza, e gli sparuti, minoritari movimenti operai e sindacali sono stati spazzati via appena la Thatcher ha preso il potere proclamando, ricorderete, che non esiste la societa', esistono solo individui

2) Le conseguenze sono immediatamente evidenti. In questo Paese esistono ancora la monarchia, i nobili, i Lord, i Sir. In qualunque Paese continentale Elisabetta Windsor e la sua corte di parassiti sociali sarebbero stati detronizzati e presi a calci nel culo nella pubblica piazza. Qui no. Il sistema della proprieta' e' ispirato a leggi di stampo feudale. Per esempio, anche se compri una casa sei costretto a pagare ogni anno un ground rent alla nobilta'. Per quale ragione, non si capisce. Non inizio nemmeno a parlare di concetti quali leasehold, share of freehold, ecc. Chi desidera puo' approfondire, consultando Wikipedia. Dico solo che in qualsiasi democrazia repubblicana europea queste figure legali sono state superate da almeno un secolo, ma non qui

3) La conseguenza piu' sconcertante per chi arriva qui da una democrazia europea, e' scoprire che quella inglese e' una societa' spaventosamente classista, quasi un sistema di caste. O hai la fortuna di nascere nobile, e allora studi e Eton e Oxford e ti si aprono strade e prospettive socio-culturali privilegiate. Oppure quella che ti aspetta e' una vita terrificante, fatta di birra, calcio, Big Bruv, Sun, Topshop, cinema Odeon e Oasis. In mezzo non c'e' nulla

4) La seconda conseguenza che risulta immediatamente evidente e' quanto in questo Paese la cultura e' equiparabile a un bene di lusso, una cosa per privilegiati. Guardate, non mi illudo, so bene che e' cosi' un po' dappertutto. Ma qui infinitamente di piu'. Esiste questo solco profondo, apparentemente inspiegabile. Chi frequenta Daunt Books, il Barbican, il Southbank, il Sadler's Wells e' forse il 5% della popolazione. Nell'Europa continentale la cultura e' infinitamente piu' diffusa in strati sociali ampi. E' un valore, qualcosa alla quale ti insegnano ad ambire. Qui questa ambizione e', nel 95% della popolazione inglese che e' poi quella che corrisponde al ritratto descritto da Riccardo, del tutto assente

5) Sui quotidiani inglesi, descritti da Riccardo, mi sono fatto una mia opinione. Dei quotidiani popolari non dico nulla, ha gia' detto tutto lui. Sono una cosa francamente imbarazzante, una vergogna nazionale diffusa ovunque. I quotidiani cosiddetti di qualita', pure quelli alla fine nel complesso li trovo abbastanza mediocri. L'Independent, dopo il restyling e' diventato illeggibile. Per dire, ieri parlava di Obama con titolone strillato in prima pagina: Come si veste un presidente. Ma che cazzo me ne frega di come si veste, dimmi cosa sostiene, raccontami il suo programma, le sue priorita'. Il Telegraph sembra scritto da giornalisti che hanno vissuto nel diciannovesimo secolo. Il Times e' facile da leggere perche' e' quello che piu' di tutti sembra un quotidiano europeo, ma ha articoli insopportabilmente piatti. Il Guardian si salva nella sezione commenti, ma soffre di un'impaginazione surreale che sembra una composizione random di Cage. L'unica perla del giornalismo britannico e' a mio parere l'FT Weekend, che trovo assolutamente impeccabile in tutto. (Per il resto, nota personale a margine, confesso di leggere tutti i giorni Repubblica, che trovo all'edicola del Barbican, ed e' la mia copertina di Linus quotidiana - che senso ha iniziare la giornata senza l'Amaca di Serra?)

6) Di Londre ce ne sono tre. Ben distinte, che non si parlano tra di loro (forse con la sola eccezione che indico qui sotto). Esiste la Londra descritta da Riccardo, che piu' o meno, tristemente, rappresenta il 95% della popolazione inglese di questa citta'. Esiste un'altra Londra, che incontri in zone ben delimitate, autentiche enclavi socialmente poco permeabili dall'esterno (Hampstead Village, la zona di Fitzrovia attorno a Marylebone High Street, Primrose Hill, certe vie di Bloomsbury, la parte di Notting Hill che scende verso Holland Park). E' una Londra colta e benestante, una Londra che pensa, che ha adottato stili di vita, culturali, di alimentazione, di abbigliamento, di stile che si collocano all'altezza delle migliori espressioni culturali europee. Infine c'e' la Londra di chi non e' nato qui, che e' una Londra vivace e curiosa, composta da studenti, professionisti, ricercatori che sono giunti in questo angolo di mondo da ogni parte del pianeta. Che e' poi quella che guarda sgomenta la Londra descritta da Riccardo. E che nonostante non ne sia naturalmente parte, riesce almeno in parte a integrarsi con quella che ho chiamato l'altra Londra.

Mi fermo qui. Ho approfittato di questo post per chiarirmi un po' le idee, scrivendole. Naturalmente, non e' detto che non possa rivedere in futuro queste mie considerazioni, ne' che non le possa affinare. Ma per il momento, dopo 7 anni qui, questa e' la mia versione dei fatti.

E adesso torniamo da dove abbiamo iniziato questo post, e godiamoci il trailer di Of time and the city:

lunedì 17 novembre 2008

E al mio funerale ricordatevi di suonare Sad song

[Lou Reed, Mayfair, Giugno 2008]

Non torno a commentare Berlin, ne ho scritto davvero recentemente, e anche se e' uno di quei capolavori che giustificano l'esistenza del genere umano e forse il mio disco preferito di tutti i tempi, torno sul tema solo per copiare un'osservazione di Edwin Pouncey letta su Wire di Novembre, a proposito della versione live appena pubblicata:

Compared to the 1973 version, this 21st century Berlin sounds more muscular and dangerous, but not without a certain delicacy either. Surprisingly, this shines through on the bleaker and the more harrowing songs like Caroline says II, The kids and The bed, where Reed summons his assembled orchestra and chorus to illuminate their intricate details and reveals the noirish, poetic quality of his songwriting that was overlooked by many the first time around.

L'impressione e' stata proprio quella, prima quando ho visto il film di Julian Schnabel, poi quando Berlin l'ho sentito alla Royal Albert Hall e adesso che continuo a far girare la versione registrata nel 2006 alla St. Anne's Warehouse di Brooklyn. Come se i brani concepiti nel 1973 per rappresentare la disintegrazione dell'amore tra Caroline e Jim fossero finalmente aggressivi, finalmente cupi, finalmente delicati. Come se ci fossero voluti tutti questi anni per trovare il coraggio di realizzarlo davvero quel disco.

E se qui a Londra Lou ha concluso Berlin con Satellite of love con tanto di coro angelico di bambini, a New York ha eseguito in chiusura una versione da lacrime di Candy says, con il suo amico Antony. Negli ultimi 20 secondi si vede Lou Reed che sorride, prima e unica volta nella sua vita credo:

venerdì 14 novembre 2008

It's time for us to bring about unity/ transform hatred into peace in our communities

Un po' di cose da sentire:

1) The beat goes on... line. Finalmente Battiti ha preso a mettere in rete i podcast del programma

2) I quali podcast si alternano nel mio metro quadrato di ufficio a quelli di Late Junction

3) E a proposito di BBC Radio 3, stasera inizia il London Jazz Festival, da loro promosso. Il programma lo trovate qui. Un po' di concerti interessanti (tra i quali quello inaugurale di stasera alla Purcell Room con Keith e Julie Tippett, Stan Tracey e l'Elysian String Quartet) li trasmette Jazz on 3

4) Un po' di appuntamenti completamente free adesso. Il 3 Dicembre alla Royal Festival Hall va in scena My secret heart, performance musicale e teatrale di artisti homeless curata da Mira Calix

5) Il 5 Dicembre nella chiesa di San Leonardo, a Shoreditch, nell'anniversario della scomparsa di Stockhausen, esecuzione di due tra i lavori piu' interessanti del maestro tedesco: Telemusik e Kurzwellen. A cura del Royal College of Music

6) E il 18 Gennaio, un giorno di approfondimento interamente dedicato a Stockhausen al Barbican e alla chiesa di San Luca (la mia parrocchia, tra l'altro). Si intitola Total immersion: Stockhausen, e' curato dall'Orchestra Sinfonica della BBC e il programma lo trovate qui. Non tutto e' free, ma i prezzi sono contenuti (per esempio 10 sterline per sentire Hymnen nell'acustica perfetta della Barbican Hall)

7) E infine una notizia che forse e' rimasta tale solo per me. Un paio di sere fa (di ritorno da una cena in uno studio flat con in mezzo un pianoforte a coda) ho trovato nella posta il disco nuovo di Amp Fiddler, quello inciso in Jamaica insieme a Sly & Robbie, e ho scoperto che i tre hanno registrato un brano pro-Obama, tra l'altro bellissimo. L'album si intitola Inspiration information ed e' il primo volume di una serie di collaborazioni curate dalla tedesca Strut, la splendida etichetta di Funky Nassau, Disco Italia, Nigeria 70, ecc. La traccia pro-Obama si intitiola Blackhouse. Yes we can... dance:

mercoledì 12 novembre 2008

I had my own personal Arthur Russell mix on my Walkman, traveling around the city, by subway and bicycle

We imagined them on the radio and as a popular album, which seemed so elusive for Arthur. If I loved these songs so much how could anyone else not? When I learned from some of the tape boxes that the producer John Hammond (of Billie Holiday, Bob Dylan, Bruce Springsteen fame) brought Arthur into the studio as well, I knew that others did indeed hear what I enjoyed so much. I was the lucky one because I had my own personal Arthur Russell mix on my Walkman, traveling around the city, by subway and bicycle.

- Tom Lee, Agosto 2008 - dalle note di copertina di Love is overtaking me


Enigmatico Arthur Russell. Adesso la Audika pubblica un suo disco di ballate sospese da qualche parte tra Jonathan Richman e Elvis Costello.

E scopriamo cosi' la sua ispirazione cantautorale pop leggera come una piuma. Solo pochi episodi sono immediatamente riconoscibili: l'introduzione per violoncello del classico country Goodbye old paint, la ballata Eli, dedicata con affetto a un cane randagio, che sembra uscire da Another Thought, Planted a thought, posta quasi in conclusione, che sembra invece un out-take da World of echo.

Il resto e' stato pescato in giro, raccogliendo nastri accumulati da Arthur in cassette metalliche per bottiglie di latte. Dimenticate da qualche parte sulle assi sconnesse del pavimento, nell'East Village povero dove lui e Tom vivevano prima della tragedia.

Disco bellissimo, ma come scrive Wire, Rough Trade avrebbe l'obbligo morale di appiccicare uno sticker sulla copertina: non iniziate a conoscere Arthur da questo disco.

Un buon punto di partenza, invece, direi che e' Another Thought, che si trova a pochi pounds dal solito Sounds of the Universe (che ne ha pile e che vi portate via con 6.99). Da quel disco andiamo ad ascoltare insieme il super classico This is how we walk on the Moon:

lunedì 10 novembre 2008

The most faithful encapsulation of the politics, economics and fears and desires of a moment

[Victoria and Albert Museum, Novembre 2008]

This show could so easily have been a cosy exercise in fluffy retro-chic, of orange plastic, shagpile, bubble chairs and mini-cars. Instead it is a considered exploration of an extraordinary period that embraces a huge number of objects and artworks that are unfamiliar, surprising and fascinating. Design is too often presented as a succession of iconic chairs; here it is exposed for what it is, the most faithful encapsulation of the politics, economics and fears and desires of a moment.
- Edwin Heathcote, FT Weekend Life and Arts

I miei highlights di Cold War Modern:

1) Lo Sputnik
2) La Vespa
3) La colomba di Picasso
4) La Trabant P70 Coupe'
5) La televisione Black 201 di Sapper e Zanuso
6) Il Disc Dress di Paco Rabanne
7) Che Guevara
8) Il padiglione Oasis no. 7.

[Per i naviganti milanesi: ne parliamo Giovedi' alle 11.30 e poi in replica alle 21 su Radio Popolare]

venerdì 7 novembre 2008

Black hole Sun

La mia scoperta della settimana si chiama Pontiak.

I Pontiak sono tre fratelli che arrivano dalla Virginia rurale e suonano il miglior rock psichedelico ascoltato da anni. Se amate quel sottobosco cosi' profondamente americano (Woodenshjips, Brightblack Morning Light, Matt Valentine & Erika Elder...) figlio legittimo dei Doors, dei Jefferson Airplane, dei Big Brother and the Holding Company, non lasciatevi sfuggire il loro esordio Sun on Sun. Uscito nel 2007 a dire il vero, ma solo in 500 copie, e ristampato quest'anno dalla sempre ottima Thrill Jockey di Chicago.

Il disco, solo sette tracce per poco piu' di mezz'ora, si apre in realta' con un riff molto Black Sabbath via Soundgarden di Screaming life, e pero' raggiunge il suo apice con la traccia che da' il titolo all'album.

Sun on sun, la title track, e' uno di quei miracoli che fanno venire in mente Mirror blues dei Died Pretty, Valley of rain dei Giant Sand, Down in the desert dei Thin White Rope. Tracce che escono dal nulla e ti piombano addosso lasciandoti inebetito per giorni con il solo desiderio di riascoltarle. E ogni volta ti batte il cuore all'impazzata e ogni volta resti sorpreso e confuso.

Tutto cosi' perfetto: l'organo Hammond a scaldare l'atmosfera, il ritmo lento quasi sudista e pero' metronomico come se dietro i tamburi ci fosse una Moe Tucker con tuta da meccanico, il basso profondo come una notte senza stelle e quella chitarra che slitta come pneumatici su una strada innevata.

Sun on sun non l'ho trovata in Youtube, ma ho invece trovato la terza traccia e ce la andiamo ad ascoltare insieme, aspettando dai Pontiak nuovi segni di vita: il seguito di Sun on Sun potrebbe essere un capolavoro.

Questa e' White hands:

mercoledì 5 novembre 2008

Come gather 'round people wherever you roam

[Coffee @ Goswell Road, stamattina]

This is our moment. This is our time – to put our people back to work and open doors of opportunity for our kids; to restore prosperity and promote the cause of peace; to reclaim the American Dream and reaffirm that fundamental truth – that out of many, we are one; that while we breathe, we hope, and where we are met with cynicism, and doubt, and those who tell us that we can't, we will respond with that timeless creed that sums up the spirit of a people: Yes We Can.

- Barack, stamattina

Un po' di inevitabile retorica se volete essere cinici, ma comunque una bella storica giornata per l'America e una bella storica giornata per il mondo.

(Tra l'altro, non c'entra niente, ma il primo americano che ho incontrato stamattina e' stato Robert Downey Jr., che passeggiava nel giardino che attraverso tutte le mattine, chiacchierando amabilmente con Guy Ritchie e Jude Law. Mi hanno spiegato che i tre stanno girando un film su Sherlock Holmes e che una scena si svolge proprio nel giardino della chiesa di San Bartolomeo, quello dove passo tutti i giorni. Stavo per fare una foto strepitosa ma un millesimo di secondo prima che scattassi un tipo nero enorme con marsina gialla fosforescente e ricetrasmittente mi si e' parato davanti dicendo no photography no photography, accipicchia).

lunedì 3 novembre 2008

La maratona di Rovereto


Fine settimana molto bello nonostante il tempo inclemente: visto diversi amici, conosciuto persone nuove interessanti, trovato il tempo per leggere un po', passeggiato a Hampstead senza rimanere chiuso nel parco grazie a un guardiano gentile, comprato il catalogo della mostra di Rothko, due camicie e un paio di jeans di velluto proprio come li cercavo da tempo (a costine ne' troppo strette ne' troppo larghe).

E riascoltato per intero Music in twelve parts di Philip Glass, approfittando della nuova esecuzione uscita sulla newyorkese Orange Mountain, registrata nel 2006 a Rovereto.

Music in twelve parts e' probabilmente il capolavoro assoluto del compositore americano: piu' ascoltabile dei lavori minimalisti che lo hanno preceduto, piu' etereo delle composizioni per il teatro e il cinema.

Paragonabili a un lavoro monumentale di Sol Lewitt, del quale Glass era amico, Donald Judd, Frank Stella, Mark Rothko, le quattro ore di Music in twelve parts vennero composte tra il 1971 e il 1974. La musica si sviluppa in centri concentrici, in una ripetizione ossessiva di scale tonali di lancinante bellezza, per tastiere, flauto, sax soprano e voce.

I pensieri si fanno leggeri, l'attitudine contemplativa, il respiro rilassato.

Ascoltiamone insieme un frammento: