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Osservazioni e ascolti

mercoledì 30 gennaio 2008

Non sono io, e' Gennaio

[Bacheca ACLI di Clerkenwell, Maggio 2007]


Io non so descrivervi il cielo di oggi qui a Londra. E' cosi' basso che sembra doversi afflosciare a terra da un momento all'altro. E' di un grigio cosi' grigio che ti entra dentro e non va piu' via.

A Londra si arriva alla fine di Gennaio esausti da tanto grigio e mancanza di luce. Non e' una novita', lo dico tutti gli anni lo so. L'altra sera non ce la facevo piu' e mi sono sciroppato uno dietro l'altro: Tropicalia quello originale Philips del 1968, Tropicalia quello Soul Jazz del 2006 e Brazil 70. Tre ore in tutto.

Tu li metti uno di fila all'altro e capisci che i brasiliani sono riusciti davvero ad arrivare al cuore pulsante della musica, quel nucleo nel quale ritmo e melodia si fondono naturalmente e diventano una cosa sola. Un incontro cosi' perfetto di questi due fattori primi non si era mai verificato prima e non si e' mai piu' realizzato dopo.

Nella musica brasiliana di quegli anni tutto magicamente e armonicamente trovava un punto di incontro: i Beatles, Hendrix, la poesia esistenzialista, il Maggio francese, il neo-realismo italiano, il folk locale, il mare. Ed era un incontro paradossalmente felice, che sprigionava un'energia che nemmeno la dittatura di quegli anni poteva fermare. Per un Caetano Veloso e un Gilberto Gil che i militari mandavano in esilio, veniva fuori un Tom Ze, una Gal Costa, un Alceu Valenca. Fu una rivoluzione inarrestabile.

Quando Tropicalia perse la spinta propulsiva degli inizi, comparvero all'orizzonte i suoi eredi: i desbundos, gli sbandati, versione locale degli hippies. Anziche contrapporsi allo stato in modo politico organizzato, una resistenza che sarebbe stata certamente repressa con la forza, i desbundos reagirono al regime oppressivo adottando stili di vita alternativi e creativi, talvolta andando a vivere in piccole comunita' pastorali dell'interno. O a Bahia, su nel Nord Est.

Non c'e' niente al mondo che comunica piu' gioia. Prendete i Novos Baianos. Ascoltate la loro musica ritmica e festosa. Samba che incontra Hendrix, da paura. O guardate le loro fotografie: capelli lunghissimi, abiti ultracolorati, bambini felici che corrono da tutte le parti sotto il sole. Lasciarono Bahia solo per formare una comune un po' fuori Rio, in una fattoria occupata dove lavoravano con sistemi cooperativi ed equi di distribuzione. E finito il lavoro nei campi suonavano. Formarono addirittura anche una piccola squadra di calcio!

E che dire, sempre parlando di desbundos, di Secos e Molhados, al quale look si ispirarono per loro stessa ammissione i Kiss. E di Nelson Angelo e Joyce, dei quali non smettero' mai di consigliarvi l'unico inarrivabile disco, acustico e accarezzato da caldi ritmi latini, che si ascolta come si beve un fresco succo di papaya. E di Raul Seixas il cui paroliere era, pensate, un giovanissimo Paulo Coelho, allora un seguace di Aleister Crowley, che sognava di fondare una comunita' anarchica a Minas Gerais! Pensate che entrambi, Seixas e Coelho, vennero imprigionati e addirittura torturati per la loro musica. Peraltro Coelho, uscito di prigione, inizio' una collaborazione anche con Rita Lee, che era una dei Mutantes.

Di loro, dei Mutantes, oggi non parliamo dai. L'ho gia' fatto tante volte qui a London Calling, che finirei per ripetermi. Ma se qualcuno che passa di qui ancora non possedesse il loro primo superlativo album, quello che contiene la piu' formidabile canzone del sole che sia mai stata scritta, che e' la straordinaria A minha menina, gli rinnovo il consiglio di procurarsi quella riserva portatile di felicita': un'ulteriore ragione per festeggiare il quarantennale dell'anno memorabile.

[Novos Baianos - Mistério do Planeta]

lunedì 28 gennaio 2008

E nel 2043 tutti a dire che pero' in fondo in fondo quella Rihanna non era poi cosi' male e anzi sapeva catturare lo spirito del suo tempo

Nuova settimana e, sara' il fatto che stiamo vivendo alcune belle giornate di sole qui a Londra, a London Calling si torna ad ascoltare e a parlare di soul music.

Negli scorsi giorni il mio lettore si e' sorpreso ad ospitare con regolare frequenza un po' di ristampe di Stevie Wonder, tutti dischi della prima meta' degli anni '70 come lo strepitoso Talking book (You are the sunshine of my life, Superstition...), Innervision (Living in the city, Don't you worry 'bout a thing...), Music of my mind (Superwoman...).

Nel fine settimana ho invece recuperato i primi due dischi di Syreeta Wright che proprio in quegli anni era la moglie di Stevie Wonder. In tutto e per tutto si tratta di dischi di Stevie Wonder: solo scritti, prodotti e suonati con in mente la delicata voce di Syreeta. Li trovate in una ristampa limitata e numerata Motown, uscita nel 2004 in concomitanza con la prematura scomparsa della sfortunata cantante. Sono dischi deliziosi e eleganti, impreziositi da arrangiamenti ricercati e innovativi.

Syreeta Wright arriva alla Motown come segretaria, prima di interpretare alcune tracce scritte da Nick Ashford e Valerie Simpson (altro duo formidabile da riscoprire assolutamente) per Diana Ross, e per qualche ragione rifiutate dalla star delle Supremes. Addirittura pensate che quando Diana Ross lascia il suo gruppo, qualcuno alla Motown ha pure in mente di farla sostituire proprio da Syreeta.

Sara' proprio Stevie Wonder a fare in modo che Syreeta uscisse dall'ombra di Diana Ross, con una manciata di canzoni scritte con e per lei che comporranno il suo primo disco pubblicato dalla Motown nel 1972. Quel disco che si intitola semplicemente Syreeta contiene anche un paio di eccellenti cover, She's leaving home dei Beatles e What love has joined together di Smokey Robinson. Gioiello dell'album e' un brano da ascoltare in loop mille volte di fila, Black maybe, leggero come una piuma e romantico come una notte stellata estiva. Ma tutto l'album e' formidabile, fino alla conclusione, To know you is to love you, un brano uptempo piu' Stevie Wonder di Stevie Wonder con una coda strumentale di archi da lasciare senza parole.

Il secondo album, intitolato Stevie Wonder presents Syreeta e uscito nel 1974, segue un percorso piu' accidentato. Contiene momenti di sensuale assoluta eleganza, come Spinnin' and spinnin' che usci' come singolo e che riconoscerete immediatamente per averla ascoltata almeno qualche volta alla radio attorno alla meta' dei '70. Ma anche qualche scivolata eccessivamente commerciale e un po' troppo "polished", come il reggae sciocchino di Your kiss is sweet.

Nessuno di questi due dischi avra' successo di pubblico: le vendite si attesteranno su livelli molto piu' bassi del previsto. Del resto perche' sorprendersi, e' musica decisamente troppo elegante e ricercata per i gusti del grande pubblico. Dopo il secondo, la relazione sentimentale e professionale di Stevie Wonder e Syreeta naufraga. Solo all'inizio degli anni '80, la cantante vivra' finalmente il suo momento di gloria grazie a un celeberrimo brano eseguito con Billy Preston, prima di scivolare in un inesorabile oblio (fatto tra l'altro di partecipazioni a dischi di Michael Bolton e Irene Cara, diciamo non tra i nomi piu' apprezzati in questo blog).

E pero' non pensiamo a cosa sarebbe successo dopo. Il percorso umano e artistico di un musicista e' fatto di decisioni che a volte si rivelano sbagliate. Concentriamoci invece su queste prime raccolte di canzoni, che anticipavano una brillante carriera artistica che non si e' mai realizzata. Il talento, a volte, non basta.

[1MC Podcast: Black Maybe]

venerdì 25 gennaio 2008

Formidabile quell'anno

[Hampstead Heath, Agosto 2007]

Insisto. Il patrimonio musicale sudamericano del periodo 1968 - 1975 include gemme rimaste nascoste per troppo tempo.

Di Tropicalia e post-Tropicalia abbiamo parlato spesso qui a London Calling. Solo una volta pero' mi pare di avervi citato quelli che possono essere considerati i Mutantes uruguayani, quel gruppo formidabile che porta il nome di El Kinto. Lo feci citando la loro formidabile cover di La felicita' di Antoine, ascoltata piantando alberi insieme a mio padre e a un mio caro amico. Fu quel giorno di alcuni mesi fa un giorno felice che ricordo ancora con piacere. Sapete quando una canzone sa farvi ritornare a vivere un momento, ecco, su di me La felicita' nella versione degli El Kinto fa quell'effetto.

Il primo superlativo disco degli El Kinto sono riuscito a procurarmelo facendomelo mandare da un'etichetta di Geneva, Illinois, che si chiama Lion Productions, e che ha avuto la lungimiranza di ristamparlo.

Naturalmente quando ho saputo che la Lion Productions ha ristampato anche l'esordio di Eduardo Mateo, che degli El Kinto e' stato il cantante, mi sono fatto mandare anche quello. Si intitola Mateo solo bien se lame, ed usciva nel 1972 per un'etichetta uruguayana chiamata Discos de la Planta.

Ti apre mondi un disco come questo. Eduardo Mateo e' il Caetano Veloso dell'Uruguay, niente meno. Ma molto, molto piu' sfortunato. Leggete la sua storia nel libretto di 48 pagine che accompagna il CD, vi assicuro che ne vale la pena. E' come un film di Jarmusch la storia di Mateo.

Genio e sregolatezza assoluti. Vi dico solo che questo suo immenso primo disco non sarebbe esistito se non per un inganno di un tecnico di studio. La storia e' questa. Mateo dopo lo scioglimento degli El Kinto, avvenuto nel 1969, sbanda completamente. Inizia a girare per le strade di Montevideo in pigiama, completamente stonato di droghe. E compone, compone senza sosta.

Chi ha la fortuna di sentire la sua musica rimane esterrefatto dalla sua capacita' di combinare canzone popolare sudamericana, folk psychedelico e bossa nova, in forme e proporzioni sempre nuove. Sentendo le sue meravigliose canzoni, la sublime cantante Diane Denoir (autrice di canzoni popolari politiche che di li' a poco dovra' fuggire dalla dittatura proprio come fecero Caetano Veloso, Gilberto Gil, ecc. in Brasile) decide di portarlo con se' in Argentina, dove esistevano studi di registrazione con 4 piste (il massimo, in Uruguay, erano 2).

E' un disastro. Mateo entra in studio il primo giorno con un po' di canzoni scritte su tovagliolini di carta. Ne suona 4 o 5 e se ne va senza dire una parola. Il giorno dopo torna in studio con altri tovagliolini di carta scarabocchiati e chiede di cancellare quella sessione. Prende la chitarra e suona altre 4 o 5 canzoni.

Il giorno successivo stessa storia. Arriva, chiede di cancellare tutto quello registrato fino a quel momento e ricomincia da capo, con altre 4 o 5 canzoni appena composte.

A questo punto il tecnico si rende conto di con chi ha a che fare. Invece di cancellare quelle canzoni le tiene da parte. Mateo torna in studio un altro paio di volte e fa esattamente la stessa cosa: chiede di cancellare tutto e ricomincia.

Poi scompare. Lo ritroviamo, qualche giorno dopo, a Montevideo, che gira per strada col suo solito pigiama, completamente stravolto.

Il tecnico di studio, colpito dalla qualita' visionaria di quello che ha sentito, decide di lavorare sui nastri non autorizzati da Mateo e di pubblicarli sotto forma di album.

Siamo nel 1972. Da quel momento la vita di Mateo si trasforma in una tragedia che durera' quasi vent'anni. Nel 1975 registra un album cosi' surreale che vendera' in tutto 343 copie (e non chiedetemi di cosa si tratti perche' non e' mai stato ristampato).

A questo punto la dipendenza dalle droghe ha la meglio. Mateo perde tutto quello che ha e inizia a vivere per strada come un barbone. Gira con un taccuino. Dammi 15 pesos che segno il tuo nome sul mio taccuino e ti faccio entrare al mio concerto Venerdi' prossimo. Ma il concerto non esiste. E ancora, implora chiunque lo incontri di pagargli i diritti mai ricevuti per le sue canzoni. Ma nessuno si ricorda di lui.

La discesa agli inferi, che comprende anche periodi in carcere, avra' fine solo nel 1990. Mateo si sente male e va all'ospedale. Qui gli viene diagnosticato un cancro in forma ormai avanzata. Il 16 Maggio la sua triste vita si conclude.

Ci restano le sue meravigliose canzoni. La ristampa di questo Mateo solo bien se lame contiene anche un paio di tracce dal vivo che documentano il calore umano di Mateo, la sua naturale simpatia e l'energia che sapeva comunicare. Sono pezzi strepitosi, credetemi. Confermano la genialita' di questo irrequieto artista. E nel disco hanno incluso anche un paio di tracce degli El Kinto eseguite da Diane Denoir, tra le migliori di quel formidabile, e incredibilmente sconosciuto, gruppo.

Nancy Charquero, fidanzata di Mateo subito dopo lo scioglimento di El Kinto, lo ricorda cosi:

Do you see those people who are lost, almost thrown in the streets? Mateo looked at them as they were gods. I do not know what he saw in them. He always said "I admire the madness". There was an old man, with a white beard, and white hair, who played a guitar made out of an oil tin, a stick and some strings. And Mateo stayed hours watching him... then sometime later, drew him. He drew very well, with white Chinese ink on black paper.

Ma non vi voglio lasciare per il fine settimana su una nota negativa. Vi racconto un'altra storia, questa volta con un lieto finale.

Qualcuno di voi forse ricorda che l'anno scorso vi parlai di, e trasmisi, l'esordio, e allora unico disco, di Mark Fry, uscito proprio nel 1972 (lo stesso anno di Mateo solo bien se lame). Mark Fry veniva presentato da Lucio Dalla all'inizio degli anni '70 come "il mio amico inglese".

Fry nacque in Inghilterra, ma si trasferi' all'inizio degli anni '70 a Firenze per studiare pittura all'Accademia di Belle Arti. Qui conobbe una certa Laura Papi, amica personale di Pasolini, Bene, Fo, della quale tutto cio' che so e' che morira' ancora giovanissima. Ogni fine settimana Mark saliva sulla sua Ducati 250 alla volta di Roma, per incontrare quel cenacolo di intellettuali. Dario Fo gli chiese di entrare nella sua compagnia teatrale. Fry rifiuto' e non se lo perdono' mai, cosi' dice. Tra un incontro e l'altro trovo' il tempo per registrare per la It, una sussidiaria italiana della RCA, un intero LP di acid folk come forse in Italia non si era mai sentito. Alla RCA gli presentarono Lucio Dalla e tra i due nacque un'amicizia che dura ancora adesso. Per alcuni anni Mark apri' regolarmente i concerti del cantautore bolognese. Presto pero' Mark si stanco', lascio' l'Italia alla volta della California dove incise ancora alcune canzoni di cristallino folk rock prima di abbandonare la chitarra per dedicarsi alla pittura. Ora vive in Normandia, pur esibendo i suoi lavori piuttosto regolarmente in una galleria di Mayfair che lo rappresenta.

Questa storia ve la raccontai tempo fa. Ebbene, figuratevi la mia sorpresa quando qualche giorno fa ho ricevuto all'indirizzo del blog una mail di Roxy (che credo sia la moglie di Mark o forse la figlia, non ve lo so dire), che mi annunciava l'uscita del secondo disco di Mark Fry, inciso a 36 anni dal precedente!

Il disco Roxy e Mark me l'hanno mandato e sta girando abbastanza spesso nel mio lettore. Si intitola Shooting the moon e naturalmente e' molto diverso dal suo esordio Dreaming with Alice: un gradevole disco di folk acustico classico.

Mark mi ha anche promesso di farmi sapere quando sara' a Londra la prossima volta, e davvero non vedo l'ora incontrarlo e farmi raccontare i dettagli della sua interessantissima storia.

Caspita, ho scritto tantissimo, chissa' se siete arrivati fino a qui.

Del resto, con quello che sta succedendo in Italia, gli exploit di Mastella, Barbato, Strano e altri analoghi personaggi da sceneggiata napoletana, non resta che consolarci con la musica.

Spero di non avervi annoiato.

Buon fine settimana.

[Lion Productions]
[Mark Fry]

mercoledì 23 gennaio 2008

Proprio quando tutti i lettori di London Calling si aspettano un post su Clemente Mastella e io non ho lo stomaco per scriverlo

[New York, Aprile 2007]

Questo 2008 sta diventando un anno di ascolti molto black per me: un po' soul, un po' jazz e un po' una combinazione delle due cose.

E se sto ormai da tempo cercando senza successo di mettere le mani sul tributo a Malcolm X registrato nel 1968 dal suo amico Philip Cohran e ristampato l'anno scorso in solo 1000 copie esaurite a quanto pare in un paio di settimane, in questi giorni via Other Music di New York sono riuscito a farmi mandare la raccolta completa dei singoli incisi da Cohran e dal suo Artistic Heritage Ensemble sul finire degli anni '60.

Ascolto incredibile e imperdibile. Procuratevi assolutamente questa ristampa giapponese, #1 del catalogo della neonata e promettente etichetta del Sol Levante chiamata Midday Music, prima che sia troppo tardi. Non so quante copie ne abbiano stampate, ma dubito che siano piu' di 500 - 1000, quindi il mio consiglio e' quello di fare presto.

Philip Cohran era, a cavallo tra '50 e '60, un componente della leggendaria Arkestra di Sun Ra, poi divenne uno dei componenti fondatori dell'altrettanto leggendaria AACM. Non contento di tutto cio', attorno al 1965 forma un gruppo tutto suo, l'Artistic Heritage Ensemble (che poi lo lascera' per trasformarsi, sotto la direzione di Maurice White, negli eccellenti Earth Wind & Fire).

I singoli degli Artistic Heritage Ensemble rappresentano proprio l'anello di congiunzione tra il jazz astratto e spirituale di Sun Ra ed il soul-funk degli Earth Wind & Fire. Ma non solo. Il riferimento piu' prossimo e' il patrimonio ritmico tribale africano, ma rielaborato completamente in chiave jazz visionaria. La seconda traccia ti lascia letteralmente senza parole. E' come un outtake da Remain in light, inciso pero' quasi quindici anni prima. Brian Eno, David Byrne, Adrian Belew, Robert Fripp, il Pop Group, gli A Certain Ratio e' impossibile che non conoscessero questi suoni. La chitarra di Pete Cosey dell'Artistic Heritage Ensemble (che finira' a collaborare con Miles Davis ai tempi di Agartha e Pangaea) e' pura frippertronics ante litteram, ascoltare per credere.

In alcuni singoli il riferimento e' piu' tradizionalmente jazz, sentite per esempio tutta l'eredita' di Charlie Mingus in una traccia come Detroit Red. In altri la musica dell'Artistic Heritage Ensemble segue percorsi etnici e spirituali completamente propri. Non per niente, in una biografia di Cohran pubblicata qualche anno fa su Wire, si citano tra le sue influenze principali l'ipnotico suonatore di shenai Bismillah Khan nonche' i MasterMusicians of Joujouka.

Riletto tutto quello che ho scritto. Il problema di post come questo e' che sembrano un po' scritti per "iniziati", gli unici di voi che probabilmente sono arrivati fino a qui. E invece no, questa e' musica accessibilissima, di grande gradevolezza. Musica che ti fa muovere e colora di se' queste grigie giornate di Gennaio. Musica universale, davvero per tutti. Musica non allineata. Musica indefinibile. Musica finalmente, definitivamente, immensamente, libera.

[Per chi fosse interessato e avesse tempo di ascoltare, ricordo l'appuntamento del Giovedi' con la versione radiofonica di questo blog, su Radio Popolare alle 11.30 del mattino e poi in replica alle 21. Domani andiamo insieme al Design Museum a visitare la mostra di Jean Prouve'].

[Wire]

lunedì 21 gennaio 2008

Ancora tu

C'e' in giro, nei negozi, un doppio dischetto stranissimo. Arriva da una sconosciuta etichetta del Surrey, la Chrome Dreams e sulla copertina c'e' scritto chiaramente This CD is not authorised by Bob Dylan, his record company or management. E pero' il titolo e' The best of Bob Dylan's Theme Time Radio Hour. E in copertina c'e' pure una foto di Bob, con immacolato cappello da cow-boy. L'altra cosa notevole e' il prezzo: solo 7 sterline e 99 per un doppio CD, 142 minuti di musica.

Theme Time Radio Hour, come sapete gia', e' il programma che il maestro ha condotto per un anno su una radio via satellite americana, ritrasmesso poi da queste parti dalla BBC. Tutte le settimane, Bob entrava in studio e trasmetteva un'ora di blues, country, primordiale rock'n'roll, gospel, il tutto ispirato a un tema. Tutto molto rurale e ruspante, vecchi 45 giri locali dell'America suburbana e nomi piu' noti, alcuni decisamente enormi.

E questi qui del Surrey cos'hanno fatto? Hanno preso la loro canzone preferita di ogni puntata, 52 in tutto, le hanno messe insieme, hanno costruito un nastrone e poi lo hanno riversato in digitale.

L'effetto e' strepitoso. Ci sono tutti. Dite un nome e c'e'. Hank Williams? C'e'. Billie Holiday? C'e'. Bessie Smith? C'e'. La Carter Family, l'orchestra di Duke Ellington, Louis Armstrong, Gene Vincent, Chuck Berry, Lead Belly? Ci sono. E in piu' saltano fuori, tutt'in mezzo, robe sconosciute. Un po' Sunday Monday Happy Days a tratti, ma nel complesso un ascolto che fa stare troppo bene. Ti porta via con lui proprio. E' una macchina del tempo questa raccolta.

Ma me la sarei ascoltata senza troppo starnazzarne nel blog se non fosse che nel libretto ho trovato un paio di citazioni del maestro che vale la pena riportare qui di seguito per intero:

Those old songs are my lexycon and my prayer book. All my beliefs come out of those old songs, literally, anything from "Let me rest on that peaceful mountain" to "Keep on the sunny side". You can find all my philosophy in those old songs. I believe in a God of time and space, but if people ask me about that, my impulse is to point them back toward those songs. I believe in Hank Williams singing "I saw the light". I've seen the light too.

This is the flat-out truth: I find the religiosity and philosophy in the music. I don't find it anywhere else... I don't adhere to rabbins, preachers, evangelists. I've learned more from the songs that I've learned from any of this kind of entity.

E sono anche cose che senti dentro, ma e' sempre bello trovare sulla tua strada un maestro che ti ricorda quanta luce possono emanare tre minuti di musica che arriva da un gracchiante 45 giri.

[Bob Dylan - Subterranean Homesick Blues]

venerdì 18 gennaio 2008

Stir it up

Ben dentro il 2008, io continuo a rimestare il 2007 e vengono fuori continuamente cose buonissime che mi erano sfuggite. Tutte le volte che dico che l'anno scorso e' stato un anno finalmente eccellente per la musica tutti mi guardano strano, e pero' io resto convinto di questa cosa.

Per esempio, prendete i Cave Singers. Sono piu' di vent'anni che aspetto che venga fuori un gruppo che assomigli anche solo un pochino poco poco ai Violent Femmes. Ed eccoli qua. Non dico che sono la copia del gruppo di Gordon Gano, ma quella voce paperina, quei ritmi da secchio rovesciato, quelle liriche minime i Cave Singers li fanno tornare in mente.

Loro arrivano da Seattle, e pero' non li ha presi Sub Pop, li ha presi Matador. Sono in tre e prima suonavano nei Pretty Girls Make Graves e negli Hint Hint. Il loro esordio si intitola Invitation songs ed e ti coinvolge dalla prima all'ultima nota. Suonano folk con spirito indie e riescono a stare miracolosamente a meta' strada tra l'antologia di Harry Smith e il pop moderno di Shins e Spoon.

La traccia 3 e' una cosa che ti fa saltare per aria. Una sorta di stomp veloce da battere col piede, con una chitarra che sembra un loop campionato dall'antologia del folk di Harry Smith e un crescendo quasi impercettibile eppure inesorabile. Ma detto cosi' non rende, piu' sotto la linko con video e tutto cosi' vi fate un'idea. Se state fermi ascoltandola iniziate a preoccuparvi seriamente, davvero.

Altre tracce sono decisamente piu' folk, sostanzialmente delle ballate, ma mai troppo tradizionali: un po' Iron & Wine e un po' prime cose di Devendra. E un po' ricordano pure i Nirvana acustici, tanto per non allontanarci troppo da Seattle.

A me tutto questo basta per farmi passare un altro buon fine settimana (anche se quassu' prevedono heavy rain tanto per cambiare). Cosa che auguro anche a voi (il buon fine settimana, mica la pioggia, che anzi a Milano vedo che fara' bello).

Ci sentiamo Lunedi'.

[The Cave Singers--Dancing On Our Graves]

mercoledì 16 gennaio 2008

Ma libera veramente


[Clerkenwell, Gennaio 2008]

Sto gia' pensando a cosa trasmettere a Prospettive Musicali, il che sarebbe normale se passassi dalla radio Domenica prossima, un po' meno considerando che non tornero' in Italia fino a meta' Marzo.

Qualcuno ricordera' le puntate dedicate all'ascolto pressoche' integrale di Jetsun Mila, di Eliane Radigue, e For Bunita Marcus, di Morton Feldman. L'idea che ho in mente per questo 2008 e' continuare a trasmettere musiche altrettanto libere, altrettanto altre. E' un atto di fiducia nei confronti degli ascoltatori, ma soprattutto e' desiderio di condividere esplorazioni.

L'ombroso Charlemagne Palestine potrebbe essere il prossimo compositore che affronteremo insieme. Qualcosa da Strumming music del 1974, oppure qualcosa di piu' recente, magari l'ultimo suo lavoro pubblicato del quale sono a conoscenza, che e' la registrazione di un concerto tenuto al Ludwig Museum di Aachen, in Germania, pubblicata da Yesmissolga l'anno scorso.

Al di la' di tutto il folklore che circonda il personaggio (il portarsi dietro decine di pupazzi di peluche con i quali arreda e decora il pianoforte e il palco, bere continuamente cognac durante i concerti) Palestine va indubbiamente incluso tra i grandi del minimalismo, insieme a Philip Glass, Terry Riley e Steve Reich.

Ascoltare le sue esecuzioni migliori, lavori per pianoforte di circa un'ora basati su pochissime note ripetute molto velocemente in modo ferocemente percussivo fino a scordare progressivamente lo strumento ed estrarne suoni imprevedibili che cambiano in continuazione, equivale ad abbandonarsi a un mare di purissimo suono cangiante sospeso sulla linea di confine tra rumore e silenzio. O osservare una tela completamente nera e lasciare che lentamente i nostri occhi comincino a percepire forme e colori intrappolati in quell'oscurita'.

La musica di Palestine non l'ascolti. Ti circonda, ti avvolge, ci sprofondi dentro. Senti la materia dentro quel muro tutto nero.

Basterebbero, a compensare quel piccolo disagio iniziale che questi drones continuano a provocare anche dopo molti ascolti, quegli interi minuti che restano sospesi tra suono puro e altrettanto puro silenzio dopo che l'ultima nota e' stata suonata. Quell'eco che resta dentro e che e' linea d'ombra sfumata, e quiete che ritorna dopo tutta quella tempesta.

lunedì 14 gennaio 2008

La mezza eta' sonica



Ma quand'e' che iniziano a uscire un po' di dischetti nuovi?

Nell'attesa, ieri rimestavo le uscite del 2007 e mi e' capitato tra le mani l'album pubblicato l'anno scorso dai Magik Markers su Ecstatic Peace, quello prodotto da Lee Ranaldo.

Gran bel disco. Un incrocio di Sonic Youth, Royal Trux, Blonde Redhead, Matt Valentine & Erika Elder. Molto elettrico, ma con un paio di sorprendenti ballate: una pianistica, alla quale Lee Ranaldo aggiunge un glokenspiel, e una un po' folkie verso la fine, con tanto di chitarra suonata con l'arco (o con un e-bow o qualcosa di simile).

Bello che stia venendo fuori un suono che combina indie-rock e psychedelia, rigore ritmico e improvvisazione elettrica: Magik Markers, MV & EE, Brightblack Morning Light, alcune cose Kranky.

Ancora piu' bello il fatto che i mentori di questo suono siano i Sonic Youth, la rock band fondamentale e definitiva vissuta sul pianeta Terra negli ultimi 30 anni. Non si finira' mai di approfondire la loro influenza su tutto quello che ascoltiamo oggi, la loro visione elettrica che si continua ad evolvere dai primi vagiti di Sonic Youth e Confusion is sex fino alle riletture di classici contemporanei del ventesimo secolo: tutto sempre pensato e eseguito con ammirabile cambiamento nella coerenza.

Per quelli della mia generazione sono un punto di riferimento imprescindibile i Sonic Youth, un filo che unisce tante memorie epoche trasformazioni. Per quanto mi riguarda, passano dal loro primo album che mi guadagno' lo scherno del rancido venditore di dischi del mio paese di nascita (meno male che ci sei tu a portare via questa spazzatura mi disse raucamente, dopo avere intascato la mia settimana e prima di rimettere sul piatto un "capolavoro" degli Yes). Fino al mio incontro con Thurston Moore, al tempo passato insieme a lui a parlare di musica e di New York e di cinema e scoprirlo cosi' simile in tante cose. E tutte le volte che li ho visti su un palco, a Londra Milano New York Chicago. Il racconto di un'amica londinese che un giorno vide Kim uscire dallo Shepherd's Bush Empire e distribuire biglietti del loro concerto ai ragazzi poveri e homeless di quella zona povera della citta'. I ricordi personali di tutte le volte che i dischi dei Sonic Youth li ho condivisi, copiati, prestati, trasmessi in tutti questi anni, e il poster contenuto dentro Daydream nation, che ancora oggi mi da' il benvenuto tutte le volte che torno a visitare la mia cameretta.

[Magik Markers]

venerdì 11 gennaio 2008

How does it feel?

E' da un po' che volevo farvi una domanda. Ma voi, come vi rapportate con i regali delle ex fidanzate? Quelli belli intendo, che quelli brutti e' facile ignorarli, buttarli, riciclarli, ecc.

E' da un po' che ci sto pensando, da quando tengo lo Scrapbook 1956 -1966 di Dylan sul davanzale della finestra, di fianco al letto, pronto ad afferrarlo quando mi sveglio di notte e tutti i problemi reali e immaginari del mondo si danno appuntamento per non lasciarmi riaddormentare.

Lo Scrapbook di Dylan immagino che molti lettori l'abbiano nella loro biblioteca. Per tutti gli altri: e' un volume illustrato, piu' o meno quadrato del formato di un LP, che contiene solo una sessantina di pagine scritte, ma quasi ogni pagina ha una tasca, un risvolto, qualcosa con cui giocare. Nelle tasche ci sono volantini, riproduzioni di biglietti di concerti, foglietti manoscritti, appunti e poesie scritte da Dylan.

L'equivalente per appassionati di musica di quei libri che si regalano ai bambini, quelli con la mucca che fa mu, i carillon che suonano quando giri la pagina, gli spazi da colorare.

Lo leggi proprio come si leggono le fiabe. E' scritto in grande, i capitoli sono corti e avvincenti. Ognuna delle fiabe si riferisce a un momento della vita del nostro eroe: la prima chitarra, l'incontro con Woody Guthrie, Newport, l'incidente in moto.

E come le fiabe, anche se le conosci e' bello sentirtele raccontare una volta di piu'. Un libro come quello e' un gioiello: puoi leggerlo mille volte, e non finirai mai di aprire le tasche e fermarti per interi minuti sulle foto, tutte bellissime, tutte scelte con grande gusto.

Lo leggi un po', poi lo rimetti nella sua custodia, spegni la luce e ti riaddormenti come un bambino.

Il problema di quel libro per il sottoscritto, pero', e' che appartiene alla categoria maglioni/ cose da usare in cucina/ dischi/ libri/ poster che ti sono stati regalati da una persona che non fa piu' parte della tua vita. Lontana anni luce, legata ad altri luoghi, persone, stati d'animo, climi, colori, tutto. E uno puo' non pensarci (o fare finta di) ma la sostanza non cambia. Quell'oggetto e' in qualche modo "nato" in quel momento, quando hai scartato la carta nella quale era stato amorevolmente avvolto e hai pensato ma come cavolo ha fatto a sapere che proprio questo maglione/ cosa da usare in cucina/ disco/ libro/ poster mi avrebbe reso felice.

E in qualche modo quegli oggetti la loro data di nascita la portano per sempre dentro di se', non va mai via. La puoi ignorare, certo, ma quel momento resta incorporato per sempre all'interno di quel maglione che ti tiene caldo in un giorno d'inverno, di quel poster che arreda una parete del tuo soggiorno, di quel libro che ti rimette in pace con te e ti permette di spegnere la luce e riprendere a dormire come nulla fosse successo.

E si' il maglione tiene caldo, il poster arreda, il libro ti rimette in pace con te stesso. Ma questi oggetti contengono anche un senso malinconico di passaggio del tempo, il solito cosa sarebbe successo se io invece di, adesso che saprei cosa dire adesso che saprei cosa fare.

Lo neghiamo, ma finiamo per affezionarci a quegli oggetti piu' che a tutti gli altri, come a fotografie sbiadite nelle quali i personaggi sorridono per sempre.

[I'M NOT THERE - Trailer]

mercoledì 9 gennaio 2008

In un modo silenzioso

Da ormai qualche mese tengo sul tavolino davanti al divano Horizons touched, lo splendido e voluminoso tomo dedicato a uno dei viaggi piu' spettacolari della storia della musica. Quello intrapreso da Manfred Eicher e dalle sue Edizioni di Musica Contemporanea nel lontano 1969. Quasi ogni giorno lo sfoglio, estraggo un articolo, o mi fermo a contemplare una fotografia o una copertina.

L'ECM fa decisamente storia a se'. Non sono d'accordo con chi sostiene che l'ECM ha inventato un suono. E' una considerazione superficiale. Diversi sono i territori esplorati dall'ECM in tutti questi anni: dal jazz scandinavo a quello americano, per non parlare poi di tutto il repertorio contemporaneo e classico della collana New Series.

L'ECM ha inventato uno stile. E' diverso. Puoi magari scaricare un disco di musica indie se proprio non ti va di comprarlo. Uno della Blue Note, per dire. Ma scaricare un disco ECM non ha alcun senso. La copertina, le note, le foto sono parte integrale della musica. E' vero di ogni disco, certo, ma l'etichetta tedesca mette le cose in chiaro ad ogni uscita.

Non posseggo un disco ECM che non abbia una copertina meno che superlativa, e perfettamente coerente con la musica. La cura del dettaglio fa si' che, comunque tu ordini i tuoi dischi, quelli dell'ECM ha senso archiviarli tutti insieme. E' musica anche per gli occhi.

Tutta questa introduzione per consigliarvi un disco del 1974 che sta girando nel mio lettore parecchio da quando l'ho scoperto recentemente. E' un'uscita in qualche modo minore se confrontata con i grandi classici ECM. Lake e Griffiths, nel volume che ho citato in apertura di post, le dedicano appena una riga. E pero' sono sempre piu' convinto che le uscite migliori dell'etichetta tedesca vanno cercate tra i nomi minori, tra i progetti one off.

Bennie Maupin e' un saxofonista clarinettista flautista di Detroit, che nel corso degli anni '70 collaboro' spesso con Miles Davis (Bitches brew, On the corner) e Herbie Hancock (Mwandishi), prima di dedicarsi a musiche decisamente meno interessanti e avventurose.

The jewel in the lotus e' il titolo di uno dei suoi rari progetti come leader, circondato da musicisti che suonarono spesso in quegli anni con Herbie Hancock, e dallo stesso Hancock. Non e' affatto un disco facile, ma se state cercando jazz che sia davvero esplorativo e di confine in questo album siete sicuri di trovarlo.

E' musica inclassificabile a tal punto che non provo nemmeno a descriverla. Provate a immaginare una sorta di In a silent way decisamente piu' freeform, con momenti di drammatico crescendo, molto meno groove, molta meno regolarita' ritmica. E, su tutto, una spiritualita' che domina completamente l'atmosfera di queste 8 sessions.

Molto ma molto anni '70, decisamente per gli amanti del genere. Da suonare, se possibile, attraverso un vecchio amplificatore valvolare, per restaurare il piu' possibile quel suono caldo inimitabile e insuperato.

Seduti per terra, a gambe incrociate, nel buio e nel silenzio, senza distrazioni, senza pensare a nulla.

[Bennie Maupin molti anni dopo...]

[A chi fosse interessato e avesse tempo da buttar via, ricordo l'appuntamento con la versione radiofonica di questo blog, il Giovedi' mattina alle 11.35 all'interno di Zoe, e in replica il Giovedi' sera alle 21, su Radio Popolare di Milano. Domani stileremo la classifica dei 15 eventi culturali piu' attesi a Londra nel 2008]

lunedì 7 gennaio 2008

Le cose al di la' del sole

[Hyde Park, Gennaio 2007]

E poi a Natale mi sono regalato un DVD.

La signora Drake diceva che suo figlio aveva uno strato di pelle in meno rispetto agli altri ragazzi. E pero' lui sapeva scrivere cose come Open up the broken cup/ Let goodly sin and sunshine in/ Yes that's today/ And open wide the the hymns you hide/ You'll find renown while people frown/ at things that you say/ But say what you'll say. E non solo le scriveva quelle cose, ebbe il coraggio di viverle fino all'estrema conseguenza.

Non l'avevo mai visto quel documentario della BBC. Paradossalmente, a renderlo eccellente e' la assoluta mancanza di materiale video d'epoca. Invece di vedere Nick Drake, vediamo il mondo attraverso i suoi occhi, attraverso le sue emozioni, attraverso di lui. Quello che osservava, che lo ispirava, il paesaggio naturale nel quale si muoveva. Alberi, prati, le vie strette di Cambridge, i college sul fiume. I silenzi, la pace: tutt'intorno, ma non dentro di lui.

E' un documentario bellissimo, e la sorella Gabrielle e' bravissima a raccontare quel fratello cosi' solitario e spesso indecifrabile, ma anche cosi' unico. Joe Boyd lo descrive invece come musicista, e ti rendi conto ancora una volta che Boyd e' un gentiluomo con una sensibilita' immensa e visionaria, ancora oggi.

Ma e' soprattutto un documentario che invece di raccontare una storia racconta uno stato d'animo. Io non so cosa provate voi quando ascoltate Five leaves left, Bryter layter e Pink Moon. Piu' di ogni altra cosa a me quei dischi fanno sentire lo scorrere del tempo. Lo osservi, lo vedi il tempo in quelle note e in quelle parole. Sono dischi sulla memoria. Tocchi con mano la nostalgia per quello che e' stato e non potra' piu' essere. E' una sensazione dolente ma dolce, romantica quanto nessun altra della quale abbiamo fatto esperienza.

Se la mia musica aiutera' anche solo un essere umano, allora non sara' stata scritta invano, disse Nick a Gabrielle. Ecco, la musica di Nick Drake aiuta. E aiutano le sue parole. Aiutano a capire, e soprattutto aiutano a sentire.

Come quando in Saturday sun canta Saturday sun came early one morning/ in a sky so clear and blue/ Saturday sun came without warning/ so no-one knew what to do. E quelle parole galleggiano nell'aria per un po' quando Five leaves left finisce. E tu stai li' a pensare che quando arrivera' la prossima giornata di sole non ti farai domande e non cercherai risposte e ti limiterai a viverla davvero fino in fondo quella meravigliosa giornata di sole.

[Nick Drake - River Man]

venerdì 4 gennaio 2008

E dopo il post nazional-popolare di due giorni fa, va ora in onda il nulla



Non e' stato un brutto Natale, ma e' mancato qualcosa che lo rendesse davvero speciale. Un libro.

Avevo pensato di farmi un bel regalo usando un buono di Amazon che mi era stato donato tempo fa, calcolando bene i tempi in modo da poter mettere sotto l'albero il mio regalo all'ultimo momento e non subire la tentazione di scartarlo prima della magica notte.

Era arrivato pure in tempo, esattamente il 21 Dicembre. Perfetto. Senonche' lo hanno ritirato i miei vicini, la coppia di ragazzi gay che vive davanti a me, e al posto del mio regalo ho trovato un biglietto sotto la porta che diceva pressappoco: Fabio, non sappiamo se sei gia' partito per l'Italia. E' arrivato un pacco di Amazon per te, e per non lasciarlo in giro l'abbiamo ritirato noi. Te lo diamo quando torniamo dalle Maldive, il 3 Gennaio. Auguri, ecc.

Disperazione assoluta. Il mio libro. Che sognavo di studiare per tutte le agognate vacanze. Il mio regalo di Natale. Ho contato i minuti che mi separavano dal ritorno dalle Maldive dei miei vicini, e ieri sera appena ho sentito uscire dal loro appartamento della musica ho bussato alla loro porta, che belli che siete che abbronzatura e non potete mica darmi il mio libro.

Varcata la porta del mio appartamento ho letteralmente disintegrato la confezione, e finalmente ecco tra le mie mani il voluminoso volume: No wave di Marc Masters, edited by Rob Young (editor di Wire, lo dico per chi non fosse avvezzo a questo genere di cose).

Finalmente. Il 3 Gennaio alle 21.15 e' stato Natale anche per me. Ho passato tutta la notte con il mio regalo, ovvio. Le foto, che vi posso dire, le foto sono una roba irresistibile. Non le guardi, sono loro che ti entrano dentro la retina e non se ne vanno piu' via. Se chiudo gli occhi vedo Lydia Lunch dappertutto, ancora adesso. Ti si stampano dentro quelle immagini sgranate in bianco e nero, quelle fotocopie di flyers appiccicati alle stazioni dell'underground newyorkese, quelle copertine di dischi come non ne hanno mai fatte prima e non ne faranno mai piu'.

Per me e' stato come quella volta che il mio amico Marco Reina mi ha mostrato la sua collezione di New York Rocker. Non si riesce a parlare. Si entra in un altro mondo. Perdi coscienza della realta'. Finalmente.

Ora, a me Weasel Walter non e' che sia poi cosi' simpatico. Me lo ricordo quando stavo a Chicago accampato su un divano a casa di Mark Fischer della Skin Graft per scrivere un Ultrasuoni del Manifesto, e lui arrivava a qualsiasi ora del giorno e della notte con la sua bici e aveva sempre voglia di fare casino. Non dorme mai, non si capisce cosa prenda. Solo Zeek Sheck tra gli amici di Mark era cosi' completamente fuori, e infatti si sono trovati (non vorrei scrivere una scemenza, ma mi pare che Weasel e Zeek vivano insieme in California adesso). Pero' quello che scrive nella prefazione ve lo devo copiare, perche' tutta quell'epoca, per come me la ricordo e l'ho vissuta io, e' racchiusa in queste parole:

This book attempts to make sense of that story, perhaps in the hope that some weird, lonely 14 year-old kid out there in the middle of nowhere feels empowered to stand up and push away the generic rebellion culture the mainstream offers and go the hell underground where something real can still be felt and discovered.

Il senso ultimo della musica, e nello specifico di quella musica, per me e' sempre stato questo. Spingere via la generica cultura di ribellione prefabbricata che ti viene offerta a basso prezzo, e scendere direttamente giu', all'inferno, a dissotterrare cio' che di sincero sono stato in grado di trovare in tutti questi anni. E' stato un viaggio. E il punto di partenza e' stato quello: Patti Smith, i Ramones, i Suicide, James Chance sulla copertina in bianco e nero del primo Rockerilla che vidi a casa di un amico durante una settimana bianca e che cambio' per sempre la mia vita.

E' questo il senso di un libro come questo. Ribellione che non e' mai diventata mainstream, che non si e' mai venduta a prezzo di mercato.

Il weird and lonely 14 year-old e' diventato un uomo adesso, ma ancora gioisce come un bambino, stringendo tra le mani un volume tutto nero che e' passione e memoria, gioia e rivoluzione.

mercoledì 2 gennaio 2008

E' andata a casa con il negro la troia


[Rogoredo, Gennaio 2008]

Arrivato da pochissimo a casa. Devo dire che con la nuova parete libreria (da me disegnata...), la mia casina londinese e' diventata davvero accogliente: un piacere entrare dopo questi 10 giorni in Italia.

Vi racconto un po' di cose che mi hanno colpito in questi 10 giorni italiani:

1) un film su tutti: Nella valle di Elah di Paul Higgis (Crash, Million Dollar Baby, ma questo e' decisamente meglio). Se non l'avete ancora visto, inaugurate con quella pellicola (qui non ancora uscita credo) l'ultimo anno dello psicopatico George W. Bush. Comunque sia, qualunque cosa succeda, quest'anno si voltera' pagina e sara' la fine di un incubo. Si ricomincera' ad andare negli Stati Uniti e se vince il buon Obama potrei addirittura pensare di trasferirmi a Chicago, accettando l'invito al quale da anni sto opponendo resistenza. Vediamo.

2) l'intervista di Fabio Fazio a Mike Bongiorno. Vi prego, ditemi che l'avete vista anche voi. E' stata un'esperienza, per un paio di giorni non ho pensato ad altro. Su tutto, irresistibile il racconto dell'incontro con la moglie. Era il 1972. Qualcuno, non ho capito bene chi, pare abbia detto a questa giovane hippy vieni che ti porto sullo yacht di Mike Bongiorno. La sventurata rispose. Arriva sullo yacht con sotto braccio l'Unita', il Manifesto e un po' di libri definiti "comunisti" (ma che cosa si sara' portata da leggere in barca, il Capitale? Mah). Appena vede cotanta cultura, un amico di Mike Bongiorno (che se era un amico di Mike Bongiorno potete immaginare che livello culturale doveva possedere) butta tutto a mare. E lei invece di incavolarsi sta al gioco, tutta contenta di barattare la sua copia del Capitale per una vita a fianco del re dei quiz.

Vedete, non esiste una miglior previsione di quello che sarebbe successo meno di 10 anni dopo a livello nazionale, con il passaggio dalle manifestazioni di piazza a una serena vita davanti alla televisione. Quella prima scopata in barca tra Mike Bongiorno e la moglie e' la manifestazione archetipica in senso junghiano dell'autoinculata alla quale si e' sottoposta tutta l'Italia quando ha iniziato a disertare le piazze, a vedere La ruota della fortuna, Jerry Scotti, Castagna, il TG5, e infine a votare in massa per Berlusconi e per il suo inesistente partito azienda. Era gia' tutto scritto in quella prova tecnica di repressione delle masse che fu quella lungimirante scopata. Con quella scopata, nel 1972, si inaugurano ufficiosamente gli anni '80 e poi '90 e poi 2000. Da quella scopata nasce l'Italia come la conosciamo oggi. Grazie Mike, deve avergli detto un giorno Silvio.

3) il dettaglio dell'incontro tra Sarkozy e la Carlabruni, come l'ha raccontato Repubblica. Pare che insomma Sarkozy, dopo un mese che si era separato dalla moglie (un mese eh), si sentisse terribilmente solo. Chiama il suo amico Seguela (che detto tra parentesi mi fece prendere un bel 30 e lode con una tesina su di lui all'esame di psicologia sociale, quindi pure io gli sono grato in fondo) e gli dice: perche' non organizzi una bella cena con la tua banda? Alla cena partecipa la Carlabruni. Sarkozy fa tutta la sera il cascamorto e poi accompagna a casa la Carlabruni. Le chiede il numero di telefono. Sono le 2. Alle 2.05, racconta Seguela che riceve una telefonata della Carlabruni che dice: strano tipo il tuo amico, mi ha chiesto il numero di telefono 5 minuti fa e non mi ha ancora telefonato.

A me una roba del genere fa diventare matto. Ti apre un mondo di domande una frase come quella. Cosa sarebbe successo se. Io che non chiedo mai il numero di telefono, mi limito a dire cose tipo: la prossima volta che ci vediamo porto con me una penna cosi' possiamo scambiarci le mail. E poi aspetto di incontrare ancora una volta per caso quella deliziosa persona che il caso mi ha fatto incontrare gia' una volta, tanto a Londra ci sono solo 7 milioni di abitanti cosa volete che sia incontrarsi per caso.

E invece Sarkozy. Ecco, un buon proposito per il 2008.

4) l'inserto di Fahrenheit di ieri nel quale Roberto Freak Antoni inframmezzato da un montaggio di brani degli Skiantos, che uno mica si aspetta di sentire una roba del genere a Radio 3, racconta il movimento studentesco del '77 a Bologna.

Mi ha colpito ogni sua frase, nessuna esclusa. Un illuminato, o forse e' solo il tema che trattava, non lo so. Quando ha detto di quando si e' innamorato, e la persona della quale era innamorato dopo 2 mesi l'ha lasciato e a lui si e' spezzato il cuore ed e' scomparso dalla scena per alcuni mesi, beh in quel momento mi veniva voglia di abbracciarlo Freak Antoni.

Ma il meglio arriva verso la fine, quando dice: ho capito che il '77 era decisamente tramontato quando ho ascoltato una canzone di Vasco Rossi che diceva e' andata a casa con il negro la troia. Freak Antoni che dice: noi Skiantos ne dicevamo tante ma non avremmo mai detto una cosa del genere, non avremmo mai chiamato troia una compagna del movimento, una donna che ci piaceva.

Ecco, io mi sono messo a pensare. A tutti i passi indietro che si sono fatti. A come e' ancora bello scandalizzarsi per la bruttezza di questi tempi. E del linguaggio di questi tempi. Domandarsi cosa sarebbe successo se avessero vinto loro, quelli del '77, e se oggi vivessimo in un mondo senza negri, senza troie, ma con tanti esseri umani uguali in quella diversita' che ci potrebbe unire come una ricchezza senza fine. E, invece, ci divide.