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Osservazioni e ascolti

mercoledì 30 aprile 2008

Oggi cartoni animati




Ci ha messo un po' ad arrivare ma finalmente Persepolis e' uscito anche qui. L'ho visto ieri sera al solito Barbican, che detto per inciso e' l'unico cinema di Londra dove puoi vedere una prima visione a 7 sterline. Ormai pure il Curzon Soho, che e' un po' come dire a Milano l'Anteo, costa la bellezza di 12. Il cinema a Londra sta diventando un passatempo da ricchi, un po' come il golf e fare la spesa da Planet Organic.

Il Barbican pero' resiste a mantenere i prezzi bassi, con la sua aria distaccata da centro conferenze e i chilometri che devi fare le prime volte, prima di riuscire a capire che per arrivare al cinema devi salire all'ultimo piano e attraversare la serra.

Persepolis a me e' piaciuto molto, in parte perche' vado matto per i cartoni animati, e questo e' un cartone come quelli di quando eravamo piccoli noi, penna e carta e niente grafica tridimensionale al computer. Due dimensioni, non una di piu', e rigoroso concettuale bianco e nero per quasi tutta la durata del film.

E in parte per la storia, che e' elegia del displacement, e diventa struggente quando Marji constata che I was a stranger in Austria and in my Country too. Il senso del film sta proprio in quello spaesamento, in quella non appartenenza di Marji se non a se stessa. E nel suo aggrapparsi alla vita anche nei momenti bui, quando non credi piu' che un futuro possa esistere ne' qui ne' altrove.

La prima parte e' un po' didattica, specie quando racconta di come l'Occidente lo scia' se lo sia inventato di sana pianta per soddisfare la solita sete di oro nero. E poi ti fa vedere come la rivoluzione e' stata tradita e usata. E no, non ho visto la versione inglese con la voce di Iggy Pop a doppiare lo zio rivoluzionario di Marji, ma quella in francese con le voci di Chiara Mastroianni e di Catherine Deneuve.

Poi viene il bello, quando Marji prima si innamora del mondo occidentale, fatto di cassette di Abba e Iron Maiden spacciate al mercato nero di Teheran, e poi contro quell'Occidente impatta in maniera traumatica. E' questa la parte piu' bella del film, quella ambientata a Vienna: gli amici punk, un amore che si trasforma in mostro, la vita per strada. L'Occidente e' anche questo, ti racconta Persepolis: nessuna solidarieta' per la ragazzina che guarda con occhi affamati le sachertorte nelle vetrine delle pasticcerie del centro.

Ed e' un film di riferimenti: al neorealismo italiano quando racconta le difficolta' della vita, al rigoroso bianco e nero di Lang e Murnau nello stile grafico elegante e essenziale, a Miyazaki in versione riveduta e corretta in chiave minimalista.

E adesso immaginate che si sia rotta la pellicola, perche' sto per scappare, ancora una volta al Barbican ma questa volta al teatro, a vedere la prima europea di Homeland di Laurie Anderson.

[Se finisco il post arrivo tardi, ma prima vi devo dire che domani la versione radiofonica del blog salta, ma recuperiamo, eccome se recuperiamo, le prossime due domeniche, quando tocchera' a me condurre Prospettive Musicali, alle 22.35 su Radio Popolare].


[PERSEPOLIS trailer]

lunedì 28 aprile 2008

And then came the rush of the flood, the stars at night turned deep to dust

[Food for Though menu, Aprile 2008]


Alla fine degli anni '60 New York era l'Atlantic, Memphis la Stax, Detroit la Motown, Chicago la Chess. Solo New Orleans tra le capitali della musica nera, la New Orleans dei Meters, di Allen Toussaint, di Eddie Bo, non aveva una sua etichetta di riferimento.

A fare un po' di ordine tra la miriade di uscite per minuscole etichette che nascevano e morivano nello spazio di pochi 45 giri, ci sta pensando in questi anni la Soul Jazz. Comincio a pensare che la casa discografica legata a Sounds of the Universe, e il negozio stesso, siano di gran lunga le realta' piu' vivaci del panorama musicale londinese di questo decennio, quelle che sara' impossibile ignorare in qualsiasi futura retrospettiva.

Soul Jazz ha da poco pubblicato il secondo volume di New Orleans funk, ed e' una bomba, al pari del primo. Sono due dischi diversi pero'. Il primo volume era, per davvero, funk. Nel secondo disco invece si trova un po' di tutto: funk, ma anche parecchio soul e r'n'b.

E' un lungo viaggio, che parte dal 1956, con una delle prime produzioni di Eddie Bo. Roba frizzante. Al quale Eddie Bo, lo dico per inciso, la Vampi Soul ha da poco dedicato un'esauriente raccolta, totalmente imperdibile. E arriva, il viaggio di New Orleans funk, fino al 1974.

Il meglio questo volume lo regala con le presenze femminili. Betty Harris con la sua Show it. Se mi vuoi bene dimostramelo. Archi svolazzanti che ti portano via con loro. E poi You keep me hanging on, morbidissimo funk di Bonnie and Sheila.

Poi c'e' un brano che vi fara' saltare per aria letteralmente, vedrete. Una versione di Fortune teller fatta da Benny Spellman. Un classico: lo ripresero tutti, dagli Stones agli Who, fino a non riesco piu' a ricordare chi tra Fuzztones, Chesterfield Kings o Tell-Tale Hearts quando si era giovinetti, voi e io.

Poi cos'altro? Strepitosa, a partire dal titolo, I'm Mr. Big Stuff di Jimmy Hicks. Eccellente la cover di Bo Diddley, fatta da Art Neville. E modernissima, nel suo incedere quasi Massive Attack, Right place, wrong time di Ray J, che sto pensando di passare una delle prossime domeniche a Prospettive Musicali. Era un pezzo di Doctor John, ma Ray J l'ha riscritto completamente.

Il resto lascio che lo scopriate voi. E lo so che un po' da London Calling e' scomparsa la vita, tutte le osservazioni sul quotidiano al quale ci si dedicava tempo fa. Restano tra i commenti, che per me sono di gran lunga la parte piu' interessante e preziosa di questo blog.

Ma la vita sa a volte essere crudele o insignificante o banale, e invece la soul music no, la soul music nutre l'anima e fa muovere e fa sorridere, ed e' sempre dalla nostra parte la soul music.

[Eddie Bo - Hook & Sling]

venerdì 25 aprile 2008

E il lavoro sporco lo lasciamo fare a Josh

[Marie Sioux, Maggio 2007]


Io quando entro in contatto con un'etichetta come la Tompkins Square divento matto. Mi viene da pensare a tutto quello che c'e' dietro ai suoi dischi. E certo, la musica e' fatta di passione, e la musica underground che piace a noi piu' di qualunque altra perche' a pubblicarla e' tanto se rientri nei costi e il tuo tempo lo regali completamente.

Ma uno come Josh Rosenthal della Tompkins Square, del quale non ho nemmeno mai visto una foto, e' uno speciale, uno che e' sulla strada per diventare un Harry Smith o un Alan Lomax dei nostri tempi. Uno che vive di passione. Uno che ha trovato la sua direzione e la segue con convinzione, fino alle estreme conseguenze.

La Tomkins Square e' la Takoma del ventunesimo secolo, e questo non sono certo il primo a dirlo. Quella che pubblica e' musica per chitarre acustiche. Vecchia, nuova, blues, finger-picking, raga-rock, folk dei monti Appalachi. Registrata benissimo.

I tre volumi della raccolta Imaginational anthem, che sono il fiore all'occhiello della Tompkins Square, sono tutti e tre imperdibili. Quando usci' il primo, nel 2005, David Fricke di Rolling Stones ebbe a scrivere The history and beauty here speak for themselves, at the perfect volume.

Storia perche' tutti e tre i volumi mettono insieme outsider chitarristici del passato e del presente. Del passato: John Fahey, Robbie Basho, Sandy Bull. Del presente: James Blackshaw, Richard Crandell, Jose Gonzales. Giusto per fermarmi ai piu' noti.

Straconsigliati, gia' che ci sono, i dischi solisti di James Blackshaw, soprattutto The clouds of unknowing del 2007 e Celeste del 2004 ristampato quest'anno e finalmente disponibile: nel 2004 era uscito in sole 80 copie. E poi tutto quello che riuscite a trovare di Richard Crandell, in attesa di un po' di ristampe annunciate del suo back catalogue. Io ho In the flower of our youth del 1980 e l'ho rovinato di ascolti quel disco. Non si trova facilmente, ma Other Music dovrebbe averne ancora qualche copia nascosta sotto il banco. Quella che ho a casa io arriva da li'.

In questi tempi cupissimi di Muse e Kooks, questa e' roba per carbonari, lo so. Pero' c'e' un che di divertente anche a cercarla la buona musica, specialmente quando scavando trovi pepite di simili considerevoli dimensioni.

I CD arrivano con belle note di copertina ed eccellenti fotografie. Quella di George Stavis, a pagina due del libretto del volume tre, e' la mia preferita. All'aria aperta, capelli lunghi, barba, canottiera a righe, sguardo sognante perso nel vuoto e una pianta sullo sfondo.

Le chitarre acustiche sono questo. Le porti con te dappertutto e sono buone compagne di viaggio. Una chitarra acustica la suoni appoggiato a un albero e si sposa bene col canto degli uccelli. O sulla spiaggia, d'estate. Conosce sempre il volume giusto una chitarra acustica, come diceva Fricke.

Sono liberta', memoria, tradizione le chitarre acustiche, e possono suonare modernissime.

Cercate queste tre raccolte, e buona liberazione.


[Brad Davis and Greg Davis - Instrumental]

giovedì 24 aprile 2008

La pelle nera




Non fatemi entrare nei dettagli, ma insomma quel Salvavita Beghelli che e' diventato London Calling all'interno delle mie insulse giornate lavorative e' salvo. E allora usiamolo nel modo migliore.

Per esempio, andando ad ascoltare insieme una strepitosa raccolta che arriva dalla famosa scatola che e' stata in volo sull'Oceano per quasi due mesi, quella che e' atterrata finalmente Sabato scorso.

Qui a Londra, attorno alla meta' degli anni '60, non e' che arrivasse tutto quello che veniva inciso dall'altra parte dell'Atlantico. Ma qualcosa si', anche grazie ai mod che per il Northern soul andavano matti. E non solo per quello. In quegli anni, al seguito degli immigrati caraibici, arrivano a Londra ska, rocksteady e bluebeat.

La Pama era una delle piccole indipendenti che si occupava di importare questi suoni, per la gioia dei guidatori di Lambrette. Inizio' nel 1967 con il soul (45 della leonessa Betty Lavette, di Beverley Simmons, dei fantastici e modernissimi Crowns) e di li' a poco scopri' rocksteady e bluebeat.

A rispolverare il catalogo Pama ci pensa oggi una piccola etichetta specializzata in ristampe, la Wah-wah di Barcellona. Black is soul Pama single collection contiene ben 28 gemme di quell'epoca. Direi che non si va oltre il 1970. Ed e' un gran bel sentire ancora oggi, un eccellente equilibrio di r'n'b e indolenti ritmi in levare.

Il mio consiglio per oggi e' questo. Domani ripassate che ho un altro consiglio per voi, ma adesso devo scappare.


[Betty LaVette]

lunedì 21 aprile 2008

Food for thought

[World Food Cafe, Febbraio 2008]

Meraviglie del mail order: Sabato mattina mi e' arrivato un pacco di dischi partito da New York il 29 Febbraio. Me ne ero completamente dimenticato di quell'ordine, per cui aprire la scatola e' stata una vera e propria sorpresa.

Sono saltate cose fuori cose che non avevo nemmeno piu' idea di avere comprato. Molte ristampe, soprattutto di jazz e soul in varie combinazioni.

Gioiello della scatola direi che e' l'unico disco, uscito nel 1972 peraltro in edizione privata, inciso da un gruppo jazz blues di Boston chiamato Natural Food. Con i quali collaboro' brevemente anche un gigante di quel genere di musica, un allora giovane John Abercrombie.

Il disco si chiama come loro, e usciva autoprodotto per l'etichetta del tastierista Mait Edey, che si chiamava Seeds, Chissa', magari in onore al gruppo di Sky Saxon. La musica pero' non c'entra molto con quella degli psychedelici californiani. I Natural Food suonavano una specie di blues elettrico, non lontano anni luce da John Mayall e dai primissimi Fleetwood Mac. Con in piu' pero' una propensione per raffinatezze jazz, rappresentate dall'aggiunta in primo piano di sax alto e tenore in alcune tracce.

Album peraltro quasi interamente strumentale, tutto tranne tre tracce cantate da tale Latifah che si rifa' piuttosto apertamente a classici del vocalismo nero quali Bessie Smith e Ma Rainey.

Loro erano un po' bianchi e un po' neri, barbuti, con giacche e cappelli da mercatino e capelli incolti al punto giusto che piace a noi.

Non andranno da nessuna parte i Natural Food. Il loro disco rimarra' sepolto fino al 2007, quando, a 35 anni dalla sua genesi, la mai sentita prima Porter decide di ristamparne una manciata di copie.

Una si trova qui davanti a me, ci ha messo quasi due mesi ad attraversare l'Atlantico, ed e' un gran bell'acquisto, che consiglio.

Tempi difficili in tutti i sensi, non inizio nemmeno a raccontare, ma la musica e' come sempre al nostro fianco. E questa scalda il cuore.

[Natural Food]

venerdì 18 aprile 2008

Songs to remember

[Balanescu Quartet, Union Chapel, Aprile 2008]


Ho appiccicato qui sopra qualche foto scattata ieri sera, e poi mi sono messo a fissare lo schermo del computer provando un'insolita sindrome da foglio bianco.

Da dove iniziare a parlare di un'esperienza come il concerto di ieri. Dal luogo, dalla musica, dal contesto, dal pubblico, dall'atmosfera, dalle immagini che scorrevano sullo schermo alle spalle dei musicisti. Significherebbe in qualsiasi caso scindere qualcosa di profondamente indivisibile, del quale fai esperienza tutt'insieme. Un tutto armonico, capace di infondere grazie proprio a quella combinazione di elementi uno stato contemplativo, qualcosa di simile a una meditazione.

Alla Union Chapel sono arrivato presto, forse anche un po' troppo. La Union Chapel e' una chiesa congregazionale, che vuol dire che la Domenica leggono il Vangelo e poi lo commentano un po' tutti assieme con l'obiettivo di capire cosa ci puo' insegnare nel mondo di oggi. Sono non gerarchici, ci tengono a specificare.

E invece la sera ci fanno concerti. Io ci ho visto un po' tutti, da Sparklehorse ai Low, dalla Penguin Cafe Orchestra agli Spiritualized. Tutti piu' o meno unplugged, con la luce delle candele a illuminare l'abside che diventa un piccolo palco, con tutte le panche attorno.

Ieri sera alla Union Chapel ha suonato il quartetto di Alexander Balanescu. Entravi e ti davano un foglietto con il programma della serata. Io mi sono seduto su una panca proprio davanti al palco e mi sono messo a pensare a questa frase di Primo Levi, riportata come introduzione al programma:

Perhaps the memory is like a bucket: if you want to cram into it more fruit than it will hold, the fruit is crushed.

Arriva da Se non ora, quando?, e si', la memoria e' come un secchio e dobbiamo stare attenti a cosa mettiamo in quel secchio. Che l'acqua sia sempre pulita, cristallina. Il resto via, via senza rimpianti.

Alexander Balanescu e' uno che ha collaborato un po' con tutti: David Byrne, Peter Greenaway, Gavin Bryars, gli Spiritualized, Kate Bush, i Kraftwerk. Uno che arriva dall'Arditti Quartet, uno che col violino suona, bene, tutto quello che vuole: folk, contemporanea, pop. Uno da seguire, che ti porta in posti che nemmeno te li immagini.

Ieri sera ha fatto tre cose. La prima e' un ritratto in musica dello scultore Maurice Blik, uno che e' stato bambino in un campo di concentramento e che oggi realizza bronzi non troppo diversi da quelli di Brancusi. La musica accompagna un video di Gillian Lacey e ne segue le atmosfere. Si fa dissonante quando vuole evocare l'esperienza del lager e poetica quando la videocamera accarezza le forme delle sculture.

La seconda e' un brano tratto da Luminitza, il disco del ritorno in Romania dopo la caduta del ditattore Ceausescu, e del recupero della tradizione folkloristica di quel Paese. Si intitola Mother e ascoltate in una fredda serata in una chiesa silenziosa e poco illuminata puo' commuovere fino alle lacrime. E' di una dolcezza e di un raccoglimento come solo raramente la musica, la migliore musica, sa essere.

La terza e' una celebrazione della vita, dei piccoli piaceri che rendono la nostra esistenza degna di essere vissuta. Il video che l'accompagna e' il montaggio di una serie di pellicole abbandonate e poi ritrovate dopo molti anni, che ritraggono i ballerini di una compagnia di danza russa in tour in Australia, mentre danzano in costume da bagno su una spiaggia. Immagini ingiallite, che sono il tempo che scivola via, e, penso mentre le vedo scorrere, le memorie cristalline che vogliamo portare con noi, quelle che ci fanno sorridere.

Il concerto finisce e mi fermo a scambiare qualche impressione con Alexander. Ricordiamo il freddo di una sera invernale, quando lui e Gavin Bryars suonarono sul ponte della Turbine Hall e io, come e' successo anche ieri, mi lasciai trasportare dalle loro note senza opporre un'inutile resistenza. Mentre stiamo parlando, si intromette tra di noi la figlia della violista del quartetto, una bambina che avra' sei o sette anni. Congratulazioni, ma ho avuto paura quando ho visto le immagini dei campi di concentramento dice, un po' turbata. Alexander e io la guardiamo e poi rimaniamo silenziosi.

Forse stiamo pensando la stessa cosa: anche noi abbiamo provato il suo stesso, purissimo e nobile, sentimento.


[David Byrne-Balanescu Quartet-Possessed]

mercoledì 16 aprile 2008

E adesso con o senza Walter tutti in Africa

[World Food Cafe, Febbraio 2008]


Lo abbiamo detto tante volte qui a London Calling: la musica inglese e' defunta da un pezzo. Il Paese che ha dato al mondo gli Stones, i Beatles, Barrett, i Soft Machine, i Clash, i Fall, gli XTC, i Joy Division, Sylvian, PJ Harvey oggi sa soltanto esprimere Kooks, Adele, Duffy, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys. Nulla quindi. Un'agghiacciante ripetitivita', uno sconcertante appiattimento sul passato.

Chi da una posizione di outsider osa dire cose nuove e diverse e' costretto ad emigrare per vedere riconosciuto il proprio talento. Antony Hegarty, Michael Cashmore, James Blackshaw (che credo viva ancora qui ma viene pubblicato da un'etichetta newyorkese), giusto per fare qualche nome.

Cosa resta quindi della vitalita' della musica inglese? Perduta la creativita', resta diciamo cosi' tutta la sovrastruttura: il gusto e l'apertura nei confronti della scoperta, alcuni bastioni di resistenza (qui a Londra su tutti il Vortex), una solida storia di etichette indipendenti, una stampa piuttosto attenta (Wire in primis, ma anche gli inserti del Venerdi' di Guardian e Independent), alcuni negozietti che tra mille difficolta' promuovono uscite coraggiose (in realta' ne sono rimasti due in tutta la citta': Sounds of the Universe a Soho e Honest Jon's a Ladbroke Grove). Si tratta di espressioni portate avanti da un pubblico adulto, dai 40 in su, ma insomma un approfondimento in questo senso ci porterebbe parecchio lontani dalla cosa della quale vi voglio parlare oggi.

Che e' un'etichetta di Brighton che ho da poco scoperto e della quale sto recuperando un po' tutto il catalogo. Si chiama Soundway e il suo manifesto dice:

Our mission is to release underground tropical dance music with a funky flavour. With a philosophy of quality not quantity we hope to delve deep into areas that have gone unnoticed, uncovering tasty musical gems for the dance-floor and beyond. Our releases will all be accompanied by detailed research and all will be fully licensed. Music from Africa, Latin America the Caribbean that stands out as being original or different in some way will be on our agenda.

Non lasciatevi troppo spaventare dai referimenti alla dance culture e al dancefloor. Nei dischi della Soundway dedicati all'Africa (che sono i migliori del loro catalogo) si trovano per lo piu' afro-beat e afro-rock. Pensate a Fela Kuti e a King Sunny Ade. O a qualcosa di non troppo lontano dai Tinariwen, solo virati in chiave ancora piu' funk.

Per avvicinarsi alla Soundway consiglio la doppia raccolta Nigeria special, che mette insieme 26 singoli usciti tra il 1970 e il 1976. La grafica della confezione (un digipak apribile in 4) e' assolutamente strepitosa, le registrazioni sono state rimasterizzate dai nastri originali, e le note di copertina si leggono come un bel libro.

Una volta fatta la conoscenza delle radici, consiglio il dischetto che sta girando piu' spesso nel mio lettore in questi giorni, che si intitola Nigeria disco funk special: the sound of the underground Lagos dancefloor. Questa volta i singoli sono solo 9, tutti di durata consistente, immagino si trattasse di 12". Usciti tra il 1974 e il 1979 quando, raccontano le note di copertina, Lagos divento' la capitale musicale dell'Africa Occidentale, con piu' locali dove ascoltare musica rispetto a Dakar e a Kinshasa.

The suburbs of Ikeja, Yaba & Surulere had reputations as places to head for good night out, but also where you should watch your back.

Non sembra affatto di ascoltare 9 gruppi diversi, ma 9 tracce dello stesso gruppo: e' musica parecchio uniforme nello stile e nelle sonorita'. E veniva alternata dai DJ di Lagos, cosi' si legge, ai vinili di importazione di Brass Construction, BT Express, James Brown.

Su tutti consiglio l'ascolto dei Sahara All Stars. La loro Take your soul fa quello che il titolo promette.


[Soundway Records]

lunedì 14 aprile 2008

La danza del caso

[Sadler's Wells, Marzo 2008]

Non so se riesco a spiegare come mi sento ma ci voglio provare. Sono ormai sette anni che sto da queste parti. In questi sette anni ho visto centinaia di concerti. Di ogni tipo. Musica medioevale, elettronica d'avanguardia, folk, indie, jazz, reggae, musica africana, gitana, brasiliana. In teatri, chiese, fabbriche convertite, auditori, all'aperto.

Una parte di me sta iniziando a dire basta. E cerca altro. Danza, seminari, spettacoli multimediali.

Sadler's Wells, tempio della danza contemporanea che si trova a dieci minuti a piedi da casa, fino a non molto tempo fa, mesi diciamo, mi lasciava indifferente. Ci passavo davanti e nemmeno lo notavo. Poi dev'essere successo qualcosa. Con cautela un mesetto fa sono entrato e ho preso il loro programma. Gia' che c'ero, ho esplorato il foyer e il caffe' al primo piano. Mi sono fermato a fare qualche foto, il mio modo di familiarizzare e segnare il territorio.

Il giorno dopo, la mia amica tedesca A. mi ha parlato di questa compagnia di danza a suo dire straordinaria che si chiama Random Dance. Fanno la prima di una loro danza all'inizio di Aprile, perche' non andiamo insieme.

Io di danza non so scrivere, quindi abbiate pazienza. Ma mentre ero li', seduto a pochi metri dal palco, pensavo che davanti a me si stava svolgendo non un balletto, ma una sorta di animazione di un quadro cubista. Tutto perfetto e incredibile nei dettagli, come se ogni singolo istante fosse stato capace di fotografare uno stato di armonia tra corpi e musica, spazi e movimenti sospesi.

Si intitola Entity la danza che ho visto. Tutto terribilmente minimalista come piace a me. Spazi vuoti che si animano di corpi che diventano forme in rapida trasformazione. Che si incontrano e si lasciano, come nel gioco della vita. E come nel gioco della vita gli incontri possono essere estatici o guerreschi.

La prima parte e' migliore della seconda. Piu' angolare, in sintonia dissonante con un magnifico quartetto d'archi di Joby Talbot. Poi il tutto si evolve in chiave per me un po' troppo atletica e spettacolare, e il quartetto d'archi lascia spazio a ritmi elettronici che non mi sono piaciuti molto, come potevo prevedere.

Ma la prima meta' merita decisamente. Entity arriva alla Biennale di Venezia dal 20 al 22 Giugno, e poi a Dicembre a Ferrara, Trento e Civitanova Marche.

[E adesso tutti con le dita incrociate che stanno per dare gli exit poll].

venerdì 11 aprile 2008

L'anima nera della riva sinistra

[Radio Popolare, Marzo 2008]

Un giorno bisognerebbe cercare di capire il rapporto tra musica che si ascolta e luogo geografico nel quale si vive. Quanto la musica che ascolti e' funzione del desiderio di fuga dal qui e ora, di oblio del presente.

Mi sono spesso domandato se davvero la musica britannica di questi anni fa cosi' schifo come penso, oppure se molto piu' semplicemente sono io a cercare di prendere le distanze meglio che posso da questo luogo e tempo e a cercare rifugio altrove.

In questi giorni, un riparo sicuro me lo sta offrendo il jazz piu' astratto, quello che chiamano spiritual jazz. Ascolto per ore intere senza stancarmi Sun Ra, Art Blakey, Phil Ranelin, Philip Cohran, Bill Dixon, Matana Roberts.

Ma l'album che gira piu' spesso di questi tempi nel mio lettore e' un dischetto pubblicato nel 1974 dalla francese Chant du Monde. Lo incisero il saxofonista Hal Singer e il pianista Jef Gilson, entrambi in quegli anni expat americani a Parigi. Si intitola Soul of Africa, un titolo che fa gia' capire tutto.

La musica e' jazz che torna ad abbeverarsi alle sorgenti eterne della musica e del ritmo, l'Africa.

Hal Singer ho calcolato che adesso ha 89 anni. Ancora recentemente si e' esibito insieme a Charlie Watts. Vive tuttora a Parigi, ed e' ancora in forma. Il jazz spirituale evidentemente mantiene sempre giovani.

Jef Gilson era un pianista californiano che dopo un lungo periodo in giro per il Medio Oriente e in Madagascar, decide di stabilirsi nella capitale francese. Dove mette insieme un settetto di musicisti che ebbe la particolarita' (proprio come il gruppo di Sun Ra) di introdurre il suono dell'organo in una formazione jazz.

Difficile descrivere Soul of Africa, va necessariamente ascoltato. Grazie ai suoi 5 viaggi in nel continente nero, Singer infonde di spirito africano e caraibico la materia jazz. Ritmi high life incontrano frammenti di Coltrane.

Il disco esce per l'olandese Kindred Spirits, nella collana Free Spirits. Piu' liberi di cosi' e' impossibile. Mettete un po' di Rive Gauche nel vostro fine settimana.

[Un paio di righe su questa campagna elettorale che mi e' piaciuta moltissimo. Pura commedia dell'arte. Prendiamo i fucili, non gliela do, perizia psichiatrica ai magistrati, Totti fuori di testa. Strepitoso, un calore umano che qui ce lo sognamo. E chi se ne frega dei precari, dell'ambiente, dei rating internazionali, della crescita zero. Il Paese sta per consegnarsi ancora una volta per cinque anni nelle mani del nano giullare e dei suoi camerati. Il progetto piduista di Gelli e' salvo. La televisione ha ancora una volta fatto un eccellente lavoro di annullamento di qualsiasi coscienza critica. Ora non resta che terminare l'opera, cancellando la Resistenza dai libri di storia e sostituendo Mangano a Gramsci. E sono passati solo 40 anni.]

[Hal Singer Jef Gilson dr. Lloyd - Miller Le Grand Bidou]

martedì 8 aprile 2008

Che fare, anno primo numero 2


Aprile

8:
A SILVER MT. ZION, Scala

7 -12:
SOUNDS LIKE MUSIC, Glasgow (stagione di concerti con lavori di Harvey, Xenakis, Stockhausen, Boulez)

10:
A HAWK AND A HACKSAW, Hammersmith Apollo

10:
LALO SCHIFRIN & LONDON SYMPHONY ORCHESTRA, Barbican

10 - 12:
ENTITY, Sadler's Wells (balletto con musica di Nico Muhly e Jon Hopkins)

14, 17, 20:
BJORK, Hammersmith Apollo

16:
LONDON SINFONIETTA, Queen Elizabeth Hall

17:
BALANESCU QUARTET, Union Chapel

18 -28:
ETHER, South Bank (festival con Current 93, Marc Almond, Baby Dee, Pere Ubu)

19:
FLOWER - CORSANO DUO, St. Giles in the Fields

23:
OLD TIME RELIJUN + MAGIC MARKERS + EVANGELISTA, Cargo

30/ 4 – 3/5:
LAURIE ANDERSON, Barbican

Maggio

1:
BALANESCU QUARTET, Oxford North Wall

3:
BETWEEN CATEGORIES: MUSIC, SOUND AND THE MOVING IMAGE, Chelsea College of Art & Design Lecture Theatre (seminario sul rapporto tra musica e cinema)

6:
NEW NOISE, Purcell Room

7:
SEBADOH, Koko

7 – 9:
NICK CAVE & THE BAD SEEDS, Hammersmith Apollo

8 - 12:
ATMOSPHERES 2, Museum of Garden History (festival di suoni della natura, con Christian Fennesz, Philip Jeck, Robert Hampson)

9 - 10:
FRAGMENTS OF VENICE, Royal Festival Hall (festival dedicato a Luigi Nono)

10:
SONIC RECYCLER, Brentford Watermans Art Centre (festival con David Toop, Sean O’Hagan, Laetitia Sadier, ecc.)

12:
HOWLIN RAIN + MEAT PUPPETS + WOODEN SHJIPS, Scala

13:
ALEXANDER HAWKINS ENSEMBLE, Vortex

18 – 19:
SWEDISH OUTSIDERS, in giro per la citta’ (festival con Mats Gustafsson + Evan Parker, nuovo cinema indipendente scandinavo, ecc.)

23:
PUBLIC ENEMY Brixton Academy

24:
RICHARD THOMPSON, Royal Festival Hall

Giugno

5:
VETIVER, St. Giles in the Fields

5:
STEPHEN MALKMUS & THE JICKS, Shepherd’s Bush Empire

12:
WAITING FOR THE BARBARIANS, Barbican (prima esecuzione in Gran Bretagna di un’opera di Philip Glass)

13 – 19:
SOUNDWAVES, Brighton (festival con esecuzione di lavori di Terry Riley, John Cage, Arvo Part, ecc.)

29:
PENTANGLE, Royal Festival Hall

30:
LOU REED, Royal Albert Hall

Luglio

11 - 13:
SUPERSONIC, Birmingham Custard Factory (festival con Wooden Shjips, Battles, Guapo).

lunedì 7 aprile 2008

In un altro ti svegli e devi ricominciare da zero

[Clerkenwell, Aprile 2008]

Fa sempre un certo effetto quando la metereologia segue il tuo cambiamento di clima interiore. Tutto questo freddo, tutta quella neve. Adesso anche la primavera deve ricominciare da zero, sono in buona compagnia.

Per ricreare il mondo bisogna partire dai suoi elementi primi. Terra, aria, fuoco, acqua. Devono averlo pensato anche Lula Cortes e Ze Ramalho quando hanno inciso questo Paebiru'. Che e' un disco di rifondazione, completa e radicale, della musica.

Tutta la musica. Il folk di Pernanmbuco, nel Nord Est del Brasile, da dove provenivano. La psychedelia. Tropicalia. Il funk. Il rock. La world music.

Tutto si mischia in quest'ora di musica purissima, primigenia. Il primo disco post rock della storia e' questo. 1975. Lo incidono, lo stampano, e quasi tutte le copie vengono distrutte da un'inondazione del magazzino. Una tragedia. Quei pochi vinili che si salvano finiscono nelle mani di collezionisti. Diventa il disco piu' caro della storia della musica brasiliana.

Finalmente, oltre trent'anni dopo, la Mister Bongo decide che e' arrivato il tempo di ristamparlo. Mai sentito nulla di simile. I musicisti sul disco sono in tutto una dozzina. Suonano come se fossero parte della natura. Quattro suites, una per ogni elemento. Se fanno riferimento all'aria senti il vento e canti di uccelli tropicali. La terra e' percussione di tronchi. Nella sezione dedicata all'acqua senti lo sciabordio del mare e lo scorrere di torrenti. Quella dedicata al fuoco e' in assoluto la piu' forsennatamente ritmica.

E gli strumenti che usano: archi, fiati, ottoni, robe etniche mai viste, chitarre acustiche ed elettriche. Una la chiamano guitarra eletrica e nervosa. Tutte le percussioni che avete sentito, e altre che non avete mai sentito prima. E' Brasile e Germania insieme. Mutantes e Amon Duul, Alceu Valenca (che ci suona davvero) e Faust. Totale armonia col creato, abbandono in esso.

Culti druidici e pre-colombiani recuperati in forma psychedelica. Sorridevo ascoltandolo, pensando a Julian Cope, che senza dubbio un album come questo lo sente dalla mattina alla sera.

Altra, altrissima musica. Da ascoltare ripetutamente prima di riuscire a entrare dentro tutta la sua complessita'. Quadratura assoluta di stati mentali, metereologici e musicali. Un viaggio, un'esperienza, una rivelazione.

[O procurado número um do Brasil]

venerdì 4 aprile 2008

To know her is to love her

[Regent's Park, Febbraio 2008]

A Londra e' arrivata la primavera. All'improvviso. Ha colto tutti alla sprovvista, dopo le piogge insistenti degli scorsi giorni.

Tempo ideale per andare a rovistare con fiducia tra le ristampe soul di Sounds of the Universe. La mia fissazione di questi giorni e' una cantante che incise un album per la Stax e due per l'Atlantic. Si chiama Margie Joseph. Come sia il disco su Stax non ve lo so dire perche' non l'ho mai ascoltato, ma i due su Atlantic sono spaziali.

Arrangiati da Arit Mardin, che in quegli anni lavorava anche con Aretha Franklin e Wilson Pickett. Dopo essere stato scoperto a Istanbul da Dizzy Gillespie e Quincy Jones che gli dissero cosa ci fai qui vieni in America. Arrangiamenti di velluto, archi svolazzanti, fiati soul jazz che rimbalzano sa tutte le parti.

Il mio preferito e' Sweet surrender, anno di grazia 1974. Se volete cominciare con uno, partite da quello. Come il precedente, un bell'equilibrio di originali e cover. Alcune anche belle famose. To know you is to love you, che Stevie Wonder non ho mai capito se scrisse per Syreeta Wright o per BB King (le loro versioni uscirono nello stesso anno mi pare). My love di Paul McCartney, il quale quando senti' la versione di Margie Joseph scrisse un telegramma di complimenti e supporto. E ci credo. La sua voce si fa sussurro ruggito miagolio violino respiro.

Ma forse il capolavoro dell'album e' una versione di (S)he's got the way, che arriva da Cold spring harbor di Billy Joel, anno 1971. Disco, quello, assolutamente strepitoso. Se non lo conoscete, fatevi un regalo in questo fine settimana. Il songwriting soul-blues del primo Billy Joel va assolutamente rivalutato. E in quel brano di Joel, la dolce Margie mette in luce tutte le sue potenzialita' di blues singer. Bravissima lei, superlativi i cori, impressionanti gli arrangiamenti.

Una particolarita' di questo Sweet surrender e' quella di avere ogni pezzo mixato con quello immediatamente precedente, il che genera un'esperienza d'ascolto molto organica e continua.

Buttate a mare le schifezze di quarta mano di Amy Winehouse e Duffy: concedetevi gli originali, e regalate un po' di fortuna a questa dimenticata e originalissima soul sister.

[Margie Joseph - One More Chance]

mercoledì 2 aprile 2008

Ministry of sound

[Gilberto Gil, Barbican, Marzo 2008]

Il presidente Lula e' gentile con me: mi permette ogni anno di dedicarmi per uno o due mesi completamente alla mia musica, che e' un bel privilegio per un ministro. Quando lo dice si e' ormai creata un'atmosfera che e' impossibile da descrivere. La sala concerti del Barbican lo sapete quanto e' grande, e pero' per qualche ragione sembra di essere a Bahia, nel soggiorno di casa Gil, con lui che introduce ogni pezzo come se stesse intrattenendo un piccolo gruppo di amici.

Quasi tutti brasiliani per altro. Donne meravigliose, persone di ogni eta' che se solo incroci il loro sguardo ti rispondono con un sorriso. E il calore che accoglie Gil e' impressionante. I brasiliani lo amano il loro ministro della cultura, che di se' dice una volta ero quello che scagliava le pietre, adesso sono diventato il vetro.

Non gli crede nessuno. Gilberto Gil resta una delle voci piu' complete del repertorio brasiliano, capace di muoversi con agilita' tra bossanova, samba, tropicalia. Quarant'anni e piu' di musica portati benissimo. Un eterno ribelle.

Concerto interamente acustico, pieno di memoria. Gli anni trascorsi a Londra in fuga dalla dittatura militare, che lo aveva sbattuto in prigione. Lui e Caetano vissero tra Chelsea e Notting Hill tra il 1969 e il 1972. Ascoltavano i Beatles e il reggae, che restano enormi influenze nella loro musica. Divennero amici personali di George Harrison. Londra e' la mia terza citta', dopo Bahia, dove sono nato, e Rio.

Dei Beatles riprende When I'm 64 e Penny Lane. Di Marley rifa' una No woman no cry che ho ancora i brividi adesso. Venti canzoni in tutto, sei delle quali eseguite insieme al figlio Ben.

E tutt'attorno l'acustica perfetta del Barbican e il calore del Brasile.

[Vorrei chiudere con un ricordo di Angus Fairhurst, che ci ha deciso di lasciarci a soli 41 anni. Fairhurst e' stato uno dei fondatori del movimento degli Young British Artists insieme a Damien Hirst e a Sarah Lucas, una ventina di anni fa al Goldsmith College. Aveva lo studio a Clerkenwell, vicino a dove vivo. Lo incontrai una sola volta, anni fa, a una private view organizzata dalla Tate. Rimanemmo un bel po' a parlare quella sera: lui, Sarah Lucas e io. All'inizio non fu facile rompere il ghiaccio, specie con Sarah che in principio e' davvero di poche parole. Progressivamente l'atmosfera si sciolse, e capii di trovarmi con due persone speciali. Quella con loro fu una delle conversazioni sull'arte piu' interessanti che ricordo di aver avuto, e mi sento privilegiato per aver potuto vivere quell'incontro. Riposa in pace Angus].

[Gilberto Gil e Os Mutantes - Domingo no Parque]