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Osservazioni e ascolti

domenica 31 agosto 2008

Prospettive Musicali del 31/ 8/ 08

1) CONOR OBERTS Get-well-cards (da Conor Oberst, Wichita 2008)

2) MY BRIGHTEST DIAMOND Ice and storm (da A thousand shark's teeth, Asthmatic Kitty 2008)

3) DENNIS WILSON River song (da Pacific Ocean Blue, Columbia 1977)

4) DENNIS WILSON It's not too late (da Pacific Ocean Blue, Epic 2008)

5) DENNIS WILSON Dreamer (da Pacific Ocean Blue, Columbia 1977)

6) YELLOW HAND Down to the wire (da Yellow Hand, Renaissance 1969)

7) GAL COSTA Cultura e civilizacao (da Gal, Philips 1969)

8) GAL COSTA Tuareg (da Gal, Philips 1969)

9) GAL COSTA Meu nome è Gal (da Gal, Philips 1969)

10) TAMBA TRIO Consolacion (da Brasil saluda a Mexico, Philips 1966).

Puntata dedicata ai dischi che hanno accompagnato quest'ultima parte dell'estate. Domani inizia Settembre e si torna a Londra che mi dicono essere già autunnale e piovosa. Da domani o dopo riprenderò anche a postare regolarmente. Adesso invece vado a trascorrere la notte con Tomatom per aiutarlo a sbobinare un'intervista con Todd Rundgren.

domenica 17 agosto 2008

Prospettive Musicali del 17/ 8/ 08

1) A CERTAIN RATIO Waterline (da Waterline, Factory 1981, rist. in Early, Soul Jazz 2002)

2) A CERTAIN RATIO Do the du (da The graveyard and the ballroom, Factory 1979, rist. in Early, Soul Jazz 2002)

3) A CERTAIN RATIO The fox (da The graveyard and the ballroom, Factory 1979, rist. in Early, Soul Jazz 2002)

4) HERCULES AND LOVE AFFAIR Time will (da Hercules and Love Affair, DFA 2008)

5) CONTORTIONS Jaded (da VV. AA. No New York, Antilles 1978, rist. Lilith 2005)

6) HEAR, O ISRAEL Matovu - bor'chu (da A prayer ceremony in jazz, stampa privata 1968, rist. Jonny 2008)

7) MELVYN PRICE Voodoo love dance (da Rhythm and blues, Mel-Dor 1974, rist. Wax Poetics 2008)

8) LORD BEGINNER Jamaica hurricane (da The best of Bob Dylan's theme time radio hour volume 2, Chrome Dreams 2008)

9) CHARMER Back to back, belly to belly (da The best of Bob Dylan's theme time radio hour volume 2, Chrome Dreams 2008)

10) ELLA MAE MORSE Forty cups of coffee (da The best of Bob Dylan's theme time radio hour volume 2, Chrome Dreams 2008).

Puntata dedicata alla simpatica famiglia di filippini che mentre ero in treno verso Milano, vedendomi in piedi, si sono stretti per lasciarmi un sedile vicino a loro, al contrario degli italiani che dietro i loro occhiali firmati proseguivano nei loro sogni imbambolati di televisione calcio SUV e esercito.

Il blog si prende un paio di settimane di riposo. Ritornerà il 31 Agosto, giorno in cui tornerò anche ai microfoni di Radio Popolare Milano e Radio Popolare Roma con una nuova puntata di Prospettive Musicali.

Fino ad allora, auguro a tutti un buon mese di Agosto.

mercoledì 13 agosto 2008

If anyone is listening in Acegua', could they let us know?

[Indian Festival, Gunnersbury Park - Agosto 2008]


Sabato pomeriggio ho visto un film delizioso, uno di quei film con un budget risibile e una grande idea. I film che piacciono a voi e a me.

Arriva dall'Uruguay, si intitola El bano del papa, e a dirigerlo sono due registi che dalle interviste che sono riuscito a trovare in giro sono davvero intelligenti. Non e' il primo film uruguayano del quale vi parlo a London Calling. Il 4 Gennaio 2006 vi parlai di un'altra pellicola a budget infinitesimo, intitolata Whisky, che fini' dritta diritta tra le mie preferenze dell'anno precedente.

El bano del papa ricalca lo stesso linguaggio filmico, forse strizzando l'occhio un filo meno a Kaurismaki e piu' al neorealismo italiano. La capacita' di fare sorridere parlando di temi seri, pero', e' esattamente la stessa.

In questo caso, il film ammonisce nei confronti delle religioni organizzate, prendendo ad esempio la religione cattolica. Che nel film appare distante, totalmente disinteressata alla sofferenza della gente comune. Un fenomeno eminentemente mediatico.

El bano del papa e' la storia di Beto, contrabbandiere non certo per scelta ma per necessita'. Beto vive a Melo, a 40 miglia dal confine con il Brasile. Tutti i giorni percorre le 40 miglia sulla sua vecchia, arrugginita bicicletta, e poi ritorno, per trafficare beni di prima necessita' dal Brasile all'Uruguay, guadagnando in questo modo quello che basta per vivere per la moglie, la figlia e per se stesso.

Vita dura, trascorsa cercando ogni giorno uno stratagemma per passare il confine senza farsi notare, insieme ai colleghi di pedalate, Valvulina e Tica.

Un giorno la televisione annuncia che il papa in persona arrivera' a Melo per celebrare una funzione religiosa. La notizia, che ha dell'incredibile, si diffonde in paese in un battibaleno. Le previsioni di affluenza, in una gag irresistibile, salgono rapidamente da 30 mila a 200 mila fedeli, raddoppiando ad ogni passaparola.

Cosi', gli abitanti di Melo si scatenano in un crescendo di imprenditorialita' che sembra non avere limiti. Tutti a fare prestiti e investire i magri risparmi di una vita per comprare griglie e cibo con il quale sfamare il torrente di pellegrini che, si dice, arriveranno da tutto l'Uruguay e dal Brasile.

Beto ha un'idea ancora migliore, quella di costruire un bagno a pagamento. Straordinaria la procedura di costruzione del tutto approssimativa - il bagno non ha uno scarico - e il training di moglie e figlia per chiedere l'obolo con gentilezza, e con la stessa gentilezza fare in modo che ogni fedele non impieghi piu' di due minuti.

Naturalmente e' facile capire come andra' a finire. I 200 mila pellegrini previsti, saranno solo 8 mila, per lo piu' locali, che si porteranno panini da casa. Le file di macchine e pullman si ridurranno a un solo pullman che percorre una strada deserta. Un reporter della televisione assiste attonito, chiedendo: If anyone is listening in Acegua', could they let us know?

Il papa arrivera', dira' una preghiera e se ne andra' com'era venuto, totalmente distratto dal prossimo appuntamento mediatico in agenda. Il cibo che avrebbe dovuto sfamare i 200mila pellegrini verra' divorato dagli animali randagi. La povera comunita' e' ancora piu' in ginocchio di prima, nella totale indifferenza degli alti prelati e del papa stesso.

Dice a proposito del film Cesar Charlone, uno dei registi: It's a story about the individual's need to have a dream, to hope for something better. But it's also an atypical love story about a father's need to be loved and accepted, perhaps even admired, by his daughter.

Film amaro, di struggente poesia, da vedere assolutamente se lo trovate. Gia' che ci siete, cercate di recuperare anche Whisky di Rebella e Stoll, per una serata con i fiocchi.

[El Baño del Papa Trailer]


La fotografia della prostituta maltrattata e abbandonata sul pavimento di una cella, a Parma, sta facendo il giro del mondo, cosi' com'e' successo recentemente con le foto dei ragazzini rom schedati per il solo fatto di esistere, per i racconti delle vittime della Diaz e per i capelli di plastica del nano. Questa e' l'immagine dell'Italietta berlusconiana che arriva qui all'estero. Giusto cosi' lo sapete, e magari lo fate sapere pure ai lettori del Giornale e di Libero, ammesso che ne conosciate, naturalmente spero per voi di no.

Viene in mente questa poesia di Charlie Mingus:

One day they came and they took the communists,
And I said nothing because I was not a communist.
Then one day they came and they took the people of the Jewish faith,

And I said nothing because I was had no faith left.
One day they came and they took the unionists,

And I said nothing because I was not a unionist.
One day they burned down the Catholic churches.

And I said nothing because I was born a Protestant.
Then one day they came and they took me.

And I could say nothing because I was guilty as they were,
For not speaking out and saying that all men have a right to freedom.

[Blues for peace]


E infine vi ricordo Prospettive Musicali, tutte le domeniche alle 22.35 su Radio Popolare Milano, Radio Popolare Roma e un po' di altre radio di Popolare Network. Domenica 17 Agosto tocca a me condurre il programma.

[Radio Popolare]

lunedì 11 agosto 2008

Well, this type of record, there's no market for it

[South Kensington, Agosto 2008]


Come previsto, e' piovuto per tutto il fine settimana. Non senza tregua, piuttosto nel modo di piovere che caratterizza il tempo inglese. Acquazzoni a tradimento. Ti asciughi un poco e poi subito giu' un'altra dose di acqua. Cosi' per due giorni. Il sole si e' visto solo per brevi intervalli Domenica mattina, naturalmente proprio durante le due ore che stavo dedicando a pulire casa.

Il sole pero' ho cercato di immaginarlo, e non e' stato troppo complicato, ascoltando un album che mi e' arrivato proprio Venerdi' sera via Dusty Groove di Chicago. Che, parentesi, ha un mail order eccellente. Assai superiore per qualita' (tempestivita' dell'informazione, cartoncino usato per avvolgere i preziosi manufatti) rispetto a Other Music di New York.

Sto parlando di Rhythm and blues di Melvyn Price, anno di grazia 1974. Una delle ristampe dell'anno, arrivato fino a noi grazie alla sempre superlativa Wax Poetics di Brooklyn. Melvyn Price era un trombonista del Michigan, che a un certo punto sull'onda dei movimenti beatnik e free-folk decise di dedicarsi alle congas.

Per studiare ritmi jazz, parti' alla volta di Stoccolma. Che detto cosi' sembra non avere molto senso: uno vuole studiare ritmi afro-cubani e non ti aspetteresti di vederlo partire per la Scandinavia. Senonche', gli Svedesi hanno sempre avuto una passione per il jazz, e pare che proprio verso la fine degli anni '60 un certo tipo di soul jazz fosse diventato popolare come accompagnamento ad attivita' ginniche: una sorta di ginnastica aerobica ante-litteram. Il signor Price trovo' la sua dimensione, e la qualita' della vita nordica lo convinse a non lasciare piu' quella terra.

Non fu immediatamente facile: I went to one record company and the man says, "Well, this type of record, there's no market for it". Ma Price non si perse d'animo, e tra il 1970 e il 1974 mise fuori tre album (Jazzballet rytmer, Rytmer II e Rhythm and blues) di eccellente soul jazz strumentale. Dischi tutti introvabili fuori dalla Svezia, fino a questa ristampa del terzo dei tre, al quale speriamo segua la ripubblicazione degli altri due.

Rhythm and blues contiene molto ritmo e pochissimo blues: musica davvero uplifting, sospesa tra ritmi africani, cubani e brasiliani. Solo 6 tracce, 34 minuti, ma che fanno venire voglia di risuonare il disco dalla prima all'ultima nota parecchie volte di fila. In fondo, musica semplicissima, sostenuta da percussioni e contrabbasso e tessuta da fiati (sax tenore che dialoga con il trombone di Price). Formazione davvero internazionale, che comprende musicisti americani, svedesi, francesi e argentini.

Di Melvyn Price, dal 1974 non si sa piu' nulla. Scomparso. Lo immagino felice, su un'isola lontana, a scambiare racconti con Kendra Smith e Max Prestia. A volte, lo confesso, pure a me piacerebbe passare un po' di tempo su quell'isola che non c'e'.

[Melvyn Price - Behind kungsträdgården]
[Dusty Groove]

venerdì 8 agosto 2008

I followed this babe around for a while. She knew I was doing it, and didn't like it one bit

[Kristleifur Bjornsson, Mindi ; My Indian Flower - Tate Modern, Agosto 2008]


Dopo avere bevuto una cioccolata bollente per scaldarmi un po', e siamo all'8 Agosto secondo il calendario, e prima di iniziare un nuovo fine settimana che si annuncia di pioggia, vi racconto di una private view alla quale ho avuto il piacere di partecipare ieri sera in una Tate Modern pressoche' deserta.

La mostra che ho visto si intitola Street & studio. Sottotitolo: An urban history of photography. Undici sale, un po' un tour de force di quasi due ore. Retrospettiva che dalla meta' dell'800 a oggi ripercorre la storia di quello che e' il nostro linguaggio artistico preferito insieme alla musica. Con particolare attenzione al tema della citta' e delle sue trasformazioni, argomento sempre interessante.

L'ordine che si segue e' grosso modo cronologico, si parte dai pionieri e si arriva ai contemporanei.

Una piccola foto di una elegante coppia che in tutta fretta entra in un non meglio identificabile edificio mi ha colpito subito nella prima sala, quella dedicata ai precursori. In ritardo per qualcosa: una cerimonia, una cena, una festa. Incuranti della macchina fotografica. Il fotografo si chiama Henri Riviere e le sue foto sono tutte un po' fuori fuoco, le sue inquadrature apparentemente casuali. Tra i pionieri la mia preferenza va alle sue foto che sembrano prese in fretta e che risultano ancora oggi modernissime nella loro capacita' di cogliere un attimo, catturare un'atmosfera, raccontare una storia.

La seconda sala e' dedicata a foto di passanti. Si e' parlato qualche tempo fa nel blog di Lophelia di quanti scatti celeberrimi oggi verrebbero considerati violazioni della privacy. Straordinarie in questo senso le tattiche aggressive, voyeuristiche dell'olandese Ed van der Elsken. Durante un viaggio ad Hong Kong realizzo' una serie di fotografie seguendo un'affascinante donna per strada: I followed this babe around for a while. She knew I was doing it, and didn't like it one bit.

Davvero bellissima una foto di Joel Sternfeld, A lawyer with laundry. Vita urbana quotidiana, poesia minima di piccoli gesti, azioni ripetitive, e attorno la citta' che si muove nella sua sinfonia di normalita'. Chi ha visto The squid and the whale sa di cosa sto parlando.

Il tema della fotografia documentaria, che non puo' certo essere staged e che quindi implica l'inclusione di soggetti inconsapevoli di essere fotografati, ritorna spesso nel corso della mostra. Paul Strand, un altro fotografo che incontriamo nella prima parte, e' stato tra i primi ad esplorare la citta' nascondendo la propria macchina fotografica: I wanted to see if I could photograph people without their being aware of the camera. Alcune di queste fotografie diverranno importanti documenti, usati anche in campagne di sensibilizzazione sociale, ad esempio contro il lavoro minorile. Altre raccontano momenti di gioia, come la serie di scatti di famiglie abbracciate a un orso di peluche in un parco divertimenti di Berlino.

Una sala e' dedicata alla strada, come cartina di tornasole della situazione civile di una societa'. A colpirmi, piu' ancora degli scatti di Brassai e Cartier-Bresson, e' stata una foto di Manuel Alvarez Bravo, scattata nel 1934. Ritrae un lavoratore assassinato durante uno sciopero, steso sull'asfalto in una pozza di sangue, e ricorda immediatamente il primo piano ormai classico di Carlo Giuliani senza vita.

Non puo' mancare in una storia della fotografia qualche scatto di Cecil Beaton. Le sue foto trovo che contengano spesso un elemento di malinconia, di tristezza, che contrasta con le ambientazioni eleganti e la gioia forzata che intendono esprimere.

Veramente straordinaria una serie di foto di Philip Halsman, fotografo che in generale mi piace pochissimo, realizzata invitando varie celebrita' degli anni '50 a perdere per un attimo il controllo, spiccando un salto. The mask falls. The real self becomes visible. Sono stato davvero parecchio davanti alla foto di Marylin. Comunica gioia, e l'ho addirittura preferita alle sue immagini piu' celebri, quelle realizzate da Eve Arnold. Il contrasto con le foto di Diane Arbus, nella setssa sala, non potrebbe essere piu' marcato.

I trasporti pubblici sono in generale molto rappresentati nella mostra, e non potrebbe che essere cosi' volendo rappresentare la citta'. Particolari, se non bellissime le foto scattate nella metropolitana londinese da Wolfgang Tillmans: I have always associated the underground with incredible intimacy among people, without them wanting to be intimate with each other. Le foto si concentrano sulle strategie di difesa che mettiamo in atto per contrastare questa intimita' spesso non desiderata.

E restando sul tema dell'intimita', mi ha colpito, tra gli scatti dedicati al tema, una foto di Robert Doisneau che non ricordavo, The very strict intimacy, dove due sposi si avviano solitari verso un caffe' ristorante lungo una strada deserta.

Altro tema piuttosto ricorrente un po' per tutto il percorso della mostra, la fashion photography. Mi ha fatto piacere ritrovare una foto davvero classica di Bert Stern, che ritrae David Bailey sdraiato ai piedi di Veruschka von Lehndorff. Immagino abbia ispirato non poco l'Antonioni di Blow up. E poi, restando in ambito di fashion photography, molto fascinoso lo scatto di Kristleifur Bjornsson che ho rifotografato qui sopra, ottenuto affiancando tante fotografie formato A4.

Un po' pasticciato invece il finale, con video sostanzialmente poco interessanti. Meglio sarebbe stato limitarsi al linguaggio fotografico: immagino siano pochi i visitatori che hanno a questo punto la pazienza di sorbirsi video nei quali, in buona sostanza, non accade pressoche' nulla. Nel complesso pero' la mostra e' nello standard Tate, cioe' ancora una volta una mostra eccellente, pur nella dispersione di tematiche e stili. Una buona occasione per ripassare cose che si sapevano gia' ma sulle quali fa sempre piacere ritornare.

E con la colonna sonora di MIA, selezionata a caso dall'iTunes del mio computer, mai scelta fu piu' azzeccata, auguro a tutti un buon fine settimana, caldo (per voi) e pioggia (per me) permettendo.

[Street & studio]

mercoledì 6 agosto 2008

Dipende

[Parasol Unit, Agosto 2008]


Proprio dietro a dove vivo, in quella terra di nessuno sospesa tra Angel e Old Street, ci sono due tra le gallerie d'arte che preferisco. Restano completamente nascoste, affiancate lungo un'anonima strada che porta al canale di Regent, dietro una stazione di servizio della Texaco e un inquietante McDonald Drive Thru, improbabile frammento di strada americano proiettato nel centro di Londra.

La prima delle due ad avere aperto e' la Victoria Miro gallery, dove ormai parecchi anni fa vidi la strabiliante installazione The upper room di Chris Ofili (linkata qui sotto) che poi sarebbe stata esposta alla Tate e ora chissa' dove sara'. Spazio espositivo bellissimo, con una lunga vecchia scala di legno che porta al piano superiore, tutta scricchiolante.

Poi e' arrivata la Parasol Unit, dove i lavori di ristrutturazione di quella che doveva essere una vecchia fabbrica abbandonata sono stati condotti un po' piu' aggressivamente, in stile minimalista: linee aguzze, neutro cemento, grandi spazi disadorni. E pero' un delizioso giardino con un piccolo lago, l'atmosfera del quale davvero poco ha da condividere con lo squallore urbano un po' tetro che circonda la struttura esterna.

Domenica alla Parasol Unit ho visto una bella retrospettiva di un'artista palestinese, Mona Hatoum. Che di essere palestinese non fa mistero, dato che la questione di quella terra rubata, e del conflitto che ha seguito quell'appropriazione, ritorna spesso nei suoi lavori.

Il tema e' affrontato con una grazia che e' tutta femminile. Il lavoro che ho preferito, quello nella foto che apre il post, lo trovate al piano superiore della galleria. Si intitola Present tense, e venne prodotto originariamente proprio a Gerusalemme, usando duemilaquattrocento saponette all'olio di oliva prodotte a Nablus. E usando poi quella superficie per tracciare con piccole perle rosse i confini di quel territorio che secondo il trattato di pace di Oslo tra Palestinesi e Israeliani sarebbe dovuto essere restituito ai primi, fatto che non si verifico' mai.

Molto bello anche uno spazio buio nel quale una lanterna proietta immagini di soldati. Camminando in quello spazio si perdono coordinate ed equilibri - un altro chiaro riferimento a un conflitto che sembra non trovare mai fine.

E al piano superiore della galleria vi segnalo un'altro lavoro decisamente d'effetto, una kefiah con le decorazioni realizzate in filo metallico.

A me fa sempre uno strano effetto il fatto che quando uno muore diventa improvvisamente una incolmabile perdita, una persona eccezionale, un caro amico.

Prendete le reazioni di oggi sui giornali alla scomparsa di Pininfarina. Tutti che fanno a gara, dalla Marcegaglia a Epifani, a chi la spara piu' altisonante. Ma che senso ha?

Leggete la sua ultima intervista, su Repubblica di ieri, pagina 41. Titolo: Non e' un problema italiano, da noi il superlavoro non e' mai esistito.

A un certo punto l'intervistatore gli chiede: Ingegner Pininfarina, conviene alle aziende far lavorare i dipendenti 12 ore al giorno? Risposta di Pininfarina: Dipende. Poi si lancia in una serie di distinzioni tra mansioni, lavori, ritmi.

Dipende, pensate, dipende. Sei d'accordo sull'ammazzare di lavoro le persone? E questo risponde: dipende. Ora, non voglio certo mancare di rispetto nei confronti di uno che e' scomparso proprio stamattina, pero' caspita, un minimo di umanita' nei confronti dei lavoratori da un padrone famoso in tutto il mondo, un padrone che e' stato vicepresidente di Confindustria, uno se lo aspetterebbe.

Il tempo di lavoro e' tempo necessario per guadagnare quelle risorse materiali che ci permettono di vivere dignitosamente, ma poi basta. E' il tempo libero il tempo della crescita: tempo per la cultura, gli affetti, il riposo. Tempo importante, il piu' importante della giornata.

Pretendere di annullarlo questo tempo del pensiero, della riflessione, delle relazioni, in nome del profitto di una classe padronale sempre piu' ricca e decadente nei suoi sontuosi consumi, a me sembra di una crudelta' senza limiti.

lunedì 4 agosto 2008

Meu nome e' Gal

[Chicago, Agosto 2006]


A scrivere un post il 5 Agosto viene troppo in mente lo stato d'animo di Azzurro, la canzone di Paolo Conte. Stesso senso di desolazione, con in piu' il fatto che qui a Londra il cielo e' gia' piovoso autunnale e il clima gia' da maglioncino.

Non so quanti di coloro che hanno la gentilezza di passare di qui anche una volta ogni tanto oggi saranno davanti a un computer, ma insomma, una cosina la scrivo lo stesso, anche solo per tenermi in esercizio.

E per fare finta che sia davvero il 5 Agosto, e non il 5 Ottobre come sembra guardando fuori dalla finestra, torniamo in argomento Tropicalia. Se il sole non c'e', che almeno la musica ci aiuti ad immaginarlo.

Lasciamo ancora una volta che a condurci per mano sia la meravigliosa Dusty Groove di Chicago. L'etichetta, in questo caso, invece del negozio. Solo 17 uscite, ma una piu' imperdibile dell'altra. Funk, R'n'B e, appunto suoni tropicali. Indispensabili, nel loro catalogo le ristampe di due assoluti capolavori di Jorge Ben: Jorge Ben del 1969 e Forca bruta del 1970.

E poi, sempre proveniente dal 1969, il secondo lavoro solista della meravigliosa Gal Costa, intitolato semplicemente Gal. Disco poco noto della sua discografia, per via della sua natura incompromissoriamente affascinata dai suoni psychedelici che arrivavano in Brasile da Londra e da San Francisco.

Disco che e' un atto di grande coraggio nel Brasile di allora. Nel Dicembre 1968 sia Cateano Veloso che Gilberto Gil furono arrestati dalla polizia della giunta militare e invitati a lasciare il Paese - fu quando entrambi vennero in esilio per qualche anno qui a Londra.

Isolata dai suoi amici, Gal Costa decise di pubblicare comunque questo atto di ribellione rispetto alla censura musicale imposta dal regime: presa di distanza definitiva dalla musica popolare brasiliana proposta dai festival teletrasmessi di quegli anni.

Disco ultra-elettrico questo Gal, verrebbe da scomodare il termine sperimentale. Tre brani scritti da Gilberto Gil, due da Jorge Ben, due da Caetano Veloso, uno da Roberto & Erasmo Carlos e uno da Jards Macale. Assolutamente il meglio degli autori brasiliani dell'epoca.
Arrangiamenti di quel matto di Rogerio Duprat, che ancora oggi accompagna Gal Costa in giro per il mondo - era con lei un paio di anni fa al Barbican, concerto del quale vi raccontai nel Maggio 2006.

Cinema Olympia, che apre il disco, e' la traccia piu' immediatamente memorizzabile. Un bel brano uptempo, gioioso, sospeso su quella linea di confine tra rock psychedelico e canzone brasiliana che chi ama i dischi incisi in quegli anni da Veloso, Mutantes, eccetera, riconoscera' immediatamente. Impossibile stare fermi. Celebrazione della vita culturale urbana: il Cinema Olympia era noto per le sue matinee del Sabato, molto frequentate dai giovani alternativi di Bahia.

Tuareg di Jorge Ben, anche sulla splendida raccolta introduttiva Tropicalia uscita un paio d'anni fa su Soul Jazz, scombina le carte sul tavolo. Come ascoltare i Tinariwen, ma trent'anni prima dei Tinariwen. Tributo alle popolazioni nomadiche dell'Africa occidentale, ispirato a Jorge Ben dal suono wassoulou del Mali, proprio lo stesso al quale si ispirano i nostri amati Tinariwen. Con in piu' un tocco di primordiale ritmo reggae.

Cultura e civilizacao, scritta da Gilberto Gil molti anni prima che proprio della cultura brasiliana diventasse ministro, e' laddove il disco deraglia totalmente dai territori tropicali e Gal rivela la sua fascinazione per il rock psychedelico dei Big Brother & the Holding Company. Distorisioni e riverberi a mille. Parentesi davvero OT: ma quanto era bello il periodo nel quale leggendo Big Brother non veniva in mente l'incubo televisivo globale?

Proseguiamo nell'ascolto, con una delle tracce piu' memorabili di tutto il disco: una versione di Pais tropical di Jorge Ben cantata insieme a Veloso e Gil. Lo spirito comunitario del movimento Tropicalia condensato in una canzone. Versione davvero vitale e scapigliata al punto giusto.
Meu nome e' Gal ritorna allo stile psychedelico sopra le righe del disco, cosi' come tutte le tracce che ne componevano la seconda facciata.

Molti anni dopo, Gal avrebbe parzialmente espresso una velata critica del disco, considerato meno efficace rispetto al suo esordio solista dello stesso anno, l'album intitolato Gal Costa: I like it, but I think it's a bit confused due to a general climate among the people... I knew that it wasn't a commercial record like the first one.

Piu' che altro, dischi diversi, lati complementari di un'artista che ancora oggi sa scuotere, emozionare e portare il sole dentro di noi.

venerdì 1 agosto 2008

The dishes are cracked the forks are plastic the food is in cellophane I puke elastic

[Cloth Fair, Luglio 2008]


Ieri sera ho trascorso una serata domestica, il che per me e' abbastanza un evento. Credo di non avere passato una sola sera a casa da quando sono tornato a Londra a meta' Luglio.

La mia casa e' davvero poco attrezzata per trascorrerci piu' di poche ore. Non ho una televisione, ne' un computer, ne' un DVD. Pero' ho molti buoni dischi e libri, una bella collezione di te' e tisane, e la possibilita' di gustare tutto quanto sul mio piccolo roof terrace pieno di piante.

Ieri sera, approfittando di un po' di tempo a disposizione, ho fatto un ripasso di storia in vista di un programma che voglio curare per Radio Popolare su un importante trentennale.

New York, 1978. Brian Eno e' in citta' per registrare il secondo disco dei Talking Heads. Nel Maggio di quell'anno finisce in una galleria d'arte di Tribeca, dove e' in corso un festival di 5 giorni chiamato semplicemente Bands. Ogni sera, due band propongono la loro musica a un ristretto pubblico di artisti visuali, musicisti, giornalisti, scenesters.

Tutte formazioni collocate a distanza di sicurezza da quel punk che stava diventando in qualche modo mainstream, nel momento in cui tutte le band che facevano capo al CBGB, Ramones, Television, Patti Smith Group, Blondie, Talking Heads, si stavano accasando con l'una o con l'altra major.

Conquistato da quei suoni cosi' altri, Eno contatta la Island e riesce a farsi finanziare un progetto discografico che doveva documentare il lavoro dei dieci gruppi che si erano esibiti in quel piccolo festival di Tribeca. Poi qualcosa succede, che non viene spiegato in nessuno dei testi che ho consultato ieri sera (No wave di Marc Masters e Rip it up and start again di Simon Reynolds), e le formazioni che rientreranno nel progetto diverranno solo quattro: Contortions, Teenage Jesus and the Jerks, Mars e DNA.

No New York contiene quattro tracce di ognuno di loro, sedici in tutto, poco piu' di quaranta minuti. La copertina e' una foto scattata da Eno, che non ptrebbe rappresentare meglio la musica contenuta nel disco: quattro silhouette irriconoscibili che sembrano camminare verso una acida fonte luminosa verde. Sul retro le foto in bianco e nero dei protagonisti, che sembrano immagini segnaletiche della polizia. Nessuno sorride: molti si limitano a guardare dentro la macchina fotografica con sguardo vuoto, totalmente inespressivo. L'effetto collettivo e' impressionante: un gruppo di psicotici alienati dai quali e' stata rimossa ogni idea residua di gioia.

Nella versione originale su vinile, per poter leggere i testi era necessario strappare la copertina: incoraggiamento verso un atto di distruzione analogo a quello perpetrato dai musicisti nei confronti del rock'n'roll.

La prima cosa che colpisce ascoltando No New York e' il suono, totalmente approssimativo, monotono, come se il disco fosse stato registrato su un due piste casalingo. Ai protagonisti quel suono non piacque affatto. I spoke to three of the bands and they all thought the album sucked and that producer Eno should have stayed at home scrisse un giornalista di Sounds. Glenn Branca, in un'intervista di quegli anni, disse che non riusciva a capacitarsi del fatto che Eno avesse voluto omogeneizzare il suono fino a quel punto di indistinzione.

L'attacco di No New York e' assolutamente strepitoso, un'aggressione senza alcun preambolo. I Contortions introducono se stessi senza troppi complimenti con rasoiate di chitarra funky al vetriolo sulle quali galleggia uno psicotico assolo di sax, prima che un giovanissimo James Chance si metta a strillare le sue devastate ossessioni: Sick of being on the losing end tired of playing the obliging friend. La necessita' di esprimere e vedere riconosciute le proprie emozioni e' urgenza improrogabile: I wanna see some emotion not the usual fluff I wanna be the one to tell you when to start and when you've had enough.

Tutto e' urgente, incompromissorio nel loro funky sfregiato totalmente delirante. Anche il desiderio. I live with the longing to be melted like butter and spread on shiny little eyelids I'm your makeup brush me on please I can switch you in a second from eyesore to fatal disease canta James Chance nella deragliante Flip your face.

Jaded introduce un dramma ancora piu' palpabile, in una sorta di punk blues scoordinato e acidissimo che tutti, dai Cramps agli Scientists, avrebbero a un certo punto tentato di emulare: My heart's a open sore won't someone tell me please what's to become of me when my pleasure turns to disgust.

A rilasciare l'insostenibile tensione pensa una cover di I can't stand myself, a proposito del disgusto citato in Jaded: James Brown violentato in mezzo a cumuli di spazzatura, il suo cadavere fatto a pezzi e abbandonato in una discarica.

Con Teenage Jesus & the Jerks le cose non vanno meglio. Burning rubber e' ancora blues post-urbano, nero come una notte senza luna. Lydia Lunch strilla dall'inizio alla fine, il volume del microfono e' a fondo scala. Lo stomp di batteria e' lugubre, insostenibilmente minaccioso. La chitarra e' una sega elettrica che taglia metallo. The dishes are cracked the forks are plastic the food is in cellophane I puke elastic geme Lydia Lunch.

The closet porta la cupa violenza scoordinata dei suoni alle sue estreme, ultime conseguenze: Strip my feelings personality down the drain after all who needs a brain take a bullet to my eyes blow them out and see if I die.

Red alert dice tutto quello che deve dire in soli 35 secondi, a proposito dell'urgenza della quale si diceva prima.

I woke up dreaming e' ancora grido di dolore, abbandono, isolamento, alienazione, incomunicabilita': My wrists are split my elbows twisted my shoulders bent my knees arthritic I woke up bleeding you are my razor.

L'incubo continua con i Mars: velocita' a mille, aggressione dalla prima all'ultima nota, discordanza, aritmia, paranoia. You don't have to go too far before you're stuck in a jar with no clothes screaming screaming strilla come un invasato Mark Cunningham in Helen Fordsdale.

A concludere il disco sono i DNA. Organo, chitarra e batteria suonati come strumenti ritmici, a generare vertigini di battiti atonali. Il rumore mostruoso di Lionel e' puro insostenibile attacco prolungato al sistema nervoso, e Not moving totale definitivo frastuono di macchinari abbandonati a se stessi. Nessuno sa dove stiamo andando, ne' se stiamo andando da qualche parte: Where are we going? We're not moving, not moving.

Dopo la prima tiratura del 1978, le ristampe di No New York si sono seguite in modo erratico nel tempo, e il disco e' stato irreperibile per lunghi periodi. Nel 2005 un'etichetta russa, la Lilith, ne ha ristampate una manciata di copie, con note di copertina in cirillico. Non ho idea se si trovi ancora, e la Lilith non ha un suo sito, ma potete magari provare a contattarli: info@lilith-spb-ru.com.

Nel libro di Marc Masters sono riportate strepitose fotografie in rigoroso bianco e nero di quella New York: Alphabet City, l'East Village, il Lower East Side. Totalmente irriconoscibile rispetto ad oggi.

Qualche dichiarazione tratta dal libro:

It was like a wild West type of town, and the whole Lower East Side was incredibly empty. There weren't stores. You had to walk over to First Avenue to buy groceries (China Burg dei Mars)

If you went below Houston Street, there were no cars at night. There was just nothing there. You could go to a building and take it over - steal electricity out of the lamppost and live in it for years (il regista Scott B)

Poverty is so relative - we didn't mind the way we were living because we were actually doing what we wanted to do (Pat Place dei Contortions)

Work? Are you nuts? Please. $75 per month - that was my rent when I got an apartment on 12th Street. You could eat for two or three dollars a day. You begged, borrowed, stole, sold drugs, worked a couple of days at a titty bar if you had to (Lydia Lunch).

In attesa dell'uscita del volume di Thurston Moore e Byron Coley sulla new wave newyorkese, a giorni.

[No New York]
[Contortions]
[Teenage Jesus & the Jerks]
[Mars]
[DNA]

E stamattina, sul Guardian, intervista ai Suicide:

So they immediately attacked us with chairs, tables, anything they could get their hands on. That became the norm. I started carrying a bicycle chain on stage, figuring, if you can't beat em, join em. If the violence got really bad, what I'd do was smash a bottle and start cutting my face up. That seemed to have a calming effect on the crowd. I guess they reasoned that I was so fucking nuts that nothing they could do would bother me. I figured out a way of doing it so that I drew a lot of blood but I wouldn't be scarred for life. I had it down to a fine art. Another ploy I had was to lock the exit doors so nobody could escape. That was the ultimate 'fuck you', as far as I was concerned.

[Every night I thought I'd be killed]