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Osservazioni e ascolti

domenica 28 dicembre 2008

Prospettive Musicali del 28/ 12 / 2008

1) ANNE BRIGGS The snow it melts the soonest (da Anne Briggs, Topic 1971)
2) LINDA PERHACS Dolphin (da Parallelograms, Kapp 1970)
3) ROBERT FRIPP & BRIAN ENO The heavenly music corporation part 3 (da No pussyfooting, Island 1973)
4) FELT Something sends me to sleep (da Something sends me to sleep, Cherry Red 1981)
5) BELLE & SEBASTIAN The state I am in (da The BBC sessions, Jeepster 2008)
6) MATTHEW HERBERT BIG BAND The story (da There's me and there's you, Accidental 2008)
7) ANTONY & THE JOHNSONS Another world (da Another world, Secretly Canadian 2008)
8) LOU REED Lady Day (da Berlin: live at St. Ann's warehouse, Matador 2008)
9) PHILIP GLASS Part 1 (da Music in twelve parts, Orange Mountain 2008).

lunedì 22 dicembre 2008

Il 2008

LOU REED Berlin: live at St. Ann's warehouse (Matador)
BOB DYLAN Tell tale signs: the bootleg series vol. 8 rare and unreleased 1989 - 2006 (Columbia)
CONOR OBERST Conor Oberst (Wichita)
PAVEMENT Brighten the corners: Nicene Creedance edition (Matador)
HOWLIN RAIN Magnificent fiend (American)
JORGE BEN Jorge Ben (Dusty Groove)
BADEN POWELL/ VINICIUS DE MORAES Os afro sambas/ A vontade (El)
QUARTETO EM CY Aleluia 1964 - 66 (El)
TAMBA TRIO The miraculous (El)
GAL COSTA Gal (Dusty Groove)

LOU REED @ Royal Albert Hall
ANTONY & THE JOHNSONS @ Barbican
MASSIVE ATTACK @ Royal Festival Hall
GAVIN BRYARS @ Tate Modern
GILBERTO GIL @ Barbican

SEAN PENN Into the wild
JULIAN SCHNABEL Lou Reed's Berlin
CLINT EASTWOOD Changeling
NIKOLAUS GEYRHALTER Our daily bread
ANTONIO LUIGI GRIMALDI Caos calmo

CY TWOMBLY @ Tate Modern
RICHARD SERRA @ Gagosian
MARK ROTHKO @ Tate Modern
SAUL STEINBERG @ Dulwich Picture Gallery
VILHELM HAMMERSHOI @ Royal Academy


Un altro anno si conclude, e ancora una volta immagino che anche voi vi stiate domandando dove questi mesi siano andati a finire.

Musicalmente e' stato un altro grande anno di ristampe, mentre i dischi che riempiono le critic's choice di quest'anno (Bon Iver, Fleet Foxes, ecc.) continuano a lasciarmi piuttosto indifferente.

Incontri dell'anno: Lou Reed e il silenzio dell'Engadina (in attesa di incontrare e intervistare Bonnie Prince Billy, il 22 Gennaio qui a Londra, per Patchanka: incontro che Marco, sostenendo che Will Oldham e io siamo in realta' la stessa persona, ha definito "Fabio 1 incontra Fabio 2").

Personaggio piu' amato nel 2008: Barack Obama, anche se so di non essere un gran che originale e che finira' a un certo punto per deluderci. Ma pensare che Bush uscira' di scena, che ci ritireremo dall'infame occupazione iraqena, che il campo di concentramento di Guantanamo verra' chiuso e che le green policies diventeranno finalmente numero 1 nell'agenda politica mi riempie di un'indescrivibile gioia.

Personaggi piu' detestati: il nano con i capelli di plastica e le sue puttanelle, specie quella con gli occhi in fuori.

Propositi per il nuovo anno: trovare molto, ma molto, piu' tempo per leggere, organizzarmi meglio, lasciarmi andare di piu', giudicare meno, amare di piu', trascorrere piu' tempo con le persone alle quali voglio bene, trascorrere meno tempo con tutti gli altri (in my life/ why do I give valuable time ecc.ecc.), diventare rigorosamente vegan, darmi meno regole, preoccuparmi meno, smettere di cercare qualsiasi cosa che mi renda infelice, smettere di pensare che domani mi verra' offerta un'altra occasione per vivere quello che non ho vissuto oggi, prendermi maggior cura delle mie piante.


[Almanacco del giorno dopo: ci si sente a Radio Popolare il 28 Dicembre e il 4 Gennaio a Prospettive Musicali, alle solite 22.35.

Il 2 Gennaio alle 21 va in onda una puntata speciale di Prospettive Musicali con i dischi dell'anno di Alessandro, Gigi e miei.

Nel frattempo, se capisco come si fa, accetto l'invito a partecipare con 5 tracce benauguranti al nastrone di capodanno, quello che come da tradizione va avanti fino a quando la mattina del I Gennaio qualcuno si alza e decide di interromperlo].

A tutti coloro che leggono, commentano, passano occasionalmente di qui, un enorme grazie per il vostro supporto e partecipazione, e auguri per un 2009 davvero felice. Ci sentiamo il prossimo anno. Vi voglio bene,
Fabio

venerdì 19 dicembre 2008

Sketches of Spain

A cosa servono le classifiche dei dischi dell'anno, se non ad accorgersi di essersi dimenticati qualcosa prima di chiudere alle nostre spalle una porta ed iniziare a curiosare nei prossimi dodici mesi?

A me questo Alegranza, di tal Sergio Perez Garcia che si fa chiamare El Guincho, era proprio sfuggito. Ed e' uscito ben due volte, la prima a Febbraio in edizione privata limitata, e poi, esaurita la prima stampa, a Ottobre su Young Turks.

L'ho recuperato in questi giorni, e non sto ascoltando altro. Disco modernissimo, Alegranza e' il definitivo e francamente impressionante mash-up di musiche del mondo in salsa latina.

La prima cosa che ti colpisce sono i ritmi: ispanici, africani, sudamericani, antillani, tropicalisti, tutti intrecciati, mischiati. Poi inizi a notare, e apprezzare, i dettagli: chitarre highlife, frammenti di exotica, tamburi calypso, canti corali da giorno di festa in un villaggio messicano, polka e mazurka, workshop radiofonici, Animal Collective, Beach Boys, Os Mutantes, Kid Creole and the Coconuts.

Detto cosi' forse non si capisce, allora esplicitiamolo: non si era mai sentito un disco capace di far stare tutte queste cose insieme con tanta agilita' e freschezza. Ah, averlo scoperto quest'estate.

Musica finalmente globale in senso multicentrico. Questa e' Palmitos park:



[El Guincho Myspace]
[El Guincho Wikipedia]

mercoledì 17 dicembre 2008

Those important years

Steinberg me lo fece conoscere il mio amico Paolo, quando io ero un giovane ricercatore di belle speranze e lui il direttore del mio dipartimento.

Dividevamo una stanza piena di libri, dal soffitto al pavimento, con appesa alla parete davanti alla mia scrivania questa copertina del New Yorker.

Ogni tanto Paolo alzava la testa dalle sue occupazioni e mi diceva: "Fabio, l'hai letto questo libro?". E mi passava qualcosa di interessante. A pensarci adesso mi sembra impossibile che quella cosa li' la chiamassi lavoro: era scambio intellettuale e crescita spirituale lavorare con Paolo.

Il mio ultimo giorno di lavoro nel suo dipartimento, lasciai che tutti uscissero, poi presi congedo salutando quella bella libreria e il poster di Steinberg che mi avevano tenuto compagnia in quegli anni di formazione.

Ho mandato qualche giorno fa a Paolo una mail segnalandogli che domani parlero' di Steinberg a Radio Popolare.

E lui mi ha risposto:

Tornerò certamente a Londra prima del 15 febbraio per vedere la mostra di Steinberg. E’ un artista che amo molto e condivido pienamente quello che scrive il recensore del Daily Telegraph “In the chaos and confusion of this world, his drawings are calm retreats.” Tengo ancora nel mio ufficio la riproduzione della copertina per il New Yorker. Mi fa piacere che tu la ricordi…

Domani quindi: Radio Popolare, alle 11.30 e poi alle 21.

[Saul Steinberg]
[Saul Steinberg Foundation]
[Dulwich Picture Gallery]
[London Smog che mi ha indicato la mostra, with thanks!]

lunedì 15 dicembre 2008

Quarantaquattro piccoli labirinti


E' stata una Londra senza colore quella di questo fine settimana. La pioggia battente, continua di Sabato. Il grigio monocromatico di Domenica. E a donare un po' di luce, la ristampa del mio disco preferito dello scorso decennio, quel Brighten the corners che i Pavement fecero uscire nel 1997, produzione superlativa affidata a Mitch Easter (Murmur, Reckoning).

Disco miracoloso, per me lo zenith assoluto del rock indipendente americano, addirittura superiore nella discografia dei Pavement al capolavoro lo-fi Slanted ed enchanted. Brighten the corners in questa riedizione viene espanso a quarantaquattro tracce, dalle dodici originali, arricchito con le B-sides dei singoli, brani dal vivo, Peel sessions.

L'incipit, Stereo, resta da antologia della garage music di tutti i tempi, Date with IKEA e' piena di significati impliciti che tutti quelli che hanno dovuto arredare una casa con poco conoscono fin troppo bene, Fin e' la piu' tenera e struggente e narcolettica canzone d'amore indie dello scorso decennio, la versione lunga di And then l'unica psichedelia minimalista post Sonic Youth possibile, Westie can drum dramma e isteria ma per finta: non esiste il sentimento della tristezza sul pianeta Pavement.

E Stephen Malkmus, con le sue camicie a tovaglietta e i maglioncini azzurri scollati a V, resta la piu' improbabile rock star di tutti i tempi (dopo il David Byrne fotografato sul retrocopertina di 77).

Da non perdere l'articolo del New Yorker nel libretto della ristampa: sono stati loro a chiamare le canzoni dei Pavement piccoli labirinti.

Pronti? Via, questa e' Stereo:




[Pavement]
[L'articolo del New Yorker]

venerdì 12 dicembre 2008

I hold out but there's no way of being what I want to be

Mi domando spesso cosa dev'essere stato vivere qui negli anni '80, mentre tutt'attorno succedevano Smiths, Cocteau Twins, David Sylvian. E i Felt, che gli anni '80 li attraversarono con 10 album e 10 singoli, nell'indifferenza generale.

Troppo gentili, inclassificabili, enigmatici per essere promossi in qualsiasi modo dalla Cherry Red e dalla Creation, che quei dischi li pubblicarono senza probabilmente crederci veramente.

L'unica volta che qualcuno si accorse di loro fu quando fecero uscire uno dei singoli piu' belli di tutto il decennio, inciso insieme ai Cocteau Twins. L'incrocio tra le voci di Lawrence e della divina Liz Fraser dei superlativi Cocteau e' miracoloso. Pura estasi, ancora oggi, ogni volta che lo riascolto.

I just wish my life could be as strange as a conspiracy
I hold out but there's no way of being what I want to be
Dragons blow fire angels fly spirits wither in the air
I'm just me I can't deny I'm neither here, there nor anywhere

Oh you should see my trail of disgrace, it's enough to scare the whole human race
Oh you should see my trail of disgrace, it's enough to scare the whole human race
I don't care about this life, they say there'll be another one
Defeatist attitude I know will you be sorry when I've gone

Primitive painters are ships floating on an empty sea
Gathering in galleries were stallions of imagery
Oh you should see my trail of disgrace, it's enough to scare the whole human race
Oh you should see my trail of disgrace, it's enough to scare the whole human race.

Musica da cameretta, la migliore possibile. Indimenticabili, indispensabili Felt.

Questa e' Primitive painters:



[Felt]

mercoledì 10 dicembre 2008

The rising

Nell'indifferenza piu' generale - lo danno alla sala piccina dell'Istituto di Arti Contemporanee, 45 posti neanche tutti pieni Lunedi' quando l'ho visto - finalmente e' sbarcato da questa parte dell'Atlantico il documentario sulle conseguenze dell'uragano Katrina che ha vinto il gran premio della giuria al Sundance di quest'anno.

Ne parliamo a Zoe domattina alle 1130 e in replica domani sera alle 21, quindi non mi dilungo qui. Ieri sera, prima di vedere il manifesto americano, quello postato qui sopra, pensavo di iniziare il mio intervento di domani a Radio Popolare proprio dicendo che non si tratta di un film che racconta un uragano, ma di un film sulla bad America della sciagurata amministrazione Bush.

A differenza di When the levees broke di Spike Lee, che diciamo cosi' parte da considerazioni generali (le condizioni dei neri di New Orleans come rappresentazione della black community piu' povera), Trouble the water racconta una storia particolare, quella di una coppia di giovani neri che non ebbero la possibilita' (come un altro centinaio di migliaia di persone) di lasciare New Orleans, e l'uragano l'hanno filmato con una semplice camcorder.

Vi racconto una cosa che domani non credo di avere tempo di dire in onda. Il sindaco di New Orleans ordino' di lasciare la citta' solo poche ore (19 mi pare) prima che l'uragano si abbattesse sulla citta'. Quel giorno di Agosto, una domenica, ero nella redazione della radio a preparare Prospettive Musicali, e poco prima che entrassi in studio il redattore del GR della notte (che parlava un inglese approssimativo) mi chiese di telefonare al comune di New Orleans per raccogliere informazioni sul grande esodo in corso.

Ricordo che la mia sorpresa fu enorme quando chiesi, alla press officer che mi rispose, quanto avessero intensificato i servizi di trasporto pubblico, e lei mi disse che un servizio di trasporto pubblico per lasciare la citta' non esisteva proprio.

Il film racconta, e mostra attraverso riprese amatoriali di quei concitati momenti mischiati a spezzoni di telegiornali, proprio l'esperienza di non potere lasciare la citta' e mettersi al sicuro altrove. Agghiaccianti in particolare le registrazioni di telefonate ai numeri di emergenza, di persone che stavano letteralmente morendo affogate, travolte nelle loro case dall'acqua che saliva sempre piu'.

Il film denuncia senza pieta' l'abbandono della popolazione piu' povera. Vediamo Bush che come soluzione invita l'America a pregare (!) e veniamo a sapere che i fondi per la ricostruzione delle zone piu' duramente colpite non arriveranno mai.

Splendido accompagnamento sonoro di quelle immagini drammatiche e' la musica scritta per il film da Robert Del Naja (cosi' adesso sappiamo anche perche' il disco nuovo dei Massive ritarda tanto a uscire).

In attesa del collegamento radio di domani, il trailer del film:



[Il film]
[Il programma del'Istituto di Arti Contemporanee]
[Il nuovo blog di Marina]

lunedì 8 dicembre 2008

What's the frequency Karlheinz

Fine settimana di luce intensa qui a Londra. Vedrete di la' in Flickr tra qualche giorno un po' di foto che devo ancora scaricare dalla macchina (quando ho un minuto), ma che potrebbero rendere la sorpresa di due giorni di cielo terso e intensita' di colori come non ti aspetti a Londra in Dicembre.

Fine settimana iniziato Venerdi' sera con l'emozione di un ricordo dedicato al maestro Stockhausen dagli studenti del corso di musica elettronica del Royal College of Music, alla chiesa di San Leonardo, nel cuore di Shoreditch. Quella chiesa circondata da una cancellata contro la quale andate a sbattere dove finisce Old Street.

Atmosfera spartana. Luce elettrica, nemmeno una candela. Barbe e cappotti di tweed - la versione invernale delle giacche di velluto. Poi le luci si spengono, all'improvviso, e inizia Telemusik, del 1966, musica del mondo che incorpora elementi sonori registrati in Giappone, Sahara, Bali, Vietnam, Cina, Amazzonia, Spagna e Ungheria, frullati da oscillatori e generatori di onde.

La meraviglia della serata e' la lunga ("Mettetevi i cappotti, assicuratevi di avere abbastanza caldo per tutta l'esecuzione") Kurzwellen, del 1968. Sei musicisti che si muovono nel buio armati di radio a transistor sintonizzate su onde corte (kurzwellen, appunto) e interagiscono improvvisando con i loro strumenti (viola, flauto alto, piano, gong ed elettronica) con radio captate tra i fruscii.

Frammenti di suono e giornali radio che arrivano in quella chiesa buia da tutto il pianeta. Lingue mai sentite, pezzi di musica immersi in curve sinuose di rumore bianco, i musicisti che improvvisano su partiture di segni matematici.

Poi il silenzio. Luci che si accendono all'improvviso accecando i presenti. Applausi. Esco dalla chiesa e mi trovo nella movida del sabato notte a Hoxton. Mi infilo l'iPod e per cercare di ritornare alle dimensioni della realta' nel quarto d'ora a piedi che mi separa da casa decido di suonare un vecchio disco di Beck, che con quel frastuono di voci e motori si mischia alla perfezione.

Entro in casa, mi preparo un te' bianco, poi arriva F. con l'ultimo Eurostar da Bruxelles e stiamo a parlare fino alle due e mezza, di libri e articoli di giornale che ci leggiamo e di vita e guardiamo foto e ascoltiamo un disco di B. che nel silenzio della notte suona particolarmente intenso.

Questo e' un frammento di Kontakte:



[Karlheinz Stockhausen]
[Total immersion: Stockhausen composer day al Barbican]

venerdì 5 dicembre 2008

Wherever I lay my hat (reprise)


Scrivo, e intanto, come da tradizione, sto ascoltando il podcast della puntata di ieri di Late Junction. E' da quando arrivai a Londra nel 2001 che Late Junction esercita la sua silenziosa influenza su di me, e credo di poter dire, sette anni dopo, che ha trasformato il mio modo di ascoltare musica.

Late Junction ti apre la mente, la rende eclettica e flessibile, le insegna a recepire e collegare tempi e geografie. Abbatte steccati e confini, rende gli ascolti leggeri e liberi.

Esiste la musica del sistema, gretta ed escapistica e superficiale, e poi, nascosto ma vivo, esiste un universo altro fatto di Late Junction, Wire, Battiti, Other Music, Prospettive Musicali, l'unico davvero vitale io credo, sorprendente e pulsante. Se ti metti in ascolto, il segnale arriva forte e diretto. Scuote emozioni ed energie sopite, e nei casi migliori ti fa entrare in un'altra dimensione, piu' meditativa e profonda e libera.

A quell'universo appartiene My secret heart, che e' pura emozione che ti circonda, un lavoro che e' luce e suono, e che parte da lontano. Dal Miserere di Gregorio Allegri, capolavoro rinascimentale, tradizionalmente eseguito il Mercoledi' delle Ceneri, come invocazione a rimettere i nostri peccati, in preparazione per la penitenza quaresimale.

Miserere di Allegri che e' stato completamente riscritto da Mira Calix per essere eseguito dai performers della Streetwise Opera. Vera street art la loro, dato che tutti i performers che fanno parte di quella compagnia teatrale sono homeless. Quando arriva la sera, appoggiano il loro cappello da qualche parte, distendono i loro sacchi a pelo su un cartone e ci si infilano dentro sperando faccia un po' meno freddo di ieri notte.

Guardate, c'e' stato un momento durante la performance nel quale gli occhi mi si sono riempiti di lacrime e non ho piu' visto nulla. Succede che tu sei li', in mezzo alla Clore Ballroom del Southbank per chi conosce il posto. Davanti a te hai un cilindro sul quale vengono proiettati i giochi di luce di Flat-e. Attorno a te, disposti in cerchio, ci sono i cantori. Improvvisamente si avvicinano al centro e poi si sdraiano tutt'attorno al cilindro, uno di fianco all'altro, facendosi spazio tra il pubblico.

Arrivano silenziosi e avverti la loro presenza soprattutto per l'odore di quei corpi, che e' umano e sporco e vero come la vita. Vedi quei volti segnati, da vicino come non li hai mai visti, e percepisci tutta la dolcezza amara di quelle esistenze ai margini. La gentilezza del loro imbarazzo mentre ti sfiorano, i loro sorrisi timidi mentre ti guardano e tu sorridi loro e loro ti rispondono con un sorriso sdentato e bellissimo. La loro silenziosa dignita'. E ti sembrano bambini cresciuti troppo in fretta o che non sono cresciuti mai. Aggrappati a un filo fragilissimo.

E allora mi e' venuto in mente di parlarvi di loro, E se potete, aiutateli, come siete capaci, per quello che siete capaci. Magari, se ve la sentite, fate un regalo di Natale in meno a chi ha gia' tutto come noi, e donate qualcosa a questi artisti veri, che ne hanno bisogno per fuggire il freddo e i pericoli della strada.

E adesso, per finire la settimana, Engadina television vi propone un assaggio della proiezione e della musica che accompagnano la performance:

mercoledì 3 dicembre 2008

You will have a boy tonight or maybe you will have a girl tonight on the last bus out of town on the last bus out of town

Quando penso ai Belle & Sebastian mi viene in mente una di quelle serate estive perfette che qui a Londra non finiscono mai, le dieci di sera e c'e' ancora luce, l'orchestrina scozzese che sale su un palco piazzato nel cortile della Somerset House, in riva al fiume, i gabbiani che si inseguono nel cielo azzurro con pennellate di nuvole rosse, l'aria tersa e frizzante, la brezza del tramonto, un gruppo di persone felici che danzano, cantano, ridono delle battute di Stuart, si emozionano, stanno bene.

Le BBC sessions che sono uscite in questi giorni catturano il periodo migliore del gruppo di Glasgow, quello che va dal 1996 al 2001, quello con Isobel in formazione per intenderci. Belle & Sebastian che, ricordiamolo, partirono come un progetto studentesco e hanno finito per diventare l'ultima grande pop band britannica prima del nulla di questi anni.

Non il gruppo piu' originale del pianeta: mettevano insieme Beatles, Velvet del terzo disco, Postcard e Sarah records, ma se siete stati giovani in quegli anni le loro canzoni sono probabilmente state la colonna sonora di vacanze e innamoramenti di quelli che resteranno dentro di noi fino al nostro ultimo respiro.

E se sapete mantenere un segreto, vi rivelero' che e' loro la canzone che ascolto sempre quando sono un po' giu', una canzone capace di farmi sorridere nonostante tutto, e ripartire di slancio. Questa:

lunedì 1 dicembre 2008

A gentle meditation on belonging, loneliness, family, love and the nature of cultural, sexual and emotional boundaries

Paradoxes, riddles, apocalypses of the mind and heart: this is a tender, funny, insightful, constantly surprising film. - FT Weekend

It's a tribute to Cuaron's control over his material, however, that the major enjoyment of the film comes not from the experiment but its gentle meditation on belonging, loneliness, family, love and the nature of cultural, sexual and emotional boundaries. - Time Out London

Ieri sera, al Renoir mi sono distratto al punto che del film non ricordo gia' piu' assolutamente nulla, e invece mi ronzano ancora in testa i pensieri che i primi dieci minuti del film (poi non sono piu' riuscito a seguirlo) hanno generato.

Il film racconta una storia d'amore platonico un po' francese, di quelle che piacciono a me, solo elaborata in salsa messicana, e se avete letto i due commenti riportati qui sopra ne sapete abbastanza.

Il modo di raccontarla pero' quello si' che e' formidabile. Non si tratta di un vero film, ma di una serie di fotografie montate in modo da costruire una narrativa, con pensieri e parole dei personaggi che si mischiano alle immagini. E continuo cambiamento di lingua, dato che i protagonisti sono messicano, lui, e americana, lei.

Quello che mi ha colpito e' stata la qualita' altalenante delle fotografie usate per costruire la storia. Alcune scattate in fretta, mosse, e in quanto tali vitali come certi sguardi che gettiamo sulle cose mentre il mondo si muove e noi ci viviamo dentro.

E mi e' venuto in mente che quello che dicevo qualche giorno fa a Lophelia tra i commenti di questo blog non ha un gran senso. Perche' non si tratta, per rifarmi a quell'esempio, di fermarsi e riprendere per la centocinquantesima volta la Tate al tramonto, magari facendo l'errore di centrare la foto, cercare la luce e la prospettiva giusta. In quel senso, la citta' appare finita, se riesco a spiegarmi. Perche' stai fotografando, appunto, la citta'. Ma se invece fotografi la vita, quella e' infinitamente fotografabile, per definizione.

Piccolo ulteriore passo verso il ritorno del vecchio titolo di questo blog insomma - magari a Natale, chissa', vedremo. (Perche' tutto quello che leggete qui alla fine e' un regalo che mi arriva da questa citta' e forse sarebbe bello ringraziarla).

Cosi' stamattina ho rispolverato un vecchio Flickr che avevo aperto nel 2005 e lasciato senza cure da allora. E iniziato a dissodare il terreno, mettere a dimora qualche piantina. Sette nuove, senza barare: semplicemente le ultime foto scattate, piu' una che ho ritrovato in archivio. E ho lasciato le piantine che c'erano gia'. Niente di che dal punto di vista tecnico: ma frammenti di vita, che hanno in comune forse solo il fatto di essere stati fermati on the run, senza stare a pensare.

E' l'inizio di un po' di ordine: qui gli scritti, di la' le foto. Magari, di la' non andateci subito pero', aspettate che il giardiniere finisca di sistemare un po', che metta a dimora qualche pianta in piu'.

Mi viene in mente un'intervista a Patti Smith che lessi tempo fa, nella quale Nostra Signora parla del periodo di silenzio tra Wave e Dream of life. E racconta di essersi data come obiettivo quello di scattare una foto ogni giorno, e che ogni sera prima di addormentarsi, ripensava alla sua foto con soddisfazione...

E questo e' il trailer del film che vi dicevo, Ano una, di Jonas Cuaron, figlio di Alfonso Cuaron, il direttore dello straordinario Y tu mama tambien. Fotografato in parte a Citta' del Messico e in parte a New York: