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Ambiente Uguaglianza Tempo

lunedì 30 marzo 2009

Free your mind and your toys will follow

Alla fine, molto semplicemente, mi verrebbe voglia di scrivere un post di una frase soltanto: senza i Parliament - Funkadelic, due tra i miei dieci dischi preferiti di tutti i tempi (Fear of music e Remain in light) non sarebbero esistiti.

George Clinton e' uno che non puoi che collocare lassu' nel cielo stellato dei grandi della musica nera, tra Miles Davis, James Brown, Jimi Hendrix, Sly Stone.

Toys, l'album di sessions registrate in studio nel periodo suppergiu' 1971 -1972, diciamo tra Free your mind e Cosmic slop, e' un'esperienza indescrivibile a parole. 9 tracce, 4 canzoni e 5 jam, assolutamente stellari, diamanti grezzi che, opportunamente rilavorati, avrebbero trovato casa nella discografia ufficiale dei gruppi di Clinton.

E che pero' in queste versioni non definitive brillano di una particolare luce propria. Sono sessions dominate dalle tastiere di Bernie Worrell, spesso dai colori inaciditi di un limone andato a male. Worrell che, ricordiamolo, ai tempi di Remain in light era, di fatto, un componente dei Talking Heads.

Le tracce di Toys tracciano un immaginario ponte tra gli anni '60 maturi, di Hendrix e della Family Stone, e la migliore black music degli anni '80, su tutti gli ingiustamente dimenticati Living Colour di Vernon Reid (che della tradizione funk psychedelica sarebbe diventato depositario nel corso di tutto quel decennio).

Disco stra-consigliato nel suo oscillare tra immaginative sessions di funk visionario e tradizioni gospel e blues rivisitate inventivamente: da alternare all'ascolto delle nostre ormai consunte copie di Free your mind, Maggot brain, America eats its young e Cosmic slop. Con ogni probabilita' lo si ritrovera' tra qualche mese tra i miei dieci preferiti del 2009.

E questa, da una trasmissione televisiva del 1970, e' la classicissima I got a thing.

venerdì 27 marzo 2009

Radio Engadina Rossa

Allora, in mancanza di Radio Popolare Londra, vediamo se riesco a fare un calendario delle manifestazioni anti G20, mettendo insieme una ventina di mail ricevute in questi giorni di preparazione:

1) Domani concentramento alle 11 dalle parti di Temple per la prima delle manifestazioni, March in central London for jobs, justice, climate. Piu' informazioni qui

2) I Aprile alle 12 convergenza di 4 cortei alla Banca d'Inghilterra. I cortei partiranno da Moorgate, Liverpool Street, London Bridge e Cannon Street alle 11. Suonera' Billy Bragg e verranno impiccati manichini di banchieri (... ma perche' sprecare manichini?)

3) I Aprile alle 12.30 concentramento ambientalista all'European Climate Exchange, 62 Bishopsgate, EC2

4) I Aprile alle 14 manifestazione in central London, da Grovesnor Square (presidio all'ambasciata americana) a Trafalgar Square

5) I Aprile: G 20 alternativo all'Universita' di East London. Tra gli speakers sono attesi Tony Benn, Ken Livingstone e Ken Loach

6) 2 Aprile alle 7 del mattino manifestazione sit-in davanti alla Borsa, in Paternoster Square

7) 2 Aprile a un'ora ancora da definire altra manifestazione che dovrebbe arrivare alla Banca d'Inghilterra

8) 2 Aprile alle 11 protesta all'Excel Centre, dove si svolge la riunione dei G20.

Informazioni corrette al momento di schiacciare pubblica post (aggiornato al 31 Marzo). Se riesco ad avere informazioni piu' precise, le aggiungo qui sopra di volta in volta.

Per prepararmi spiritualmente al tour de force, nei giorni scorsi sono andato a vedere questo film. Che a parte il montaggio peggiore degli ultimi decenni (ma che bisogno c'era di usare l'immaginario dei film catastrofisti anni ottanta, ditemelo), contiene spunti interessanti. Soprattutto i particolari. Guardate bene, a un certo punto una delle ragazze intervistate nel paesello della Nigeria dove la Shell fa profitti spaventosi e la gente e' costretta a bere acqua contaminata, indossa una maglietta con la scritta I love my credit card.

Se si vive come vivete voi occidentali, con tutti quei vestiti, uno non vuole morire mai, vuole vivere per sempre. Poi con ogni probabilita' il tasso di suicidi dei londinesi e' 10 volte superiore, il Prozac ingurgitato ogni giorno dalle chav si misura in metri cubi, i coltelli nelle tasche degli hoodies anche, ma queste statistiche a loro non arrivano. Britney e Kate quelle invece immagino di si'.

Meno interessante di questo, meno emozionante di questo, ma comunque un film non fatto troppo male (un po' superficiale pero': che senso ha volere fare un film per tutti su un tema che tanto attrae 20 persone alle 21 al Rich Mix?).

mercoledì 25 marzo 2009

Daydream exhibition

Prima che la febbre prendesse definitivamente il sopravvento su di me, Sabato mattina sono riuscito a fare un giretto alla National Portrait Gallery, dove ha aperto una bella retrospettiva di ritratti di Gerhard Richter (cover artist di uno dei nostri dischi preferiti di ogni epoca).

La maggior parte li conoscevo avendoli visti, almeno sotto forma di idee o fotografie, in una monumentale retrospettiva alla Whitechapel, nel 2003. E pero' questa sostanzialmente piccola mostra, 35 lavori in tutto se si include uno specchio sistemato in fondo alla galleria che riflette i movimenti dei visitatori e la riproduzione di 48 tafeln (installazione presentata alla Biennale di Venezia nel 1972 e in questa occasione riadattata all'architettura della hall principale della galleria), visitata con tutta calma un Sabato mattina all'orario di apertura, e ancora deserta, mi ha comunicato qualcosa di magico.

Il percorso parte dai primi ritratti realizzati dall'artista tedesco, cupissimi, di Jackie Kennedy al funerale del marito e di Lee Harvey Oswald che dell'assassinio del presidente fu accusato, ripresi da fotografie di giornale e resi con colori lividi che nulla hanno a che spartire con i contemporanei Warhol e Hamilton.

E se il glamour non puo' mancare, siamo nella prima meta' degli anni '60 e sulle riviste impazzano Colette Dereal e Brigitte Bardot, viene pero' rappresentato attraverso l'occhio gelido di una televisione in bianco e nero che della realta' fa perdere i particolari, tenendola a distanza: intrattenimento, piuttosto che vita.

Richter non pretese di ritrarre la vita infatti, ma la sua idealizzazione, come il ritratto di Liz Kertelge non vuole essere quello di una donna elegante, ma dell'eleganza ideale, in una rappresentazione cristallizzata nel tempo che si fa ultraterrena, astratta, irreale.

Con Warhol, Richter condivise una musa, la magnifica artista newyorkese Brigid Polk, la quale dipingeva cospargendosi i seni di pittura e poi applicandola alla tela col proprio corpo. Il ritratto che Richter le dedico' nel 1971 e' erotismo idealizzato, corpo che si dona allo sguardo senza compromessi.

A meta' della mostra il linguaggio pittorico cambia completamente. I colori si fanno caldi e naturali, e se le immagini sono comunque filtrate dall'occhio meccanico della macchina fotografica di Richter, i gradi di separazione si riducono drasticamente. E' difficile isolare immagini da questa sezione: mi sembra costruiscano un ritratto di famiglia fatto di momenti intimi e quotidiani intrecciati tra di loro (e che distanza siderale separa questi lavori dalle rappresentazioni delle star, popolari ma lontane, che aprono la mostra!).

Indubbiamente pero' Betty (anche sulla copertina di questo indispensabile volume) e Lesende posseggono una qualita' classica, e possono ricordare addirittura Vermeer, o certi dipinti del '600 italiano che si trovano dall'altra parte della parete, alla National Gallery.

Domani a Zoe: Radio Popolare, alle 11.30 e alle 21.

martedì 24 marzo 2009

I tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai

La primavera mi ha fatto subito un bel regalo. A letto con l'influenza, per tre giorni di tutto riposo. Una meraviglia. Non mi veniva dal 2003, nonostante me la fossi augurata tutti gli anni. Una di quelle influenze di magnitudo perfetta, che ti costringono a non uscire di casa, ma che contemporaneamente non ti fanno salire la febbre oltre quella soglia al di la' della quale non riesci a leggere (poi, che qui non ci si fa mancare niente, mi sono regalato pure un giorno di convalescenza).

A farmi muovere il piedino sotto il piumino mentre sorseggiavo spremute e mangiavo cestini di fragole (l'unica cosa che riuscissi a buttare giu', non ho capito il motivo) e' stato il disco piu' primaverile che mi potessi procurare per salutare il ritorno in citta' del sole, una formidabile raccolta che la Kingston Sounds ha dedicato a questo semi-dimenticato eroe dei teenager giamaicani degli anni '70.

Me ne parlava Don Letts settimana scorsa, raccontandomi di come turning rebellion into money che Strummer canta in White man in Hammersmith Palais fosse proprio dedicato al buon Delroy Wilson. Che insomma, di ribelle aveva ben poco, dato che ai tempi del primo album dei Clash il suo repertorio era per lo piu' fatto di struggenti lovers rock.

Prima pero' il nostro Cool Operator (come era soprannominato dal titolo del suo hit piu' famoso, un pezzone classic reggae del 1972), aveva attraversato un super periodo ska, alla corte di Coxsone Dodd (questa), incidendo il suo primo singolo, scritto da Lee Perry, a soli 13 anni, nel 1961.

La raccolta della Kingston Sounds che stra-consiglio contiene le collaborazioni con Sly & Robbie, ed e' un bel mix di brani originali e cover - anche se senza credits e' difficile capire quali siano quali: io ho riconosciuto I'm still waiting di Marley, Peaceful man, che secondo me e' un'originale di Marcia Griffiths, ma potrebbe anche essere il contrario (devo chiedere a Vito quando lo vedo). E poi, sorpresona, Never never che e' indubbiamente la cover di questo magnifico pezzo di Mina - e guardate, il giorno che Prospettive Musicali andra' in onda alle 14 su Radio Deejay giuro che lo trasmetto e sparo Delroy Wilson al primo posto della hit parade di Sorrisi e Canzoni.

E dopo i Clash e Mina, andiamo ad ascoltarci proprio il figo operatore, con un pezzo che divento' la canzone popolare del partito socialista dei lavoratori giamaicani. Ci sentiamo domani, cosi' vi dico di cosa parliamo a Zoe questa settimana (a proposito di commissioni che dovevo fare nel giorno di convalescenza).

venerdì 20 marzo 2009

Stasera suona per te per ricordarti un amore

Al Kings Place si svolge in questi giorni il festival che celebra il quarantesimo compleanno di una delle mie etichette preferite. Ieri sera mentre ascoltavo Dino Saluzzi e Anja Lechner (la donna piu' elegante del pianeta Terra) in quello che sta rapidamente diventando uno dei luoghi dove vado piu' volentieri a sentire musica, pensavo che quando questi anni saranno solo un brutto ricordo, e saro' felice nella mia piccola baita in Engadina a coltivare un bell'orto e a nutrire scoiattoli, la loro sara' la colonna sonora che accompagnera' le mie giornate.

Soffice come un vento che increspa la superficie di un lago di montagna, naturale come il canto di acqua di sorgente, quella di Saluzzi e Lechner e' musica che sa trascendere il tempo: potrebbe essere stata composta ieri come duecento anni fa. O non composta affatto, considerando quanto il fisarmonicista argentino sembri improvvisare sulle linee di violoncello ora morbide ora severe della sua collega tedesca.

Saluzzi e' uno che il tango e la milonga li ha respirati da quando era bambino, per poi regalarli di volta in volta a Charlie Haden, Al Di Meola, Enrico Rava e troppi altri per nominarli. Accompagnata da Anja Lechner pero' la sua musica si fa unica, eterea, completamente astratta. La musica popolare diventa un ricordo del quale cogliamo frammenti prima che assuma sfumature cromatiche mai ascoltate prima, che tra le proprie maglie lasciano trasparire il silenzio. Che come i dischi dell'etichetta di Manfred Eicher ci hanno insegnato, costituisce parte integrante di un linguaggio musicale capace di dialogare con la parte di noi piu' profonda.

Se siete alla ricerca di un disco con il quale fare la conoscenza di Dino Saluzzi, consiglio di partire da questo. E se vi rimane qualche monetina nel salvadanaio, investitela in questo libro uscito qualche anno fa, tra i volumi piu' belli della mia collezione di cataloghi.

Un bel frammento di un concerto di Saluzzi e Lechner lo trovate qui.

Che sia per voi un buon fine settimana, ci risentiamo Lunedi'.

mercoledì 18 marzo 2009

Infedeli alla linea

Un paio di mostre interessanti visitate ultimamente. Iniziamo dalla Hayward Gallery, il blocco di cemento pieno di arte all'interno del Southbank, che a volte sembra un po' invidioso della centrale elettrica che si incontra un po' piu' in la' seguendo il fiume. Hayward che ospita una bella mostra curata da Mark Wallinger, artista britannico che mi e' diventato particolarmente simpatico quando vidi questa installazione.

La mostra mentre la vedi ti spiazza, e francamente sembra una collezione un po' sconclusionata di opere d'arte ispirate al concetto teorico di una linea che di volta in volta puo' unire o dividere. Linea spesso interpretata metaforicamente, a volte anche come punto di svolta [pausa/ brivido della serata: sto scrivendo dal caffe' del Curzon Soho, dove stanno suonando questa canzone], linea che divide un prima da un dopo. Ed e' questa, come magari potete immaginare se non passate di qui per la prima volta, l'interpretazione che preferisco. Come nelle splendide ri-interpretazioni di film tedeschi dell'Est girate da Amie Siegel, che raccontano una trasformazione senza che risulti immediatamente chiaro quale rappresentazione della realta' precede quale (infatti nei footage piu' recenti i vecchi edifici sono stati restaurati).

Il senso della mostra, almeno per come l'ho capito io facendone esperienza, sta nella dimostrazione di come molte linee sono spesso immaginarie, e siamo noi a tracciarle mentalmente, definendo limiti di fatto inesistenti, o almeno non irremovibili. Che la linea dobbiamo saperla riconoscere, ma poi prendere le misure e passare dall'altra parte con un po' di fiducia.

L'altra mostra che vi consiglio ha aperto proprio oggi al Chelsea Space, che e' il piccolo spazio espositivo interno al Chelsea College of Art. Sabato ricevo questa mail dalla mia amica Sophy, che lavora nella galleria: ciao bello, not sure if you are in London but on Tuesday 17th march at 6.30 at the gallery where i work we are having a show of the work of Mick Jones from the CLASH. it is the PV 6.30 PLEASE DO COME. IT IS AT CHELSEA SPACE JOHN ISLIP STREET opposite the Tate Britiain, Mick and all surving members will be there. Trasalisco, ovvio.

Alla mostra sono anche andato, ma a parte racontarvi che c'e' tanta paraphernalia assortita, dischi, poster, foto, strumenti dall'archivio polveroso di Mick, non so dirvi molto altro, perche' quando ti trovi circondato dagli eroi della tua adolescenza, Mick Jones e Paul Simonon, Don Letts e Glen Matlock li' a un metro da te, che parlano con te, scherzano con te, ti mandano mail il giorno dopo, beh, ti rendi conto che se le fotografie appese sui muri della tua cameretta da adolescente possono improvvisamente prendere vita davanti a te, allora vuol dire che la linea che separa realta' e fantasia e' davvero teorica, e che la puoi oltrepassare di slancio se davvero desideri.

lunedì 16 marzo 2009

Cult following

Ottima iniziativa, quella del British Film Institute, di dedicare una stagione a un regista ingiustamente poco conosciuto come il catalano Jose' Luis Guerin. E di proiettare per un paio di settimane il suo ultimo film, presentato l'anno scorso in concorso a Venezia, intitolato Dans la ville de Sylvia.

E' la storia di un giovane misterioso che torna a Strasburgo per cercare una giovane donna da lui conosciuta, e forse amata, sei anni prima. Si siede a un tavolino del caffe' della scuola superiore di arte drammatica, che Sylvie forse frequenta, e aspetta. E intanto sul suo taccuino ritrae i volti delle studentesse sedute ai tavoli vicini al suo. Osserva, disegna, si guarda intorno, mentre apparente nulla accade. Noi siamo lui, e lui e' noi spettatori.

A un certo punto, attraverso un vetro vede una giovane donna, e inizia a seguirla per le intricate vie della citta' vecchia. La perde di vista, crede di vederla affacciata a un balcone, poi la ritrova e continua a seguirla.

Chi e' questo ragazzo introverso, e chi e' la graziosa giovane donna che segue, ci domandiamo, fino a quando lui la chiama. Sylvie. E lei non risponde, perche' come scopriremo, non di Sylvie si tratta.

Film di misteriosa bellezza, un po' Rohmer, un po' Bunuel e un po' Maya Deren. Meditazione sulle conseguenze dell'amore e sulla sua idealizzazione.

Magnifica la scelta delle ambientazioni e dei suoni, che si alternano a silenzi che sono tutti interiori.

E quando il protagonista, esce dalla pensioncina del centro storico dove alloggia e fa ritorno al disco pub dove sei anni prima incontro' Sylvie, la scelta della musica ci ricorda che dentro di noi c'e' qualcosa che e' pronto a rompersi in mille pezzi se solo non gli dedichiamo tutta l'attenzione che merita.

sabato 14 marzo 2009

C'era un ragazzo che come me amava i Roxy e i Talking Heads

Il programma di Ether (Southbank Centre's festival of innovation in sound and art) di quest'anno mi sembra decisamente meglio delle precedenti edizioni. Che pure hanno portato al Southbank Kraftwerk, Terry Riley, Jim O'Rourke, Jonny Greenwood e Thom Yorke.

L'idea di organizzare l'edizione 2009 sostanzialmente attorno alla collaborazione tra David Byrne e Brian Eno (due concerti nei quali verranno ripercorse le collaborazioni dei due maestri, una lecture di Eno insieme a Jon Hassell su temi come Making the world safe for pleasure/ Transcendence and intoxication: what sex, art, religion, music and drugs have in common) a me sembra l'ennesimo riconoscimento del fatto che, come sostenemmo qui quando fu pubblicata l'ultima ristampa, My life in the bush of ghosts e' in definitiva l'album fondamentale della musica degli ultimi trent'anni, la svolta che inauguro' una nuova epoca, segnando un punto di discontinuita' tra prima e dopo. Ancora oggi ascoltandolo, misteriosamente finisci per notare particolari che tra le linee angolari di quei metafisici cut-ups ti erano sfuggiti.

In modo completamente diverso, pero' amo molto anche la loro collaborazione dell'anno scorso, e forse proprio perche' con My life in the bush of ghosts non c'entra assolutamente nulla. Se ci pensate, aprire il disco con una traccia come Home, con quella chitarra che sembra uscita dalle sessioni di registrazione di The unforgettable fire, significa gia' moltissimo. Un riconoscimento di rara onesta'. I ragazzi di allora con gli anni si sono trasformati in uomini maturati con grazia. Pur sempre uomini, per i quali il tempo passa lasciando dietro di se' esperienze e tracce incancellabili. Con la consapevolezza che nothing has changed, but nothing's the same e che ev'ry tomorrow could be yesterday.

Byrne, che per scrivere i testi si ispira al suo amico Dave Eggers. E Eno che invita alle sessioni di registrazione i suoi di amici di una vita, Manzanera e Wyatt.

Musicisti liberi dal bisogno, che si possono permettere di parlare solo quando hanno qualcosa da dire. Teniamoceli stretti Byrne e Eno, anche sapendo che un seguito di My life in the bush of ghosts non sapranno piu' regalarcelo.

Con lo stesso entusiasmo, riascolto Mea culpa e Strange overtones, e aspetto Ether.

mercoledì 11 marzo 2009

If you love somebody

Ci sono film davvero speciali, che ancora prima di vedere, per quel poco che ne hai letto, senti gia' tuoi. Ti avvicini al cinema con un'emozione particolare, sai gia' che si sta per verificare un piccolo ma memorabile evento. Wendy & Lucy e' uno di questi. L'ho conosciuto grazie a questa intervista con la magnifica Kelly Reichardt, che diresse Old joy, il mio film preferito del 2007.

Wendy & Lucy e' stato girato in 20 giorni, con un budget microscopico e un numero di attori che credo non arrivi a 10, proprio come Old Joy. Dalla prima scena, quella con i treni merci che vanno e vengono dal nulla e dentro il nulla, fino ai titoli di coda su musica di Will Oldham, Wendy & Lucy e' un capolavoro assoluto, uno dei miei film preferiti degli ultimi anni. Il mio amico Marco puo' testimoniare che quando sono uscito dal cinema parlavo a fatica, e il nodo alla gola e' durato per molto molto tempo dopo il film.

Come dice Kelly Reichardt nell'intervista linkata qui sopra, e' un film sulla poverta': sulla mancanza di reti di protezione sociale, sulla fragilita', sull'insicurezza. Ispirato dall'America di Steinbeck, dal neorealismo italiano (e da quello contemporaneo dei fratelli Dardenne), dal cinema tedesco degli anni '70.

Wendy la incontriamo mentre con il suo amato cane Lucy cerca di attraversare l'America, dall'Indiana all'Alaska dove spera di trovare un lavoro per l'estate. Arrivata in una sonnacchiosa cittadina dell'Oregon che sembra uscire da un libro di Denis Johnson, la sua vecchia e scassata macchina non ne vuole sapere di ripartire. Per Wendy, che segna ogni spesa sul suo taccuino, attenta a economizzare su tutto, si prospetta un significativo esborso imprevisto.

Le crocchette di Lucy stanno finendo, i soldi sono pochi. E allora Wendy pensa bene di entrare in un piccolo supermercato per procurare qualche scatoletta a Lucy. Ma viene colta sul fatto da uno zelante commesso (If a person can't afford dog food, then they shouldn't have a dog), che chiama la polizia. Wendy finisce per qualche ora in guardina, e quello che capitera' nel frattempo a Lucy lo saprete vedendo il film.

E' un film sulla poverta', certo, ma e' soprattutto una magnifica e davvero minima storia d'amore, che vi commuovera' fino alle lacrime. Michelle Williams (che ricorderete in Brokeback Mountain) e' assolutamente credibile, bravissima, proprio come Will Oldham in Old joy (non a caso Oldham mi ha raccontato che girando quel film era entrato cosi' tanto nella parte da non riuscire piu' a seguire le istruzioni che gli dava Kelly). Strepitosa anche l'interpretazione di Wally Dalton, che interpreta il ruolo di un pensionato che si occupa della security di un desolato parcheggio davanti a un Wal-Mart, che si fara' in quattro per aiutare Wendy.

Ed e' un film sulla solitudine che ti prende in certi momenti, quando tutto sembra perduto e tutti lontani, presi dalle loro occupazioni. Ma anche sulla capacita' di superarli quei momenti, con senso di responsabilita' che porta a volte a soffrire terribilmente pur di garantire un futuro migliore a coloro ai quali vogliamo bene.

Film dell'anno, ancora una volta, e Kelly Reichardt e' la regista indipendente che attualmente preferisco.

[E Domenica pomeriggio alle 14,30, all'interno di Patchanka su Popolare Network, chi fosse interessato potra' ascoltare la mia conversazione con Will Oldham, e l'anteprima del suo nuovo disco, Beware. Ascolta].

lunedì 9 marzo 2009

Parklife

Vincera' sicuramente Taryn Simon, per la quale tifano piu' o meno tutti i miei amici che hanno visto i lavori shortlisted quest'anno al premio della Photographers' Gallery. A me pero' sono piaciute da pazzi le foto di Tod Papageorge, quasi settantenne fotografo newyorkese che ha passato la vita collezionando immagini di suoi concittadini che passeggiano per Central Park. O prendono il sole, leggono, si scambiano baci, pensano, fanno un giretto col cane.

C'e' chi dice che le sue foto mi piacciono tanto perche' sono vintage e ricordano gli anni '70, e probabilmente non ha tutti i torti. Pero' insomma a me questo fotografo che con lo spirito flaneur che molti anni prima aveva dato ispirazione a Brassai cattura attimi di intensa poesia quotidiana, minima, e quella poesia la va a cercare proprio dove le persone cercano un rifugio dalla frenesia a volte insopportabile che se vivete in una grande citta' conoscete anche troppo bene, ispira enorme simpatia.

Propri come i suoi soggetti: un uomo di colore spaparanzato nell'erba che gioca a scacchi da solo; una ragazza che prende il sole chiacchierando con la nonna che invece se ne sta al fresco, seduta all'ombra di un albero; un signore che pettina il figlio, in mezzo al nulla; un altro che sembra combattere contro un terrificante mal di testa; una coppia che si bacia appoggiata a un albero; e un'altra su una panchina, tra signori che leggono.

Scatti che rendono eterni momenti sostanzialmente comuni, normali, ricordi condivisibili. Realizzati in un bianco e nero naturale, non ritoccato in alcun modo, forse anche un po' scolorito, che contrasta con la perfezione digitale contemporanea esattamente come il vinile suona infinitamente piu' caldo rispetto a qualsiasi gelido file. Ecco cosa sono quelle di Papageorge, immagini che scaldano il cuore, nelle quali ritroviamo i momenti sereni nei quali ci lasciamo gli impegni alle spalle e cerchiamo un po' di tranquillita' nel verde, con un buon libro a tenerci compagnia.

E mi pare bello che qualcuno chiami una raccolta di quei momenti Passing through eden. Il paradiso, forse, e' una serie di piccole soleggiate parentesi.

[E Giovedi' alle 11.30 e alle 21 ne parliamo con lei a Zoe]

venerdì 6 marzo 2009

Ceylan for beginners

In termini di cura dell'immagine, non sono sicuro che esista oggi un regista piu' attento ai dettagli cromatici del turco Nuri Bilge Ceylan. Il suo lavoro fotografico, che non conoscevo, possiede la stessa magistrale capacita' di trasformare la luce in purissima emozione. Le 24 foto esposte in questi giorni nell'atrio del British Film Institute sono quelle della serie For my father, e non mi capitava da tempo di commuovermi cosi' davanti a una serie di scatti fotografici.

L'anziano padre di Ceylan diventa parte integrante di paesaggi rurali, cieli forieri di pioggia, mare increspato di onde: espressioni dell'anima che si riflettono nell'ambiente naturale, rappresentazioni della vita e delle sfide con le quali siamo chiamati a confrontarci.

I colori sono quelli metallici che abbiamo imparato ad apprezzare nei film di Ceylan, film nei quali la poesia dell'immagine assume un ruolo che rende quasi secondaria la trama narrativa, proprio come accadeva con Tarkovsky - altro regista che fu eccellente fotografo.

E se Three monkeys, il suo ultimo film che gli ha guadagnato la palma d'oro a Cannes, racconta una storia un po' troppo dostojevskianamente drammatica per i miei gusti, consiglio di recuperare i piu' poetici e introspettivi Climates (con una memorabile Ebru Ceylan, che di Nuri e' la moglie), storia della disintegrazione progressiva di un amore, e soprattutto Uzak, superlativo film sulla ricerca della solitudine, che erige attorno a noi muri i quali diventano gradualmente sempre piu' impenetrabili dall'esterno.

mercoledì 4 marzo 2009

Paisley underground

No, non un post su loro, loro e loro, ma su un musicista che le atmosfere della neopsychedelia californiana le ricorda a partire dal cognome.

Doug Paisley arriva in realta' da un po' piu' in alto a destra, Toronto per la precisione, citta' natale del vecchio zio Neil. Che regala ispirazione alle soffici melodie pop folk del suo esordio, nemmeno troppo distanti dai suoni bookshop friendly dei Fleet Foxes - che qui a Londra in questi giorni si ascoltano davvero dappertutto.

Altro nume tutelare del giovane Doug e' il nostro Willaccio, che a un certo punto l'ha pure portato in tour con se'.

Al suo primo album, Doug Paisley ha voluto dare il suo stesso nome. Lo pubblica la sconosciuta No Quarter, e non e' il disco piu' facile da reperire al mondo, ma il suo ascolto ripaga con gli interessi di attese e ritardi. Psychedelica la grafica, in armonia con il folk rock floreale e profumato di spezie che ispira questi suoni. Morbido e intenso il dialogo tra la voce di Doug e quella di Simone Schmidt, la sua personale Dawn McCarthy.

Vi rimando a questo post, per approfondire. Qui potete ascoltare il brano che apre l'album e qui il suo personale The letting go.

martedì 3 marzo 2009

To the pines, the river & the ocean deep

I’ve known mornings white as diamonds
silent from a night so cold
such a stillness
calm as the owl glides

Our lives are buried in snow

I was sifting through the piles
in my hand a tangled thread
each patient tug upon the snarl
is a glimpse of what has been

Burdened bands gain strong hands
Gaping holes where diamonds should be
must have been morning that stole them
a glint of white in the pocket of winter

And some hearts are ghosts
settling down in dark waters
Just as silt grows heavy
and drowns with the stones.

Ad accogliermi a Londra ho trovato una tiepida giornata di sole e nella cassetta delle lettere, tra la posta di una settimana, questo disco. Alela Diane arriva da Nevada City, proprio come lei e lei.

Piu' ancora di The pirate's gospel, To be still e' un disco di poesia sobria e naturale, appena accarezzata da arpeggi acustici, banjo, mandolino, violino. Che sara' un piacere ascoltare eseguita dal vivo.

Folk di essenziale semplicita', figlio dell'antologia di Harry Smith, di Joni Mitchell, della prima Chan Marshall, ma soprattutto di montagne e pinete profumate, torrenti e brughiere spazzate dal vento, distese innevate e silenzio.

Ascolto e riascolto To be still. Porta serenita' nel mio cuore. Mi accorgo che non mi serve altro per vivere istanti di incontaminata felicita' e profondo senso di unione.

domenica 1 marzo 2009

Prospettive Musicali del I Marzo 2009

1) CAROLINE PEYTON Still with you (da Intuition, Bar-B-Q 1977, rist. Asterisk 2009)

2) 13TH FLOOR ELEVATORS You're gonna miss me (da VV. AA. Never ever land 83 Texan nuggets from International Artists Records 1965 - 1970, Charly 2008)

3) 13TH FLOOR ELEVATORS Scarlet & gold (da VV. AA. Never ever land 83 Texan nuggets from International Artists Records 1965 - 1970, Charly 2008)

4) DISCIPLES OF SHAFTESBURY Times gone by (da VV. AA. Never ever land 83 Texan nuggets from International Artists Records 1965 - 1970, Charly 2008)

5) HIGH PLACES The tree with the lights in it (da High Places, Thrill Jockey 2008)

6) FLEET FOXES Sun it rises (da Fleet Foxes, Sub Pop 2008)

7) FLEET FOXES English house (da Sun giant, Sub Pop 2008)

8) TALLEST MAN ON EARTH Honey won't you let me in (da Shallow grave, Gravitation 2008)

9) LITHOPS Handed (da Ye viols!, Thrill Jockey 2009)

10) CHRISSY ZEBBY TEMBO & NGOZI FAMILY My ancestors (da My ancestors, 1974, rist. Hummingbird Songs 2008)

11) LITHOPS 21.jhrdt (da Ye viols!, Thrill Jockey 2009).

Ascolta.