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Ambiente Uguaglianza Tempo

mercoledì 29 aprile 2009

This is England

Finalmente mi e' capitato di vedere un buon film inglese. A dire il vero, il realismo sociale agli inglesi riesce sempre abbastanza bene, e in fondo a loro basta seguire le orme di due monumenti locali ormai stagionatelli ma ancora in ottima forma, Ken Loach e Mike Leigh (incidentalmente: gli ultimi film inglesi che mi sono piaciuti molto sono stati proprio It's a free world e Happy-go-lucky).

Shifty pare sia stato girato in 18 giorni con un budget inferiore a 100mila sterline (e se ne avessero avuti altri tipo 10mila io avrei consigliato di metterli nelle mani capaci di Robertino Del Naja e farsi scrivere una degna colonna sonora). Racconta storie di spaccio e dipendenze, ma soprattutto mostra l'Inghilterra popolare di oggi cosi' com'e': council blocks, droghe ampiamente disponibili ovunque, matrimoni a pezzi, lavori precari, paesaggio suburbano tetro, alcolismo, poverta' diffusa, violenza.

Non e' un bel vedere, ma insomma l'Inghilterra per come la posso conoscere io, specie in questi mesi di recessione che sono come un buco nero che inghiotte tutto, direi che e' proprio questa, non certo quella dei film con Hugh Grant.

Tra l'altro pare che Shifty lo spacciatore esista davvero, che sia un amico del regista che ora sta trascorrendo un periodo nelle patrie galere di Sua Maesta'.

Il trailer, in attesa che, non si sa mai, venga distribuito anche in Italia un giorno.

lunedì 27 aprile 2009

This is chop

Cosa ci faccio qui, mi capita ogni tanto di domandarmi. Poi in una domenica di sole e cielo terso, passeggiando tra Liverpool Street e Brick Lane, trovo la risposta, entrando in una nuova galleria che si chiama Raven Row e che uno dei piu' begli spazi espositivi che ho visto in questa citta'.

Una casa, non troppo diversa da quelle li' attorno, dove vivono Gilbert & George e Tracey Emin. Due piani, scale di legno, camini in ferro battuto, pareti immacolate, soffitti decorati con stucchi, pavimenti irregolari che scricchiolano, finestre cosi' grandi che salendo le scale quel juke-box fuori dal controllo razionale che la mia mente e' diventata mandava in loop 2541 (e pazienza se questa la capiamo solo JC e io).

E all'interno una retrospettiva da urlo di Ray Johnson, l'inventore della mail art. Allievo di Josef Albers, amico di tutti quelli che piacciono a chi scrive e legge Engadina Calling (John Cage, Merce Cunningham, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Cy Twombly, Roy Lichtenstein, Jeanne-Claude e Christo, Andy Warhol). Studioso di filosofia zen e del concetto di casualita' nell'arte. New York's most famous unknown artist, come si diceva di lui, soprattutto quando inizio' a vivere da recluso e a rifiutare di mostrare in pubblico i suoi strepitosi, visionari collage.

Maestro dell'arte del riciclaggio e del cut up, non sono un artista pop art, sono un artista chop art diceva di se'. Usava ritagli, fotocopie (si parla anche di lui come dell'inventore della photocopy machine art, portata alle sue estreme conseguenze sulle copertine post-punk e sulle fanzine di fine anni '70), frammenti di legno, tutto quello che capitava.

Se passate di qui entro il 10 Maggio, fate un salto in questa galleria, dove saranno contenti di regalarvi il bel catalogo e di lasciarvi fotografare liberamente quello spazio silenzioso dal quale sara' difficile prendere congedo.

venerdì 24 aprile 2009

E per il fine settimana non uno ma due soli

E' in fondo molto rappresentativo del clima culturale di questa citta' il fatto che la musica migliore che arriva da Londra in questi anni sia quella di immigrati di prima o seconda generazione (MIA, Adem, Bat for Lashes...).

Two suns e' impossibile da evitare in questo periodo, e la sua copertina e' diventata un'icona presente in tutte le stazioni della metropolitana.

Niente di nuovo sotto il sole: un terzo Kate Bush, un terzo Portishead e un terzo Bjork, pero' decisamente piacevole. Musica per il fine settimana, abbastanza consigliata. Ci sentiamo Lunedi'.

giovedì 23 aprile 2009

Per uomini e profeti

Si e' seduto li' dove sei tu adesso e ha detto: io da qui non me ne vado mi raccontava qualche giorno fa Lucia, la simpatica monaca che si e' offerta gentilmente di farmi da guida a una visita del monastero di Bose, quando le ho chiesto di Arvo Part.

Che dev'essere rimasto nel cuore di Enzo e dei suoi, a giudicare dalla quantita' di dischi del compositore estone reperibili nel negozietto dell'abazia. Negozietto che tra l'altro funziona senza casse: prendi dagli scaffali, fai mentalmente il conto di quello che hai speso e depositi con onesta' in una cassettina il dovuto. Come dovrebbe essere dappertutto. E si trovano pure marmellate squi-si-te.

Di Arvo Part, ECM ha da poco pubblicato un volume intitolato In principio, che e' tra i suoi dischi uno dei miei preferiti. Potrebbe tra l'altro funzionare bene come primer, dato che presenta un bell'equilibrio tra composizioni per coro e altre per orchestra da camera.

In principio e' una composizione corale ispirata dall'inizio del Vangelo di Giovanni (In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio), magnificamente modellata sullo schema delle liturgie medioevali e dei canti gregoriani. Di grande forza drammatica, sottolineata da un supporto di fiati e percussioni di enorme effetto.

La Sindone e Cecilia vergine romana sono composizioni piu' moderne, progressive, spezzate, ricche di inaspettati interludi.

Di Da pacem Domine abbiamo gia' parlato, e aggiungo solo che questa versione e' piu' asciutta, essenziale, rispetto a quella sul volume omonimo pubblicato da Harmonia Mundi, pur senza perdere la potenza evocativa di un brano che fu scritto, ricordiamolo, per commemorare le vittime degli attentati dell'11 Marzo 2004, a Madrid.

Il meglio giunge alla conclusione di questo impegnativo ma molto appagante ascolto, con due astratte composizioni per orchestra da camera, di grande dinamismo chiaroscurale.

Molto consigliato, e qui trovate una conversazione tra Arvo Part e un'intervistatrice davvero speciale.

mercoledì 22 aprile 2009

Del lasciarsi andare

Il ritorno a Londra e' stato piuttosto indolore questa volta. Complice il sole calduccio, il cielo terso, due bei tramonti sul fiume visti dalla terrazza della Royal Festival Hall e uno strepitoso concerto di uno dei santi protettori di Engadina Calling, Bonnie Prince Billy.

Era il suo debutto nella sala principale del Southbank. Che vista da quel palco deve fare un po' paura, se a un certo punto ha cominciato a dire che i palchetti gli sembravano denti e la fila centrale illuminata di rosso una lingua. Non si e' fatto inghiottire pero' il nostro Bonnie (con barbetta corta, peraltro).

Concerto straordinario, come mi aspettavo del resto. Forse meglio. Come vedere Robertino elettrico, 1975, circa Desiderio, con una giovane Emilia Luisa al suo fianco che suona magicamente un violino e esegue controcanti da paura, perfetti (del resto proprio Bonnie mi diceva quanto ama l'incontro armonico tra una voce maschile e una femminile). Sul palco anche una seconda chitarra elettrica, un contrabbasso, e signori last but not least (ma quello non e'...?) Jim White alla batteria.

Parecchi gli inediti, soprattutto nella prima parte del concerto. Resta intatta la mia convinzione che The letting go sia il suo capolavoro (avreste dovuto sentire Cursed sleep, piazzata con leggerezza a meta' concerto con quell'inizio che e' pura ascesa al cielo). E pero' Beware dal vivo acquista quella dinamica che un po' sul disco resta compressa (un po' quello che accade quando senti i Wilco).

Emozionanti colpi al cuore i salti indietro nel tempo: I see a darkness (che e' morte e resurrezione in tre minuti) e Nomadic revelry soprattutto, rese misteriose da quel drumming astratto, inconfondibile.

martedì 21 aprile 2009

I've got you under my skin where the rain can't get in

E insomma, sono tornato. E cinque minuti fa ero in Paternoster Square, nel caffe' di fianco alla Borsa dove tutti i giorni che il Signore manda sulla Terra mi concedo un te' di meta' pomeriggio e scambio qualche battuta con la camerierina coreana che qualsiasi cosa ci diciamo mi fa sempre sorridere, e c'era il sole che splendeva nel cielo azzurro, e frotte di turisti e studenti di tutti i Paesi del pianeta, e mentre mi bevevo il mio te' hanno passato la versione quella lunghissima, di 10 minuti buoni, quella del dodici pollici, di quella che, in un giorno londinese di sole primaverile uno puo' anche dichiararlo e crederci pure, e' la mia canzone preferita di tutti gli anni '80.

domenica 19 aprile 2009

Prospettive Musicali del 19 Aprile 2009

1) ANTONIO BRIBIESCA Popurri (da La guitarra que llora, Columbia 1958, rist. Sony 2003)

2) DELROY WILSON Never never (da Delroy Wilson meets Sly & Robbie downtown, Jamaican 2009)

3) BULLWACKIES ALL STARS Skylarking (da Black world dub, Wackie's 1979, rist. 2008)

4) ELIZETE CARDOSO Chega de saudade (da Cancao do amor demais, 1958, rist. in VV. AA. The birth of bossa, El 2009)

5) PIERRE SCHAEFFER Etude violette (da KARLHEINZ STOCKHAUSEN/ EDGARD VARESE/ IANNIS XENAKIS/ PIERRE SCHAEFFER/ PIERRE HENRY Adventures in sound, El 2009)

6) JONO EL GRANDE Neo dada (da Neo dada, Rune Grammofon 2009, anche da VV. AA. The wire tapper 21, Wire 2009)

7) DOUG PAISLEY Digging in the ground (da Doug Paisley, No quarter 2009)

8) LEONARD COHEN You know who I am (da Live songs, Columbia 1973)

9) MARISSA NADLER Mary come alive (da Little hells, Kemado 2009).

Ascolta.

domenica 12 aprile 2009

Prospettive Musicali del 12 Aprile 2009

1) ALELA DIANE Age old blue (da To be still, Rough Trade 2009)

2) SIX ORGANS OF ADMITTANCE Warm earth, which I've been told (da SIX ORGANS OF ADMITTANCE/ VIBRACATHEDRAL ORCHESTRA/ MAGIC CARPATHIANS Split CD, Mental Telemetry 2003, rist. in RTZ, Drag City 2009)

3) CAROLINE PEYTON The sky in Japan is always close to you (da Mock up, Bar-B-Que 1971, rist. Asterisk 2009)

4) ANNA KING Come on home (da Back to soul, Smash 1964, rist. Shout 2006)

5) FUNKADELIC Heart trouble (da Toys, Westbound 2008)

6) TANYA WINLEY Vicious rap (da Vicious rap, Paul Winley 1979, rist. in VV. AA. Fly girls! B-boys beware revenge of the super female rappers!, Soul Jazz 2009)

7) LADY B To the beat y'all (da To the beat y'all, TEC 1979, rist. in VV. AA. Fly girls! B-boys beware revenge of the super female rappers!, Soul Jazz 2009).

Ascolta.

mercoledì 8 aprile 2009

Affari di famiglia

Pagato un doveroso tributo alla contemporaneita', Engadina Calling torna nel suo territorio preferito, quello dove giacciono nascoste le pepite della musica che amiamo. E lo fa consigliando un autentico gioiello, che sono andato a cercare presso un'etichetta australiana specializzata in ristampe di musica country, l'eccellente Omni, con un catalogo tutto da esplorare.

Anita Carter venne definita da Johnny Cash (marito della sorella di Anita, June), la piu' grande cantante country di tutti i tempi. Una sirena, un uccellino, capace di spezzare il cuore dopo solo poche note.

Questa raccolta, intitolata Songbird, contiene estratti dei sui dischi per la RCA Victor e la Columbia, incisi tra il 1962 e il 1974. A volte da sola, altre volte insieme a alla Carter Family (madre e sorelle), a Johnny Cash, a Waylon Jennings, a Hank Snow. 28 tracce in tutto, una migliore dell'altra, inclusa una versione country di I've been loving you too long di Otis Redding.

La sua storia la racconta questo eccellente e voluminoso volume, che non puo' mancare sui vostri scaffali. La stella di Anita fu eclissata da June, meno talentuosa, ma fortunata abbastanza da conquistare il cuore di Cash. Il grande successo non arrivo' mai, ma nel corso degli anni le morbide ballate di Anita Carter si sono guadagnate un loro seguito tra i cultori del genere.

Anita Carter ci lascio' nel 1999, un anno dopo la sorella Helen, quattro anni prima di June e di Johnny Cash. Un mondo che non esiste piu', ma il cui romanticismo questo album ci restituisce intatto.

Ascoltiamo questo usignolo insieme a Chet Atkins nella splendida Makin' believe. Il mio modo per augurare a tutti i lettori di Engadina Calling una felice Pasqua.


[Appuntamenti a Radio Popolare: domani mattina alle 11.30 e poi la sera alle 21 a Zoe parleremo della nuova Whitechapel Gallery. Domenica 12 e 19, alle 22.35 tocchera' a me occuparmi di Prospettive Musicali - anche su Radio Popolare Roma e svariate altre emittenti del network].

lunedì 6 aprile 2009

Serving suggestion on the cover

Volendo proprio ascoltare qualcosa di presente, che ogni tanto cercare di capire cosa sta succedendo qui e ora puo' essere piacevole, direi che non riesco a pensare a nessuna scena che mi coinvolge piu' della neopsychedelia folk dell'altra America. Non so come chiamarla esattamente, che e' sempre un buon segno: per intenderci Matt Valentine & Erika Elder, No-Neck Blues Band, Sunburned Hand of the Man, Brightblack Morning Light, Espers, Magik Markers, eccetera.

Pur sempre di scena si tratta, questo e' certo. Ad accomunare tutti quanti i suoi protagonisti, a parte i suoni mistici e bucolici, direi che sono l'attitudine rigorosamente indipendente e la produzione a getto continuo di 7" e LP in edizioni ultra-limitate a volte venduti solo ai concerti. Orientarsi nella discografia di MV & EE, per dire, significa disporsi ad addentrarsi con pazienza in un ginepraio di auto-produzioni e collaborazioni caleidoscopico (aggettivo che immagino amino).

Parentesi. C'e' un enorme valore che si nasconde nelle pieghe di queste pratiche. L'ho gia' detto altre volte: a me questa storia del download di tutto sta ogni giorno che passa un po' piu' sulle scatole. Al download preferisco: sfogliare libri, ascoltare vinile, comprare il giornale prima cosa la mattina quando esco di casa, andare al cinema, in libreria, nei negozi di dischi. Questa pratica di stare attaccati a una macchina per fare qualsiasi cosa, alla stregua di un paralitico che non puo' alzarsi dalla sedia e men che meno uscire di casa, penso che finiro' per contrastarla come potro', fossi anche l'ultimo acquirente di supporti fisici rimasto sul pianeta. Chiusa parentesi.

Stessa prolificita' caratterizza Six Organs of Admittance, il moniker del chitarrista Ben Chasny. Per fortuna la Drag City ha pensato di raccogliere un po' di sue ormai introvabili registrazioni effettuate tra il 2000 e il 2004. Le ha raccolte in tre LP che ospitano sette lunghe tracce, ognuna piu' o meno lunga quanto una intera facciata.

Per un po', lo ammetto, non ne ho compreso l'immensa allucinata bellezza. Poi ieri era una serata mite, prima ho fatto un po' di questa cosa e poi mi sono seduto sul piccolo roof terrace della mansardina dove vivo, con un plico di ritagli a preparare Zoe di questo Giovedi' (sulla nuova Whitechapel Gallery che finalmente Domenica ha aperto) e ho ricevuto l'illuminazione.

Esiste musica che fa sempre piacere ascoltare, in qualsiasi stato d'animo, di giorno, di notte, d'estate, d'inverno. Non molta, ma esiste. Il primo nome che mi viene in mente e' quello degli Stereolab, per buttare la' un esempio. Ma la maggior parte della musica per essere apprezzata ha bisogno di luce, tempo, stato d'animo, colori adatti. E in tutto quel buio e quel silenzio le nenie mistiche, astratte, sospese tra folk e avanguardia dei Six Organs senza che me ne accorgessi subito hanno assunto una loro vita propria. Come se quel chanting che altre volte mi era apparso un po' monocorde assumesse una dimensione nuova, risaltasse in quell'oscurita', in quella brezza gentile che soffiava tra le piante attorno a me.

Alla fine non so se consigliare RTZ, e certamente non lo suggerisco come primo incontro con la mistica psychedelia di Six Organs (per questo esiste la scuola del fiore). Pero' ho la sensazione che in una calda notte estiva trascorsa in campagna, questi suoni ascoltati a un volume basso che lasci passare il canto dei grilli finiscano per emanare una indefinibile, singolare poesia, sospesa da qualche parte tra i Pink Floyd di Ummagamma e l'ultimo John Fahey.

Musica indubbiamente piuttosto difficile quella di RTZ, ma di arcana misteriosa spritualita', di quella che scuote dentro (non a caso la prima traccia si intitola Resurrection: sono particolarmente tentato di proporvela questa Domenica a Prospettive Musicali).

venerdì 3 aprile 2009

Por causa do amor

Eccola qui, puntuale, un'altra raccolta formidabile della El: prendetevi una mezz'oretta di tempo nel fine settimana e guardate, assolutamente, il video che racconta la nascita della El, via Blanco Y Negro, perche' e' purissima poesia di una Londra che non esiste proprio piu' (e che, detto incidentalmente, a me manca da morire).

Con il Brasile ci hanno preso gusto e adesso non li ferma piu' nessuno. Dopo Baden Powell con Vinicius De Moraes, il Quarteto Em Cy, il Tamba Trio, non poteva mancare un volume che andasse a esplorare la genesi della rivoluzione.

Che fu sui generis, pensateci. Tutte le rivoluzioni del ventesimo secolo (Stravinsky, il rock'n'roll, il free jazz, il punk, l'hip-hop...) hanno avuto il comune denominatore di suonare piu' loud delle musiche che le avevano precedute.

La bossa nova no. Fu una rivoluzione silenziosa, in punta di piedi. Ad Antonio Carlos Jobim, Vinicius De Moraes e Joao Gilberto - che furono in tre a realizzarla - bastarono una chitarra acustica accordata con i loro cuori e poesie poco piu' che sussurrate. Ed eccole li', Garota de Ipanema, Chega de saudade, Desafinado. Capolavori dell'umanita'. Quando ci saremo autodistrutti e i componenti di una civilta' piu' evoluta visitando il pianeta Terra troveranno quei dischi, ascoltando quelle note sorrideranno e danzeranno e entreranno in relazione immediata con il cuore e con la vita.

La raccolta della El parte da Chega de saudade e poi va a ritroso, fino a farci scoprire gli artisti che nel corso degli anni '50 la rivoluzione la ispirarono e prepararono: Luiz Bonfa', Os Cariocas, Laurindo Almeida, Sylvia Telles, Elizete Cardoso (della quale e' incluso per intero l'album Cancao de amor demais), Garoto.

Raccolta essenziale per capire cosa sarebbe successo dopo. Una volta popolarizzata da Stan Getz, la bossa nova sarebbe uscita dal Brasile fino a sonorizzare pubblicita' del Cinzano e del Martini: prima che Caetano, Jorge, Gilberto, i Mutantes quella rivoluzione la riprendessero facendola finalmente di nuovo propria.

mercoledì 1 aprile 2009

Pink rhymes



Stellari ancora una volta quelli di Soul Jazz. In questa citta' dove la musica e' deceduta da anni, il palazzetto di mattoni rosso al centro di Soho, che ospita Sounds of the Universe e quella che e' la migliore etichetta britannica degli ultimi vent'anni, e' un'oasi di resistenza urbana all'omologazione.

Dopo le raccolte Studio One e Tropicalia, dopo le retrospettive su A Certain Ratio e ESG, adesso pubblicano una imprescindibile storia dell'hip-hop declinato al femminile. Altro capolavoro assoluto.

Guardate, saltate le prime due tracce e buttatevi a capofitto su quello che fu, 1979, il primo singolo rap femminile della storia. Vicious rap di Tanya Winley. E' una cosa da mettersi a urlare, giuro. Si apre con sirene di auto della polizia (in pratica la colonna sonora di Central London quest'oggi...), poi parte un groove funkadelico nero come la notte, e poi arriva Tanya, e provate a fermarla. Non ce la farete, va avanti per qualcosa come 7 minuti senza prendere fiato. La sua e' una filippica da paura contro le prevaricazioni dei poliziotti bianchi nei confronti di neri e donne, specie se abitanti in sinistri council blocks alla periferia della metropoli. E pensate che tutto questo, prima di Rappers delight e di questo spaventoso 12", nemmeno esisteva. Pazza visionaria Tanya Winley (che dopo non pubblico' piu' nulla!).

Venti tracce in tutto, non una meno che superlativa. Ascoltare per credere, non c'e' un filler. Cronologicamente si affronta l'hip hop dai suoi albori figli della black poetry di Gil Scott-Heron e del toasting dei Last Poets: Sarah Webster Fabio (su Smithsonian Folkways!), 1972, e subito dopo Camille Yarborough, 1975. Sentite la sua Take yo'praise, che fa sparire la versione patetica che il rivoltante Fatboy Slim ne fece una decina di anni fa, senza sangue, senza sudore, senza cuore come si addice a un inglese rosino doc (sparite!). Anima esposta, invece, quella di Camille Yarborough: cosi' vicina ai griot africani che una tribu' del Ghana la nomino' regina!

Ma ci sono tutte, le regine. MC Lyte, Queen Latifah con il singolo estratto dal suo capolavoro freestyle del 1989, All hail the queen, le magnifiche Sentence di una giovanissima Angie Stone, Missy Elliott con una I can't stand the rain che ne cattura tutto il plumbeo spirito blues (e di Miss E, vi prego, che non manchi sui vostri scaffali l'epocale So addictive), Roxanne Shante.

Aprono orizzonti quelli di Soul Jazz. Il libretto allegato e' lettura indispensabile che volerete via. E adesso aspetto solo Sabato per correre in negozio e portarmi a casa tutti gli LP originali che trovo.

Le pepite non finiscono davvero mai. Troppo bella questa cosa che chiamiamo musica, troppo, troppo.