Post Statistiche Commenti Profitti Campagne Pagine Tema Impostazioni Elenco lettura Guida

Ambiente Uguaglianza Tempo

domenica 31 maggio 2009

Prospettive Musicali del 31 Maggio 2009

1) CARTER FAMILY 2001 (da Travelin' minstrel band, CBS 1972, rist. in ANITA CARTER Songbird, Omni 2009)

2) MOUNTAINS Map table (da Choral, Thrill Jockey 2008)

3) DAVID BYRNE & BRIAN ENO Home (da Everything that happens will happen today, Todomundo 2008)

4) GAVIN BRYARS The sinking of the Titanic (da The sinking of the Titanic Jesus' blood never failed me yet, Obscure 1975)

5) KEVIN COYNE Marlene (da Marjory razorblade, Virgin 1973)

6) XTC AS THE DUKES OF STRATOSPHEAR 25 o' clock (da 25 o' clock, All Fools' Day 1985, rist. Ape 2009).

Purtroppo per un problema tecnico questa settimana la registrazione non è disponibile.

Appuntamento a tra 7 giorni, Domenica 7 Giugno, 22.35, Radio Popolare Milano, Radio Popolare Roma e altre radio di Popolare Network.

mercoledì 27 maggio 2009

Le Driadi, uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto

Sia benedetto nei secoli il British Film Institute. Ho definitivamente perso il conto delle decine di classici che ho recuperato nelle tre sale ricavate dentro il brutalista supporto del ponte di Waterloo.

Durante lo scorso lungo fine settimana sono finalmente riuscito a incrociare Orfeu negro, vincitore della Palma d'Oro nel 1959, ma soprattuto il film (trasposizione di una piece teatrale di Vinicius de Moraes) che fece conoscere in tutto il mondo la bossa nova. Il tema musicale della pellicola fu infatti composto da Antonio Carlos Jobim e Luiz Bonfa' e resta una delle piu' memorabili melodie brasiliane di tutti i tempi.

Il film e' altrettanto indimenticabile. Il mito di Orfeo, poeta e musico dalle straordinarie qualita', che scende nell'Ade per riportare Euridice nel mondo dei vivi dopo il letale morso di un serpente, viene aggiornato ai tempi moderni.

La storia si svolge tutto durante un frenetico e chiassoso Carnevale, con musica, ritmo e danze sfrenate che non danno tregua per tutto lo svolgimento. Orfeo e' un tramviere (!) virtuoso chitarrista e ballerino. Euridice una ragazza di campagna giunta a Rio per incontrare la cugina. Aristeo, l'indesiderato corteggiatore di Euridice, una maschera della morte. E anziche' un serpente, a uccidere Euridice sara' una scossa elettrica provocata per errore proprio da Orfeo mentre Euridice fugge da Aristeo.

Ma e' l'atmosfera della favela nel quale si svolge, sulla montagna affacciata alla baia di Rio, che rende speciale il film di Marcel Camus (un outsider peraltro spesso associato alla Nouvelle Vague). La vista sul mare infinito, con la chitarra di Orfeo che fa sorgere il sole all'orizzonte. Il ritmo, i colori, i toni costantemente gridati del Carnevale.

Se qualcuno tra i lettori di Engadina Calling fosse ancora scettico sul fatto che negli anni 50, 60 e 70 il Brasile abbia prodotto la musica piu' emozionante comparsa sul pianeta Terra, dopo aver visto Orfeu negro potrebbe ricredersi.


[Avvisi ai naviganti: un po' di appuntamenti del gestore di questo blog alla radio. Domenica 31 Maggio e Domenica 7 Giugno, Prospettive Musicali, su Radio Popolare Milano, Radio Popolare Roma e un po' di altre radio di Popolare Network. Giovedi' 4 Giugno alle 11.30 e alle 21, Engadina Calling all'interno di Zoe, sempre su Radio Popolare].

lunedì 25 maggio 2009

To shake the tree of life and bring down fruits unheard of (reprise)

Tavolo ingombro come non mai, al termine del fine settimana extra-large, con il mouse costretto a fare lo slalom tra programmi, cartoline, flyers, press release e press folders, moleskine pieni di appunti. Cerco di iniziare a preparare uno Zoe percorso, per recuperare la settimana perduta causa abbonaggio. Troppe le cose viste in questi giorni che meritano attenzione e condivisione.

Su tutte la mostra aperta Giovedi' alla Timothy Taylor gallery, nel cuore di Mayfair, dedicata alla magnifica Diane Arbus. Molto piu' piccola rispetto alla memorabile retrospettiva che il Victoria & Albert le dedico' nel 2005, che presentammo proprio a Zoe. 

Solo 36 scatti, tutti classicissimi esempi dei soggetti osservati dalla macchina fotografica di colei che fu definita la Sylvia Plath della fotografia: coppie di adolescenti, bambini, partecipanti a stravaganti eventi sociali, performer del circo, nudisti, eccentrici, travestiti. Una volta tanto pero' direi che proprio le dimensioni contenute e il fatto di rivedere qualcosa che gia' conosciamo ci permettono di approfondire a dovere ogni scatto, come la completista e sempre affollata mostra del V&A non consentiva di fare.

Mi sono reso conto che e' lasciando che queste foto ti entrino dentro a poco a poco, studiando lentamente particolari, espressioni, atteggiamenti, che finisci in modo del tutto naturale per capire le parole della figlia della Arbus, Doon, quando parlava di transcendent and consistently romantic vision. Senza alcuna artificiosita', e con grande delicatezza e purezza, il suo sguardo si e' posato su quelle che apparentemente considereremmo condizioni estreme, mostrandone la grazia nascosta, rivelandoci una poesia misteriosa, in qualche modo controintuitiva.

Ancora una volta mi sono venute in mente le parole del curatore della sua retrospettiva del 1967 al MOMA: The portraits of Diane Arbus show that all of us - the most ordinary and the most exotic of us - are on closer scrutiny remarkable.

Fuggi' dalla fashion photography e ci chiese di scoprire la bellezza in cio' che naturalmente ci farebbe voltare lo sguardo, Diane Arbus. Un invito all'accettazione, prima di tutto di noi stessi. 

venerdì 22 maggio 2009

Dammi una lametta che mi taglio le vene

Sole fantastico qui a Londra, e fine settimana di ben tre giorni. Mente perfettamente libera e rilassata. Occasione per me (e spero anche per voi che leggete: io il suggerimento ve l'ho dato) per andare a riscoprire qualche classico di colui che ho sempre considerato l'anello mancante tra Roky Erickson e Van Morrison, Kevin Coyne.

Iniziando magari dal disco che sta girando sul mio stereo in questo momento, Marjory razorblade del 1973. Il suo secondo album, che fu anche il suo esordio sulla allora neonata Virgin di un giovanissimo Richard Branson (in seguito attaccato duramente da Coyne), etichetta allora legata a un negozietto indipendente di Notting Hill (l'intera storia potete leggerla qui).

Album doppio, mai ristampato dal 1990 (il che e' una benedizione perche' se avete la fortuna di trovarlo in qualche emporio di vinili usati ve lo tirano letteralmente dietro), tra i preferiti di John Peel (che pubblico' l'esordio di Coyne sulla sua Dandelion records) e Johnny Rotten (che annoverava Eastbourne ladies tra le massime influenze dei Pistols). 

Pure un giovanissimo Sting fu tra gli estimatori dello sfortunato cantautore di Derby. Sting che quando formo' i Police decise di chiamare con se' proprio colui che acompagnava alla chitarra Coyne in quegli anni, un allora sconosciuto Andy Summers. E anche il santo patrono dell'Engadina sostiene che l'ascolto di Coyne gli cambio' la vita (e se ascoltate bene, si sente).

Il folk-rock-blues di Coyne, in buon equilibrio tra suoni acustici e elettrici, e' opposto e complementare alle fragili ballate di Nick Drake, eppure in qualche modo e' espressione della stessa Inghilterra di provincia, povera e isolata dal mondo, di quegli anni.

Marjory razorblade, in particolare, vive sospeso in un invidiabile bilanciamento tra canzoni d'amore e brani di critica sociale, tenerezza, rabbia, nostalgia, humour.

Ascoltiamo insieme una traccia da quel disco (ascoltate bene anche le liriche, perche' meritano, come spesso nel caso di Coyne), Talking to no one.

E adesso basta guardare lo schermo di un computer, fuori di qui, non voglio fare aspettare il sole.

mercoledì 20 maggio 2009

Near, far, wherever you are

Suonavamo perche' l'Oceano e' grande, e fa paura, suonavamo perche' la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov'era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perche' se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perche' e' la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. (Alessandro Baricco, Novecento, Feltrinelli)

The sinking of the Titanic credo si possa ascoltare all'infinito, e ogni volta cogli un particolare che tutte le altre ti era sfuggito. Gavin Bryars lo compose nel 1969, quando era insegnante in una scuola d'arte di Portsmouth, con l'intenzione di creare musica come si trattasse di arte concettuale.

La prima volta fu eseguito qui a Londra, alla Queen Elizabeth Hall nel 1972, ma non venne pubblicato fino al 1975, come numero 1 del catalogo Obscure, sussidiaria della Island curata da Brian Eno.

L'idea di partenza di Bryars fu quella di comporre musica fatta di echi e riverberi come se venisse suonata sott'acqua. La storia dell'affondamento del Titanic immagino la conosciate, con l'orchestra che continuo' a suonare fino a quando tutti i musicisti furono inghiottiti per sempre dalle acque dell'oceano. Pare che non avessero smesso, pur consapevoli della fine, per calmare e consolare gli altri passeggeri. E forse, anche se stessi. Una storia che mi ha sempre commosso, capace di spiegare il potere della musica piu' di migliaia di parole.

The sinking of the Titanic, con i suoi archi solenni che cercano di stare a galla in un oceano di echi sul quale sono sospese note di carillon, e' una delle pagine piu' misteriose della musica classica del ventesimo secolo. In un certo senso, e' una di quelle cose che e' meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami piu'. Quando apri il giornale e leggi e' scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando ti accorgi che i confini dell'universo musica sono un po' piu' distanti di quello che pensavi fino a quel momento. Quando prendi coscienza che il territorio che vale la pena di esplorare e' cosi' vasto che non finisce mai.

La facciata B dell'album e' altrettanto straordinaria. Nel 1971, Bryars collaboro' alla realizzazione di un documentario sugli homeless di Elephant & Castle, ancora oggi una delle zone piu' povere di questa citta'. Uno di questi homeless si mise a cantare una canzone religiosa: il sangue di Gesu' non mi ha mai tradito, e c'e' una cosa che so, che Lui mi vuole bene.

Bryars trasformo' quella canzone in un loop e aggiunse un accompagnamento, mentre lavorava come ricercatore al Fine Art Department di Leicester. Sentiamo dalla sua voce cosa successe dopo:

The door of the recording room opened on to one of the large painting studios and I left the tape copying, with the door open, while I went to have a cup of coffee. When I came back I found the normally lively room unnaturally subdued. People were moving about much more slowly than usual and a few were sitting alone, quietly weeping.

I was puzzled until I realised that the tape was still playing and that they had been overcome by the old man's singing. This convinced me of the emotional power of the music and of the possibilities offered by adding a simple, though gradually evolving, orchestral accompaniment that respected the tramp's nobility and simple faith. Although he died before he could hear what I had done with his singing, the piece remains as an eloquent, but understated testimony to his spirit and optimism.

Quel disco di tanti anni fa sta girando nello stereo del mio soggiorno, con le finestre aperte nella tranquilla notte di Clerkenwell, mentre una fresca brezza fa ondeggiare dolcemente la lavanda fiorita nei vasi sul terrazzo. Muovo lentamente le dita sulla tastiera, anche io commosso dall'infinita semplicita' e nobilta' delle parole di quell'homeless che non c'e' piu', che molto insegnano.

lunedì 18 maggio 2009

Train in vain


Leggevo proprio oggi sull'opuscolo bimestrale dei cinema Curzon che la Norvegia con una popolazione di cinque milioni produce ogni anno soltanto 20 - 25 film, e che fino al 1997 in tutto il Paese non esistevano ne' una scuola ne' un corso universitario di cinema.

Pero', almeno qualitativamente sembra stiano recuperando il tempo perduto. Arte di la' da lei rispondeva poco fa a un mio commento citandomi un festival cinematografico che a questo punto mi incuriosisce parecchio.

L'unico regista norvegese i cui film mi e' capitato di vedere distribuiti qui con una certa regolarita' e' Bent Hamer, del quale ho visto tre lavori: Kitchen stories, Factotum e, proprio qualche giorno fa, O'Horten.

E se continuo a considerare Kitchen stories il suo indimenticabile capolavoro e un film assolutamente geniale, e invece Factotum un deludente e trascurabile passo falso, O'Horten mi e' sembrato un ritorno ad un linguaggio cinematografico tipicamente nordico, quasi una collezione di tableaux vivant curati nei minimi particolari, che potrebbe piacere parecchio a chi ama Aki Kaurismaki e soprattutto Roy Andersson.

O'Horten e' pero' una commedia meno grottesca rispetto ai toni spesso usati dai due maestri nordici. Anzi, lo definirei decisamente un film dai toni crepuscolari. Racconta la storia di un conducente di treni che si prepara a lasciare le abitudini di una vita per ritirarsi dal lavoro. Ma e' soprattutto uno straordinario road movie, paradossalmente girato tutto in una citta'. Lasciato solo con se stesso, finalmente libero dalle regole, il protagonista scoprira' che la vita non sempre segue orari e abitudini. Che anzi, una volta messi da parte rituali e automatismi, puo' essere un'esperienza avventurosa, una scoperta emotiva continua.

Film completamente girato nel buio inverno nordico, ma in qualche modo pieno di luce e speranza. Magari meno divertente di Kitchen stories, ma non meno profondo. Con dialoghi davvero essenziali, tutto espresso con immagini che resteranno con voi per giorni e giorni.

venerdì 15 maggio 2009

Al posto giusto nel momento giusto

Beh, prima cosa un pubblico grazie a Tita e a Michela, perche' non fosse stato per loro a me il concerto sarebbe proprio sfuggito. Molto semplicemente, un double bill di quelli che sono i miei due gruppi indipendenti americani preferiti di questi tempi, Shearwater e Cave Singers. Di loro abbiamo gia' parlato a Engadina Calling, qui e qui.

Non solo due band che sognavo di vedere dal vivo, ma pure la stessa sera e in una chiesa gotica a un quarto d'ora a piedi da casa. E soprattutto, non so come spiegarlo, e' una sensazione, l'impressione di averli colti nel loro momento migliore.

I Cave Singers, ripetiamolo ancora una volta, sono i Violent Femmes del ventunesimo secolo: folk riscritto in chiave lunatica senza perdere mai di vista la sacra scatola rossa. I pezzi nuovi, a un primo ascolto mi paiono ancora migliori di quelli su Invitation songs (che intanto, se ancora non possedete, vi consiglio di recuperare).

Gli Shearwater sono purissima lancinante poesia, sospesa da qualche parte tra Buckley padre e figlio, le teste di radio amnesiache, il chiacchierone spirito del paradiso terrestre e il paradiso qui sopra degli uomini coniglio. Cuore che batte a mille, dalla prima all'ultima nota.

Per iniziare il fine settimana Engadina Television vi propone il leopardo delle nevi e una danza sulle nostre tombe.

Che ci sia un po' di sole su di noi folks.

Ci sentiamo come sempre Lunedi' per raccontarci com'e' andata.

mercoledì 13 maggio 2009

Semplificando molto


Conoscete le 8 R della decrescita serena elaborate dall'economista francese Serge Latouche?

1) Rivalutare. L'altruismo dovrebbe prevalere sull'egoismo, la collaborazione sulla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero e l'ethos del gioco sull'ossessione del lavoro, l'importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, l'autonomia sull'eteronomia, il gusto della bella opera sull'efficienza produttivistica, il ragionevole sul razionale, il relazionale sul materiale, ecc. [...] Soprattutto e' necessario passare dalla fede nel dominio sulla natura alla ricerca di un inserimento armonioso nel mondo naturale. Sostituire l'atteggiamento del predatore con quello del giardiniere.

2) Riconcettualizzare. Come hanno perfettamente indicato Ivan Illich e Jean-Pierre Dupuy, l'economia trasforma l'abbondanza naturale in rarita' con la creazione artificiale della mancanza e del bisogno attraverso l'appropriazione della natura e la sua mercificazione. Ultima illustrazione del fenomeno: dopo la privatizzazione dell'acqua, l'appropriazione degli organismi viventi, in particolare con gli OGM.

3) Ristrutturare. Ristrutturare significa adeguare l'apparato produttivo e i rapporti sociali al cambiamento dei valori.

4) Ridistribuire. Indirettamente, diminuendo lo stimolo al consumo vistoso.

5) Rilocalizzare. Rilocalizzare significa evidentemente produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio colletivo raccolto localmente.

6) Ridurre. Il paragrafo e' abbastanza lungo e lo riassumo. Latouche auspica una riduzione del sovraconsumo, del turismo di massa che chiama muovismo (la mania di andare sempre piu' lontano, sempre piu' in fretta, sempre piu' spesso e sempre piu' a buon mercato), del tempo di lavoro. Innanzitutto si tratta di disintossicarsi dalla "dipendenza da lavoro", che e' un elemento importante del dramma produttivista. Non sara' possibile costruire una societa' serena della decrescita senza ritrovare le condizioni della vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, o semplicemente la gioia di vivere.

7 e 8) Riutilizzare/ Riciclare. Nessuna persona di buon senso contesta la necessita' di ridurre lo spreco sfrenato, di combattere l'obsolescenza programmata delle attrezzature e di riciclare i rifiuti non direttamente riutilizzabili.

E conclude: Al centro del circolo virtuoso della rivoluzione culturale delle otto "R" sta comunque una "R" che si ritrova in tutte le altre: resistere.

Vi voglio copiare un altro frammento del Petit traite' de la decroissance sereine che mi e' piaciuto particolarmente:

"La felicita' [...] e' il godimento di quello che non si compra": "il piacere che danno una conversazione animata, un pranzo tra amici, un buon ambiente di lavoro, una citta' dove ci si sente bene, la partecipazione a questa o quella forma di cultura [...], e piu' in generale tutte le relazioni con gli altri. La maggioranza di questi 'beni', la cui base per eccellenza e' la vita sociale, esistono soltanto se se ne gode insieme". "Anche l'ultimo dei lupi della steppa - scrive Jean-Paul Besset - sara' d'accordo: il 'relazionale' e' la parte migliore delle gioie (e dei dolori) dell'esistenza".

E adesso, una bella guida alla felicita', da uno che di felicita' se ne intende.

martedì 12 maggio 2009

La nuvola dell'inconsapevolezza

Sto sinceramente iniziando a pensare a James Blackshaw come al piu' interessante giovane talento della musica inglese. Del chitarrista di Hastings, Engadina Calling ha gia' parlato in occasione dell'uscita di quello che continuo a considerare il suo disco piu' riuscito, The cloud of unknowing del 2007. Ve l'ho anche proposto un paio di volte a Prospettive Musicali (1 e 2), la seconda in occasione della ristampa del suo primo album, Celeste, inciso nel 2004 quando James aveva solo 23 anni.

Non so quanto sia facile trovare in Italia i suoi dischi. Quando qualche giorno fa gli ho fatto questa domanda, mi ha risposto che non pensa che Tompkins Square, l'etichetta newyorkese che ha fatto uscire i suoi dischi migliori, abbia un distributore italiano (coraggio, lettori di Engadina Calling, proponetevi!).

Quindi armatevi di pazienza e preparatevi a contattare direttamente Tompkins Square e ad aspettare una quindicina di giorni prima di vedervi recapitare nella posta i graziosi digipak. Ne varra' la pena, vedrete. Lo stile chitarristico di James dicono ricordi molto quello di John Fahey, Bert Jansch, Leo Kottke, Robbie Basho. Un po' si', ma io alle colorate tele che tesse con i suoi arpeggi riconosco una notevole originalita'. Viene in mente anche Philip Glass, per quel suo gusto per una ripetizione che e' soprattutto approfondimento, ma i riferimenti sono, per cosi' dire, filosofici piu' che calligrafici.

Quello che vi propongo di ascoltare insieme e' un estratto proprio da The cloud of unknowing.

Questa e questa sono un paio di foto che ho scattato a James Sabato scorso, quando ha suonato al Watermans Arts Centre di Brentford (un bel centro culturale ubicato in un luogo improbabile tra Londra e Heathrow, sul Tamigi), in occasione della quinta edizione di Sonic Recycler.

Prima di lui hanno suonato Steve Beresford (che ci siamo persi, avendogli preferito un delizioso curry, ma l'ho sentito almeno 10 volte in questi ultimi anni e credo mi possa bastare) e Annie Whitehead, come sempre bravissima. E a seguire James Blackshaw, abbiamo ascoltato il National Jazz Trio of Scotland di Bill Wells: direi niente di che, almeno per i miei gusti.

venerdì 8 maggio 2009

Something about the way you taste makes me want to clear my throat



It's funny, because people think of Devo as cynical, but we were optimistic. Because even though we talked about de-evolution, we thought people just need to know the right information and they'll make the right choices. We didn't think it was going to turn out the way it has turned out, as of today. Much more Devo than we thought it was going to be.

- Mark Mothersbaugh, Wire, Maggio 2009


Un paio di giorni fa i Devo, per la prima volta nella loro storia (e forse l'ultima dato che si trattava di un progetto one off per quanto si sa), hanno suonato dal vivo dalla prima all'ultima nota Q: are we not men? A: we are Devo!. E' successo qui a Londra, al Forum di Kentish Town.

Prodotto da Brian Eno negli studi di Conny Plank, pubblicato nel 1978, quel disco fu un UFO venuto fuori dal nulla, un oggetto misterioso, di genialita' inspiegabile, messo insieme da un gruppazzo garage dell'Ohio che di li' a poco sarebbe naufragato in un mare di insulso electropop.

Per ragioni anagrafiche, l'esordio dei Devo fu uno dei dischi che mi fecero innamorare di quella cosa che chiamiamo musica. L'ho ascoltato almeno 1000 volte, ne conosco ogni sfumatura e verso a memoria, e sono sicuro che potrei riascoltarlo altre 1000 volte (e lo faro' spero) con lo stesso entusiasmo.

Nel 1984 mi si presento' la possibilita' di trasmettere il mio primo programma alla radio. La sigla, decisi, doveva essere una traccia che mi avrebbe dato forza. Doveva essere Gut feeling.

Impossibile descrivere cosa succede alle prime note di Uncontrollable urge. Pogo assolutamente spaventoso, con Mothersbaugh (59 anni tra qualche giorno, capelli completamente bianchi) che prima scende tra il pubblico e poi salta per il palco strappando le tutine gialle dei suoi compari, rischiando l'incidente quando finisce per ostacolare il batterista. Il quale tiene in scioltezza ritmi totalmente improbabili. Dovreste vederlo durante Satisfaction, impossibile descrivere quello che ho visto.

Tra un brano e l'altro i Devo nemmeno prendono fiato. Mongoloid e' un altro pogo spaventoso che ti travolge, con tanto di sing-along.

Prima di lanciare Jocko Homo, Gerald Casale prende la parola: noi allora vedevamo segnali, ma chi avrebbe pensato negli anni '70 che la de-voluzione sarebbe progredita a questa velocita'. C'e' ancora qualcuno tra di voi che ha dei dubbi?

Tutto l'album scorre trascinando con se' ricordi su ricordi, fino a Shrivel up. I Devo lasciano il palco mentre l'effettino elettronico che chiude la traccia e l'album resta in loop. Sono passati 45 minuti dall'inizio del concerto. I cinque saliranno ancora brevemente per un paio di tracce. La prima non ricordo di averla mai sentita, credo che sia da uno dei loro ultimi album, quando ormai non li seguivo piu'. La seconda e' Gates of steel da Freedom of choice, che nemmeno mi piace.

Ma chi se ne importa in fondo dei bis, quando ho appena fatto un'esperienza assolutamente mistica. Esco dal Forum. Attorno ai negozietti di kebab di Kentish Town si raccolgono piccole folle di omini con cappellini di plastica rossi a forma di vaso. Vado a prendere l'autobus 46 che mi riportera' a casa, sorridendo felice.

giovedì 7 maggio 2009

Southern men


Non ho idea se gli incontri alla fine del mondo di Werner Herzog siano stati distribuiti in Italia. Qui l'ultimo capolavoro del regista tedesco lo stanno passando in questi giorni al Rich Mix, quello spazio relativamente nuovo che e' tante cose diverse (cinema, teatro, caffe', spazio per improvvisati concerti), contro il quale andate a sbattere dove Brick Lane incrocia Bethnal Green Road.

Teniamocelo caro Herzog, pensavo subito dopo aver visto il film. Un documentario cosi' solo lui avrebbe potuto girarlo. C'e' tutto quello che potete immaginare di vedere in un film sull'Antartide, commissionato dalla National Science Foundation americana (foche e pinguini, iceberg e vulcani), ma quello che davvero impressiona e' la sua capacita' di descrivere con infinita empatia l'umanita' che ha lasciato una vita e lavori normali per andare a vivere in uno dei luoghi piu' inospitali del pianeta.

C'e' lo studioso di pinguini che vive da vent'anni con i suoi pennuti e che ha quasi disimparato a parlare. Il linguista che vive in un luogo dove non esiste una lingua. La viaggiatrice estrema che stordisce il povero Herzog raccontandogli a raffica situazioni di viaggio impossibili. Il vulcanologo inglese che si veste solo di tweed in onore dei primi esploratori antartici.

C'e' Henry Kaiser, che in Antartide ha trascorso lunghi periodi come esploratore subacqueo, e che ha composto le musiche originali del film, assolutamente strepitose, insieme a David Lindley.

Ci sono tutte le altre musiche scelte da Herzog con il solito gusto impeccabile: canti gregoriani e cori bulgari per sonorizzare alcune tra le piu' spettacolari manifestazioni naturali che abbiate mai visto.

E c'e' una storia che anche a voi, vedrete, restera' nel cuore per sempre. Quella di un pinguino innamorato di una montagna lontana, che lascia la colonia dei suoi simili per inseguire il suo sogno. Morira' senza raggiungerla mai la montagna. Ma quel giorno sentira' di non aver sprecato la sua vita.

martedì 5 maggio 2009

Forma come mezzo per esprimere tutte le emozioni plastiche. Forma come espressione e stile della mente

Sara' anche un doveroso omaggio, perche' tutto sommato senza Le Corbusier e le sue bizzarre teorie sulle case come macchine per vivere il Barbican non esisterebbe, ma insomma la mostra che il centro culturale ubicato nel mio canyon urbano preferito ha dedicato al visonario architetto svizzero e' una di quelle dove potrei passare tranquillamente un paio di giorni senza sentire alcun bisogno di uscire.

E' divisa grosso modo in tre parti. La prima e' dedicata agli anni della formazione e delle utopie urbanistiche, con i progetti per abbattere mezza Parigi e sostituirla con 64 grattacieli identici, e per trasformare Algeri in un edificio unico che partiva dalla casbah e si snodava come un serpente su per la collina (meno male che quando era giovane non gli davano tanto retta).

La seconda parte raccoglie i suoi progetti per ville private e ai suoi disegni per pezzi d'arredamento a strutture tubolari, compresa la celeberrima chaise longue LC4 piazzata strategicamente a meta' mostra, che ti fa troppo venire voglia di farci un riposino.

L'ultima parte e' quella proprio imperdibile, con plastici, foto e video dei suoi progetti piu' celebri, da Notre Dame du Haut a Chandigarh, dall'Unite' d'habitation di Marsiglia al padiglione della Philips realizzato nel 1958 con Iannis Xenakis e Edgard Varese (il Poeme Electronique che Varese scrisse per sonorizzare il Philips Pavillion si trova in un volume che vi ho presentato qualche settimana fa a Prospettive Musicali).

Tutto questo per dire che proprio di Le Corbusier si parlera' Giovedi' a Zoe. Alle 11.30 e poi in replica alle 21, su Radio Popolare.

venerdì 1 maggio 2009

Tutti i figli di Dio danzano

La prima volta che mi capito' di ascoltare la voce un po' querula di Enzo successe per caso. Una domenica mattina, salendo in macchina in collina col cane. Il segnale di Radio Popolare che prima si riempie di fruscio e poi si interrompe del tutto. Ripiego su Radio 3, e quella voce inconfondibile entra nell'abitacolo della vecchia Panda mentre saliamo tra i tornanti. La voce di una giornalista tranquilla cerca di dare una direzione a quel fiume di parole che sembrano arrivare da un mondo lontano.

Da allora l'ho ascoltato spesso Enzo, cercando con pazienza un modo per mettere in comunicazione il suo mondo e il mio, cosi' distanti, cosi' spesso inconciliabili. E ogni volta quel mondo mi affascinava un po' di piu', si avvicinava, diventava comprensibile e quasi familiare. Uomini e profeti e' diventato un appuntamento fisso, come Battiti, come Late Junction. Ascolti diversi, certo, eppure terribilmente uguali incursioni in mondi che stanno da qualche parte oltre questo.

Si assiste giorno dopo giorno a una progressiva criminalizzazione del diverso, dello straniero, del povero e del debole: impronte digitali prese a bambini di un'etnia minoritaria, classi speciali che ostacolano quell'integrazione che dicono di voler promuovere, schedatura di chi vive senza fissa dimora, allontanamento dei mendicanti dai luoghi dove la loro vista turberebbe chi non li degna nemmeno di uno sguardo, ronde private non necessariamente disarmate, introduzione del reato di "presenza" in Italia, messa in discussione della gratuita' e universalita' delle cure di pronto soccorso...

[...]

E intanto grazie a questo clima, le cui dominanti non sono certo cristiane, un senzatetto viene arso vivo sulla panchina su cui dormiva, un nero viene picchiato e oltraggiato, un mendicante viene assalito e percosso, dei nomadi vengono inseguiti e cacciati... E l'odio, questo nefasto sentimento che sta accovacciato nel cuore dell'uomo e che un tempo assumeva connotazioni di classe focalizzandosi contro i ricchi, i potenti, gli oppressori, ora e' rivolto verso quelli che sono semplicemente "altri" e che non si vogliono piu' vedere accanto a noi.

[...]

No, abbiamo bisogno di un soprassalto di dignita' umana prima ancora che cristiana, abbiamo urgente necessita' di ritrovare in noi e attorno a noi il rispetto per la dignita' di ogni essere umano, abbiamo un'esigenza vitale di riscoprire come il bisognoso e' uno stimolo e non un intralcio a una societa' piu' giusta. Se continuiamo a confondere la sicurezza con l'esclusione di ogni diversita', se continuiamo a nutrire le nostre paure invece che ad affrontarle, se crediamo di poter uscire dalle difficolta' non assieme ma contro gli altri, in particolare i piu' deboli, ci prepariamo un futuro di cupa barbarie, ci incamminiamo in un vicolo cieco in cui l'uomo sara' sempre piu' lupo all'uomo.

Forse sta diventando tragicamente vera anche per noi la situazione icasticamente descritta dal famoso detto della sapienza indiana che sembra modellato sugli apoftegmi dei monaci del deserto: due lupi stanno lottando dentro ciascuno di noi e nella nostra societa' contemporanea, uno pieno di rabbia e rancore, di risentimento nei confronti del diverso, l'altro animato da compassione e amore intelligente. Anche questa volta prevarra' il lupo che avremo saputo nutrire meglio nel nostro quotidiano.