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Ambiente Uguaglianza Tempo

mercoledì 30 settembre 2009

Sto causen

Libriccino davvero interessante, che prende le mosse dalla constatazione che mentre la Tate Modern e' oggi la principale attrazione turistica del pianeta Terra per numero di visitatori, la musica contemporanea resta un linguaggio sostanzialmente povero e di nicchia. Questo nonostante le arti visive e la musica colta del XX secolo si siano sviluppate seguendo percorsi paralleli - a partire dalla sinestesia teorizzata da Kandinsky insieme a Schoenberg.

Alcuni passaggi:

1) One of the great reasons avant garde music needs to exist is that it does not need to exist. It defies, momentarily, the glum, onward and upward propulsion of Western society into which the majority of us are whipped or whip ourselves, on a daily basis. It fails, successfully, to be commandeered into the ranks of function. It posits and evokes entirely alternative modes, worlds, possibilities, stepping off the tramlines and running aground on new, virgin territory. It goes nowhere. It repeats. It radiates energy, wastefully, into the air. It leaks out of the grid. Yet none of this is a reason to condemn it as indulgent, or degenerate. It is the threat it notionally poses to civilisation that makes it so supremely civilised.

2) The arts must be morally improving - you must come out of them a marginally better person then you entered them. A little more educated, a little more spiritually uplifted, a little fitter for life's purpose. If they are not any of these things, well, that is okay, so long as they provide some form of entertainment, for it is important to let one's hair down, the better to bundle it up again in the morning - or perhaps to soothe, to relax, so as to prevent the citizen from stress or burnout.

3) Cast an aerial eye along the white lines of mainstream rock's grey road and it goes something like; Elvis, the Beatles, the Stones, Dylan, Neil Young, David Bowie, the Sex Pistols, Elvis Costello, the Smiths, REM, U2, Oasis, all part of a great, heroic narrative tradition, even though each has, in some way, revolted violently against orthodoxy. These are honourable men in the main, even though, in this writer, such a list induces stirrings of ennui and a mild nausea at its odours of heritage and tradition, the floor polish of the Hall of Fame. But then there is another tradition, an anti-tradition, whose names include the Mothers of Invention, Captain Beefheart, Jimi Hendrix, Can, Faust, Kraftwerk, Brian Eno, Cabaret Voltaire, Suicide, This Heat, PIL, the Associates, Yello, the Young Gods, My Bloody Valentine, Sonic Youth, Radiohead, by which point the line has long since tangled up and tapered off into a thousand threads. The names in this second list are famous ones, yet as rock ossifies into retroism and decade by decade musical retrospectives focus increasingly on a decreasing canon of all time greats, then this whole anti-tradition is becoming increasingly marginalised.

martedì 29 settembre 2009

Donne in cerca di guai

Raccolta riuscitissima, di cantanti folk americane super underground, in stile Karen Dalton, Buffy Sainte-Marie, Judee Sill, Linda Perhacs. Una delle migliori nel suo genere, non lontanissima in termini di qualita' da Ladies of the canyon.

Ballate di incontaminata purezza. Acqua di sorgente. La migliore del gruppo direi che si conferma Kathy Smith, della quale vi ho gia' suggerito il disco del 1970 Some songs I've saved (allo stesso livello dei capolavori di Joni Mitchell e Carole King, credetemi).

Molte di queste cantanti facevano parte del circuito delle coffee-houses locali dove si suonava musica folk, e non avevano grandi pretese. Ma il talento certo non mancava.

Alcune di queste ballate sono malinconiche e autunnali, altre comunicano grazia e delicatezza, e tutte insieme costruiscono l'affresco di un'America minore, in qualche modo contro-culturale.

Pubblica Past & Present, che in passato ha raccolto pepite garage punk e psychedeliche (Up all night, Acid dreams, Off the wall, Vile vynil, Electric asylum i titoli delle loro compilazioni piu' riuscite).

domenica 27 settembre 2009

In a supersilent way

In questo fine settimana ho finalmente trovato il tempo di recuperare il quarto disco solista di Arve Henriksen, gia' con i Supersilent e autore di tre album usciti su Rune Grammofon.

E' un disco di grande pace, una specie di In a silent way ma suonato al rallentatore, come a voler esplorare al microscopio ogni molecola del classico di Miles Davis.

L'effetto complessivo e' in qualche modo dub, come se la musica si diffondesse nella stanza senza partire da un punto preciso, e rimanesse sospesa nell'aria per molto tempo dopo la fine del disco. Come una successione di suoni che si fondono uno nell'altro senza soluzione di continuita' eppure lasciando spazio a un meditativo respiro.

Collabora, in un paio di tracce, il divino David Sylvian.


[We were tempted back repeatedly
Until the lure of the cosmopolitan
Lay beyond reach
We moved east, into the forests and mountains
Where life's desires tore us apart
How cruel to find oneself alone at that altitude
At what point did the fear of numbers set in
And the recognition of internal isolation place us outside of belonging?
But then wasn't that always the case, weren't we simply
Allowed to forget?
On Temple Mountain I threw down a rope that others might follow
No one came.

David Sylvian, Before and afterlife]

mercoledì 23 settembre 2009

Pazza idea

Nel 1980 avevo 15 anni e quello fu l'anno che cambio' tutto per sempre.

Come da abitudine, le vacanze di Natale le passai in montagna. Fu dopo una giornata sugli sci che il mio amico Andrea G. mi presento' un suo amico di Torino, Andrea B.

E fu Andrea B. a parlarmi per primo di una rivista chiamata Rockerilla. Se uno di questi giorni hai tempo di passare da me te la presto cosi' le dai un'occhiata, mi disse.

Che cosa stesse per succedere non lo potevo nemmeno immaginare. L'impatto di Rockerilla su di me fu impressionante. Mi apri' davanti un mondo del quale ignoravo l'esistenza, e che era contemporaneamente l'unico del quale sentivo di fare parte. I dischi dei quali parlava quella rivista in bianco e nero stampata su carta ruvida divennero irresistibili oggetti del desiderio. Dovevi prendere il treno, andare a Milano (versione estiva: volare in quella citta' allora cosi' lontana e desiderabile che era Londra) e girare vari negozi prima di poterci mettere sopra le mani. Poi pero' la felicita' non si poteva piu' misurare.

Crazy rhythms dei Feelies appartiene, inseparabilmente, a quel periodo della mia vita. Di conseguenza, sul pezzo di plastica che sta girando sul mio piatto in questo momento (come su tanti altri che entrarono nella mia cameretta in quegli anni) non sono minimamente in grado di esprimere un giudizio sereno. E' assoluto amore quello che mi lega ai Feelies.

Posso provare a scrivere che sono l'anello di congiunzione tra lo spirito acido dei Pere Ubu (dai quali proveniva il batterista, Anton Fier) e il college rock emozionale e perfetto dei Pavement. Ma che significa? Non molto, e sicuramente non rende loro giustizia.

Con i Feelies il rock diventa narrazione minimalista del quotidiano. I Feelies erano i ragazzi della porta accanto, l'epitome di una sconcertante normalita'. Meno intellettuali dei Talking Heads, meno giocosi dei Modern Lovers, meno teatrali dei Devo, riuscivano pero' a canalizzare l'angst della fine degli anni '70 in canzoni pop di sconcertante freschezza.

La prima facciata di Crazy rhythms ho sempre pensato che avrebbe potuto lasciare andare un po' piu' la sua energia, che ancora oggi mi sembra in qualche modo trattenuta. E' la seconda facciata a rendere il disco irresistibile oltre ogni possibile descrizione che ne possa fare. Original love si apre con arpeggi byrdsiani e piega poi su dissonanze Television. Segue una versione al fulmicotone di Everybody's got something to hide dei Beatles, omaggio ai maestri nello stesso spirito della Satisfaction dei Devo. Il finale e' devastante: Moscow nights, Raised eybrows (Yo La Tengo ante litteram) e il pazzo ritmo tribale a 200 all'ora della title track.

Il successo dei Feelies rimase circoscritto agli addetti ai lavori. Il Village Voice li voto' migliore band underground di New York, Peter Buck produsse il loro secondo album, Jonathan Demme li invito' a partecipare a Something wild (sono la band che suona alla rimpatriata di liceali) e The boy with the perpetuoal nervousness apre Smithereens di Susan Seidelman.

Crazy rhythms fu per me la colonna sonora di un nuovo modo di vivere e di pensare che costruivo giorno dopo giorno. Fu, soprattutto, una delle prime tappe di un viaggio che inizio' il pomeriggio nel quale facendomi strada tra la neve andai a suonare il campanello di Andrea B., e che continua tutt'ora con un entusiasmo e una curiosita' rimasti misteriosamente, inspiegabilmente (cosi' tante cose sono cambiate), gli stessi di allora.


[Crazy Rhythms, uscito originariamente su Stiff in UK e A&M negli Stati Uniti, e' stato da poco ristampato da Bar None/ Domino].

[Avvisi ai naviganti: Prospettive Musicali e' stato confermato nel palinsesto 2009 - 10 di Radio Popolare, sempre alle 22.35 della Domenica. E, novita', il gestore di questo blog e' stato invitato a far parte della squadra di collaboratori di un nuovo programma - del quale credo di non potere dire ancora nulla, ma sarete i primi a sapere. La mia collaborazione iniziera' il 9 Ottobre, giorno del quinto compleanno di Engadina Calling].

lunedì 21 settembre 2009

Hit like Tyson

Nell'arte concettuale, il prodotto finale e' per definizione solo il veicolo di un'idea, un concetto, un'assunzione che di fatto resta invisibile. La fontana di Duchamp e i 4'33" di Cage sono opere d'arte? Si', a patto che si comprenda che non c'e' nulla di bello in un orinatoio o in un pianista che se ne sta assorto in una sala da concerto per 5 minuti senza suonare. Bella, o eventualmente brutta e inutile per noi, e' l'idea che l'artista esprime.

Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty (allievo di Heidegger e amico di Sartre) in Il visibile e l'invisibile scrisse che uno dei piu' grandi risultati dell'arte moderna e della filosofia... e' stato permetterci di riscoprire il mondo nel quale viviamo, ma che siamo cosi' propensi a dimenticare.

A me e' sempre sembrata un'affermazione abbastanza illuminante: a prevalere nell'espressione di un giudizio su un'opera d'arte (arti visuali, cinema, musica...) non sarebbe dunque il piacere estetico, ma quello intellettuale, mediato dal contributo offerto alla nostra comprensione della realta' che ci circonda. Se ci pensate, e' l'esatto contrario dell'escapismo.

A volte, e succede soltanto in pochi casi, le due dimensioni, quella estetica e quella intellettuale, trovano una ricomposizione.

Sabato mattina, facendo una passeggiata da Clerkenwell verso il canale di Regent sotto un timido sole autunnale, mi sono fermato a vedere le nuove mostre della Parasol Unit e della Victoria Miro Gallery. Suggerisco soprattutto una visita al primo dei due spazi attigui, che ha appena aperto una personale di Keith Tyson, vincitore del Turner Prize nel 2002.

E consiglio soprattutto la prima sala, che ospita una serie di lavori di grandi dimensioni intitolati Nature paintings, ispirati agli elementi primi della natura. Sono ottenuti attraverso reazioni chimiche, in qualche misura automatiche e casuali, di vernici e pigmenti su superfici di alluminio, e sono pieni di colori che ti sembra di vedere per la prima volta.

Ti fanno fermare a riflettere sulla complessita' degli elementi naturali, e contemporaneamente ti regalano un enorme, misterioso piacere estetico, non tanto diverso da quello che si prova ascoltando la musica ambientale di Eno.

venerdì 18 settembre 2009

Il puffino, il corvo e il leopardo delle nevi


L'altra sera al Luminaire gli Shearwater hanno presentato alcune tracce del disco nuovo, previsto in uscita a Febbraio.

Cercando nella soffitta archivio di questo blog, ho ritrovato una cosa che scrissi su di loro nel Giugno 2008, ed essendo sia un po' pigro che propenso all'auto-citazione, copio direttamente:

... e pero' Rook degli Shearwater e' per me addirittura superiore, l'unico capace di evocare la ricerca spirituale di Tim e Jeff Buckley, Leonard Cohen, Mark Hollis.

Non c'e' una nota di troppo. Non e' folk non e' pop non e' niente di sentito prima eppure e' tutte queste cose insieme. E' di un lirismo che strazia e di una fragilita' che commuove, ma non so come spiegare, per sottrazione invece che per addizione di note e toni. E' sospeso e downtempo ma non manca un episodio elettrico, buttato li' a meta' percorso, che suggerisce passioni pronte a prendere il sopravvento su tutto, no matter what.

C'e' una canzone dedicata a un leopardo delle nevi, e io vi sfido ad ascoltarla e a fare anche qualcos'altro se riuscite e ancora piu' difficile ad ascoltarla e a non commuovervi e ad ascoltarla e a restare ancorati al pavimento. E di musica se ne ascolta tanta ma alla fine e' solo per scoprire canzoni come questa canzone dedicata al leopardo delle nevi. Ti senti tornato a casa e capisci che tutto e' possibile e diventi piano e chitarra e feedback e silenzio. E voli via, lontano da tutto.

Dopo averli rivisti dal vivo, dopo il concerto alla Union Chapel di qualche mese fa, quello insieme ai Cave Singers, mi sono convinto che sono la migliore formazione indie in giro in questo momento.

E se accettate un suggerimento, Rook provate ad ascoltarlo in questi primi giorni d'autunno, mentre gli alberi iniziano a cambiare colore, le giornate si accorciano, e il sole si fa sempre piu' timido e incerto.

La canzone dedicata al leopardo delle nevi e' questa.

Anche questa settimana se n'e' andata. Come sempre, ci vediamo ancora qui Lunedi'. Come scriveva stamattina qualcuno dall'altra parte del pianeta, keep happy and inspired.

mercoledì 16 settembre 2009

Family day

Il reparto dei vinili africani nel basement di Sounds of the Universe cresce un po' ogni settimana e il crate digging diventa un rituale sempre piu' piacevole. L'ultima gemma che ho scovato e' questo capolavoro del 1973 che non vedo l'ora di condividere con voi a Prospettive Musicali.

Pax Nicholas era uno dei percussionisti degli Africa 70 di Fela Kuti. Na teef know the road of teef fu il suo secondo (e purtroppo ultimo) disco solista. Registrato a Lagos, nello studio di Ginger Baker dei Cream (dove registrava regolarmente Fela, e dove gli Wings andarono nello stesso anno a incidere l'indimenticabile Band on the run), l'album si compone di quattro lunghe sessioni afro-funk assolutamente sensazionali.

Quando le incise, Nicholas (che adesso vive a Berlino: nella ristampa Daptone e' pure riportato il suo numero di cellulare casomai voleste congratularvi personalmente!) pare fosse letteralmente ossessionato dai dischi di James Brown, arrivati fino in Nigeria chissa' come. Come nei capolavori di Fela, il funk occidentale si mischia con ritmi magnificamente tribali. La musica nera torna nel luogo d'origine e si rigenera.

Il disco e' un condensato di incontenibile gioia di vivere, di sole, di estate. Lo ascolti e non riesci a stare fermo.

Mi domando soltanto: com'e' possibile che un capolavoro cosi' sia rimasto nell'ombra per oltre 30 anni?

martedì 15 settembre 2009

C'e' da spostare una macchina

Peckham e' uno dei quartieri piu' run down di questa citta', ma quando si mettono a costruire qualcosa, allora non conoscono mezze misure. Tipo l'iperfuturista biblioteca, che sono andati a incastrare tra council blocks di venti piani, con l'ascensore bloccato da anni. O il monumentale multiplex, con film, purtroppo solo di cassetta, a 3.99 (quando nel West End adesso andare al cinema costa un po' dappertutto 12).

E proprio dietro al cinema c'e' una cattedrale laica che se passate da quelle parti dovete visitare assolutamente, un livido parcheggione di 10 piani circondato da una recinzione di lamiera, abbandonato o sottoutilizzato, non saprei dirvi.

Quando il council di Southwark si e' reso conto della cavolata fatta con i soldi del contribuente, anziche' insabbiare tutto come si fa da noi dove piantano li' le autostrade e le fanno finire in un campo sperando che non se ne accorga nessuno, ha affittato un paio di piani a una galleria locale, la Hannah Barry Gallery. La quale li usa periodicamente per esporre sculture.

Il luogo e' a dir poco spettrale. Quando sono andato io, Sabato scorso, l'ascensore non funzionava (non ho idea da quando). Dieci piani di scale, ma avreste dovuto vedere in quali condizioni di abbandono sono quelle scale. Ogni tanto, arrivato a un piano aprivo la porta e mettevo la testa fuori: cumuli di spazzatura, il cadavere di un'auto bruciata, materiali per costruzione abbandonati da sempre, cemento cemento cemento.

Le sculture in mostra sono interessanti, ma non e' quello il punto. La fascinazione dell'esperienza deriva dal fatto che sei parte, vittima mi verrebbe da dire, di un'installazione che e' pero' inestricabilmente a sua volta parte della realta'. Diventi un tutt'uno con quello spazio deserto dove, si ha la sensazione, potrebbe capitare di tutto, qualsiasi incubo ti potrebbe venire incontro. Come in un'installazione di Mike Nelson, ma portata davvero alle estreme conseguenze emotive.

Fatte circa 150 foto, ma un po' come se mi aggrappassi alla macchina fotografica per non avere paura. Appena ho un minuto ne seleziono 4 o 5 e come al solito ve le posto di la' nel Flickr.

E mentre mi muovevo in quello spazio e in quel silenzio che una volta doveva avere ospitato qualche forma di vita, la mia mente trasmetteva forte e chiara questa cosa qua.

venerdì 11 settembre 2009

Something must break

Dopo aver attraversato con tutta calma il continente, finalmente l'ultimo Almodovar e' arrivato fino a qui. E' un film impressionante, forse la sua pellicola migliore. Totalmente Bunuel nella definizione dei personaggi, eppure in qualche modo straordinariamente personale. Con un lavoro di cinepresa che mi ha ricordato il migliore Hitchcock, e un'abbondanza di riferimenti alla storia del cinema di intricata ricchezza che potete leggere qui.

Storia di amore totale, assoluto, che rende indispensabile porre fine all'esistenza precedente e dare vita a una persona nuova quando l'oggetto del nostro amore viene a mancare. Come se con ogni amore che finisce (e l'amour fou tra Mateo e Lena finisce nel modo piu' drammatico possibile) se ne andasse irrimediabilmente una parte essenziale di noi, perduta per sempre. E come se, contemporaneamente, una nuova imprevedibile identita' prendesse vita, proprio dalla coscienza che quello che siamo stati non potra' tornare ad essere mai piu'. Perche' ogni perdita, sembra voler dire Almodovar, porta con se' inevitabilmente la necessita' (che e' anche occasione), dolorosa, faticosa, di rinascere.

Film superficialmente freddo e complesso (specialmente se, come me, vi aspettavate un altro Volver), e invece di un'intensita' al calore bianco che prende alla gola e rimane dentro per giorni. Se non l'avete ancora visto, questo e' il consiglio di Engadina Calling per il fine settimana.

Buon week-end, ci vediamo qui Lunedi'.

mercoledì 9 settembre 2009

Tartaruga 2.0

Il nuovo lavoro di Douglas McCombs, realizzato insieme a David Daniell (chitarrista con Rhys Chatham), e' la cosa migliore pubblicata dai Tortoise (update del 10/ 9: che, ho appena scoperto, mentre tornavo dall'edicola con Wire nuovo e stavo per essere messo sotto da Boris Johnson lanciato in bici a folle velocita' in Goswell Road, chiuderanno il London Jazz Festival, Domenica 22 Novembre) da un bel po' di tempo in qua. E' pero' molto diverso dallo stile del collettivo di Chicago (anche se, oltre a McCombs, troviamo Herndon e McEntire accreditati tra i collaboratori), prossimo casomai alla new weird America psychedelica di Sunburned Hand of the Man, No-Neck Blues Band, Matt Valentine & Erika Elder, ecc.

Nasce dall'editing di oltre sette ore di improvvisazioni free form e fa venire in mente i tempi dilatati di Antonioni: le panoramiche desertiche di Zabriskie Point, l'interminabile piano sequenza finale di Professione reporter, cosi' carico di attesa.

Psychedelia moderna che pero' affonda le radici nel secondo, astratto disco di Ummagumma. Ascolto di quelli difficili, che richiedono dedizione e tempo, ma se siete lettori di Engadina Calling e magari ascoltatori di Prospettive Musicali, immagino vi colpira' come ha colpito me.

martedì 8 settembre 2009

Walk the line

Engadina Calling credo sia l'unico blog sul pianeta Terra a parlare delle mostre subito dopo che hanno chiuso. Non dopo, che ne so, due anni, che uno dice non e' attualita' ma almeno e' storia. No no, tipo due giorni dopo.

Continuiamo nella tradizione che ci contraddistingue, con una mostra proprio bellissima, quella che la Tate ha dedicato a uno dei nomi piu' originali dell'arte contemporanea britannica.

Retrospettiva fantastica, che si apre e si chiude con nuovi lavori site specific realizzati con fango di diversi colori, e culmina in una sala dove sono state abbattute un paio di pareti per lasciare spazio alle totemiche, primitive sculture di Long.

La sua e' arte che respira e fa respirare la mente, figlia di un rapporto immediato e profondo con l'ambiente naturale. Celebrazione della terra, del vento, dell'acqua. Della vita.

E meno male che la Tate ha evitato per una volta una disposizione didascalica/ didattica/cronologica, a vantaggio di un ordine finalmente libero. E che le solite didascalie sono state sostituite da scritti dell'artista, sospesi da qualche parte tra teoria filosofica e poesia. Li trovate tutti nel sito della Tate.

Per gli appassionati di musica, una proposta di ascolto legata alla land art.

E per gli appassionati di Engadina, una chicca.

venerdì 4 settembre 2009

Hey Jah

Durante la scorsa calda settimana italica ho ascoltato per tutto il tempo questa raccolta, dedicata a uno dei nomi piu' sottovalutati del roots reggae dei profondi anni '70. Pubblicata dalla magnifica Kingston Sounds di West London, che all'inizio della primavera aveva pubblicato un volume di collaborazioni tra Delroy Wilson e Sly & Robbie che continuo ad ascoltare con immenso piacere.

Le dolci melodie di Johnny Clarke, ritmicamente sospese da qualche parte tra rocksteady e lovers rock, regalano positivita' e amore per la vita. Si sentono proprio tutta l'armonia, la spiritualita', la devozione di questo decano della musica giamaicana, che oggi vive e suona regolarmente (l'ultima volta un mesetto fa al Jazz Cafe di Camden) in questa citta'.

Contiene il sole la musica di Johnny Clarke, e tutta la serenita' che Jah gli infonde. E un amore infinito, universale.

Se avete bisogno di un disco che sia capace di portare dentro di voi pace e un'estate che non finisce mai, Jah Jah we pray non vi potra' deludere. Ritmi di Sly & Robbie, produzione di Bunny Lee, studio di King Tubby. Dovrebbe bastare.

Jah rules. Zion rules. Love rules.

Irie irie.

mercoledì 2 settembre 2009

Nightswimming

Insieme al secondo disco dei magnifici e misconosciuti Bowerbirds e alla colonna sonora di Falling from trees, il disco che sto ascoltando piu' spesso di questi tempi e' la sonorizzazione di un'installazione.

L'autore e' Robert Henke, austero musicista elettronico tedesco, chiamato da Fredrik Wretman a generare un accompagnamento ambientale per un'opera d'arte dedicata allo scorrere dell'acqua, realizzata in una fabbrica abbandonata di Ostersund, nell'estremo e disabitato Nord della Svezia. Rappresentazione del trascorrere inesorabile del tempo, dell'alternanza delle stagioni, dell'eterno ciclo di rinascita della natura.

Disco di immensa poesia, che riporta alla mente i volumi di musica ambientale di Eno e, soprattutto, l'indimenticabile e ormai completamente introvabile sonorizzazione realizzata da Paul Schutze per le terme di Vals progettate da Peter Zumthor (non lontane dalla mia Engadina, per restare in tema), che suonai per intero una notte di molti anni fa quando a Radio Popolare mi facevano andare in onda all'1.

Musica liquida, inafferrabile, che richiede immersione. Come il mare in una notte estiva: nero e irresistibile.

martedì 1 settembre 2009

Impressioni di Settembre

Prendo atto che esiste musica per davvero ogni circostanza della vita. Ma non ne parlo, oggi non mi vengono le parole, e vi rimando al solito ottimo Borguez.

Kath Bloom e' un bocciolo di rosa e questo disco sboccia a poco a poco. Dentro. Silenziosamente, con una malinconia gia' autunnale.

E' il primo Settembre, e io sono dove non so perche'.