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Osservazioni e ascolti

domenica 15 novembre 2009

Con Kelm

Fine settimana stranissmo. Sabato invernale, freddo e piovoso e Domenica soleggiata, mite, verrebbe da dire primaverile, come se avessimo saltato a pie' pari la brutta stagione.

Ne ho approfittato per andare a esplorare con calma le gallerie dell'East End, come faccio periodicamente. Sceso dalla metro a Bethnal Green, invece che alla ormai classica Vyner Street ho svoltato in direzione opposta. Destinazione Herald Street, della quale avevo letto che e' sede di due gallerie fotografiche, una che si chiama proprio come la via, e l'altra che porta il nome della gallerista Maureen Paley.

Herald Street si trova in una zona molto deprived e abbastanza tetra della capitale inglese, e quindi e' bene tenere gli occhi aperti, soprattutto se si decide di visitare le gallerie dopo le quattro del pomeriggio, ora del calare del sole in questa stagione. Entrambe le gallerie occupano gli spazi di quelli che sembrano essere stati fino a poco fa magazzini. Spazi poveri, con pavimenti di cemento e vecchie finestrone industriali. Alla Herald Street ho chiesto di poter fotografare i particolari architettonici vintage, e appena ho un minuto mi riprometto di inserire le foto di la' nel Flickr (insieme a quelle dei bei graffiti che decorano alcuni muri e seracinesche della zona), cosi' vi fate un'idea.

Le due mostre hanno molto in comune. Protagoniste sono due giovani fotografe, la berlinese Annette Kelm e la londinese Anne Hardy, che entrambe usano il mezzo fotografico in chiave complessa e concettuale, sebbene con finalita' rappresentative differenti.

Gli scatti di Annette Kelm, che preferisco, definiscono uno stile piuttosto difficile da definire. Direi che nell'elusivita' e nell'indeterminatezza delle sue immagini sta buona parte del fascino che questa piccola mostra mi ha saputo comunicare. Questo al di la' degli aspetti concettuali, che pero' si colgono principalmente leggendo la press release (peraltro scritta particolarmente bene). Per farvi un esempio, la foto che apre il post si intitola Venice, Zurich, Brussels, dal luogo dove sono stati acquistati (non prodotti: una delle stoffe proviene dal Pakistan) gli oggetti nella foto. L'intenzione non e' soltanto quella di rappresentare il nostro mondo, fatto di incontri tra provenienze geografiche sempre diverse. Ma anche quella di riflettere sulla quantita' di informazione necessaria per permettere a colui che osserva un lavoro concettuale di mettersi in relazione con il significato che l'artista vuole comunicare.

Meno interessanti, e un po' ripetitivi, i lavori di Anne Hardy, che sembra usare la tecnica fotografica soprattutto per rendere in qualche modo trasportabili le sue laboriose installazioni. A me, ma non so se fosse questa l'intenzione dell'artista, ha fatto riflettere sui limiti della fotografia nel trasmettere l'esperienza, che osservando questi scatti possiamo solo immaginare, non vivere con tutti i nostri sensi.

Entrambe le mostre restano aperte ancora una settimana, fino a Domenica prossima, e le consiglio per approfondire la conoscenza di una delle direzioni piu' concettuali ed esplorative della fotografia contemporanea.

11 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Post interessante, caro Fabio, qui mi devo "accontentare" di eventi più convenzionali come la mostra fotografica di Mc Curry e la (peraltro bellissima) mostra su Hopper a Palazzo Reale. In compenso sabato sera ho assistito al meraviglioso concerto di Wilco, quasi tre ore di energia pura, alt-rock, folk, sperimentazione noise, tradizione e modernità. Dal vivo una band strepitosa, che ha costretto tutti, a metà concerto, a fregarsene delle scomode e anguste poltroncine della Sala Verdi e ad alzarsi in piedi per saltare al ritmo della batteria di Glenn Kotche e ad esaltarsi per gli assoli alla Jerry Garcia di quel geniale e tarantolato chitarrista che è Nels Cline.
Nicola

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger lophelia said...

"brrr che freddo" è quello che ho pensato guardando le immagini di entrambe. Sicuramente ci sarebbe da approfondire, ma con questo tipo di arte non mi viene voglia: potrei capire meglio ma mi resterebbe comunque il freddo.

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Myriamba said...

ma perche' i wilco piacciono tanto?
mah.. e si Bethnal Green, e si, bello, bellissimo andare in giro per gallerie con la mappa e poi suonare a quei campanelli nascosti ed entrare in posti impensabili..bella Londra :)

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Anonymous Anonimo said...

I Wilco scrivono belle canzoni, semplicemente, e dal vivo le destrutturano e le sciolgono nell'acido di un rumorismo intelligente e originale. Credi di assistere ad un concerto folk rock e scopri alla fine che hai ascoltato anche un po' di Grateful Dead e di Sonic Youth. Non sono la mia band prediletta, per carità, ma con tutte le finte band che girano personalmente mi sta bene che ci siano. Perchè piacciano tanto in generale, questo non lo saprei dire.
Nicola

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Myriamba said...

allora mi sa che "mi tocca" andarli a vedere la prossima volta..:)

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Fabio said...

Nicola -

I Wilco dal vivo sono decisamente superiori rispetto ai Wilco in studio, come testimonia bene il doppio Kicking television, che se non dovessi avere ti stra-consiglio.

Il segreto secondo me e' tutto nel verbo che tu hai usato, sciogliere. Le loro canzoni si sciolgono nell'acido, e contemporaneamente i Wilco si sciolgono in un dialogo sempre piu' ravvicinato col pubblico che li ascolta, facendo cadere ogni barriera, ogni grado di separazione.

In questo senso, alzarsi in piedi credo non sia altro che una risposta, un avvicinarsi al gruppo quanto piu' possibile.

Il loro segreto e' il dialogo caldo che instaurano, secondo me.

Lophelia -

A proposito di "dialogo caldo" eh? Sono molto d'accordo col tuo commento, anche se trattandosi di arte concettuale, piu' ancora che di fotografia, non mi aspettavo qualcosa di particolarmente emozionale (come non ti aspetti nulla di particolarmente sentimentale leggendo Derrida, Foucault, Baudrillard).

Credo infatti di avere dedicato un post alla mia visita nell'East End piu' mosso dall'esperienza in se', fatta di colori, odori, volti, che per le opere in mostra.

Quelle dell'East End sono gallerie in genere povere, che esibiscono artisti emergenti i quali vivono in zona grazie ad affitti ancora piuttosto bassi.

E come puoi immaginare, e' molto diverso osservare fotografie attraverso un computer, oppure raggiungere fisicamente una galleria, con la tua cartina in mano, suonando poi il campanello, come scrive qui sopra Myriam, entrare in uno spazio che non hai mai visto e che era stato pensato per tutt'altro (un elettrauto, un magazzino, un deposito, un laboratorio artigiano). E arrivarci dribblando piccole gang, e barboni minacciosi con la lattina di birra in mano che ti vengono incontro chiedendoti qualche moneta e ti guardano cercando di capire quanti soldi hai in tasca e se valga per loro la pena usare le maniere forti.

In questo senso sono con te: arte fredda. Calda pero' e' l'esperienza di entrare in quel mondo.

Caldo e' scoprire che questa citta' non finisce mai di mostrarti espressioni nuove, di farti pensare, di arricchirti di esperienze.

Myriam -

Credo tu abbia colto bene, vivendo qui, il piacere di esplorare questo caleidoscopio di citta'.

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger lophelia said...

Infatti, il tuo resoconto non era affatto freddo e grazie per averlo arricchito con ulteriori particolari e sinestesìe. E' con l'arte concettuale che so di avere dei problemi.

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Fabio said...

Ti confesso che, dopo le gallerie dell'East End, ieri sono stato un'ora e mezza a gironzolare per la National Gallery, dove se vedono un artista concettuale sparano.

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Myriamba said...

per me Turner era molto concettuale

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Fabio said...

Infatti lo tengono alla Tate.

lunedì, 16 novembre, 2009

 
Blogger Myriamba said...

gli hanno quindi sparato ;) ?

lunedì, 16 novembre, 2009

 

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