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Ambiente Uguaglianza Tempo

domenica 27 dicembre 2009

Prospettive Musicali del 27 Dicembre 2009

1) BAUHAUS Dark entries (da Dark entries, Axis, 1980, rist. in In the flat field, 4AD 1988)

2) RAINCOATS Fairytale in the supermarket (da The Raincoats, Rough Trade 1979, rist. We Three 2009)

3) ROBERT WYATT Opium war (da Radio experiment Rome, February 1981, RAI Trade 2009)

4) EDWARD WILLIAMS First fossils - blue greens - ciliates (da Life on Earth, private press 1979, rist. Trunk 2009)

5) MATTHEW HALSALL Colour yes (da Colour yes, Gondwana 2009)

6) HOPKINSON SMITH Suite pour la luth BWV 995 I. Prelude (da Johann Sebastian Bach l'oeuvre de luth, Naive 1982, rist. 2009)

7) ERMA FRANKLIN Don't catch the dog's bone (da Big boss man, Shout! 1967, rist. in Piece of her heart, Shout! 2009)

8) ELDER BECK Rock and roll sermon (da VV. AA. Fire in my bones raw rare + otherwordly African-American gospel [1944 - 2007], Tompkins Square 2009)

9) BROTHER & SISTER WB GRATE Power is in the heart of man (da Power is in the heart of man, Port City ca. 1967, rist. in VV. AA. Fire in my bones raw rare + otherwordly African-American gospel [1944 - 2007], Tompkins Square 2009).

Ascolta.

mercoledì 23 dicembre 2009

Engadina d'oro 2009: musica

Nel 2009 ho cercato di fare mio e mettere in pratica un semplice principio caro alla mia amica Giulia. Quando incontri un periodo di turbolenza - sostiene Giulia - cerca sempre di raggiungere una quota piu' alta. Non lasciare che la gravita' ti trascini verso il basso.

Ci sono riuscito? Non in tutti i casi, ma ci ho sempre provato. E in questi tentativi mi e' stata buona compagna la musica di Johann Sebastian Bach. Le magnifiche esecuzioni al liuto di Hopkinson Smith meritano ampiamente il primo degli Engadina d'oro.

Ho ascoltato davvero molto jazz, e soprattutto ho capito quanto ordine interiore devi avere raggiunto per capire il free jazz. E quanto attivo puo' esserne l'ascolto, quanta energie prende e da'. In particolare, in ambito black, ho amato la raccolta Freedom rhythm and sound che comprende, tra gli altri, Art Ensemble of Chicago, Sun Ra, Archie Shepp, Gato Barbieri.

Il folk ha avuto un ruolo come sempre fondamentale nei miei ascolti. Quello nuovo, ma legato a filo doppio alla tradizione, di Alela Diane. Quello psychedelico e astratto di Hope Sandoval & the Warm Inventions. E tra gli artisti del passato, ho fatto la conoscenza di Collie Ryan, che incise tre dischi di ballate nel 1973 prima di ritirarsi a produrre succhi di frutta biologici in una fattoria in riva al mare.

Antony & the Johnsons mi hanno fatto venire i brividi, su disco e soprattutto dal vivo. Il loro album uscito all'inizio di quest'anno si e' dimostrato allo stesso eccelso livello di I am a bird now.

L'estate e' trascorsa in compagnia di tanta musica e cinema, francese, visitando spesso quell'oasi che e' l'Istituto Culturale Francese di South Kensington. Voglio ricordare soprattutto un disco, una raccolta dedicata al geniale Jacques Dutronc, marito (meno famoso) della magnificente Francoise Hardy.

Lo scaffale dedicato alla musica africana si e' riempito di raccolte, tra le quali desidero ricordare soprattutto Legends of Benin. Se qualcuno tra i lettori di Engadina Calling cercasse un entry point verso il continente del ritmo, consiglio di partire dal Benin.

E naturalmente non mi sono fatto mancare la malinconica allegria della musica brasiliana, con una raccolta dedicata alla nascita della bossa nova e un capolavoro registrato da Joyce insieme a Nana Vasconcelos e Mauricio Maestro nel 1976 a Parigi, ma pubblicato solo quest'anno.

Ricapitolando, gli Engadina d'oro musica del 2009 sono:

1) HOPKINSON SMITH Johann Sebastian Bach l'oevre de luth (Naive)

2) VV. AA. Freedom rhythm & sound (Soul Jazz)

3) ALELA DIANE To be still (Rough Trade)

4) HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS Through the Devil softly (Nettwerk)

5) COLLIE RYAN The Rainbow records (Rainbow/ Yoga)

6) ANTONY & THE JOHNSONS The crying light (Secretly Canadian)

7) JACQUES DUTRONC Et moi et moi et moi (RPM)

8) VV. AA. Legends of Benin (Analog Africa)

9) VV. AA. The birth of bossa (El)

10) JOYCE WITH MAURICIO MAESTRO & NANA VASCONCELOS Visions of dawn (Far Out).

Grazie "per l'ascolto", ci sentiamo nei prossimi giorni a Radio Popolare (il calendario e' nel post precedente) e buon Natale,
Fabio

lunedì 21 dicembre 2009

Magic numbers

La personale di Tatsuo Miyajima alla Lisson Gallery, storica galleria dalle parti di Edgware Road, rientra tra quelle mostre con effetto quasi terapeutico, dalle quali non vorresti mai uscire.

E' un mondo di luci e colori primari, nel quale abbandonarsi completamente. Nel silenzio e nell'oscurita' della galleria deserta ti trovi circondato da sculture totemiche ricoperte da led luminosi che eseguono conti alla rovescia fuori sincrono, di diversa frequenza temporale, da 9 a 1 per poi ricominciare all'infinito.

Rappresentazioni dei cicli naturali della vita e dell'eterna rinascita della natura, le sculture di Miyajima posseggono un'eleganza tutta musicale (a me sono venuti in mente Monolake, Carl Craig, Moritz Von Oswald, Dam-Funk) e un senso di infinita geometrica armonia, anche quando a prevalere sull'ordine e' una naturale entropia.

Non e' cosi' semplice, lasciata la galleria, ritornare alla realta': difficolta' che e' spesso diretta proporzionale misura della profondita' dell'esperienza.


[Un po' di appuntamenti di Engadina Calling alla radio.

Domani (Martedi' 22) a mezzogiorno e poi in replica alle 21 saro' ospite di Alaska.

Domenica 27 alle 22.35 sara' mio compito curare Prospettive Musicali.

Lunedi' 28 o Martedi' 29 o entrambe le sere (appena lo sapro' sara' mia premura essere piu' preciso), Alessandro Achilli, Gigi Longo e io trasmetteremo i dischi che abbiamo preferito tra quelli pubblicati nel 2009. Alle 21.

Domenica 3 Gennaio tocchera' ancora a me curare Prospettive Musicali, alle 22.35.

Il tutto naturalmente su Radio Popolare: se avete tempo di ascoltare, mi fa piacere].

venerdì 18 dicembre 2009

Mare profumo di mare

Ennesima serata passata rannicchiato sul divano, con la bella luce calda della lampada da lettura puntata sulle pagine di questo libriccino scritto da Henry Miller nel periodo intercorso tra Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno, e nel quale di ritorno da New York esalta la qualita' della vita francese.

E' un libro di forti contrapposizioni, e impressioni espresse in tempo reale durante il periodo trascorso in mare. Degli americani, Miller scrive:

Sono i torturatori piu' disumani che il mondo abbia conosciuto. Sono crudeli al modo in cui sono crudeli i bambini. Ti calpestano per mettere le mani su un giocattolo nuovo...

E quando la nave che lo riporta in Francia fa scalo in Inghilterra:

Se solo non ci fossero gli inglesi! [...] Sembrano ostriche animate. Sento il guscio duro che cela una carne molliccia: sento il loro imperturbabile senso del possesso. L'ostrica che voleva ingollare il mondo! Hanno qualcosa di molto ridicolo: sembrano subumani. [...] Che vadano al diavolo! Io mica scendo qui...

A tutto questo contrappone una istintiva ammirazione per i francesi:

Per ottenere l'equilibrio perfetto incarnato dall'individuo francese e' necessario che un caos esteriore combaci con un ordine e una precisione interiori tanto piu' meravigliosi in quanto puramente autonomi, ognuno li crea per se stesso.

E quando esprime contentezza profonda per essere tornato a Parigi, fa pensare che anche la piu' bohemienne delle anime ha almeno temporaneo bisogno di un luogo, reale o immaginario, che puo' chiamare casa, dove tutto cio' che ritiene di valore e' a facile portata.

Viene in mente, a pensarci, quando in Tropico del Capricorno scrive Quel che e' vero non mi interessa quasi, e nemmeno quel che e' reale; mi interessa solo quello che io immagino che sia.

giovedì 17 dicembre 2009

And we danced in the snow drunk on music and love

Fa davvero freddo, e fino a poco fa nevicava. Il giardinetto della scuola, qui davanti a casa, e' coperto di una bella coltre bianca. Serata da passare rannicchiati sul divano, avvolti in una calda coperta, a leggere un buon libro.

La stampa britannica ha gia' iniziato a parlare di Solar, il nuovo romanzo di Ian McEwan ispirato al cambiamento climatico, anche se non sara' pubblicato prima di Marzo del prossimo anno (un'anticipazione era pero' presente sul New Yorker di settimana scorsa). Del resto, tenete presente che McEwan qui e' una celebrita', e che solo di Atonement nel Regno Unito sono state vendute un milione e mezzo di copie.

Quasi sotto silenzio e' invece passata l'ultima pubblicazione dello scrittore londinese. E' il libretto di un'opera scritta insieme al compositore contemporaneo Michael Berkeley e rappresentata per la prima volta un annetto fa alla Royal Opera House di Covent Garden.

In For you, McEwan sviluppa il tema del tempo. Protagonista e' un direttore d'orchestra solito a usare il suo successo per sedurre giovani donne. La storia non ve la sto a raccontare, ma quello che ho trovato davvero straordinario in questo libretto che si legge d'un fiato in un'ora e' il modo magistrale con il quale McEwan scivola dal tono lieve con il quale introduce la figura del seduttore, a quello cupo e noir del finale. E' un rapido trascorrere di colori che non nega l'esistenza della gioia e dell'amore, ma ne sottolinea il carattere fragile e temporaneo.

La gioia vissuta nel presente...

On the border of memory and dreaming
I saw a couple on a London bridge
in an early evening snowstorm.

Hand in hand, wild in love,
with plans and hilarious cries
they strolled to the other side.

... la sua trasformazione in ricordo...

I remember that snowstorm on the bridge
when we crossed the river to my first concert
at the Festival Hall, and as we walked
we were singing from The magic flute,
Mann und Weib und Weib und Mann -
my God, how happy we were.

... e la necessita' continua di ripensare, riinventare, ridefinire...

Let's cross another bridge together.

Sara' perche' i luoghi nei quali il libro e' ambientato sono quelli nei quali si svolge la mia vita, ma le immagini di queste pagine hanno avuto su di me una enorme forza evocativa, in questa serata di fiocchi bianchi che volteggiano nell'aria fredda.

And we danced in the snow...
Drunk on music and love.

lunedì 14 dicembre 2009

Sketches of Spain (reprise)

Come parte della rassegna che l'Istituto di Arti Contemporanee sta dedicando in questi giorni (fino al 14 Gennaio) a Jim Jarmusch, ieri sera sono andato a vedere l'ultimo, controverso, film del regista americano.

Pellicola parecchio curata dal punto di vista visivo/ atmosferico/ musicale (la colonna sonora e' di Boris, Sunn 0))), Earth), The limits of control ha un plot allo stesso tempo disciplinatissimo (consiste infatti in una serie di re-iterazioni dello stesso schema) e misterioso.

E' un po' come se Jarmusch avesse ingigantito un frammento microscopico di un suo film (per dire, Broken flowers), e l'avesse reiterato parecchie volte, senza pero' fornire (almeno per i primi due terzi del film) le informazioni necessarie a comprendere il senso di quello che stiamo guardando. Al punto che a meta' film mi sono trovato a domandarmi se esistesse un significato alla sequenza geometrica degli eventi che stavo vedendo, oppure se un senso fosse del tutto inutile cercarlo, e se avessi dovuto concentrarmi sui singoli incontri del protagonista (proveniente da dove, e dove diretto, per buona parte dello svolgimento non e' dato sapere). Come si trattasse quasi di un remake di Coffee & cigarettes (peraltro piu' cupo, criptico nei dialoghi e nel delineare i personaggi).

Film altamente simbolico (e vi confesso che alcuni simboli mi restano tutt'ora oscuri), The limits of control e' salvato in parecchi tratti dalla splendida fotografia, curata da Christopher Doyle (In the mood for love) e dalle recitazioni straordinarie di Tilda Swinton, Gael Garcia Bernal e (buona, non straordinaria) Bill Murray.

Se siete alla ricerca di esercizi zen, un film che consiglio.

venerdì 11 dicembre 2009

Shaft in Soho



Cosa dite, iniziamo anche noi a ragionare su quello che e' stato il 2009? Senza affrettare definitive liste, per compilare le quali abbiamo ancora un po' di tempo.

Gli ultimi dodici mesi sono trascorsi senza rivoluzioni, ma con tanta musica di qualita'. La parte del leone l'hanno fatta ristampe e raccolte, come accade da alcuni anni in qua. Va benissimo cosi': il patrimonio underground delle musiche che amiamo e' ricco, e merita di essere recuperato da un prematuro oblio.

E se il Paese nel quale questo blog viene scritto ha saputo esprimere solo una manciata di dischi davvero degni di nota (nella lista di venti album dai quali estrarro' i dieci dischi del 2009 di Engadina Calling solo due titoli sono di musicisti inglesi), l'etichetta dell'anno di Engadina Calling e' ancora una volta la Soul Jazz di Soho.

Casa discografica associata al negozietto Sounds of the Universe di Broadwick Street, uno dei miei tre negozi di dischi preferiti del pianeta Terra (gli altri sono Other Music di New York e Dusty Groove di Chicago), Soul Jazz da anni realizza raccolte assolutamente immense.

Quest'anno la consueta competenza sulla musica black, giamaicana, brasiliana di Soul Jazz e' stata ampliata con i primi due volumi della serie World Audio Foundation, dedicati ai ritmi afro-cubani e ai canti polifonici sacri della Georgia.

Sono almeno tre i gioielli di assoluta eccellenza che l'etichetta di Soho ha pubblicato nel 2009: Fly girls, dedicato alle donne rapper, Freedom rhythm & sound, su jazz e movimento per i diritti civili degli afro-americani, e il mio preferito Can you dig it?, sulle colonne sonore dei film blaxploitation.

Ci sono tutti: Isaac Hayes, Curtis Mayfield (e per quanto siano stra-sentiti, l'uno-due Shaft - Pusherman piazzato all'inizio del secondo LP stende per giorni), Roy Ayers, Marvin Gaye, Quincy Jones, James Brown, Martha Reeves, Bobby Womack, Jack Ashford, Earth, Wind & Fire. E archi, trombe, flauti, Rhodes, clavinet, bonghi, atmosfere grandiose e magniloquenti.

Il libretto di 100 pagine, tutto illustrato, e' pieno di informazioni storiche, sociali e politiche che contestualizzano la musica. E soprattutto di foto mozzafiato: un'estetica fatta di capigliature, orecchini, colletti, cinture, tutti stra-esagerati eppure misteriosamente lontanissimi dal cattivo gusto, e sinesteticamente in linea con i suoni.

E forse e' questo il principale pregio delle raccolte Soul Jazz, questa straordinaria capacita' di calare l'ascoltatore nel contesto culturale, estetico, artistico, politico, sociale di un'epoca e di un luogo geografico. Il primo Engadina d'oro 2009 e' quindi per loro, e ne abbiamo ancora un bel po' da assegnare insieme prima che si chiuda il sipario su quest'anno.

mercoledì 9 dicembre 2009

L'uomo piu' felice del mondo

Come fece tempo fa l'ottimo Borguez, anche io mi vieto di tentare una qualsiasi descrizione di Glitter and doom live, e piu' in generale di Tom Waits.

Osservo pero', ancora una volta ascoltando smarrito quella sua voce impossibilmente sgangherata e ispida, mentre apro a caso la biografia scritta da Barney Hoskyns e leggo che Tom ha una volta dichiarato I enjoy being puzzled and arriving at my own incorrect conclusions, che i cantautori nord-americani che hanno scritto il loro nome nella storia dell'arte di tutti i tempi (Woody Guthrie, Bob Dylan, Lou Reed, Leonard Cohen, Neil Young, Patti Smith e Tom Waits) hanno in comune tra loro l'appartenenza alla migliore letteratura americana, della quale sono probabilmente gli ultimi legittimi discendenti.

Walt Whitman, Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Jack London, Henry Miller, Jack Kerouac. Tratto comune, un istinto libertario messianico e incontrollabile, vita a rotta di collo, col fiatone, fatta di esperienza e saper vivere piu' che di arte e intelletto. Vento tra i capelli e dirty boots. Polvere e sangue. Correre sempre piu' a Ovest, fino a dove la strada finisce e davanti a te hai solo il ruggito dell'Oceano blu. Cadere, rialzarsi, cadere ancora, e sentire tutta la vita del mondo che scorre come un fiume in piena. Luci che sfrecciano nella notte, poi solo un tetto di silenzio e stelle.

Come il cinema di Gus Van Sant e Jim Jarmusch, come le poesie di Jim Carroll e la fiction di JT Leroy, la musica di Tom Waits sa terrenamente farci vedere le cose per quei serpenti velenosi che sono e contemporaneamente elevarci al di sopra delle macerie riaffermando un incontenibile amore per la vita.

Perche' come ebbe a dire una volta proprio Henry Miller (Tropico del cancro, 1934): sono senza denaro, senza risorse, senza speranze. Sono l'uomo piu' felice del mondo.

lunedì 7 dicembre 2009

Surveillance is their busy work

Sabato mattina sono stato fermato, perquisito e schedato (sulla base delle severe norme anti-terrorismo fortemente volute da Tony Blair) da un solerte poliziotto, mentre scattavo una fotografia all'esterno di una galleria di Mayfair. Il paradosso consiste nel fatto che all'interno della galleria, la Spruth Magers, e' in corso una personale di Barbara Kruger, che sulle tematiche della sorveglianza, del controllo e del conflitto sociale ha costruito il suo percorso artistico.

La mostra e' piccola, ma straordinariamente coinvolgente (immagino anche perche' la schedatura poliziesca mi aveva messo nell'umore giusto per comprendere fino in fondo gli slogan dell'artista americana). Sono tutti lavori di piccole dimensioni, costruiti su fotografie trovate sulle quali sono sovraimpresse scritte che fanno pensare a una dimensione conflittuale tra individuo e convenzioni sociali, specie afferenti alla sfera del consumo. Anche per questo, i primi riferimenti che vengono alla mente sono quelli con i collage dadaisti e le performance situazioniste.

Paradossalmente, e non sono mai riuscito a spiegarmi la dinamica che ha fatto avvicinare i due soggetti, qualche anno fa la Kruger ha accettato di collaborare a una controversa campagna pubblicitaria di Selfridges, che usava sarcasticamente sentenze quali Buy me I'll change your life e You want it you buy it you forget it. Immagino che non tutto il pubblico del department store abbia colto l'ironia, e peraltro i collage anti-consumisti della Kruger passano di mano per cifre che superano facilmente i 50 mila dollari.

La mia giornata Barbara Kruger si e' conclusa degnamente alcune ore dopo a South Kensington. Cammino verso l'Istituto Culturale Francese, immerso nei miei pensieri. Poco davanti a me cammina una donna molto magra. Apre la porta dell'istituto e mentre sto per passare me la chiude violentemente addosso. Poi la riapre e si mette in mezzo, a sbarrarmi il passaggio. La guardo e vedo che ha tutto il volto graffiato e gli occhi azzurri di ghiaccio, sgranati e spiritati. Resta ferma a guardarmi con aria di sfida, e poi scandisce, ma come un sibilo, la frase I do not obey. Molto Barbara Kruger, infatti.

[Questo post verra' raccontato ad Alaska, su Radio Popolare, Martedi' 22 Dicembre a mezzogiorno e poi in replica alle 21].

venerdì 4 dicembre 2009

Quando a Londra il comando di questa galera mi sembro' un affare

Ogni tanto mi capitano in mano dischi che mi colpiscono cosi' profondamente da rendere vano ogni tentativo di descrivere l'impatto su di me. Con i dischi pubblicati dalla meravigliosa Soundway capita spessissimo. Dal loro sito: Soundway Records is a UK-based label, dedicated to re-releasing lost and forgotten recordings from the world's most vibrant musical cultures.

Lost and forgotten, perduti e dimenticati. Recuperati, salvaguardandone la memoria.

World's, del mondo, appartenenti a culture che esulano dal dominio di quella egemone anglo-americana.

Un disco come questo e' ossigeno, e' liberta' e ribellione alle modalita' di ascolto dettate dai canali informativi ufficiali.

La musica che contiene e' pura gioia, espressa sotto forma di calypso, guajira, son, cumbia, guaracha, tutti mischiati insieme, con in alcune tracce sapori funk aggiunti.

Ascoltare le raccolte della Soundway dedicate alle culture del mondo e' un piacere per lo spirito e contemporaneamente e' un gesto politico. Delle tre dedicate a Panama, iniziate da questa: raramente ho ascoltato un disco di musica cosi' libera e gioiosa, che libera completamente la mente e rende consapevoli e felici di essere vivi.

Come sempre nei dischi Soundway, il libretto si legge tutto d'un fiato. Racconta di come oggi Colon possa ricordare quello che era South Bronx negli anni'80: edifici in stato di abbandono, cumuli di immondizia, senso di pericolo. Ma fino agli anni '60 la citta' era abitata principalmente da popolazione di classe media, proveniente da Jamaica, Barbados, Trinidad e Martinica, amante della danza. Molto dettagliate le note che ci accompagnano nell'ascolto, traccia per traccia.

E per iniziare il fine settimana di slancio, cosa c'e' di meglio di un po' di Ceferino Nieto?

giovedì 3 dicembre 2009

Colour yes

Poi la smetto, promesso, anche perche' questa Domenica per vostra fortuna finisce, pero' volevo tornare ancora sul festival del cinema francese dove hanno presentato in anteprima per l'Inghilterra un film che mi e' molto piaciuto, e che stanno proiettando in questi giorni qui al Barbican.

Si intitola Seraphine ed e' la storia di Seraphine de Senlis, oggi piuttosto dimenticata pittrice francese, vissuta a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, scoperta dallo stesso critico e collezionista che scopri' Picasso, Braque e Rousseau.

Film complesso, al punto che mi ritrovo stupito al pensiero che ha vinto l'anno scorso sette premi Cesar, piu' di La classe e Il y a longtemps que je t'aime (uno dei quali, meritatissimo, l'ha preso Yolande Moreau, musa di Agnes Varda, come attrice protagonista).

E' una pellicola leggermente manierista per i miei gusti (sembra a tratti di assistere alla versione cinematografica di un racconto di Flaubert), e pero' ha il pregio di rappresentare il potere, che la creazione artistica possiede, di rendere accettabile anche la piu' grigia delle esistenze.

La parte piu' emozionante del film e' la prima meta', che racconta il rapporto segreto, intimo, notturno di Seraphine, che di giorno fa la domestica, con la pittura. Ultima tra gli ultimi della societa' (non dimentichiamo il ruolo riservato alle donne nell'ottocento), Seraphine che e' da tutti considerata un'eccentrica si indebita per comprare pennelli e colori (alcuni, per risparmiare, li produce lei stessa pestando fiori in un mortaio) con i quali rappresentare la natura che istintivamente tanto ama.

In questo rapporto sereno con l'arte (per quanto ci sia poco di sereno nel personaggio di Seraphine), a un certo punto si inserisce il collezionista di cui sopra, con le sue promesse di fama e ricchezza. Gli equilibri si rompono e la relazione con l'arte, e con la vita, non sara' mai piu' la stessa.

Il finale come sempre non ve lo racconto (e questo e' il limite di volere scrivere post sui film: non potere commentare insieme il finale). Se siete curiosi e non trovate il DVD, lo potete leggere in qualsiasi biografia della pittrice francese. Vi dico pero' che l'ho trovato una riflessione davvero moderna e rilevante, soprattutto per il tono sobrio e non giudicante mantenuto dal regista Martin Provost (il quale cita come influenze Edvard Munch di Peter Watkins, Van Gogh di Maurice Pialat e L'histoire d'Adele H di Francois Truffaut).

E' un film che pone molte domande, soprattutto sul momento nel quale l'arte, che nasce da un confronto privato con la parte piu' profonda di se stessi, assume esposizione pubblica. E sulle conseguenze che derivano dall'intrusione spesso dirompente di questa terza parte nelle fragilita' del processo creativo e degli equilibri personali.

Un piccolo film, in fondo, capace pero' di suscitare emozioni e interessanti riflessioni.