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Osservazioni e ascolti

venerdì 30 ottobre 2009

Ma libera veramente mi piace ancor di piu' perche' libera la mente

Perche' arriva dalla gente. Nel doppio significato, to e from. La radio resta, fortunatamente, un mezzo povero, fatto di musica e parole, emozioni e significati. Con la radio puoi leggere, scrivere e cucinare. A volte, se ti concentri pero' e' meglio. Vi ho gia' citato, vero, quel consiglio che negli anni '30 la BBC recapito' ai suoi ascoltatori, via Radio Times?

Choose your programmes as carefully as you choose which theatre to go to. It is just as important to enjoy yourself in the home as in the theatre.

Listen as carefully at home as you do in a theatre or concert hall. You can't get the best out of a programme if your mind is wandering, or if you are playing bridge or reading, give it your full attention. Try turning out the lights so that your eye is not caught by familiar objects in the room. Your imagination will be twice as vivid.

Paradossalmente, per la mia esperienza di ascoltatore in Italia e qui, se si fa eccezione per le radio di Popolare Network, le radio piu' libere (nell'accezione del buon Finardi, che e' anche la mia e immagino la vostra se siete lettori di Engadina Calling) sono le emittenti periferiche delle reti statali. Sono le Radio 3, della BBC e della RAI, quelle che liberano davvero la mente.

Facendo eccezione per i programmi di Radio Popolare e Popolare Network (dovrei citarne la maggior parte e ne dimenticherei senz'altro qualcuno), i programmi della radio che preferisco (e consiglierei, senonche' probabilmente li ascoltate gia') sono:

1) Battiti, su RAI Radio 3, dal Lunedi' al Venerdi' a mezzanotte. Selezione eclettica di altre musiche, non troppo dissimile da Prospettive Musicali. Recentemente ha inaugurato una serie di concerti che si svolgono all'Auditorium Parco della Musica di Roma e vengono poi trasmessi a una settimana di distanza. Qui trovate i podcast del programma.

2) Fahrenheit, su RAI Radio 3, dal Lunedi' al Venerdi' alle 15. Sottotitolato I libri, le idee. Va in onda in un orario nel quale ho sempre qualche bega di lavoro da districare e lo perdo spesso, ma ho giurato a me stesso che il giorno che vado in pensione i libri dei quali parlano li leggo tutti. Bella la loro pagina, aggiornata in continuazione.

3) File urbani, su RAI Radio 3, il Sabato e la Domenica alle 9.45. L'idea di dedicare ogni puntata a una citta' non sara' originalissima, ma e' sempre sviluppata con competenza ed eclettismo (nella mia visione delle cose una caratteristica essenziale per rendere un programma musicale interessante, non scontato). Se chiudi gli occhi, le citta' le vedi. I podcast li trovate qui.

4) Late Junction, su BBC Radio 3, dal Martedi' al Giovedi' alle 23.15. Late Junction e' il programma migliore della radio, forse di tutti i tempi. E' pressoche' impossibile descrivere Late Junction. Senza Late Junction, Prospettive Musicali certamente non esisterebbe. Lo ascolto religiosamente da quando mi trasferii qui nel 2001, e ha influenzato enormemente non solo i miei ascolti, ma il mio rapporto con la musica, il mio modo di avvicinarmi ad essa. Lo definiscono, sul sito, A laid-back, eclectic mix of world music, ranging from the ancient to the contemporary, ma e' molto di piu'. Apre la mente. Trascende il tempo e lo spazio.

5) Percorsi, su RAI Radio 3, il Sabato e la Domenica alle 10.50. Un UFO. Non ho mai capito cosa sia Percorsi, ma tutte le volte che torno in Italia lo ascolto con curiosita', e non mi delude mai. Sono cicli di trasmissioni su argomenti diversissimi (una volta parlano di giardini, una volta di silenzio, una volta di centri sociali, una volta di poesia), sempre realizzati benissimo. La musica e' scelta con gusto per interrompere il flusso di parole e per farle decantare. Il sito contiene interi cicli di puntate.


[Post scritto ascoltando Radio experiment Rome, February 1981, di Robert Wyatt. Se una radio e' libera, ma libera veramente, invita Wyatt per una settimana, gli mette a disposizione uno studio di registrazione e gli permette di registrare quello che si sente di registrare. Il programma si chiamava Un certo discorso e lo ricordo molto vagamente. Ero troppo piccolo per sentire Radio 3. Le registrazioni di quelle sessioni le ha pubblicate quest'anno RAI Trade. Free form e sperimentali, bellissime. Ci sono pure interpretazioni dell'Internazionale e di un brano di Charlie Parker. E una foto, sul retro copertina, scattata dal mio amico Alessandro].

[PS del 2 Novembre: avrete letto dell'aggressione fascista di ieri mattina alla sede della radio con la quale collaboro. L'unico commento che riesco a esprimere, a parte la solidarieta' ai miei colleghi, appena inviata con una mail al mio direttore e amico Danilo De Biasio, e' che fare una radio libera ma libera veramente e' un lavoro importante, piu' importante che mai in questa Italia nera come la pece].

giovedì 29 ottobre 2009

Sand giants

Sto iniziando a pensare che Imidiwan: companions sia il disco migliore dei Tinariwen. L'ho riascoltato parecchio in questi giorni, finendo per considerare il blues malinconico della formazione maliana come la colonna sonora piu' adatta a questi giorni autunnali.

E' un disco diversissimo dal precedente Aman iman, certamente meno ritmico, piu' melodico, quasi lirico. Le caratteristiche del loro stile restano intatte: lo schema chiamata e risposta delle parti cantate, i ritmi dispari scanditi dal battito delle mani, gli arabeschi chitarristici preziosi. Eppure e' una raccolta di canzioni tutte pervase da un comune senso di intima nostalgia, che alla fine resta la sua nota dominante.

Aman iman ti fa alzare dalla sedia per seguire i suoi contagiosi ritmi. Imidiwan: companions invece invita a startene rannicchiato sul divano a leggere un libro bevendo una buona tazza di te' speziato.

E' un disco che da' molto conforto e scalda l'anima, di infinita dolcezza, non a caso realizzato nel piccolo villaggio del co-fondatore di questo magnifico collettivo Tuareg, lontano dalle luci della ribalta. Ascoltandolo si respira un senso di ritorno alle piccole cose, di rituali minimi, di lenta quotidianita'.

Mi e' capitato raramente negli ultimi anni di ascoltare un disco che sento cosi' profondamente mio. Musica che non si impone immediatamente, anzi richiede dedizione: antidoto, necessario, allo spaesamento e alla velocita' di tempi moderni e urbani.

lunedì 26 ottobre 2009

All is full of love

Sabato mattina. Primrose Hill e le sue bancarelle di verdure e pane artigianale. Ci arrivo attraversando il parco, con calma.

Ricordo di aver letto qualche giorno fa di questo museo appena aperto, dedicato all'outsider art, e decido di cercarlo. Arte prodotta da figure marginali della societa', lontanissime dalle luci abbaglianti delle art fairs, delle gallerie, delle aste.

Artisti untrained, che lavorano nelle loro case, nei loro giardini. Per i quali l'arte e' necessita' e terapia. Lavori fatti unicamente per se', per rappresentare il proprio mondo. Come passatempo, senza pressione ne' fretta, mettendoci tutto il tempo necessario. Settimane, mesi. Quando e' finito, e' finito. Senza alcuno scopo altro che l'espressione, la rappresentazione. Con materiali poveri, trovati. Filo di ferro, spago, cocci.

Poi un giorno qualcuno rovista nelle loro cantine, sui loro solai, e trova questi lavori, fantastici. Concepiti in realta' esclusivamente per se', non per essere mostrati.

Ne esistono collezioni. Il primo collezionista di outsider art mi risulta sia stato Jean Dubuffet. La chiamo', ingenerosamente, art brut, e a Losanna c'e' un magnifico piccolo museo che raccoglie i lavori che gli appartennero.

Il giorno prima che lo visitassi, ci era passato Nick Cave, che lascio' un bell'autoritratto nel registro all'ingresso.

E Nick Cave e' tra i selezionatori dei lavori di questa versione inglese del Musee de l'Art Brut, che hanno chiamato Museum of Everything. Lo trovate in una vietta secondaria di Primrose Hill, di fianco alla biblioteca. Non lo vedete subito, si fa cercare per un po'. Dovete chiedere in giro, come ho fatto io. Fa parte dell'esperienza.

Non e' un museo come siamo abituati a intendere il termine, infatti. E' una casa, con annesso un laboratorio per la lavorazione dei formaggi. Divenne studio di registrazione (ci registrarono pure i Radiohead), prima di venire abbandonato.

La collezione che oggi quello spazio ospita e' arte delicata, profonda, gioiosa. Rigenera, riconnette con un significato primitivo, giocoso, leggero e purissimo di arte, antitetica rispetto all'enfasi commerciale espressa dalla tanto celebrata Pop life.

Gli autori, per vivere facevano tutt'altro. Per questo mantennero sempre un linguaggio e uno stile incontaminati e incompromissori. Non ne avevano bisogno, di compromessi.

Lo spazio, stanze strette ai piani superiori e poi una grande area indivisa al piano terra, e' bellissimo. L'arte sacra (espressione di una fede purissima) e' tutta concentrata in uno spazio a parte, che puo' ricordare la cripta di una chiesa, sonorizzato da canti gospel presi da chissa' quali 78 giri. Alcuni lavori devono essere visti con piccoli cannocchiali, essendo stati esposti molto in alto. Per altri servono lenti di ingrandimento, necessarie per cogliere intricati dettagli.

Alla fine della visita arrivi in una stanza con un tavolone, dove una nonna vende torte fatte in casa e te', servito in vecchie tazze di porcellana decorate. Mi metto a parlare con il curatore, felice che il corrispondente di una radio italiana si interessi a loro. La simpatica ragazza spagnola che lo aiuta, dopo la bella chiacchierata che facciamo mi chiede se posso lasciarle la mia e-mail, dice che le piacerebbe non perdere i contatti. Alcuni visitatori escono sorridendo.

Londra, si', ma irriconoscibile. Saluto ed esco, commosso.


[Avviso ai naviganti. Questo post lo racconteremo a Radio Popolare, Marina Petrillo e io, Venerdi' 30 Novembre a mezzogiorno, all'interno di Alaska. La puntata sara' poi ascoltabile e scaricabile qui in streaming].

venerdì 23 ottobre 2009

Sympathy for the devil

Candidato autorevolissimo a disco dell'autunno di Engadina Calling. Il secondo album solista di Hope Sandoval affonda le radici nel Paisley Underground (ricordiamo che Hope sostitui' Kendra Smith negli Opal, ex Clay Allison, del chitarrista dei Rain Parade David Roback, prima che il duo si rinominasse Mazzy Star).

A quell'esperienza si vanno ad aggiungere il suo amore per il folk inglese di Pentangle (in passato la chanteuse californiana ha collaborato con Bert Jansch) e Fairport Convention. E per atmosfere shoegaze via Portishead (e forse la presenza del batterista dei My Bloody Valentine mi fa sentire anche quello che non c'e').

Disco meravigliosamente oscuro: piu' implicita di Alela Diane, meno drammatica di Marissa Nadler, Hope Sandoval ha inciso un capolavoro minore che ascolteremo ancora per molto tempo, cercando di svelarne i segreti.

mercoledì 21 ottobre 2009

I dischi so' piezz' e core

Erma Franklin era la sorella piu' grande di Aretha. Decisamente meno fortunata della regina del soul, nel 1962 incise un album per la Epic del quale avevo spesso letto senza mai riuscire a metterci sopra le mani.

Adesso per fortuna la londinese Shout, sussidiaria della nostra amata Cherry Red dedicata alla riscoperta del soul degli anni '50 e '60, ha pensato di ristampare alcune tracce di quell'album, originariamente intitolato Her name is Erma, all'interno una raccolta che include i suoi singoli per la Epic (alcuni dei quali rimasterizzati da vinili d'epoca essendo andati perduti i master originali) e una serie di registrazioni effettuate per la Shout americana nel 1967.

A parte la delusione per le tracce mancanti, la raccolta, che si intitola Piece of her heart e' fantastica. Inizia con le tracce del 1967 e va a ritroso, alla scoperta delle radici gospel e blues della soul music (Aretha e Erma erano figlie di un pastore e a cantare impararono in chiesa).

Contiene naturalmente il singolo Piece of my heart, che era stato originariamente offerto a Van Morrison e sarebbe stato portato al successo da Janis Joplin (e che venne usato circa 20 anni fa per una pubblicita' dei Levi's, ricordate?), ma la vera sorpresa sono i singoli Epic, compresa una versione magnifica di The man I love.

Al contrario di Aretha, Erma venne presto dimenticata e lavoro' parecchi anni all'IBM, prima di dedicarsi a una charity che aiutava bambini disagiati e lasciare questa terra ancora piuttosto giovane.

Dolce soul music esce dalle casse del mio stereo nella notte autunnale. Per stare bene non mi serve altro.

martedì 20 ottobre 2009

High life

Da quanto non tornavo allo Spazio San Fedele? Lo amai molto durante i miei primi anni milanesi, quando conobbi Marco, che ogni anno organizzava una stagione di proiezioni di splendidi documentari della Televisione Svizzera intitolata Il filo d'oro. Ricordo ancora molto bene quello su Jiddu Krishnamurti, quello su Raimon Panikkar (La pace e il perdono, si intitolava), quello su Max Picard (Il mondo del silenzio) e quello su Hermann Hesse, a seguito del quale Marco, Paolo e io saltammo sul furgone di Paolo e passammo un'intera giornata a Montagnola, percorrendo i sentieri sui quali lo scrittore tedesco era solito passeggiare durante il suo esilio svizzero.

Erano serate bellissime, di scoperte emozionanti e discussioni appassionate. Serate che adesso mi mancano tantissimo.

Al San Fedele questa volta sono tornato dopo aver letto di una mostra di fotografie sul Tibet. Molto belle, vi consiglio di farci un giretto se passate nel centro di Milano entro Venerdi'. Documenta la resistenza di un popolo di infinita dignita'. Meraviglioso il rogo di pellicce, indumento che e' espressione massima di stupidita', ignoranza, vanita', frivolezza. Rogo chiesto dal Dalai Lama per manifestare pacificamente compassione nei confronti di ogni creatura.

Emozionanti i colori di quei paesaggi solitari, di quei monasteri, della vita quotidiana di uomini e donne che hanno tanto da insegnare a ciascuno di noi.

Om mani padme hum, e che quei colori possano entrare dentro di noi e mostrarci un futuro possibile, di pace e rispetto per tutte le forme viventi.

domenica 18 ottobre 2009

Prospettive Musicali del 18 Ottobre 2009

1) DAVID DANIELL & DOUGLAS MCCOMBS The deshabille (da Sycamore, Thrill Jockey 2009)

2) POWELL ST. JOHN On my way to Houston (da On my way to Houston, Tompkins Square 2009)

3) KATHY SMITH What Nancy knows (da VV. AA. Women blue, Past & Present 2009, anche in Some songs I've saved, Stormy Forest 1970)

4) STANDELLS Riot on Sunset Strip (da VV. AA. Where the action is! Los Angeles nuggets: 1965 - 1968, Rhino 2009, anche in Riot on Sunset Strip, Tower 1967)

5) KNICKERBOCKERS High on love (da VV. AA. Where the action is! Los Angeles nuggets: 1965 - 1968, Rhino 2009, anche in High on love, Challenge 1966)

6) SYLVESTER & THE HOT BAND Southern man (da The Blue Thumb collection, Hip-O Select 2009, anche in Sylvester & the Hot Band, Blue Thumb 1973)

7) GARY NUMAN Metal (da The pleasure principal, Beggars Banquet 1979)

8) STONE ROSES I wanna be adored (da The Stone Roses, Silvertone 1989, rist. 2009)

9) STEARICA FEAT DALEK Occhio (edit) (da The Wire tapper 22, Wire 2009)

10) ART FLEURY Uno spettro si aggira per (da I luoghi del potere, Italian 1980,rist. Die Schachtel 2007).

domenica 11 ottobre 2009

Prospettive Musicali dell'11 Ottobre 2009


1) ARVE HENRIKSEN Poverty and its opposite (da Cartography, ECM 2008)

2) HANS-JOACHIM ROEDELIUS Johanneslust (da Durch die wuste, Sky 1978, rist. Bureau B 2009)

3) PAX NICHOLAS & THE NETTEY FAMILY Ataa ounkpa (da Na teef know de road of teef, Tabansi 1973, Daptone 2009)

4) BETTY DAVIS Whorey angel (da Is it love or desire, Light In The Attic 2009)

5) TYONDAI BRAXTON The duck and the butcher (da Central market, Warp 2009)

6) YO LA TENGO Here to fall (da Popular song, Matador 2009)

7) FEELIES The boy with perpetual nervousness (da Crazy rhythms, Stiff 1980, rist. Bar/ None 2009)

8) KATH BLOOM & LOREN CONNORS The breeze/ My baby cries (da Sing the children over, Saint Joan 1982, rist. in Sing the children over/ Sand in my shoe, Chapter 2009).

Ascolta.


Prospettive Musicali torna Domenica 18 Ottobre alle 22.35 su Radio Popolare e alcune emittenti di Popolare Network.

mercoledì 7 ottobre 2009

For your pleasure

Esattamente trent'anni fa, The pleasure principle raggiunse la prima posizione nella classifica inglese dei 33 giri.

Ispirato dal Bowie berlinese, dai Roxy Music, dai Kraftwerk, dalle produzioni di Moroder, dalla Yellow Magic Orchestra di Ryuichi Sakamoto e dagli Ultravox di John Foxx, The pleasure principle e' l'album che ha inventato l'electropop, con un paio d'anni di anticipo su Depeche Mode, Soft Cell, Human League.

Ascoltato oggi, e' ancora un disco di sconcertante visionarieta'. Un album sostanzialmente pop, ma suonato con sintetizzatori analogici anziche' con chitarre.

Cosi' lo descrive oggi Gary Numan: I wanted to experiment a little by making the album without guitars. It wasn't intended to be a great artistic statement although I did feel synthesizers were, to this new form of music, what guitars had been to most of the musical styles that had gone before. They provided an opportunity for people without any great musical training or ability to make pop music. You could rent them fairly cheaply, record them in little studios, and they would sound incredibly powerful.

Personaggio profondamente antipatico alla stampa musicale dell'epoca, Numan non fece mai nulla per conquistare i favori dei bei nomi della critica musicale britannica, prendendo pure posizione ripetutamente a favore di Margaret Thatcher e del Partito Conservatore. Eppure la musica e i testi di questo loner, che viveva ancora con i genitori all'apice del successo, raccontano un mondo che e' per molti versi quello nel quale stiamo vivendo ora. Le paure che con la musica Numan cercava di esorcizzare (solitudine, paura della diversita e dei cambiamenti troppo rapidi, desiderio di protezione all'interno di mondi limitati) sono fondamentalmente quelle dell'uomo del ventunesimo secolo.

The pleasure principle, che sarebbe stato citato come influenza soprattutto da artisti neri (Afrika Bambaataa e Snoop Doggy Dogg tra gli altri), conteneva dieci potenziali singoli. A venire pubblicati su piccolo formato furono Cars (Here in my car/ I feel safest of all/ I can lock all my doors/ It's the only way to live, a proposito di chiudersi al mondo) e Complex (They won't come back/ you know it's always the same, dedicata a un amore finito e alla difficolta' di dimenticare; e che con la sua viola in primo piano mi piace pensare come un omaggio a John Cale).

Il disco e' ancora ampiamente disponibile in diverse versioni, compresa quella del trentennale (che pero' non ho ancora sentito, e comunque e' doppia e cara), e una vecchia ristampa Beggars Banquet che trovate davvero a due lire e che contiene una dignitosissima rimasterizzazione (la versione del trentennale immagino sia stata rimasterizzata meglio, ma non ne sono sicuro al 100%).


[Un po' di avvisi ai naviganti:

1) vi ricordo che il 9 Ottobre questo blog torna alla radio, a mezzogiorno e poi in replica alle 21, all'interno di Alaska

2) e che questa settimana tocca a me condurre Prospettive Musicali, Domenica 11 Ottobre alle 22.35.

Il tutto, naturalmente su Radio Popolare e un po' di stazioni di Popolare Network, e subito dopo disponibile da ascoltare e scaricare dal blog].

martedì 6 ottobre 2009

Public image limited

Qualche considerazione sparsa sulla mostra aperta settimana scorsa alla Tate Modern:

1) Intanto una piccola descrizione. E' una mostra grande, 17 sale in tutto, che intende dimostrare il monumentale impatto filosofico della pop art, e in particolare di Warhol (che a un certo punto ebbe a dire Good business is the best art) sugli sviluppi dell'arte contemporanea. Non del Warhol geniale degli anni '60, attenzione, quello della zuppa Campbell e dei Velvet Underground. Piuttosto del Warhol bollito degli anni '80, che vendeva ritratti a 25,000 dollari l'uno e faceva uno sconto a chi ne ordinava due. Il Warhol che partecipo' a Love Boat, produsse un video dei Curiosity Killed the Cat, fu testimonial di Vidal Sassoon e combino una serie di altre simili malefatte. Peraltro, immaginiamo, divertendosi come un matto.

Tra gli artisti piu' rappresentati, oltre allo stesso Warhol, ci sono Jeff Koons, Keith Haring, Damien Hirst, Takashi Murakami.

2) Alcuni amici mi hanno chiesto com'e' la mostra, e mi sono trovato a non sapere rispondere, io che di solito esco da una mostra (un film, un concerto) esprimendo giudizi piuttosto polarizzati. Alla fine, direi che e' una mostra che consiglio, ma piu' per la riflessione che suscita che per le opere in se'.

A me peraltro non e' sembrata particolarmente illuminante sul rapporto tra arte e business, per capire il quale e' assai piu' utile visitare una casa d'aste e leggere l'FT Weekend. Piuttosto mi e' sembrata una rassegna/ dimostrazione della capacita' che hanno avuto i nomi piu' in vista dell'arte contemporanea di guadagnare una presenza costante sui media: di usarli e in qualche misura di lasciarsi usare. Di stabilire un'immagine pubblica.

3) In questo senso e' una mostra sulla modernita', nell'arte ma non solo: negli stili di vita, nel sistema sociale e in quello economico. E' soprattutto una mostra volta a dimostrare l'impatto dei media, e delle forze di mercato che li governano, sulla nostra percezione del mondo, compresa la nostra comprensione/ fruizione dell'arte.

4) Il paradosso chiave della mostra, per come l'ho individuato io, sta da una parte nella sfida ai tabu' sociali (ci torneremo tra un minuto) e dall'altra dall'adesione in fondo acritica a uno dei valori fondanti della societa' stessa, il materialismo che si esprime attraverso le forze del mercato. Tutto, nel percorso della mostra, viene fatto oggetto di sfida, tranne le supreme leggi della domanda e dell'offerta. Ad esse, e solo ad esse, ci si flette, senza opporre alcun tentativo di resistenza critica. Se perche' sarebbe inutile, oppure per convinzione (oppure per reazione ai movimenti degli anni Settanta), questo la mostra non lo fa capire esplicitamente, e resta all'interpretazione del visitatore.

5) Naturalmente, non necessariamente l'adesione alle logiche del mercato genera aberrazioni. Ad esempio, nel caso di Haring e di Murakami (o Takashi, non so mai qual e' il nome e qual e' il cognome nel caso dei Giapponesi), l'opera dell'artista viene riprodotta e declinata in forme accessibili a tutti (le penne di Haring, i pupazzetti di Murakami). Se vuoi l'originale a tutti i costi, naturalmente e' disponibile, a un costo significativamente multiplo.

6) Quello che forse mi ha maggiormente colpito e' l'endorsement del concetto di brand: non solo l'artista si fa lui stesso brand, ma con altri brand costituisce alleanze. E' il caso, ad esempio, di Murakami, che ha recentemente chiesto e ottenuto che all'interno di una sua mostra personale trovasse spazio un punto vendita Louis Vuitton nel quale vendere le scarpe realizzate dall'artista (peraltro, ammettiamolo, fantastiche). Celebrazione estrema della consumer culture - e non venitemi a raccontare che forse sotto sotto una critica ci potrebbe anche essere, perche' io non ce la vedo proprio (men che meno in Hirst, del quale viene ricostruita l'asta di Sotheby's che vi avevo raccontato a Radio Popolare l'anno scorso, quella arrivata a 111 milioni di sterline complessive, il giorno del fallimento di Lehman Brothers).

7) La sala nella quale mi sono soffermato piu' a lungo e' stata la ricostruzione del Pop Shop di Haring (sulla Lafayette mi pare, dove nel 1991 comprai una felpa con il cane che balla, che metto ancora oggi). Fantastici, anche se gia' visti molte volte, i video di Haring all'opera, compreso uno che non avevo mai visto di un Haring alla scuola d'arte, anno di grazia 1978, che fa graffiti ascoltando a tutto volume il primo devastante album dei Devo. La sala nella quale mi sono soffermato meno e' stata quella dedicata a Cattelan.

8) Il catalogo non e' disponibile. Tutte le copie sono state ritirate il giorno prima della mostra, dalla Met (la polizia di Londra). La ragione e' che contenevano una fotografia che sarebbe dovuta essere parte della mostra e che sempre la Met ha solertemente sequestrato. Si tratta di un lavoro di Richard Prince, intitolato Spiritual America: un ritratto di Brooke Shields a 10 anni, in piedi nella vasca da bagno. L'iniziativa e' stata di un gruppo religioso, il che dice moltissimo sui gruppi religiosi. Non si sa se e quando il catalogo potra' essere venduto (la Met non ha comunicato ancora nulla alla Tate, da quello che mi ha detto l'addetto stampa Sabato).

9) Per gli appassionati di musica segnalo una sala dedicata a Cosey Fanni Tutti, e alla sua celeberrima mostra all'ICA, organizzata con Genesis P. Orridge nel 1976

10) E a proposito di musica, ce n'e' davvero molta nel percorso, dalla colonna sonora rap all'interno del Pop Shop di Haring, fino a un video prodotto da Murakami (che purtroppo non sto trovando in rete, ma meriterebbe), cover di questo brano storico dei Vapors.


[In occasione del suo quinto compleanno, Engadina Calling torna alla radio! Questo post lo racconteremo, Marina e io, Venerdi' 9 Ottobre alle 12, all'interno di Alaska, naturalmente su Radio Popolare.

venerdì 2 ottobre 2009

La moglie del soldato

Betty Davis era la moglie di Miles. La fu soltanto per un anno, ma in quel breve periodo presento' a Miles sia Jimi Hendrix che Sly Stone, la psychedelia nera dei quali avrebbe influenzato immensamente capolavori come Bitches brew, On the corner e Agartha.

Betty Davis non cantava, emetteva una specie di ruggito primitivo con il quale cavalcava basi funk impressionanti, da qualche parte tra Funkadelic/ Parliament e Sly & the Family Stone. Per il contenuto esplicito delle sue liriche (oltre che per lo stile vocale e le sue performance davvero senza compromessi) la sua musica fu proibita sulle radio americane, su richiesta di lobby religiose.

Grazie alla sempre splendida Light in the Attic, sia Betty Davis (composto qui a Londra, dove lavorava come modella), che They say I'm different, che Nasty gal sono ancora fortunatamente reperibili. Ma il colpo da maestro l'etichetta di Seattle l'ha assestato recuperando i nastri del quarto album della Davis, Is it love or desire, registrato nel 1976 e mai pubblicato a causa di una controversia con la Island.

Is it love or desire e' un album di funk che scortica la pelle, ancora piu' selvaggio rispetto ai suoi predecessori, con testi che poco lasciano all'immaginazione (Any questions you got/ my body can answer). Eppure per certi aspetti e' un disco raffinatissimo, nel quale le radici blues della musica nera sono in primo piano.

Straconsigliato, e in scaletta di Prospettive Musicali, Domenica prossima.