Post Statistiche Commenti Profitti Campagne Pagine Tema Impostazioni Elenco lettura Guida

Ambiente Uguaglianza Tempo

domenica 31 gennaio 2010

In casual simplicity

Mentre attendo con crescente emozione l'imminente pubblicazione (il 22 Febbraio) del nuovo (triplo!) LP di Joanna Newsom, (del quale e' gia' possibile ascoltare una magnifica traccia qui) mi lasciate tornare per un momento su un disco del quale abbiamo gia' parlato? Lo faccio per due ragioni: perche' Graphic as a star e' probabilmente l'album che ho ascoltato piu' spesso negli ultimi mesi, e perche' vorrei copiare la poesia di Emily Dickinson che preferisco tra quelle interpretate da Josephine Foster:

How happy is the little stone
That rambles in the road alone,
And doesn’t care about careers,
And exigencies never fears;
Whose coat of elemental brown
A passing universe put on;
And independent as the sun,
Associates or glows alone,
Fulfilling absolute decree
In casual simplicity.

E' una poesia bellissima, un inno alla semplicita', alla sobrieta' del vivere, all'indipendenza. La leggo e la rileggo in questi giorni. Mi da' ispirazione e forza.

Piu' lo ascolto, piu' entro in profondita', e piu' riconosco l'importanza, non certo soltanto musicale, di un disco ultra-terreno come questo.

Continuando a gustare questo classico, attendo ma senza fretta il prossimo progetto di Josephine, dedicato a Federico Garcia Lorca.

Graphic as a star e' un disco che regalera' ispirazione ancora per molti anni, e Josephine Foster una cantautrice che trascende tempi e stili: ascoltarla e' un'esperienza spirituale altissima.

giovedì 28 gennaio 2010

We were family

Paris, Texas lo vidi la prima volta al cinema un quarto di secolo fa: pensiero che mi ha abbastanza turbato quando mi e' capitato di rivederlo Domenica scorsa qui al Barbican.

A rinforzare la sensazione sembra ieri (ricordo perfettamente con chi ero quella sera di venticinque anni fa ad esempio) e' stato anche il fatto che a distanza di tutto questo tempo almeno un paio di frammenti del film (frammenti lunghi: 20 minuti l'uno grosso modo) era come se quello che scorreva sullo schermo li stesse solo gentilmente rispolverando dalla mia memoria. Erano sempre rimasti li', e consciamente o no quel cassetto della mente devo averlo aperto parecchie volte se solo un sottile, invisibile strato di polvere si era depositato su di loro.

Sono la prima parte, quella silenziosa girata nel Grand Canyon, e la scena madre, il secondo incontro tra Harry Dean Stanton e Nastassja Kinski, quello nel quale lui si rivela e le da' indicazioni per incontrare il figlio.

Quello che non ricordavo piu', e che forse non poteva colpirmi quando ero solo poco piu' che adolescente, e' la delicatezza con la quale Wenders rappresenta la ricostruzione del rapporto tra il padre e il figlio che non si vedono da quattro anni: il secondo tentativo di andare a prendere il bambino a scuola (che dev'essere stato mandato a memoria dal Benigni di La vita e' bella) e poi tutto il viaggio in pick up tra Los Angeles e Austin, con le comunicazioni che avvengono via walkie talkie, li ho trovati di una tenerezza indescrivibile. Il modo naturale con il quale i due si riscoprono e riprendono la comunicazione interrotta mi ha colpito per la sua forza emotiva: che e' sottile, cresce gradualmente e viene trasmessa con immensa, calda spontaneita'.

E' questo calore, abbastanza inedito nelle pellicole del regista tedesco, e lontanissimo dal Wenders freddo e cerebrale dei film meno memorabili (Fino alla fine del mondo, La fine della violenza), che si fa strada per tutto il film come nota dominante. Con Wenders sempre attento a camminare da questa parte del sentimentalismo, ben bilanciato come un equilibrista su un filo.

Poi a colpirmi ancora oggi sono stati i tempi perfetti, la fotografia magistrale (tutti i giochi di riflessi, per esempio), i dialoghi e i silenzi, e naturalmente la musica di Ry Cooder: che per Paris, Texas ha scritto forse una delle dieci colonne sonore piu' memorabili della storia del cinema.

lunedì 25 gennaio 2010

We are family

Anche per gli standard londinesi, piuttosto alti, per gli appassionati di cinema questo mese di Gennaio e' un paradiso. Sara' che le giornate qui sono cortissime e alle tre e mezza e' gia' buio, che fa troppo freddo per stare fuori mentre al cinema fa un bel calduccio, che i parchi chiudono prima che uno abbia tempo di accorgersi che e' intrappolato dentro, insomma sara' per tutte queste cose che i programmatori delle sale di qualita' si sono dati da fare per non farci mai annoiare.

Anzi, spesso di tratta di correre trafelati per la citta' per non perdere qualcosa e pentirsi per gli anni a venire. Oltre alla retrospettiva dedicata a Wenders dal Barbican, della quale abbiamo parlato e parleremo ancora (vi anticipo solo che ieri pomeriggio sono andato a rivedere Paris, Texas), gemma della stagione e' la rassegna che il British Film Institute sta dedicando a Yasujiro Ozu e alla sua influenza sui registi contemporanei, giapponesi e non. Lunghissima: si estende per due mesi, fino alla fine di Febbraio.

E' nell'ambito di quella rassegna che ho scoperto questo gioiellino intitolato Aruitemo aruitemo, del regista Hirokazu Koreeda, che di Ozu e' considerato il legittimo erede.

Aruitemo aruitemo e' una pellicola di infinita delicata eleganza. Il tema del film e' quell'inestricabile groviglio di naturalissimo affetto e inevitabilissimi conflitti che e' caratteristico della famiglia, di ogni famiglia. In questo senso, e' un film universale, che non puo' non coinvolgerci: e infatti nei titoli di testa e' citato tra gli attori un you, che sta a significare l'impossibilita' di tirarsi fuori, di osservare la storia con eccessivo distacco.

La storia e' molto semplice. Aruitemo aruitemo racconta quasi in tempo reale una breve riunione di famiglia. Il fascino della pellicola sta nell'assoluta normalita' di cio' che vediamo.

L'ho gia' scritto altre volte qui in Engadina Calling: non esiste un'eperienza per me preferibile al cinema che funziona come uno specchio, capace di riflettere la vita reale, di fornirci una prospettiva interessante su noi stessi (e parimenti faccio una gran fatica a comprendere il cinema che e' escapismo, evasione dalla realta': mi distraggo, penso al lavoro, a cosa devo comprare al supermercato quando esco dalla sala, ecc. Insomma tendo a ritornare naturalmente da una dimensione metafisica che sento forzata e innaturale alla realta'. Piacevole o no, e' in quella che siamo destinati a vivere, e che dobbiamo cercare di migliorare quanto ne siamo capaci, magari proprio con gli strumenti che ci vengono forniti dal miglior cinema).

Quelli che scorrono davanti a noi sono i preparativi per il pranzo (la preparazione di sushi e tempura e' filmata cosi' dettagliatamente che pare di assietere a una lezione di cucina giapponese) e poi il pranzo stesso, fatto di dialoghi che progressivamente ci permettono di scoprire antiche ruggini e pregiudizi.

Il finale (che naturalmente non vi racconto), assolutamente meraviglioso, ci ricorda che il tempo su questa Terra e' limitato, e che e' bene sciogliere i conflitti in un caldo e comprensivo abbraccio prima che sia troppo tardi per poterlo ancora fare. Degna conclusione di un film dolce-amaro che resta dentro di noi per molto tempo dopo che i titoli di coda sono terminati di scorrere.

Piccolo capolavoro: vedrete che ne parleranno anche altri.

domenica 24 gennaio 2010

Second life

L'ultima volta che i suoi familiari e amici videro Elizabeth Connie Converse, nel corso degli anni '50 cantautrice e scenester bohemienne del Village, accadde nel 1974.

Una mattina di quell'anno, Connie sali' sulla sua Volkswagen e lascio' la sua casa di Ann Arbor. Da quel giorno nessuno ha piu' saputo nulla di lei: se sia ancora viva (avrebbe oggi 85 anni), quale sia la sua identita', come abbia trascorso il resto dei suoi giorni.

Le gentili melodie folk che eseguiva nei caffe' non vennero mai registrate su disco. Pero', quando scomparve, dietro di se' Connie lascio' alcuni nastri, che inspiegabilmente nessuno si preoccupo' di fare circolare. Questo fino all'anno scorso, quando sono finiti nelle mani di due newyorkesi appassionati di musica folk.

Colpiti al cuore da tanta purissima bellezza, i due hanno messo in piedi un'etichetta appositamente per pubblicare un LP contenente quelle melodie registrate quasi sessant'anni prima.

How sad, how lovely, cosi' s'intitola l'album, e' un disco di canzoni struggenti, meravigliose. Il folk di Connie Converse prende le mosse dalla mai troppo consigliata Antologia della musica folk americana assemblata da Harry Smith, ma nella sua voce e nel suo delicato e sparso fingerpicking troviamo tutta la grazia delle nostre cantautrici preferite del passato (Vashti Bunyan, Linda Perhacs, Collie Ryan...) e del presente (Alela Diane, Joanna Newsom, Josephine Foster...).

Graziosissima anche la confezione, con delicate illustrazioni ispirate dalle floreali poesie messe in musica da Connie Converse. Acquisto consigliatissimo.

mercoledì 20 gennaio 2010

Deutsch Amerikanische freundschaft

Il mio ripasso dei capolavori di Wim Wenders prosegue. L'ultima pellicola che sono andato a rivedere sul grande schermo del Barbican, in lingua originale con sottotitoli, e' stata L'amico americano.

Me lo ricordavo come un film abbastanza pieno di salti narrativi, affatto lineare, e sono uscito anche questa volta un po' con la stessa impressione. Non sento di condividere il giudizio che ne da' David Thompson nel New biographical dictionary of film, dove lo indica come the most vivid film Wenders had yet made. Alice nelle citta' e Nel corso del tempo, girati precedentemente a questo, personalmente li trovo nel complesso piu' originali, di caratura superiore.

Ci sono pero' un paio di elementi che ho trovato ancora una volta straordinari. Il primo sono le ambientazioni: sia le scene girate ad Amburgo che quelle filmate a Parigi sono di una tetraggine noir che conferisce un tono spettrale, gelido, metallico a tutto il film. Respiri gli anni '70, ci finisci proprio dentro.

E il secondo e' la recitazione di Bruno Ganz, quell'emotivita' repressa a fatica, quell'agitarsi nel suo personaggio del dilemma morale di chi e' convinto che la sua vita sara' ancora breve. Come ci cambia tale consapevolezza? Che cosa diventa moralmente ammissibile, mentre prima non lo era? In questo senso, e forse perche' in questi giorni sto molto riflettendo sul tempo e sul suo trascorrere inesorabile, a me e' sembrato, piu' delle altre volte, proprio un film sul tempo. Su come cambia il nostro rapporto con la nostra vita una volta che la consapevolezza della sua finitezza inizia a essere vissuta con un misto di ispirazione e paura.

Il finale, ancora una volta, mi e' sembrato un pochino tirato via, a meno che non mi sia perso ancora una volta qualcosa, ma la scena del pedinamento e dell'omicidio nella metropolitana parigina, con quel senso di ripensamento, dubbio, inesorabilita' che si mischiano nel comportamento del corniciaio diventato killer, merita il suo piccolo posto nella storia del cinema.

lunedì 18 gennaio 2010

Sulla strada

Premetto che non ho ancora trovato il tempo per vedere il film, pero' la colonna sonora dell'adattamento cinematografico di The road di Cormac McCarthy la sto ascoltando davvero spesso.

Autori sono Nick Cave e Warren Ellis, anche se le sonorita' rimandano ai volumi di modern composition pubblicati da ECM New Series e Rune Grammofon (il violino di Ellis su questo disco ricorda davvero molto nei toni l'hardanger fiddle di Nils Okland).

Nonostante la tematica post-apocalittica del libro, la musica scritta da Cave e Ellis e' meditativa, malinconica, crepuscolare, se si fa eccezione per le due tracce all'interno delle quali compaiono percussioni (molto Birthday Party/ primi Bad Seeds, peraltro).

Spesso, per rimanere in ambito colonne sonore, tornano in mente le composizioni dell'ungherese Mihaly Vig che accompagnano i film di Bela Tarr (l'indimenticabile musica di Werckmeister harmoniak su tutte).

Viene anche in mente un frammento di La vita segreta delle canzoni d'amore:

Nel rock contemporaneo, l'area in cui io opero, la musica sembra essere meno incline ad avere nella propria anima, irrequieta e fremente, la tristezza di cui parlava Lorca. Eccitazione, spesso; collera, a volte, ma la vera tristezza, raramente. Bob Dylan ce l'ha sempre. Leonard Cohen non si occupa d'altro. Essa perseguita Van Morrison come un cane nero e, per quanto lui ci provi, non può sfuggirle. Tom Waits e Neil Young possono chiamarla a raccolta. I miei amici Dirty Three ne hanno in quantità ma, dopo tutto, sembra quasi che il duende sia troppo fragile per sopravvivere alla frenetica modernità dell'industria musicale.

Mi sto domandando se ho davvero voglia di andare a vedere il film, oppure se preferisco continuare a usare questo disco per sonorizzare le luci grigie di questo poco luminoso Gennaio londinese, per il quale sembra fatto apposta.

sabato 16 gennaio 2010

Songs the Lord taught us

Magnifica Tompkins Square. Solo pochi mesi dopo la pubblicazione della piu' essenziale raccolta di musica gospel da molti anni in qua, adesso fa uscire un album tributo dedicato a Estil Cortez Ball da Rugby, Virginia: benzinaio, autista di scuolabus, ma soprattutto interprete e autore di purissimo, incontaminato country gospel.

Per molti anni, Estil e la moglie Orna, con chitarra e fisarmonica, hanno accompagnato la messa domenicale in due chiese locali, cantando le lodi del Signore con un entusiasmo, una gioia, una devozione indescrivibili a parole.

Il primo a interessarsi di loro fu John Lomax, che ando' a registrare Estil e Lorna per la Biblioteca del Congresso nel 1937, seguito da Alan Lomax, che ne incise le ispirate canzoni nel 1941 e nel 1959.

L'effetto della loro musica e' impossibile da descrivere. E' come andare a messa in una piccola comunita' di campagna, una di quelle dove al termine del servizio religioso il parroco saluta i fedeli stringendo a tutti la mano, chiamandoli per nome con un caloroso sorriso.

A rispondere al richiamo di un appassionato del Village che ha pensato di dedicare un tributo a Estil e Orna sono stati musicisti country tradizionali e moderni. Tra gli altri il nostro amato Bonnie Prince Billy, Jolie Holland, Handsome Family, Jon Langford dei fantastici Mekons.

Le interpretazioni sono una piu' gioiosa, serena, ispirata dell'altra: sara' difficile scegliere poche tracce il giorno che mi capitera' di suonare questo disco a Prospettive Musicali.

La musica di Estil e Orna e' attualissima testimonianza di passione e saggezza. Face a frowning world e' un disco che commuove e fa riflettere sul senso dell'esistenza.

mercoledì 13 gennaio 2010

Stella polare

Fa un freddo becco, e la neve caduta stanotte ha formato sulle strade e sui marciapiedi uno strato di ghiaccio piu' adatto al pattinaggio che a una passeggiata. Non viene nessuna voglia di uscire: e' una serata da copertina di lana, libro e un po' di buona musica. Ne approfitto per ripassare un po' di storia.

I Big Star li incontrai grazie a questa magnifica cover di September gurls. Una canzone cosi' pura e poetica meritava che ne andassi a ricercare la versione originale, e cosi' attorno alla meta' degli anni '80 mi ritrovai a fare la conoscenza di una delle formazioni piu' talentuose, e sfortunate, del precedente decennio. Che, per citare Peter Buck, served as Rosetta Stone for a whole generation of musicians. Non avremmo probabilmente avuto Modern Lovers, Feelies, Talking Heads, REM, tutto il Paisley Underground, Replacements, Wilco, senza le intuizioni del quartetto di Memphis.

Per crudele ironia della sorte, mentre nella mia cameretta ascoltavo il capolavoro Radio City dal quale September gurls era tratta, ignoravo che in quel momento Alex Chilton, che quella struggente, purissima canzone firmo', sbarcava il lunario lavorando come lavapiatti a New Orleans. La storia della musica e' davvero piena di inspiegabili ingiustizie.

Mischiando il pop dei Kinks con il senso melodico dei Byrds, i Big Star inventarono un genere che venne chiamato power pop. I loro tre dischi degli anni '70 sono collezioni di melodiche gemme che ogni sedicente appassionato di musica, qualsiasi genere di musica, dovrebbe mandare a memoria. Sono vinili che scaldano il cuore, commuovono, fanno sorridere, inteneriscono l'anima.

Il fondamentale box set quadruplo uscito l'anno scorso su Rhino la storia dei Big Star la racconta con dovizia di particolari, senza nulla dimenticare (tranne cio' che va dimenticato, come l'imbarazzante album di reunion di qualche anno fa che cito per puro dovere di cronaca).

Comprende, tra le altre cose, anche un 45 giri di Chris Bell del 1978, che nemmeno io ho mai posseduto, di lancinante bellezza, che da solo varrebbe l'acquisto del box set. Si intitola I am the cosmos, e contiene tutta la poesia rock'n'roll del mondo (venne pubblicato appena prima della scomparsa di Bell in un incidente stradale, a soli 27 anni).

E poi demo, tracce rare e mai precedentemente pubblicate, un intero concerto del 1973. E naturalmente, per intero sia #1 record che Radio City che 3rd/ sister lovers, con alcune tracce in versione diversa rispetto agli album ufficiali.

E un libro formato 45 giri, di un centinaio di pagine, che contiene articoli e fotografie capaci di farci ritornare a quegli anni, a quell'America, a quell'abbagliante stella polare della musica.

Grazie amici.

lunedì 11 gennaio 2010

Autobahn

Le Directorspectives della Domenica pomeriggio al Barbican sono un autentico salvavita, assolutamente indispensabile nella stagione invernale. Durano un mese. Per ogni regista che e' oggetto della rassegna vengono proiettate quattro o cinque pellicole fondamentali, una alla settimana, che riviste su grande schermo nella tranquillita' pomeridiana sembrano ancora migliori di come te le ricordavi. E il mese dopo tocca a un altro autore.

Gennaio e' dedicato a Wim Wenders. Ieri hanno proiettato Nel corso del tempo, Domenica prossima tocchera' a L'amico americano, poi quella dopo proietteranno Paris, Texas e quella dopo ancora Il cielo sopra Berlino. Tutti in lingua originale, con sottotitoli.

Nel corso del tempo e' uno dei film fondamentali della storia del cinema, e uno dei miei cinque preferiti di tutti i tempi. Credo che in assoluto sia il piu' magistrale incontro di solitudini che sia stato raccontato, in qualsiasi linguaggio artistico: letterario, cinematografico, musicale, visuale.

Il tecnico che gira per sale cinematografiche semi-abbandonate ad aggiustare proiettori, percorrendo con il suo camion strade che collegano piccoli villaggi al confine tra le due Germanie, con di fianco a se' la sua collezione di 45 giri e un mangiadischi, e' noi, almeno il 70% dei lettori di questo blog e chi lo scrive, quindi non credo servano molte parole: se leggete Engadina Calling, in quel personaggio vi sarete riconosciuti come mi ritrovo io.

Chi dice che in Nel corso del tempo non accade molto (l'ha scritto questa settimana Time Out), di questo film ha compreso davvero poco. Succedono un mare di cose che ti fanno sentire il cuore in gola e un infinito desiderio di ridere, piangere, alzarti e abbracciare i protagonisti. Respiri liberta' per le tre ore del film, liberta' come richiamo interiore, che risuona dentro.

Non e' un film di dialoghi, eppure le parole pronunciate sia dai protagonisti che dai personaggi minori (per lo piu' proprietari e impiegati di piccoli cinema di provincia sull'orlo della chiusura) hanno il peso specifico del piombo ad alta densita'.

Poi ci sono le immagini, gli anni '70 e la Germania che ti scorrono davanti agli occhi con la forza evocativa di quando metti sul piatto una consunta edizione in vinile di Tago mago e di Neu!, e scopri che di pochissime parole c'e' bisogno, bastano quei fotogrammi in bianco e nero (e quei suoni alieni) per farti scivolare via da questa vita e scoprire possibilita' infinite.

E c'e' tutta la lentezza di quello che il cinema dovrebbe essere: spazio per pensiero ed emozione che corrono liberi e ti indicano la direzione da seguire.

Se vi capita, cercate di rivederlo, in una fredda Domenica pomeriggio, senza fretta, pensieri, affanni, preparandovi con calma, senza fare nulla per alcune ore dopo il film, che non sia lasciare risuonare e sedimentare dentro di voi il capolavoro che avete appena visto.

***

Oggi ci ha lasciati un regista al quale devo molto: la mia passione per il cinema forse non sarebbe mai nata senza Il raggio verde. Tutto cio' che mi sento di dire a Eric Rohmer e' un immenso grazie: mi ha regalato momenti indimenticabili e mi ha aiutato a comprendere un pochino meglio la vita e i sentimenti.

sabato 9 gennaio 2010

Engadina d'oro 2009: per voi giovani (reprise)

Ieri pomeriggio, un attimo prima di chiudere il PC per la settimana, mi arriva questa mail di Camilla: Ciao Fabio, volevo avvisarti che the XX da oggi fino al 12 girano un progetto audio-video in 3D con il regista Saam Farahmand, visto che e' aperto al pubblico magari ti andava di andare a fare un giro. Segue cartella stampa con i dettagli dell'evento.

L'installazione e' nel basement di Phonica, nel cuore di Soho. Una specie di grande stanza illuminata fiocamente da un lucernario, tipo garage condominiale. E' un'installazione semplice ma di enorme effetto. In pratica, gli XX hanno ri-suonato dalla prima all'ultima nota il loro formidabile album d'esordio, ognuno di loro davanti a una cinepresa fissa.

I tre video sono poi stati inseriti in tre sculture che sembrano enormi iPod, dotate, ognuna, di una cassa che riproduce i suoni e la voce di uno dei tre XX. L'effetto e' analogo a stare in uno spazio tra i tre musicisti: diverso quindi sia da vedere un video musicale che da assistere a un concerto.

Riascoltato in quel contesto, passeggiando in quel grande spazio buio e freddo, The XX si conferma un disco prodigioso. Il miracoloso punto di incontro tra Portishead e Young Marble Giants. Non una nota di troppo, solo le informazioni strettamente necessarie a definire undici canzoni che si ascoltano come variazioni su un unico tema.

Avvolgenti e al contempo gelidi, gli XX sono la migliore formazione uscita da questa citta' da quando mi sono trasferito qui. Era ora che Londra generasse un gruppo di questo livello, penso tra me e me.

Esco dal negozio, cammino per le strette viette di Soho, fino alla fermata del 94. Direzione Holland Park. Passeggio nel parco innevato e deserto, scatto qualche fotografia, poi vado a leggere e a scaldarmi con una tazza di te' nel piccolo e silenzioso caffe' del parco. Fuori cade un po' di neve che osservo attraverso le grandi vetrate. Mi accorgo che le melodie essenziali degli XX risuonano ancora dentro di me e mi fanno stare bene.

PS: che poi, per voi giovani... nel basement di Phonica eravamo tutti attorno ai 40 anni... i giovani di oggi cosa ascoltano mi e' del tutto ignoto, se devo essere sincero.

mercoledì 6 gennaio 2010

Engadina d'oro 2009: per voi giovani

Dopo uno spettacolare testa a testa con gli XX, ho laicamente deciso di assegnare l'Engadina d'oro per voi giovani 2009 (categoria riservata ai lettori/ ascoltatori under 30 di Engadina Calling e Prospettive Musicali, ammesso che esistano) ai Dirty Projectors.

Contrariamente ad ogni aspettativa (almeno mia), devo ammettere che il 2009 e' stato un anno di eccellente musica arrivata dall'universo indie, dopo anni di raccolto di qualita' piuttosto scarsa: oltre a Dirty Projectors e XX, mi pare doveroso citare anche Grizzly Bear e Pains of Being Pure at Heart tra i miei ascolti indie preferiti degli ultimi dodici mesi.

Bitte orca e' un disco di immensa originalita', capace di fare stare insieme Jeff Buckley (la voce), il math rock (gli arabeschi di chitarre elettriche), Physical graffiti (la complessita' compositiva e ritmica), il folk del 2050 (le chitarre acustiche), l'R'n'B contemporaneo (i cori femminili), le colonne sonore di Michael Nyman (gli archi) e chissa' cos'altro in un mix misteriosamente coerente.

Il singolo Stillness is the move e' stata la canzone piu' contagiosa del 2009, ma sono soprattutto i brani meno immediati di Bitte orca (la magica, zeppeliniana Temecula sunrise su tutte) a lasciare dai primi ascolti una traccia che chiede di essere ripercorsa.

Il nome sulla bocca di tutti, lo so, specie dopo le collaborazioni con David Byrne e Bjork, ma quando un disco e' cosi' fascinoso, anche Engadina Calling si inchina al gusto nazional-popolare e rende omaggio.

martedì 5 gennaio 2010

Engadina d'oro 2009: concerti, film, mostre, libri

Un altro principio che ho provato a mettere in pratica nel 2009 e' stato il celebre less but better di Dieter Rams. Ho conservato un'intervista rilasciata quest'anno dal designer tedesco (uno dei miei miti) al Financial Times Weekend (per inciso: il miglior inserto culturale del mondo, insieme al supplemento dell'International Herald Tribune che esce tutti i sabati):

A quiet sense of order but without it feeling restrictive. I feel that as the world continues to fill with clutter at such a disconcerting pace, good design has the task of being quiet, and helping people generate a level of calm that allows them to be themselves.

Sono stato a meno concerti, ma scegliendoli con enorme cura in mezzo all'offerta infinita disponibile in questa citta'. Consapevole che il luogo e il contesto di un concerto sono importanti non meno della musica.

Tre dei miei cinque preferiti del 2009 li ho visti in quella venue meravigliosa, dall'acustica piu' che perfetta, che e' il Southbank Centre: Patti Smith insieme alla Silver Mount Zion Memorial Orchestra (parte del memorabile Meltdown curato quest'anno da Ornette Coleman), Bonnie Prince Billy e Gilberto Gil. Uno al nuovo Kings Place (il basement della redazione del Guardian): il fisarmonicista argentino Dino Saluzzi, parte del festival dedicato al quarantennale dell'ECM.

Il mio concerto preferito, anche quest'anno, e' stato il ritorno di Antony & the Johnsons, con la seconda esecuzione londinese di The crying light (che segue quella dell'anno scorso al Barbican con la London Symphony Orchestra).

Al cinema, ad avermi appassionato e' stato il secondo lungometraggio della regista americana Kelly Reichardt, che segue l'altrettanto emozionante Old Joy (starring Will Oldham). Si intitola Wendy & Lucy ed e' la piu' meravigliosa storia d'amore degli ultimi decenni. Descrive un sentimento assoluto, un po' come vedere al cinema una metafora che rappresenta L'arte di amare di Fromm ma nella forma di un road movie nel quale la strada e' interrotta. Non sono riuscito a pensare ad altro per giorni dopo averlo visto, e ancora adesso se ripenso a quel film mi si riempiono gli occhi di lacrime di commozione. Pellicola dell'anno, senza concorrenti.

A divertirmi davvero e' stato ancora una volta Woody Allen. Del regista americano amo il primo periodo (i film girati negli anni '70, dagli esordi ingenui fino al capolavoro Manhattan) e l'ultimo (mentre trovo la fase centrale della sua carriera un po' sopravvalutata). Vicky Cristina Barcelona lo includo tra i suoi capolavori.

Al terzo posto inserisco un magnifico documentario sui fenicotteri rosa, della Disney, con musica, superlativa, della Cinematic Orchestra, passato (e' il caso di dirlo: al massimo l'hanno tenuto nelle sale per una settimana) inspiegabilmente del tutto inosservato. Quando l'ho visto io, al cinema eravamo in due, ed era una domenica (ma se non li portano a vedere un film cosi' rasserenante e poetico, i genitori i propri bambini dove li portano la domenica? Cosi', per curiosita').

Altro documentario, sulla vita e l'universo artistico di Keith Haring, al quarto posto, mentre il quinto posto e' per un film francese sul tema dell'immigrazione che, ho notato, in Italia e' ancora nelle sale, Welcome (a Milano lo trovate all'Anteo).

Le due mostre che ho preferito sono state due retrospettive dedicate a un architetto e a un designer: Le Corbusier al Barbican e Dieter Rams al Design Museum (fino al 9 Marzo 2010).

Sono tornato varie volte anche a visitare le personali dedicate dalla Whitechapel Gallery a Sophie Calle e dalla Tate Britain a Richard Long.

In ambito fotografico, la mia preferenza la spendo per gli scatti di Malick Sidibe', e per la piccola mostra che la Hackelbury Gallery di South Kensington ha voluto dedicare al fotografo del Mali.

E infine i libri. Nel 209 ho letto decisamente piu' saggistica che narrativa, e infatti tutte le mie preferenze sono saggi.

Iniziando da Patria 1978 - 2008 di Enrico Deaglio. Mi sono domandato spesso se, vivendo in Italia, mi sarei tanto appassionato a questo voluminoso fermaporte (quasi 1000 pagine). Se avete vissuto all'estero, sapete quanto fa piacere avere sottomano un bel volumone scritto in italiano, che parla del tuo Paese e ha il magico potere di annullare le distanze.

Altri saggi che mi sono davvero piaciuti li hanno scritti Enzo Bianchi (Per un'etica condivisa), Luigi Zoja (La morte del prossimo), Barbara Balzerani (Perche' io, perche' non tu) e Serge Latouche (Breve trattato sulla decrescita serena).

Direi che e' quasi tutto: manca ancora un Engadina d'oro, quello per la rivelazione dell'anno, ma per quello dovete aspettare fino a domani o dopo (ora nevica e vado a rifugiarmi sotto al mio piumino da 20 tog a proteggermi dal mondo ascoltando Late Junction, come sempre programma radiofonico dell'anno).

Ricapitolando tutto quanto in forma di elenchi:

Concerti:
1) ANTONY & THE JOHNSONS Hammersmith Apollo
2) PATTI SMITH & THE SILVER MOUNT ZION MEMORIAL ORCHESTRA Royal Festival Hall
3) BONNIE PRINCE BILLY Royal Festival Hall
4) GILBERTO GIL Royal Festival Hall
5) DINO SALUZZI Kings Place.

Film:
1) KELLY REICHARDT Wendy & Lucy
2) WOODY ALLEN Vicky Cristina Barcelona
3) MATTHEW AEBERHARD & LEANDER WARD The crimson wing
4) CHRISTINA CLAUSEN The universe of Keith Haring
5) PHILIPPE LIORET Welcome.

Mostre:
1) LE CORBUSIER Barbican Centre
2) DIETER RAMS Design Museum
3) SOPHIE CALLE Whitechapel Gallery
4) RICHARD LONG Tate Britain
5) MALICK SIDIBE' Hackelbury Gallery.

Libri:
1) ENRICO DEAGLIO Patria 1978 - 2008 (Il Saggiatore)
2) ENZO BIANCHI Per un'etica condivisa (Einaudi)
3) LUIGI ZOJA La morte del prossimo (Einaudi)
4) BARBARA BALZERANI Perche' io, perche' non tu (Derive Approdi)
5) SERGE LATOUCHE Piccolo trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri).

domenica 3 gennaio 2010

Prospettive Musicali del 3 Gennaio 2010

Primo post dell'anno, e di conseguenza, prima di tutto, i migliori auguri di Engadina Calling per un anno memorabile, di felicità, salute, amore, pace e ottima musica.

In questa prima puntata dell'anno abbiamo ascoltato insieme:

1) ROY AYERS Coffy is the color (da Coffy, Polydor 1973, rist. in VV. AA. Can you dig it? The music and politics of black action films 1968 - 75, Soul Jazz 2009)

2) STANTON DAVIS' GHETTO/ MYSTICISM Space-a-nova (da Brighter days, Outrageous 1977, rist. in VV. AA. Freedom rhythm & sound, Soul Jazz 2009)

3) JAY BOLOTIN Jimmy's got a music box (da Jay Bolotin, Commonwealth United 1970, rist. Locust 2009)

4) LOVE I can't find it (da Love lost, Sundazed 2009)

5) COLLIE RYAN The giving tree (da The giving tree, Rainbow 1973, rist. Yoga 2009)

6) COLLIE RYAN High gulls flying (da Takin' your turn 'round the corner of day, Rainbow 1973, rist. Yoga 2009)

7) HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS Blanchard (da Through the Devil softly, Nettwerk 2009)

8) TOM WAITS Lucinda - ain't goin down (da Glitter & doom live, Anti- 2009)

9) DAM-FUNK Let's take off far away (da Toeachizown, Stones Throw 2009)

10) LORD PANAMA & THE STICKERS Fire down below (da Fire down below, Panix ca. 1964, rist. in Panama! 3 calypso panameno, guajira jazz & cumbia tipica on the isthmus 1960 - 75, Sound Way 2009).