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Ambiente Uguaglianza Tempo

domenica 30 maggio 2010

Prospettive Musicali del 30 Maggio 2010


1) FELA
Expensive shit
da Expensive shit
(Soundwork Shop 1975)

2) FELA
I no get eye for back
da Alagbon close
(Jofabro 1974)

Boogie trip
da VV. AA. Lagos disco inferno
(Academy 2010)

Green Africa
da Mulatu steps ahead
(Strut 2010)

5) FELA
Water no get enemy
da Expensive shit
(Soundwork Shop 1975)

giovedì 27 maggio 2010

What would the community think


Approfittando del jet lag che mi ha per qualche giorno regalato uno stato di torpore diurno seguito da un inusuale livello di attenzione al calare della sera, sono stato spesso al cinema questa settimana.

Tra quelli in programmazione nelle sale londinesi, consiglio un piccolo film israeliano intitolato Eyes wide open. Non tanto per la storia (molto toccante peraltro), quanto per la rappresentazione molto accurata dei rituali quotidiani di una comunita' ultra-ortodossa di Gerusalemme, e per la fotografia, non meno che perfetta. Colpiscono molto soprattutto i colori silenziosi, che si incontrano benissimo con le atmosfere rarefatte e gli ambienti poveri e scarsamente illuminati nei quali la vicenda del film si svolge.

La storia e' quella di un macellaio (devoto, sposato, con figli) che decide di offrire un lavoro e una sistemazione nel retrobottega a uno studente drifter, che arriva non si capisce da dove. Qualcuno pero' si accorge che la relazione tra i due uomini presenta elementi poco accettabili da una comunita' tradizionale...

E' un film sottile, che indaga il rapporto con la disciplina e le conseguenze della rottura delle regole: a cosa portera' la liberazione dalle convenzioni? Riusciranno i trasgressori ad affermare se stessi, oppure soccomberanno alle pressioni sociali conformizzanti?

Lascio che siate voi a scoprirlo. Qui a Londra il film lo trovate al secluso Odeon di Panton Street.

Vi annuncio, con gioia, che tocchera' a me condurre Prospettive Musicali questa domenica, ammesso che la British mi consegni a destinazione nonostante lo sciopero. Mi e' andata bene troppe volte, tra passati scioperi, eruzioni vulcaniche, neve, ecc. e le regole stocastiche giocano contro di me, ma il sito della compagnia aerea dice che il mio volo e' confermato e mi ha fatto fare il check-in online, scusandosi pure perche' il pasto vegetariano questa volta potrebbe non essere presente a bordo (ma se sono anni che la British ha soppresso il pasto sulla tratta Londra - Milano...).

E adesso, gardening at night, che ieri mi hanno regalato due bei vasi di margherite provenienti dal Chelsea Flower Show, che richiedono di essere svasati e messi a dimora come si deve: guanti, sacchetto di terra e paletta sono pronti all'operazione (la passione per il giardinaggio, altro segno di ageing, lo so, e io che a Londra sognavo una vita rock'n'roll).

martedì 25 maggio 2010

Expensive shit (reprise)

(Prosegue dal post precedente) Fela naturalmente.

La storia del titolo non la definirei di estremo buon gusto, ma se ci tenete la potete leggere qui. Expensive shit fu il dodicesimo album del cantante e poli-strumentista nigeriano. Usci' nel 1975, lo stesso anno di He miss road, altro ottimo lavoro, e di altri (mi pare) quattro album che Fela pubblico' quell'anno.

Ma Expensive shit resta un gradino sopra rispetto a He miss road, a mio parere. Soprattutto per la traccia che occupa la seconda facciata, Water no get enemy, che sembra una impossibile jam session tra gli Africa 70, Jorge Ben e Sergio Mendes, con il ritmo di Tony Allen che si fa misteriosamente latino.

La rabbia e la frustrazione della title track lasciano spazio a una delle piu' gioiose e corali tracce musicali composte dal genere umano. Come a dire che in fondo al tunnel dello sfruttamento e delle disuguaglianze (temi centrali della poetica di Fela) esiste la luce. E che ha senso, nonostante tutto, ricercarla quella luce, prendendo a calci l'oscurita'.

Forse anche Fela pensava che la felicita' fosse un dovere morale verso noi stessi e gli altri, come abbiamo scritto altre volte qui in Engadina.

Album fondamentale, da recuperare quest'estate: se non volete spendere una fortuna comprando la ristampa americana Knitting Factory, si dovrebbe trovare ancora la ristampa Wrasse del 1999 che sto ascoltando io in questo momento, a pochi eurini. Buon caldo e gioioso ascolto.

domenica 23 maggio 2010

Expensive shit

Tornato alla base, in una Londra di luce abbagliante, cielo azzurro e temperature africane.

Stamattina, cercando di fare un po' di ordine tra le carte accumulate sul tavolino del soggiorno, mi sono capitate tra le mani un paio di cose che avevo messo da parte per voi.

La prima e' il bel pieghevole che la Tate distribuiva ai visitatori della mostra di Chris Ofili, che insieme a Peter Doig e' l'artista britannico contemporaneo che preferisco. Non so se sia un caso che entrambi si siano lasciati alle spalle il grigio tempo inglese per trasferirsi nella luce e nei colori di Trinidad.

La mostra purtroppo si e' conclusa da qualche giorno, ma l'eccellente sito della Tate consente di rivedere i lavori migliori e una bella video-intervista. Qui invece potete vedere la fantastica installazione realizzata da Ofili e David Adjaye nel 2002 a due passi da dove vi sto scrivendo, e poi riproposta alla Tate qualche anno dopo (purtroppo la versione Tate era troppo illuminata, per ragioni di sicurezza: alla Victoria Miro', con le luci soffuse che ti facevano perdere l'orientamento, l'effetto era dieci volte piu' emozionante).

L'altra cosa che vi avevo tenuto da parte (per uno dei primi post dell'anno) e' questa. Il fatto che mi sia capitata tra le mani quasi a meta' strada, forse non e' casuale, e permette a voi e a me di trarre un qualche bilancio. Io mi sono reso conto che l'impegno non e' ancora sufficiente. E voi?

E concludo questo post sconclusionato con il programma della design week, questa settimana qui nella mia amata Clerkenwell (se passate di qui, mandatemi una mail).

PS: e' chiaro a tutti il titolo del post? E il suo doppio significato? Ofili usava lo sterco di elefante come base per i suoi quadri, e Expensive shit e' il titolo di uno dei migliori album di...

mercoledì 19 maggio 2010

Countin' on a miracle

Nel campus sperduto nel Midwest dove sto trascorrendo questi giorni e' arrivata improvvisamente l'estate. Il profumo dei gelsomini e quello dell'erba appena tagliata si confondono in un'essenza inebriante, che mette gioia.

Dovunque ti volti ci sono persone che corrono, giocano a pallacanestro, tennis, pallavolo.

Una delle insegnanti della mia faculty dice di essere californiana, ma non e' vero. Arriva da un altro pianeta. E' una specie di incrocio riuscito molto bene tra Naomi Watts e Zooey Deschanel. Al posto degli occhi ha due laghi dell'Engadina. Parla e sento la musica dei Byrds. Proietta dietro a se' presentazioni e vedo scorrere davanti ai miei occhi la filmografia completa di Rohmer.

Io sto bene, respiro bene, mi sono finalmente rilassato dopo gli scorsi giorni a Chicago, un po' stressanti. Faccio passeggiate tra una lezione e l'altra. Mi immergo tra gli alberi. I miei compagni di corso sono simpatici, su tutti un newyorkese di Manhattan che si chiama Ted che e' la fotocopia di Morgan Freeman, e una ragazza indiana di Bangalore che si chiama Smita e che ha un sorriso che ti trasmette gioia di vivere.

La sera non c'e' niente da fare, ma va bene cosi'. Oggi nel tardo pomeriggio, andando alla cafeteria ho incrociato una studentessa italiana che mi ha detto che c'e' un pulmino (che poi ho visto: e' uno di quegli scuolabus americani gialli con le ruote spostate in avanti che non capisci come possa non ribaltarsi all'indietro se uno un po' pesante si siede nel sedile in fondo) che porta all'outlet di Naperville, la cittadina piu' vicina. Outlet no grazie, sto bene tra i miei alberi.

Cosi' di sera leggo un po', sento la musica con l'iPhone collegato a un piccolo stereo che ho trovato nella cameretta del college da dove vi sto scrivendo, e poi alle 22 spengo la luce, proprio come faccio quando sono nella mia amata Engadina.

Stasera ho finito il libro di Paolo Sorrentino (qui e qui) che ho iniziato in aereo passando da una costa all'altra del vasto oceano. A un certo punto, verso la fine, Sorrentino scrive:

L'amore e' l'insostituibilita'.

Adesso, invece, queste latrine disumane attendono impazienti lo spalancamento di cosce, cosi' finalmente, come in un rituale liberatorio, si accoppiano visone elementare e pensiero elementare: figa e figa, figa contro figa. La figa mentale e quella reale, in diretta. Un pragmatismo da squattrinati del sentimento. Giuseppina, la mia prima fidanzata, disse sotto un platano profumato: 'Adesso noi'. Non disse nient'altro, e fu un'altra rivoluzione. Si pensa al sesso in mancanza d'altro. Ma ve lo giuro, quando Giuseppina sussurro' adesso noi, il sesso divento' un miracolo successivo. Questo dovrebbe essere il sesso, un miracolo, un prodigio. E come tutti i miracoli, ne godi per lo stupore, ma non hai il desiderio cosciente del loro avvento. Chi desidera i miracoli? Solo gli invasati, gli ossessionati, i depressi, gli smidollati. Bisogna riappropriarsi di un rapporto religioso, liturgico col sesso. Ho detto religioso, non bigotto, che e' un'altra cosa. Considerarlo miracolo. Allora, solo allora si capira' cosa e' il sesso. Il sesso e' una catapulta. e le catapulte non si trovano piu'. Si sono estinte, come i telefoni a disco. Come le lucciole del poeta dilettante. Non c'e' limite alla bruttezza. Allora si fa un'altra cosa, che per convenzione quelli la' chiamano sesso, ma non lo e'. Non so se sono stato chiaro. E badate che non sto ragionando da vecchio nostalgico. Sto ragionando da chi ragiona e basta. Oppure ogni volta che si esprime un concetto bisogna impoverirlo, attraverso il filtro della biografia personale e delle debolezze personali? Questo e' insano in chi lo fa e denota una indolenza in chi elabora cosi' il giudizio sugli altri.

martedì 18 maggio 2010

Agnes V.

Dell'America magari parliamo un'altra volta. Ci sono troppo immerso in questo momento per potere elaborare anche semplici riflessioni. Nell'America rurale, un posto sperduto dell'Illinois, a meno di due ore di macchina da Chicago ma piu' tranquillo dell'Engadina, sono le dieci di sera e dormono gia' tutti. Il mio iPhone, collegato a un piccolo stereo, ha pescato a caso dal mucchio degli MP3 un quieto brano dei Calexico, come se sapesse esattamente che nella notte rurale americana i Calexico sono proprio perfetti.

Le riflessioni sull'America sono solo rimandate, e oggi invece parliamo di nouvelle vague francese, perche' mi sono rimasti attaccati al cuore due tra gli ultimi film visti appena prima di lasciare Londra. Visti al British Film Institute, che sta dedicando un mese di proiezioni a Agnes Varda, con titoli cosi' rari (alcune pellicole arrivano dalla collezione personale della regista francese, non essendo piu' reperibili in altro modo) che per una volta mi e' spiaciuto lasciare l'Inghilterra.

Per combinazione ho notato che i due film della rassegna che ho preferito sono disponibili in un unico DVD, qualora qualche lettore la' fuori fosse interessato a recuperarli.

Cleo de 5 a' 7, girato nel 1962, e' il manifesto di un'epoca, cosi' intriso di esistenzialismo, riflessioni sulla mortalita', il senso della vita, l'amore, il rapporto con se stessi (osservate in quante scene e' presente uno specchio).

Sperimentale nella concezione (la cinepresa segue in tempo reale i percorsi parigini di una cantante che attende i risultati di una biopsia con crescente apprensione, e che inaspettatamente trova uno sconosciuto in grado di empatizzare e comprenderla, rompendo il muro di indifferenza che la circonda), e' un film di silenzi e di immagini indelebili della citta'.

Il contrasto tra la figura da bambola di Cleo e la sua solitudine e' il tema centrale di un film che solo una regista donna avrebbe potuto realizzare. Bellissimo, emozionante.

Daguerreotypes, del 1975, e' un'altrettanta toccante dichiarazione d'amore a Parigi. Non potendo viaggiare (credo perche' doveva prendersi cura dei figli piccoli), Agnes Varda rivolge la propria attenzione alla sua via e ai suoi abitanti. Una strada di un quartiere popolare, nel quattordicesimo arrondissement, sulla quale si affacciano tante piccole botteghe.

Chi sono i negozianti dai quali la regista va a fare la spesa? Come sono arrivati a Parigi? Quali sono le loro ambizioni, cosa sognano nella vita? Il film si compone di frammenti di vita reale e brevi interviste a persone comuni. Una sorta di documentario etnografico molto partecipato, che si concentra su un mondo che, questo forse all'epoca non lo poteva prevedere nessuno, sta scomparendo inghiottito da supermercati e centri commerciali sempre piu' scintillanti ma funzionali e impersonali.

Nanna ora, domattina voglio alzarmi presto ed esplorare i dintorni.

sabato 15 maggio 2010

Shadowplay

Classe 1916, Henri Dutilleux e' il decano dei compositori francesi contemporanei. Ispirato principalmente da Debussy (ascoltate soprattutto le sonate che compose negli anni '40, che sembrano una sorta di proseguimento per pianoforte di La mer, ancora piu' impressionista), Satie, Stravinsky, Webern e Bartok, Dutilleux e' maestro di atonalita' (e quindi di composizione libera, senza una centralita' definita).

Figlio del suo tempo (circa contemporaneo di Messiaen e Boulez), profondamente europeo negli interessi intellettuali, ispirato dagli scritti di Marcel Proust, Dutilleux ha scritto musica di grande suggestione, molto libera nella sua successione cromatica e atmosferica, estremamente dinamica, che richiede all'ascoltatore un'attenzione indivisa e disposta a seguire empaticamente variazioni climatiche anche molto sorprendenti.

ECM New Series ha da poco pubblicato un volume piuttosto completo di lavori per pianoforte, che comprende anche una serie di composizioni giovanili di stampo particolarmente impressionista, a mio parere molto emozionanti, ma che Dutilleux avrebbe voluto in un primo momento omettere dalla raccolta. Oltre naturalmente a includere le magnifiche sonate degli anni '40, un ascolto che trovo davvero coinvolgente. A eseguirle e' Robert Levin, eccellente compositore e pianista newyorkese, che forse ricorderete in questa memorabile collaborazione con la violista Kim Kashkashian.

Un ascolto off the beaten track, al quale dedicare un po' di attenzione nel fine settimana.

Ci sentiamo prossimamente: settimana prossima saro' in viaggio negli Stati Uniti, e non so se riusciro' a trovare il tempo di scrivervi (ma se lasciate qualche commento, leggo volentieri).

giovedì 13 maggio 2010

The flower of romance


Note di copertina, scritte da Keith Jarrett:

Music is an amazing thing. It doesn't exist as a stationary object. It moves in real time and can be uplifting both to the player and the listener. The melting, trans-figurative moment, that feeling of everything being there, just for an instant, that surrender that overcomes us as players (if we're good enough) and leads us on to the next pregnant second, patient in the knowledge that there always is, waiting in the wings, the next chance to feel this fullness and celebrate it (as it is only in the nature of art to produce it this way); to this we dedicate our lives. But it is not for us alone; it is also made for you, the listener, to feel these same feelings along with us, to participate and to also be uplifted by it. Art is dying in this world, and so is listening, as the world becomes more full of toys and special effects. With this death will come the undoing of many possible feelings: beautiful, tender, deep, trusting, true, sad, full of internal meaning and color. Closeness won't have to necessarily be physical. Intimacy will be hard to find. Communication will be lost. Here is some music for you. Take it and it's yours. Charlie and I are obsessed with beauty. An ecstatic moment in music is worth the lifetime of mastery that goes into it, because it can be shared.

This recording was done in my small studio. It has very dry sound and we didn't want to have the recording sound like anything but exactly what we were hearing while we played. So it is direct and straightforward. I chose to use the American Steinway that really isn't at all in the best of shape, yet I have this strange connection with it, and it is better for a kind of informality and slight funkiness that was going to work with the music.


With a choice of songs this good, it was hard not to become engaged right away. We did not rehearse per se, but went over chords when necessary. This was really a session that came as a result of doing an interview for a film about Charlie, after which we played a couple tunes. We had not played in over thirty years, but something magical happened and I then invited Charlie and his wife to the house to do some playing for a few days with no assurance that we'd have anything (including sound) that we'd want to release. Over close to three years we lived with these tapes, talked a lot about them, disputed over choices, but eventually I found Charlie to be the most remarkable and sensitive helper in getting this finally assembled. I wanted only the distilled essence of what we had, and it took some time to wean ourselves from going for hip solos or unevenly played tunes (even though they had wonderful things inside them). Some were too long; others were somehow out of character. Charlie and I listened to this many many times (mostly late at night) and became aware that there were some that just had more magic, more moments of surrender to the mood while retaining their essential integrity. This is what I was looking for; and then I had the unenviable job of finding the right order. After I thought I found it, Charlie called me and said, "How did you figure that out?" I think I said that none of the rational ideas of how to order things made sense, so I went into "not thinking" mode and came up with (dare I say it?) the only perfect order of these great versions.

I hope many of you can hear this on a good system. There are nuances abounding and the details make the music what it is. Jasmine is a night-blooming flower with a beautiful fragrance and I hope you can hear what went into this, as there is no way to do anything as touching as this by rehearsing it until it dies. This is spontaneous music made on the spot without any preparation save our dedication throughout our lives that we won't accept a substitute: it's either the real thing or it's nothing. It's either real life or it's a cartoon.

Call your wife or husband or lover in late at night and sit down and listen. These are great love songs played by players who are trying, mostly, to keep the message intact. I hope you can hear it the way we did.

Trentatre anni dopo il Quartetto Americano e trentacinque dopo quella sera a Colonia.

martedì 11 maggio 2010

Sunday mornings

Non saprei dire se si tratta di un chiaro segno di ageing, ma la frequenza con la quale nelle mie flanerie della domenica mattina mi capita di fare un giretto al British Museum, soprattutto da quando abito a Clerkenwell e' aumentata di anno in anno.

Non mi soffermo troppo, per lo piu' mezz'ora: vedo un paio di sale o tre e poi esco, avvertendo nettamente la sensazione che quella mezz'ora ha dato senso a tutta la giornata.

La mostra temporanea sul disegno nel Rinascimento italiano (che porta il titolo Fra Angelico to Leonardo), superato lo sgomento per il percorso impossibilmente tortuoso (e' stata realizzata nella sala di lettura, trasformata per l'occasione con imbarazzanti pannelli di gesso), l'ho trovata di una bellezza sconvolgente.

Sono un centinaio di disegni (dieci dei quali di Leonardo) realizzati tra il 1400 e il 1510, che appartengono alle collezioni del British e degli Uffizi. Molti sono semplici studi (particolari, dettagli, prove realizzate con tratto appena accennato) per complessi affreschi, quindi lavori non pensati per essere esposti, ma io li trovo a volte piu' interessanti delle opere finite.

Inevitabile, al termine della mostra, una breve pausa al cake shop della London Review of Books, per sfogliare il catalogo con calma davanti a una buona tazza di te'.

domenica 9 maggio 2010

Let it Dee

Love's small song
Love's small song
Though my love is far away
I shall sing and wake the day

Love's small song
Love's small song
Though my love is ages gone
I shall sing love's small song
I shall sing and wake the dawn.

Baby Dee ha ri-registrato per Drag City un demo che venne pubblicato in poche copie dalla Durtro di David Tibet. Gli arrangiamenti restano eterei e accennati: arpa e voce per lo piu', accompagnati in forma sparsa da piano, fisarmonica, tromba, corno francese e inglese, violoncello, flauto, mandolino e violino. Il risultato e' un disco un po' Marc Almond, un po' Antony Hegarty, un po' Scott Walker, un po' lieder di Schumann.

Si intitola A book of songs for Anne Marie, ed e' davvero una delle raccolte di canzoni piu' struggenti che abbia mai ascoltato. Decidete da soli se si tratta di qualcosa adatto al momento che state attraversando, considerando che e' musica di emotivita' portata alle estreme conseguenze.

mercoledì 5 maggio 2010

Let's danse

Trentaseiesimo lavoro nella filmografia di Frederick Wiseman, decano dei documentaristi americani.

Dopo essersi fatto conoscere per le sue magistrali rappresentazioni di marginalita' e istituzioni totali nel corso degli anni '60 (adolescenti di zone disagiate, detenuti, lavoratori resi automi da processi ripetitivi) e avere esplorato in seguito tematiche quali violenze domestiche e trattamento non etico degli animali, Wiseman questa volta ci regala un documentario di una bellezza difficile da descrivere.

E' dedicato alla compagnia di danza dell'Opera di Parigi, dura quasi tre ore ed e' leggero come una piuma. Il linguaggio e' lo stesso che chi conosce i lavori sociologici di Wiseman riconosce immediatamente. Il documentarista americano e' solito trascorrere alcune settimane nei luoghi che intende rappresentare, girare parecchie ore di pellicola (anche un centinaio) e montare il tutto con un gusto superlativo, svincolato da qualsiasi regola temporale, e senza aggiungere alcun commento.

Sei tu spettatore a inventarti una narrazione, traendo spunto dai frammenti (spesso semplici sequenze a cinepresa fissa) che accumulano progressivamente informazioni, che poi possono essere ordinate logicamente o lasciate in ordine libero e sospeso.

La danse racconta la produzione di sette spettacoli di danza, classica e moderna (Wayne McGregor, Pina Bausch), mischiando cronologie in forma libera. Vengono mostrate prove, riunioni, realizzazione dei costumi, raccolta di fondi, architetture (compresi tetti e sotterranei), relazioni. Come nei predenti lavori di Wiseman, si entra a far parte.

Film che consiglio, ma da vedere assolutamente su grande schermo: i lettori di Londra lo trovano fino a domani all'Istituto Culturale Francese di South Kensington.

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E domani, come sapete qui in Inghilterra si vota. Ci sentiamo in diretta a mezzogiorno, ospiti di Marina Petrillo a Alaska, e poi alle 23.30 quando saro' a seguire gli spogli delle schede dalla sede dei Libdem, qui a Islington: osservazioni, brevi interviste, commenti a caldo. Naturalmente, su Radio Popolare.

Ascolta la puntata di Alaska del 6 Maggio, con il racconto della giornata del voto.

Ascolta la puntata di Alaska del 7 Maggio, con l'analisi dei risultati.

martedì 4 maggio 2010

Old adventures in lo-fi (remixed)

Tutte le volte che apro un giornale vedo che le date della reunion dei Pavement aumentano. Hanno cominciato con una data alla Brixton Academy e siamo gia' arrivati a 4 (dal 10 al 13 Maggio, qualora foste interessati, e completamente sold out mi risulta sia solo Giovedi' 13).

Da parte mia, e' circa un mese che ascolto in continuazione la raccolta Quarantine the past (che mi sarei potuto costruire peraltro, dato che dei Pavement mi procurai tutta la discografia nel corso degli anni '90), meravigliandomi di quanto la musica del quintetto californiano abbia il potere di non stancarmi mai.

I Pavement sono probabilmente stata la formazione rock piu' originale del proprio decennio. Del rock interpretarono l'essenza piu' fragile e a suo modo moderna e originale. Misero insieme tante cose successe prima di loro (Velvet Underground, Big Star, Swell Maps, primi REM) ma ne seppero dare un'interpretazione modernissima, superiore a una semplice somma delle parti. Soprattutto, detto tutto quello che avevano da dire seppero fermarsi: per questo la loro raccolta di canzoni resta a suo modo perfetta, con un inizio, uno sviluppo e una fine, anziche' sbavata all'infinito (pensate ai REM).

La musica indie di oggi non lo comprendo piu', immagino per ragioni generazionali. I Pavement invece arrivarono nella mia vita al momento giusto. Le loro sghembe canzoni accompagnarono alcuni riti di passaggio: gli ultimi anni da studente, i primi lavori, alcuni innamoramenti importanti e altri che hanno lasciato una fragile traccia nella memoria. Quarantine the past mischia tutto in un caleidoscopio che riporta alla luce ricordi come se il tempo non fosse mai trascorso.

I Pavement sono stati probabilmente l'ultimo gruppo rock contemporaneo del quale sono stato fan in modo viscerale e istintivo, prima di iniziare a dire la frase che si dice sempre quando ci si lascia alle spalle la gioventu', quella che parla cosi' tanto di noi stessi e cosi' poco della musica che gira intorno, e che (ogni tanto ci casco) dovete avere letto piu' spesso del necessario anche qui in Engadina.

Da Crooked rain crooked rain, questa e' l'indimenticabile Cut your hair.