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martedì 29 giugno 2010

Sonic youth

Mi ci sono imbattuto per caso, scendendo da Hampstead a Camden, domenica pomeriggio. Impossibile non lasciarsi tentare, e andarlo a rivedere per quella che credo sia la decima volta. A bout de souffle e' come Kind of blue, Il giovane Holden e i quadri di Hopper: li conosci a memoria e pero' ogni volta ti lasciano senza parole.

Impossibile scrivere qualsiasi cosa di originale, e allora mi affido alle parole della dalla direttrice del dipartimento di studi cinematografici del King's College (ormai di casa qui in Engadina):

Godard's violent attack on the cinema de papa gave modern cinema new cultural legitimacy. His other stroke of genius was to fashion Jean-Paul Belmondo and Jean Seberg as the new romantic couple: desperate, amoral, nonchalant and so cool.

E a quelle di Richard Brody, autore della biografia di Godard Everything is cinema:

It seemed like a combination of jazz and philosophy - in its context, its style, its attitudes. It made filmmaking the art of the age; smart, creative young people suddenly wanted to direct the great movie the way they'd wanted to write the great novel.

La grandezza di A bout de souffle, sta tutta in questa riscrittura della relazione romantica, che si trasforma magicamente in affresco universale di un'epoca radicale e irripetibile.

Ancora una volta, sono uscito dal cinema profondamente scosso e immensamente felice.

venerdì 25 giugno 2010

Cose turche

Sto trovando davvero irresistibile questa doppia raccolta, quasi due ore, di musica registrata a Istanbul nei primi anni dello scorso secolo, pubblicata da Honest Jon's.

Non sto a raccontarvi tutta la storia, la trovate in tutte le recensioni ufficiali e nel ricco libretto che accompagna l'iniziativa. In pochissime parole, Honest Jon's ha comprato i diritti per ristampare antiche incisoni del catalogo HMV, e dopo le musiche degli immigrati dalla costa ovest del continente africano, riporta ora alla luce voci e strumenti dimenticati, appartenuti al patrimonio musicale del Bosforo.

E' un viaggio commovente dalla prima all'ultima nota, soprattutto se siete interessati, come sono io, a conoscere le espressioni musicali delle tradizioni devozionali del mondo.

Tra le rovine dell'impero ottomano si incrociarono davvero tante tradizioni diverse: cristiane, ebraiche, islamiche, provenienti dalla Grecia, dalla Turchia, dall'Armenia. Appartenenti a popolazioni urbane quanto rurali. Ognuna portatrice di un patrimonio di strumenti (alcuni ormai scomparsi) e stili propri.

Quella contenuta in To scratch your heart e' musica intensamente, definitivamente, finalmente, completamente altra, che apre mondi.

Una raccolta essenziale per tutti voi che mi accompagnate nei percorsi avventurosi di Engadina Calling e Prospettive Musicali: uno dei capolavori di quest'anno, senza dubbio.

Ci vediamo qui in Engadina lunedi', buon fine settimana, dovrebbe fare bello sia li' che qui.

mercoledì 23 giugno 2010

Intervallo


CLERKENWELL Chiesa di San Giovanni
SOHO Avventori di caffe'
FITZROVIA Galleria d'arte (vetrina esterna)
FITZROVIA Edilizia moderna
HAMPSTEAD Edilizia padronale
HAMPSTEAD Indicazioni
HAMPSTEAD Giovani

[Giugno 2010]

lunedì 21 giugno 2010

Seguira' dibattito


Non sto scherzando, c'e' stato davvero. Moderato dalla direttrice del dipartimento di studi cinematografici del King's College, che e' una elegante signora francese.

Tra l'altro in tutto il cinema (quello al primo piano dell'Istituto Culturale Francese) saremo stati, voglio esagerare, venti spettatori (essendo sabato pomeriggio, e il primo sabato pomeriggio di saldi). La direttrice del dipartimento cinematografico ecc. ecc. si vede che doveva proprio stare li' una mezz'oretta e quindi in pratica faceva domande a ciascuno di noi, come non mi capitava dal tempo della scuola: tu, che cosa ti ha comunicato il film che abbiamo visto? Detto cosi' sembra quasi un'interrogazione, e invece ne sono uscite osservazioni interessanti.

Non so cosa ne pensiate voi (sappiamo tutti cosa ne pensava Moretti invece) ma io ammetto che a me l'idea di una mezz'ora per riflettere su quello che ho visto, potendo scambiare commenti prima di dedicarmi a qualcosa d'altro, piace molto.

Un condamne' a mort s'est echappe' (quarto film della cinematografia di Robert Bresson, uscito nelle sale nel 1957) e' un film molto essenziale. Tutto girato in un carcere (pressoche' interamente in una cella), tranne la scena inziale e quella conclusiva. E' la storia di un prigioniero che progetta con enorme caparbieta' e poverissimi mezzi (un cucchiaio che usera' per incidere un po' ogni giorno il legno della porta, e indumenti che tagliera' in striscioline e che intreccera' per formare funi) la fuga verso la tanto sognata liberta'.

Ricco di simbologie religiose, con una messa di Mozart come adattissima colonna sonora, sorprendentemente privo di violenza considerando il tema, il capolavoro di Bresson e' anche una riflessione sulla fiducia che qualche volta dobbiamo riporre, ciecamente, nel nostro prossimo (sto pensando alla scena nella quale Fontaine sale sulle spalle di Jost per fuggire: da solo non sarebbe mai riuscito a scalare uno dei muri di cinta).

E' un film straordinariamente moderno, che prende le mosse da una storia vera accaduta durante l'occupazione tedesca del suolo francese, ma la trascende: mi e' parso che la ricostruzione storica non fosse per Bresson che un pretesto per rappresentare tutta la disciplina necessaria a ognuno di noi per raggiungere la liberta'.

La rassegna sulla Resistenza continua fino a questo giovedi, qui c'e' il programma (io penso di andare anche domani, saltando una private view serale della Tate).

venerdì 18 giugno 2010

Daisy power

Proprio bello il nuovo EP di Yo La Tengo, quello con le quattro versioni di Here to fall: quella che apriva le canzoni popolari dell'anno scorso, e poi tre remix fatti da De La Soul, RJD2 e Pete Rock.

Una di quelle canzoni che puoi ascoltare tante volte di fila senza stancarti, costruita sapientemente su archi svolazzanti tenuti insieme da basso psichedelico e tastiere che gocciolano metallo fuso colorato.

Bello e estivo soprattutto il remix super-groovy dei De La Soul: lo ascolto e lo riascolto facendo finta che splenda il sole. But if you're ready, I'm here to fall with you.

Buon fine settimana, ci rivediamo qui lunedi'.

mercoledì 16 giugno 2010

Dandelion power

Di ritorno da un bel pic-nic ad Hampstead Heath (il mio luogo preferito di questa citta', l'Engadina londinese), ascolto nella quiete della notte questo doppio volume di sessioni radiofoniche, registrate tra il 1968 e il 1976 da Bridget St. John.

Piu' progressiva di Shirley Collins, meno eterea di Vashti Bunyan, a cavallo tra gli anni '60 e '70 Bridget St. John incise tre raccolte di canzoni per la Dandelion di John Peel, suo mentore.

Lo stile non differisce piu' di tanto dal folk-rock britannico di quegli anni (Fairport Convention, Pentangle, Nick Drake, Roy Harper, John Martyn, Kevin Ayers), proposto con particolare grazia.

Non tutto il materiale contenuto e' autografo: Bridget era solita eseguire anche cover di John Martyn (che fu suo maestro di finger-picking), Joni Mitchell, Buffy St. Marie.

Tra i notevoli collaboratori di queste versioni davvero essenziali troviamo Kevin Ayers e Mike Oldfield.

E' probabile che la BBC abbia perso parte dei nastri originali, perche' alcune registrazioni non sono di eccellente qualita' (a tratti si sente addirittura il fruscio delle onde radio). Ma chi se ne importa, quando la musica e' cosi' delicata e poetica da incorporare con grazia anche un po' di rumore di fondo.

Da un Old Grey Whistle Test del 1974 questa e' l'ispirata Want to be with you.

lunedì 14 giugno 2010

One love

Sabato pomeriggio sono passato da Sounds of the Universe a cercare un DVD per il mio amico Vito, e intanto ho tirato su dalla vaschetta delle ristampe roots reggae (che l'estate e' arrivata anche qui) questo Peace and love di Dadawah, del quale avevo letto un gran bene.

Tecnicamente parlando, che se no poi arrivano le precisazioni, non di reggae si tratta, ma di nyabinghi (musica devozionale rastafariana, che si chiama cosi' dal nome di una tamburo usato durante la preghiera).

Quello di Dadawah (musicista di Studio One, che dopo questo disco del 1974 avrebbe cambiato il suo nome in Ras Michael, ed e' ancora attivo in circuiti esoterici) e' un album piuttosto unico nel suo genere. Downbeat fino alla catatonia, cupo e profondo come il mare di notte. Blues del delta, toasting giamaicano, psychedelia, krautrock, ipnosi ritmica africana, invasata preghiera di ascendenza gospel, il tutto amalgamato insieme, e poi reso scheletrico, implicito, sparso, arido, come bruciato dal sole.

Disco dal suono curatissimo (lo mandarono a rimasterizzare qui a Abbey Road), Peace and love e' una delle sorprese piu' interessanti degli ultimi mesi. Non piu' reggae, non ancora dub.

I lettori di Londra lo trovano da Honest Jon's e da Sounds of the Universe (e, dice Marco, da Rough Trade).

venerdì 11 giugno 2010

Jailhouse rock (reprise)

Nell'ultima settimana di aprile del 2004 alcune fotografie di Abu Ghraib furono mostrate in TV nel corso della trasmissione 60 minutes e pubblicate sulle pagine del New Yorker, e nel giro di un paio di giorni vennero ritrasmesse e ripubblicate ai quattro angoli del globo. Da un giorno all'altro, la piramide umana, l'uomo incappucciato sulla scatola, la giovane donna soldato con un prigioniero al guinzaglio e il cadavere impacchettato nel ghiaccio divennero le immagini cruciali della guerra in Iraq. Il presidente degli Stati Uniti avrebbe in seguito dichiarato che era stato il giorno peggiore di tutta la guerra.

Come non bastassero le notizie di questi giorni, sulla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, sulla strage di pacifisti al largo di Gaza, sulla legge bavaglio approvata dal senato italiano, settimana scorsa ho trovato nella casa di Milano questo libro e ho iniziato a leggerlo.

E ho scoperto che il bellissimo documentario di Errol Morris su Abu Ghraib (che vidi qualche anno fa all'Istituto di Arti Contemporanee) si puo' scaricare gratuitamente qui. Se non l'avete ancora visto, lo consiglio: oltre a essere molto interessante, e' un magistrale esempio di come un documentario dovrebbe essere realizzato.

mercoledì 9 giugno 2010

They got a gut feeling


Proprio come i Velvet Underground e i Kraftwerk, i Devo seppero prevedere il futuro di alienazione e apatia che stiamo vivendo in questi anni letargici e insignificanti.

Ricordo che l'anno scorso, subito dopo avere risuonato per intero il loro visionario e indispensabile primo monumentale album, Gerald Casale prese la parola: pensavate che stessimo scherzando vero? Guardatevi attorno. Non pensate che avevamo ragione noi?

Si', avete avuto ragione, mille volte ragione. E grazie per essere tornati a ricordarcelo, con forza. Non vedo l'ora di ascoltare il vostro nuovo album, in uscita la settimana prossima.

Intanto, dei Devo sto ripassando la discografia completa, a partire da quell'esordio monumentale dal quale un giovane (diciannovenne) Fabio estrasse la sigla del suo primo programma alla radio, il bisnonno di Prospettive Musicali, anno di grazia 1984.

I Devo furono uno dei piu' grandi gruppi punk della storia. Intimamente, poeticamente, visionariamente e intellettualmente punk, come solo i gruppi punk americani loro contemporanei (Patti Smith Group, Ramones, Television, Talking Heads, Pere Ubu... in pratica la migliore musica che sia stata composta sul pianeta Terra prima, appunto, della de-evoluzione) seppero essere.

Da ragazzino i loro dischi mi colpirono con la forza di un tornado. Li ascoltavo dalla mattina alla sera: a seconda dei momenti, mi davano ispirazione, euforia, sollievo. Mi cambiarono, nel profondo. Ci trovavo dentro me stesso, la mia visione del mondo e della vita. Non e' facile spiegare, in un'epoca di consumo musicale veloce e superficiale come quella che stiamo vivendo. Pochi capiranno, anche nella generazione di mezza eta', e tra i giovani nessuno. Ancora oggi, per i Devo provo un senso di profondissima gratitudine.

Questa sera riascolto Duty now for the future. Non e' all'altezza dell'esordio, lo pensammo allora e lo confermiamo ora, ma contiene autentiche perle da riscoprire: Blockhead, The day my baby gave me a surprise, Swelling itching brain.

Colonna sonora del presente: avevano capito tutto con trent'anni d'anticipo i Devo.

martedì 8 giugno 2010

Jailhouse rock

Il 1974 fu un anno turbolento per il nostro Fela. In quell'anno infatti il re dell'afro-beat elevo' un'alta recinzione attorno a casa e promulgo' uno stato indipendente, la Repubblica di Kalakuta, dove non valevano le leggi della Nigeria.

L'esperimento ebbe un certo successo presso i seguaci delle idee africaniste e libertarie di Fela, e pero' fu represso violentemente dalla polizia nigeriana (ricordo che Fela venne arrestato circa duecento volte nel corso della sua vita).

Colonna sonora dei giorni della Repubblica di Kalakuta fu soprattutto un album intitolato Alagbon Close, dal nome di una stazione di polizia e carcere di Lagos, a Fela ben noti. Album ritmicamente e melodicamente bellissimo, che dovreste ancora trovare tra le vecchie ristampe Wrasse (etichetta per la quale venne ripubblicato nel 2007).

Buon ascolto.

domenica 6 giugno 2010

Prospettive Musicali del 6 Giugno 2010

1) KEITH JARRETT/ CHARLIE HADEN
Where can I go without you
da Jasmine
(ECM 2010)

2) CHICK COREA
Noon song
da Piano improvisations vol. 1
(ECM 1971)

3) CHICK COREA
No. 1/ No. 2
da Children's songs
(ECM 1984)

4) ROBERT LEVIN
Sonate I. Allegro con moto
da Henry Dutilleux d'ombre et de silence
(ECM New Series 2010)

5) KEITH JARRETT/ CHARLIE HADEN
No Moon at all
da Jasmine
(ECM 2010)

6) EDWARD LARRY GORDON
All pervading
da Celestial vibration
(SWN 1978).

Ascolta.