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mercoledì 20 ottobre 2010

Robert Wyatt/ Gilad Atzmon/ Ros Stephen, ... For the ghosts within (Domino, 2010)

L'ultima volta che mi e' capitato di incontrare Robert Wyatt (con Alfie, qualche settimana fa, al mercato che c'e' una o due volte al mese dietro al Southbank), parlandomi di questo disco l'ha definito con sincero understatement britannico una piccola cosa.

Conoscendo ormai piuttosto a fondo i codici comunicativi e l'etichetta di questo Paese, mi sono permesso di non credergli. ... For the ghosts within e' di fatto il seguito di Comicopera, e prosegue il ben noto dialogo wyattiano tra pop e jazz che affonda le sue radici nel lavoro con i Soft Machine, e si e' poi sviluppato con straordinaria coerenza in un arco temporale di oltre quarant'anni.

E' un album abbastanza difficile da descrivere, un percorso non privo di acrobatici salti temporali, tenuto pero' insieme da un'atmosfera lirica, sognante, meditativa (purtroppo interrotta da una traccia troppo movimentata, messa a circa un terzo del disco, che interrompe un ascolto altrimenti fluido).

A fare da collante e' l'attitudine che percorre questa ora di musica, il desiderio di andare indietro guardando avanti. Interpretare personalmente, pur se con grande rispetto: la storia della musica cosi' come la propria. Rendendo omaggio ai musicisti jazz che hanno fatto ricorso a un'orchestrazione di impianto classico e riproponendo episodi del proprio passato con lo stesso spirito.

Non voglio togliervi il piacere della scoperta, ma per quanto mi riguarda trovo davvero deliziose le prime due tracce (una cover di Laura, famosa soprattutto nella versione di Charlie Parker, e Lullaby for Irena, un originale di Wyatt con liriche di Alfie), con un cantato che puo' ricordare abbastanza Chet Baker (non solo in questi due brani a dire la verita') e voli di archi piacevolmente dissonanti.

E le ultime due: una cover di At last I am free degli Chic (dal loro magistrale C'est Chic del 1978), piu' astratta e meno letterale rispetto all'interpretazione wyattiana del 1980, e la mia traccia preferita dell'intero album. E una versione di grande lirismo dello standard di Louis Armstrong What a wonderful world (versione che mi ha ricordato molto l'indimenticabile grazia della Penguin Cafe Orchestra).

E in mezzo ci sono il bel tango che da' il titolo al disco, una cover di Round midnight e una di In a sentimental mood, una versione in verita' non eccelsa di Maryan (originariamente su Shleep), e altro ancora.

Ascolto autunnale, come camminare su un tappeto di foglie soffice e dalle mille sfumature di colore, immersi nei propri pensieri e ricordi.

44 Comments:

Anonymous Anonimo said...

a me è piaciuto: non tantissimo ma assai...

http://www.sentireascoltare.com/recensione/7767/robert-wyatt-for-the-ghosts-within.html

JC & The North

giovedì, 21 ottobre, 2010

 
Blogger oceano said...

ma negli occhi di wyatt c'è almeno una piccola remota fulminea traccia di syd? ché non credo si sia potuto passare per lo sguardo di syd senza rimanerne trasfigurati.
sono romantica in fondo

giovedì, 21 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

secondo me, c'è lo sguardo di un vecchio marinaio che ha solcato tutti i mari a noi noti e diversi altri, noti soltanto a lui. E la fotografia di ciò che ha visto, ascoltato, provato in tutto il tmepo che ha sin qui trascorso tra noi.

E lo sa, oh se lo sa.

JC old man & the inside sea

giovedì, 21 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

JC -

"spezzata soltanto dall’inutile etno-rap Where Are They Now, comunque redento da quanto sopra": giuro che non avevo letto.

E si', concordo pienamente, che Wyatt ha tolto la polvere del tempo e restituito dignita': interpreta, nel senso piu' alto e profondo del termine.

E poi ti dice che ha inciso una piccola cosa. Un uomo straordinario.

Oceano -

Wyatt ha fatto quello che a Barrett non e' riuscito: sopravvivere a un'epoca. Si e' aggrappato a se stesso ed e' andato avanti, sempre con coerenza, con tempi solo suoi.

Lo conosco da quando ancora abitavo in Italia e me lo presentarono (Davide Sapienza della Rykodisc, a Torino). Da quando anni fa gli dissi che faccio un programma alla radio con il suo amico Alessandro Achilli (non c'e' volta che dopo 30 secondi che parliamo non mi chieda di Alessandro, aggiungendo ammirato: what a great man!) l'ho rivisto abbastanza spesso.

E' un uomo che sorride molto. Un genio bonario e molto disponibile.

E' stato per me un grande piacere quando l'anno scorso l'Universita' di Ghent mi ha contattato per ottenere il permesso di usare una mia foto di Robert nell'invito alla sua laurea honoris causa.

La foto e' questa:

http://www.flickr.com/photos/fabiocalling/3677086728/.

Gli occhi sono quelli di chi ha vissuto la vita come un viaggio tempestoso, cercando ovunque e poi finalmente trovando se stesso. C'e' chi non ci prova neanche.

Sono tutti romantici in fondo quelli che si fermano qui in Engadina per qualche tempo.

giovedì, 21 ottobre, 2010

 
Blogger oceano said...

mmh, sì, però, mentre tutti si strafacevano e musicavano, syd è tornato a vivere con la mamma.
più rivoluzionario di così!
(sono un ribelle mamma, stirami i pantaloni quelli con le borchie)

giovedì, 21 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Credo che pure Kerouac abbia vissuto sempre con la mamma, e mi pare di aver letto che una volta dichiaro' che proprio questo gli permise di dedicarsi completamente alla scrittura.

E' comunque straordinaria la tristezza che attraversa tutta la musica rock. Non so se esiste un'altra corrente artistica altrettanto autodistruttiva.

Generazione e distruzione di ego abnormi. Spirito sacrificale da eta' pre-moderna. Personalita' geniali con iene al seguito.

giovedì, 21 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Io non sarei così severo con "Where Are They Now?": l'orchestrazione per più ance sovraincise mi sembra bella, così come la parte in stile "finto grammofono". E anche il rap mediorientale di Stormtrap (Ramallah Underground) e Shadia Mansour mi pare piuttosto sentito, accorato e anche simbolico: due palestinesi (mica rapper statunitensi con villa a Palm Beach) che parlano di esperienze vissute sulla propria pelle, accompagnati da un israeliano. In fondo è un po' un ritorno alle origini del brano stesso che, come certamente vi sarete accorti, è una rielaborazione (fin dal titolo: "Where Are They Now?" = "¿Dónde están ahora?") di Dondestan, la quale era dedicata ai palestinesi già sull'album omonimo: "Palestine's a country / Or at least / Used to be. / Felahin, refugee / (Kurdistan similarly) / Need something to / Build on / Rather like / The rest of us. // Palestine's a country / Or at least / Used to be. / Felahin, refugee / (Deportees similarly) / Need something to / Build on / Rather like / The rest of us. / Got".
Quanto a Maryan, sì, probabilmente è inferiore alla versione che c'è su Shleep ma non è affatto da disprezzare: sarà che quell'elettronica un po' cosmicheggiante mi fa venire in mente l'Hillage di Fish Rising (titolo peraltro pienamente in tema con il testo della canzone).
Ciao
a

venerdì, 22 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

(Adesso qualcuno pensera' che sono impazzito, che mi lascio i commenti da solo e poi mi rispondo ;)

Non sono in realta' critico nei confronti di quel pezzo in se', ma lo trovo fuori contesto: interrompe un'atmosfera piacevolmente omogenea e meditativa.

Ed essendo un unico episodio di quel tipo in un disco completamente diverso, finisce per, a mio parere naturalmente, stonare un po'.

Su Maryan: mi piace cosi' tanto la versione di Shleep, che questa finisce per deludermi un po'. Credo che sarebbe impossibile anche per il suo autore apportare qualsiasi miglioramento a una canzone che sospende il tempo, come e' Maryan in versione Shleep.

venerdì, 22 ottobre, 2010

 
Blogger Myriamba said...

ho sempre pensato che ci fosse una strana rassomiglianza tra lui e il prof Colucci, non trovi?
Miss Oceano, ieri sera ti ho pensata. Pare che il mio vicino le walks con il Sinclair le faccia proprio. Quando me lo ha detto "out of the blue" a momenti cadevo dalla sedia. 1 degree da Will Self :)

venerdì, 22 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Guarda, se Celestino e Wyatt si conoscessero nascerebbe un amore a prima vista. Li dovresti staccare a fine giornata. (Cele per altro e' un buon conoscitore dei cantautori italiani, oltre che un uomo buono, forte, saggio, molto colto, generoso e simpatico: uno dei miei eroi).

venerdì, 22 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

La recensione di Bertoncelli:
http://delrock.it/album/2010/wyatt-atzmon-stephen-for-the-ghosts-within.php
Ciao
a

venerdì, 22 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

L'avvocato e' sempre l'avvocato. Molto ben scritta, grazie.

domenica, 24 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

a me la "reprise" di Maryan piace; e il rap seguito a trovarlo un pugno nell'occhio che c'entra nulla col resto. come mettere il centre Pompidou in piazza San MArco, più o meno. Però il disco è confortevole e bello.

JC

martedì, 26 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Riascoltato con attenzione per giorni, e' un disco con punti altissimi, all'inizio e alla fine, e un po' di avvallamenti e discontinuita' in mezzo.

Il rap che dici non e' brutto di per se', ma allora avrebbe dovuto essere equilibrato dopo un po' con qualcosa di analogo. Cosi' e' come se, non so, Keith Jarrett avesse messo un assolo di Ritchie Blackmore un terzo dentro The Koln concert.

Adesso un po' esagero, ma il concetto e' quello.

martedì, 26 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

no, non esageri : è esattamente così.

JC Gelb, bitten by a Burropardo

martedì, 26 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

A proposito com'e' il nuovo Giant Sand? Lo consigli?

Vado a sentire Gelb al Cafe Oto tra 2 sabati, courtesy of Howe stesso e del nostro comune amico PJ che provvede gentilmente gli inviti (per i quali lo ringrazio).

Sara' un carnaio il Cafe Oto, di sabato sera, per Gelb...

martedì, 26 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Se ti soo piaciuti gli altri, sì. E' un disco da 7+, sintetizzando: nel senso che è il solito Gelb, che alterna colpi di genio e colpi di sonno (uno solo, alla fin fine), accompagnato dai danesi cn cu gira ultimamente. E' inferiore a Provisions, in ogni caso, ma pur sempre una bella cosa.

JC

martedì, 26 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

E' esattamente la ragione per la quale non sono corso a comprarlo: more of the same, mi sa.

A questo punto, preferisco riascoltare il mio consunto vinile di Valley of rain (almeno non mi arrabbio).

Tuttavia un ascolto a questo nuovo mi tocchera' darlo, perche' adesso e' saltato fuori che prima del concerto sono stato invitato a cena con lui, per cui un qualche argomento di conversazione al ristorante e' meglio che me lo procuri...

Poi ti dico com'e'. L'ho incontrato un paio di volte e mi e' sembrato di avere a che fare con due persone completamente diverse. Vediamo com'e' questa volta.

martedì, 26 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

a me sa di uno strambo assai. ma no è detto. ho intervista di recente michael gira e mi aspettavo un babau, sbagliando.

è un gentleman, per quanto abbia sottolineato la tendenza di noi giornalisti europei ad "astrarrei concetti". Amiercano al 100%, ma del tipo che ci piace...

JC

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Tornando a Wyatt, non voglio difendere a tutti i costi quel rap (proprio io, poi, che per il rap ho sempre avuto scarsissima simpatia) ma l'argomentazione che "c'entra nulla con il resto" -- e che quindi "avrebbe dovuto essere equilibrato dopo un po' con qualcosa di analogo" -- non mi convince. Non sta scritto da nessuna parte che un'opera d'arte dev'essere per forza unitaria: al contrario, la storia dell'arte (del Novecento e non solo) è piena di capolavori che contengono in sé elementi di disomogeneità, di discontinuità, di rottura dell'"atmosfera" da essi stessi creata. Semmai è la categoria del "confortevole" a sembrarmi del tutto estranea alla valutazione di una qualsiasi opera d'arte: mi rendo conto che magari Jarrett risulta tale per molti (anche se un assolo di Blackmore avrebbe probabilmente reso meno noioso il Koln concert) ma avete mai sentito qualcuno chiedere a Pollock di essere confortevole? O a Kubrick? O a Kafka?
Ciao
a

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

e chi glielo chiede? E' una sensazione che si ricava dall'ascolto. magari uno della papuasia lo trova non confortevole perché i suoi parametri culturali sono diversi. poi mi fermo qui, perché l'ultima cosa che voglio è sembrare Stefano Isidoro "Duncan" Bianchi. Sull'unitarietà, non so: ci sono dischi che spaziano in mille direzion e tutto si tiene (il white album , doolittle dei pixies...); qui, seriamente, mi pare che quel pezzo davvero non ci azzecchi nulla. e non è nemeno una gran cosa pure nel suo genere, tra l'altro. poi, Wyatt può fare quel che gli pare, ma se uno si trova a dover commentare il suo operato, non può esimersi dall'elencare dei fatti e le sensazioni che questi gli restituiscono. Contestualizzandoli, va da sé. una volta lo chiamavano "serio giornalismo musicale". Sta facendo la fine della tigre siberiana e dei panda.

JC

JC

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Di quello che una volta chiamavano "serio giornalismo musicale" faceva sicuramente parte "elencare dei fatti" ma non ricordo proprio che l'elenco dovesse comprendere anche "le sensazioni che questi (...) restituiscono" al serio giornalista culturale. Anzi, 'sta storia delle sensazione mi pare invenzione assai più recente ed è uno dei motivi per cui il "serio giornalismo musicale" "sta facendo la fine della tigre siberiana e dei panda".
Ciao
a

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Pero' non capisco Alessandro. Stai sostenendo che il "serio giornalista musicale" non deve scrivere delle proprie sensazioni, ma solo elencare fatti?

Non servono entrambe le dimensioni, a me che leggo la recensione di un disco?

Perche' non parlare o scrivere anche di sensazioni, dato che una delle funzioni principali della musica nelle nostre vite e' proprio quella di generare emozioni?

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Al "serio giornalista musicale" non chiedo di scrivere romanzi Harmony sulle sensazioni che la musica gli evoca, perché le sensazioni che evoca a lui non mi paiono più interessanti di quelle che evoca a chiunque altro.
Non so se generare emozioni sia davvero "una delle funzioni principali della musica nelle nostre vite" ma indubbiamente la musica genera emozioni: però le genera a chiunque e non ho bisogno che qualcuno salga in cattedra a raccontarmi quelle che ha generato a lui. Preferirei che il "serio giornalista musicale" mi desse strumenti per capire altri aspetti della musica che ha ascoltato e forse, se è il caso, anche per capire come accade che certa musica generi certe emeozioni, o che proprio quella musica generi proprio quelle emozioni.
Ciao
a

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

a me sembra che si stia scivolando in una situazione da "Gong" o "Muzak". Anzi, da dialogo tipo il Woody Allen di "Amore & Guerra"...

in ogni caso, ok i fatti e i lcontesto, ma se non ci si mette un qualcosa di proprio, si fa la fine del bollettino infomrativo: questo disco si chiama X, l'ha fatto Y, ci suonano Z e ZZ.
quel che risolve la questione, è lo scatto in più, lo scavare cosa c'è dietro i fatti, artistici e biografici. ci si prova a interpretare, senza troppi onanismi. che sono quelli che rendono le cose illeggibili, tranne a chi le ha scritte (ma non ci giurerei).

comunque, un OT di un certo livello, questo.

JC

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

E infatti le recensioni e i libri musicali migliori che conserviamo nelle nostre librerie e di tanto in tanto rileggiamo posseggono quello che definisci scatto in piu'. Quelli che offrono una lettura individuale, affiancata ai fatti.

Essere ben documentati e' essenziale, ma secondo me non basta.

Parere del tutto personale, ovvio.

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Una situazione da "Gong" o "Muzak"? Magari, nel senso che allora di musica si discuteva. Oggi -- con rare eccezioni come questa -- quasi mai.
Sull'argomento "critica musicale", più che il Woody Allen di "Amore & guerra" mi viene in mente quello di "Provaci ancora Sam" quando (vado a memoria) invita a casa una ragazza, mette su un disco di Monk e sbirciando senza farsi notare le note di copertine ne ripete il contenuto come se lo stesse pensando lui in quel momento.
Tornando a noi, ho il massimo rispetto per chi fa "semplicemente" informazione ma -- se lo scatto in più non è la descrizione delle proprie emozioni ma "lo scavare cosa c'è dietro i fatti, artistici e biografici", il "ci si prova a interpretare, senza troppi onanismi" -- allora sono assolutamente d'accordo con JC e con Fabio.
E sottoscrivo in pieno anche la considerazione che gli onanismi "sono quelli che rendono le cose illeggibili, tranne a chi le ha scritte (ma non ci giurerei)".

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

concordo sul fatto che nei '70 si discutesse animatamente sulla musica e sui suoi contenuti. è pur vero che certe prese di posizione dell'epoca oggi paiono forzate, frutto del clima sociale e politico aspro che c'era.

Io andavo alle elementari, e ho dovuto ricostruire le cose a posteriori (tranne quando finimmo nel mezzo di uno scontro in piazza Loggia - "quella" piazza Loggia), ma immagino che chi ci sia passato possa dire la sua con cognizione di causa e senza patetismi.

certo, c'era in giro gente come Bertoncelli, Mayer, Al Aprile, che aveva visto giusto su un sacco di cose (non ultimo un senso davvero "progressista" nella musica). Oggi è pur vero che si discure meno e con meno pienezza di argomenti, almeno da noi. E che spesso trovi gente che butta lì aromenti fumosi o si perde dentro la propria scrittura.

Che non comunica, come fa tanta musica attuale. non può essere un caso e mi sa che non lo è.

detto da uno che si rifiuta categoricamente di essere nostalgico (meno di Fabio, ecco ;P)

JC

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Io sono del '58 e dunque negli anni settanta mi sono fatto tutta l'adolescenza. Sì, nel dibattito sulla musica certe prese di posizione dell'epoca paiono oggi forzate (mi vengono in mente, per esempio, certe lettere degli Area a Gong) ma non per "un clima sociale e politico aspro", che io non trovai, forse in parte perché vivevo in provincia (ligure) e in parte perché gli "anni di piombo" sono anche molto una costruzione a posteriori che volutamente omette tutto ciò che non fu -- appunto -- piombo.
Sono d'accordo sul carattere non casuale della scrittura "che non comunica, come fa tanta musica attuale".
Neanch'io sono nostalgico, il che non m'impedisce di vedere che quelli furono anni migliori. Non per tutti, certo. E a livello strettamente personale il meglio, per me, è venuto dopo, ma in un contesto molto ma molto peggiore.

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Non credo si tratti di essere nostalgici.

Infatti, negli anni '70 ero troppo piccolo per analizzare cosa stava succedendo. Gli anni '70 che mi piacciono adesso, allora li ho visti con gli occhi e con la capacita' interpretativa minima di un bambino.

Quando ho iniziato a comprenderne la portata, quegli anni se ne erano andati, per sempre.

Oggi, piu' ne conosco gli eventi storici, l'atmosfera, la musica, il cinema, e piu' mi piacciono. Mi sono convinto che mi ci sarei trovato bene, meglio che nei decenni successivi.

Ma la nostalgia e' una cosa diversa. La nostalgia e' vivere aggrappati al passato.

A me sembra di vivere nel presente (tutti viviamo nel presente del resto, anche chi vorrebbe essere altrove), e di dare valore al passato da una prospettiva storica attualizzata, contestualizzata rispetto agli anni nei quali si svolgono le nostre biografie.

Che poi, come diceva Lennon, la vita e' quella cosa che ti succede mentre stai facendo altri piani.

Ma qui sto divagando troppo.

Di Al Aprile mi hanno parlato recentemente a Radio Popolare (Letizia Mosca, per la precisione) e mi sono convinto che mi sarebbe piaciuto molto averlo come collega della redazione musicale e amico.

Quando sono entrato alla radio pero' purtroppo Al ci aveva gia' lasciati. Andato via, proprio come gli anni '70.

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

quel che intendevo, scherzosamente, era che tu sei un filo più "però Reckoning..." del sottoscritto. Ammettilo: è il primo passo per superarlo o abbandonartici per sempre. :D

JC Automatico, per la gente

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Meglio di "Pero' Pride"... Ti ricordi? :D

Il discorso e' di fatto abbastanza complesso.

Gli anni '70 sono stati anni di ricerca: artistica, sociale, politica. Non a caso, quando sono terminati si e' parlato di riflusso (ti ricordi?), un fenomeno che per certi versi e' ancora in via di svolgimento. Come definire per esempio l'erosione dei diritti della classe lavoratrice, se non come un ritorno al passato?

Quindi, dipende da come vuoi interpretare il flusso del tempo, ma visto attraverso una prospettiva storicizzata, che e' quella che uso io, definire nostalgico qualcuno che ama un periodo ricco di avanguardie sociali ed artistiche (avanguardie ancora oggi), non ha un gran senso.

Per esempio, perche' considerare nostalgico chi ama, per dire, Hot rats, Metal machine music, Another green world rispetto a chi ascolta, che ne so, Rumer, Duffy, gli Arcade Fire, i Coldplay, ecc.?

Forse che gli Arcade Fire e i Coldplay sono piu' avanti, artisticamente, rispetto a Zappa, Reed, Eno...?

Io spero sinceramente che le avanguardie di pensiero degli anni '70 possano essere superate, lo spero ogni giorno. Vorrei che ci si evolvesse a partire da esse, che si riprendesse un discorso interrotto. Proprio per andare avanti, ma avanti davvero.

Per finirla con questo riflusso. Quello si' davvero nostalgico.

mercoledì, 27 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

la citazione su Reckoning partiva proprio da lì.... ;D

io credo che tutto sommato ogni epoca abbia la sua dose di rose e di porcate; è però un fatto che nei primi die decenni, quando la musica "pop" era giovane, aveva ampi margini di sviluppo e andava ovunque. come noi dai 15 ai 25 anni, ecco. siccome però non è l'universo, mica può espandersi all'infinito, e a un certo punto ha iniziato a guardare indietro. ma già nei '70 accadeva, all'inizio. pensa al glam e al suo guardare ai '50 come a un'epoca mitica da trasfigurare (Roxy Music in ciò esemplari); o ppure a fine '60, passata la sbornia psichedelica, tutti a fare country-rock. però, ecco un conto è fare le fotocopie del passato e un altro rielaborare quel messaggio di ieri in qualcosa di attuale.
io trovo che arcade fire siano un'ottima band, anche se il nuovo disco è sottotono rispetto ai primi due. le cose "eccitanti" del 2010, per me, però, stanno altrove. in gente che si nutre di infiniti ieri e metabolizza... arcade fire, all'inizio, lo facevano...

detto da uno che pitchfork makes him puke all ovah the table...

JC who would have loved to marry Linda Perhacs (or Ruthann Friedmann, as second best...)

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

la citazione su Reckoning partiva proprio da lì.... ;D

io credo che tutto sommato ogni epoca abbia la sua dose di rose e di porcate; è però un fatto che nei primi die decenni, quando la musica "pop" era giovane, aveva ampi margini di sviluppo e andava ovunque. come noi dai 15 ai 25 anni, ecco. siccome però non è l'universo, mica può espandersi all'infinito, e a un certo punto ha iniziato a guardare indietro. ma già nei '70 accadeva, all'inizio. pensa al glam e al suo guardare ai '50 come a un'epoca mitica da trasfigurare (Roxy Music in ciò esemplari); o ppure a fine '60, passata la sbornia psichedelica, tutti a fare country-rock. però, ecco un conto è fare le fotocopie del passato e un altro rielaborare quel messaggio di ieri in qualcosa di attuale.
io trovo che arcade fire siano un'ottima band, anche se il nuovo disco è sottotono rispetto ai primi due. le cose "eccitanti" del 2010, per me, però, stanno altrove. in gente che si nutre di infiniti ieri e metabolizza... arcade fire, all'inizio, lo facevano...

detto da uno che pitchfork makes him puke all ovah the table...

JC who would have loved to marry Linda Perhacs (or Ruthann Friedmann, as second best...)

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Accadeva già prima degli anni settanta: "I remember when rock was young" e già a Woodstock venivano ferocemente fischiati i già revivalisti Sha Na Na. Evidentemente il pubblico di Woodstock -- per quanto potesse essere sballato, fumato, in trip -- aveva una capacità di discernimento, un'attenzione a quel che ascoltava e una consapevolezza dei propri gusti (giusti o sbagliati, buoni o brutti che fossero) che oggi sono scomparse: ormai qualunque spazzatura musicale abbia più di 5-10 anni può essere materia di revival acritico, di riabilitazione ex post da parte dello Zingales di turno.
Ciao
a

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

e nessuno - tranne pochi pirla, vedi il sottoscritto - ha più il coraggio di dire la sua ai concerti. Del tipo "han fatto pena e ti spiego il perché".

D'un colpo, son tutti bravi: nasce uno Stravinksji o un Greg Ginn ogni minuto e i risultati, inftti, sono sotto l'occhio di tutti.

mazzate, si dovrebbero tirare.

JC, giornalista dilettante e inviperito

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Ieri un mio amico ha pubblicato un pezzo su www.giudiziouniversale.it/d/articolo/musica/non-suonare-non-ti-sento e il primo (e per ora unico) commento dice tra l'altro: "già Schonberg nell'introduzione al suo manuale dell'armonia identificava nel comfort (si legga: pigrizia) la continua riproposizione di schemi di pensiero musicale sempre uguali. Non composizioni, siamo molto prima, la pigrizia attanaglia; si promuove solo ciò che già si conosce e per motivi talvolta davvero poco nobili".
Ciao
a

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

a scanso d'equivoci, perlando di "disco confortevole" intendevo che scalda cuore e anima. nel senso di "conforto", non di "comfort".

JC "le piace Brahms? si abbastanza, ma lo Jagermeister è meglio."

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Come ascoltatore, non sempre cerco qualcosa di "challenging". A volte ricerco il conforto del quale scrive bene JC.

I vecchi vinili di Dylan, di Patti Smith, dei REM, degli Smiths non mi sembra "attanaglino", nonostante li abbia ascoltati centinaia di volte.

C'e' il giorno nel quale esci e provi un nuovo ristorante, e quello nel quale stai in casa e ti fai una bella minestrina.

La ragione per la quale ho smesso di andare a sentire concerti e' proprio la necessita', qui a Londra, di prenotare in anticipo. Con me non funziona. Non ho la piu' pallida idea di cosa vorro' ascoltare alle 21 del 15 novembre, mi spiace.

Uno dei vantaggi di possedere una discreta cultura musicale sta proprio nel sapere dove trovare quello che ti serve, quello che ti fa stare bene *in quel momento*.

Il conforto ha la stessa dignita' della ricerca secondo me, purche' una delle dimensioni non finisca per soffocare l'altra.

Dette tutte queste cose, mi sono spesso reso conto che e' la musica che ascolto in un dato momento a scegliere me, piuttosto che il contrario.

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Nel "discorso sulla musica" di quegli anni settanta che dicevamo, "consolatorio" era una categoria negativa, spesso attribuita ai cantautori intimistici o al consumo di canzoni di lotta (o pseudotali) in contesti estranei alla lotta stessa. Ma non solo.

L'arte deve servire a "far star bene"? Se sì, le mie domande sono le stesse che facevo prima a proposito di quel "confortevole" che sbagliavo a intendere letteralmente anziché nel senso di "confortante": avete mai sentito qualcuno pretendere che un'opera di Pollock, Kubrick o Kafka lo faccia stare bene?

Poi è ovvio che spesso un'opera d'arte che ti piace ti fa anche stare bene: non sempre, non tutte ma capita. Tuttavia non può essere questa la funzione dell'arte, se non in una prospettiva new age.

L'arte deve servire a qualcosa?

Un'opera d'arte è davvero paragonabile a una pietanza?

Ok, non hai la più pallida idea di cosa vorrai ascoltare alle 21 del 15 novembre: ma a un certo punto l'idea arriverà. Quando? Il 14? Il 15 verso le 18? Il 15 alle 20:45? Ci sarà sempre un momento anteriore nel quale dovrai rassegnarti a ritenere prevedibile che tra un mese, una settimana, un giorno, un'ora o qualche minuto (se ti trovi abbastanza vicino) vorrai ascoltare quel tale concerto. Oppure rinunci del tutto ai concerti...

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Dipende, credo, da cosa intendi per stare bene, Alessandro.

Evidentemente a qualcuno (e per riprendere un tuo esempio) i quadri di Pollock piacciono: attraggono l'attenzione e spingono ad approfondire, a comprendere. Altrimenti, immagino, le mostre di Pollock andrebbero deserte.

Si tratta in alcuni casi di un piacere intelettuale, e un piacere per definizione fa stare bene.

Anche leggere Kafka e vedere un film di Kubrick donano il piacere di pensare, riflettere.

Non sono piaceri consolatori, certo, ma mica tutti i piaceri devono consolare.

A volte ho bisogno di espandere i miei orizzonti, altre volte di ruminare: non tutti i giorni sono uguali. Di conseguenza quello che mi fa stare bene e' diverso ogni giorno.

L'arte deve servire a qualcosa? Credo di si': a generare emozioni, o a fare riflettere, per esempio, per chi ne fruisce. Come mezzo di espressione, per l'artista. In questo senso ha una enorme funzione sia individuale che sociale, a mio parere. Le sto attribuendo molta rilevanza, ma non credo troppa: nella mia vita, nella mia interpretazione del mondo, l'arte ha avuto e ha un ruolo centrale. E anche per te, immagino, dato che te ne fai promotore. Non credo tu promuova qualche cosa che pensi non abbia una funzione.

Non e' una pietanza certo, ma non solo le pietanze servono.

Sui concerti. Qui a Londra, spesso, i concerti vanno sold out in ore, attraverso passa parola e siti Internet. Tali ore, precedono a volte di mesi l'evento.

Piu' di una volta ho gioito per essermi accaparrato un ambito posto. E poi, la sera del concerto avrei voluto ascoltare tutt'altro: perche' le mie circostanze personali erano cambiate.

Se, come accade a molti, i gusti musicali sono circoscritti, credo che non sia un problema. Ma se, come accade a me, spazi tra classica e jazz, tra cantautori storici e avanguardie, ecc., e se la sera che vuoi ascoltare Lou Reed vuoi ascoltare Lou Reed e un disco di Joanna Newsom o uno di Ornette Coleman non c'entrano nulla col tuo stato d'animo, allora quella sera uscire per andare ad ascoltare Joanna Newsom o Ornette Coleman e' una forzatura.

Sono bravissimi tutti e tre, certo. Ma adatti a momenti emotivi diversi.

Dette tutte queste cose, abito a Londra da quasi dieci anni, e in questi dieci anni ho visto alcune centinaia di concerti (i primi anni, almeno due o tre alla settimana, tutte le settimane). Dopo un po' conosci tutte le venues, e molti degli artisti che ti interessano li hai visti 4 o 5 volte. Si tratta in molti casi di ripetere esperienze gia' fatte, e con decrescente entusiasmo.

giovedì, 28 ottobre, 2010

 
Blogger prospettive musicali said...

Francamente, non sono sicuro che l'arte debba servire a qualcosa: generare emozioni, far riflettere e servire come mezzo di espressione potrebbero essere "effetti collaterali" ma forse una delle caratteristiche dell'arte è quella di prescindere da qualsiasi utilità. Non sono un teorico dell'arte e non ho le idee chiarissime sull'argomento ma mi viene in mente un'analogia con chi diceva che il desiderio è tale quando prescinde dal bisogno.
Ciao
a

venerdì, 29 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

E' un discorso interessante.

Il professore con il quale mi sono laureato definiva in un suo saggio "cultura eccedente" quell'insieme di conoscenze che prescindono da un uso e utilita' pratici.

Tuttavia, osservava, la cultura eccedente permette di possedere mezzi di interpretazione e espressione che portano a una esperienza di vita ricca e soddisfacente.

Proseguendo nel suo discorso, mi verrebbe da concludere che un'utilita' esiste: non sono sicuro pero' che si tratti di una funzione o di un effetto collaterale.

venerdì, 29 ottobre, 2010

 

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