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Ambiente Uguaglianza Tempo

giovedì 4 novembre 2010

Forbidden (Frank Capra, 1932)

Ho sempre pensato che autunno e inverno sono stagioni perfette per rifugiarsi (dalla pioggia, dal freddo, dalla malinconia, dai ricordi, dai luoghi comuni) in cinema che proiettano vecchi film in bianco e nero in lingua originale.

Questo Forbidden e' un melodrammone di maniera, interpretato dalla musa di Capra, Barbara Stanwyck (proprio negli anni durante i quali lei rifiuto' una di lui proposta di matrimonio).

Il film dopo la prima mezz'ora si perde un po' in meandri drammatici di dubbia credibilita' (o io ero un po' stanco, non saprei), ma la prima parte e' un'autentica delizia.

E' la storia di una bibliotecaria di paese, Lulu, che un giorno ritira tutti i suoi risparmi, compra un sontuoso guardaroba e si imbarca in una crociera di lusso, alla ricerca dell'amore della sua vita (o di un cambiamento di vita radicale, in ogni caso).

Un uomo lo incontrera', i due si innamoreranno, e per un po' sembrera' che il sogno di trasformazione di Lulu si stia per avverare. Al ritorno pero' scoprira' che la realta' e' diversa dalle aspettative. Da qui nasce un dramma un po' contorto e convoluto.

E invece sono le scene dell'incontro tra Lulu e il facoltoso avvocato (nella cabina di Lulu), la loro cena, il loro ballo, i loro dialoghi, che mi sono rimasti impressi per la loro fresca leggerezza. In un certo senso Forbidden e' un film che tende a essere memorabile proprio dove e' piu' di maniera.

La rassegna del British Film Institute su Capra prosegue per un bel po', fino al 30 dicembre, quindi altri rifugi dal freddo con film in bianco e nero non mancheranno, e ve li raccontero' ancora qui.

23 Comments:

Blogger oceano said...

lei che invecchia senza indossare una ruga dice tutto della pena di donne che, senza matrimonio, non sono mai trattate da adulte, ma da vecchie bambine.

giovedì, 04 novembre, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

venerdì, 05 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Ricordo che una sera di qualche anno fa (ormai una decina credo) un'amica milanese disse: il mio timore e' quello di invecchiare senza essere mai stata adulta.

La frase mi rigiro' nella testa per giorni.

Oggi la considero geniale.

[Posso consigliare a tutti di pensare prima di scrivere? Il discorso non vorrei venisse banalizzato anche perche' non ho un post pronto da sovrascrivere con rabbia repressa a questo.

Non e' obbligatorio commentare, tanto meno di getto, a meno che si abbia qualcosa di costruttivo e interessante da aggiungere a quanto letto. A volte basta rileggere criticamente, e poi civilmente cancellare, senza battere obbligatoriamente post comment dopo avere scritto la prima cosa che salta in mente].

venerdì, 05 novembre, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

venerdì, 05 novembre, 2010

 
Blogger lophelia said...

il film confesso di non conoscerlo e mi dispiace, ma guardando la locandina mi viene da dire che la grafica di quegli anni era incredibilmente bella e "moderna".

venerdì, 05 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

E' una locandina memorabile, ci dev'essere il tocco di qualche artista Bauhaus. Vedi soprattutto lo sfondo superiore, elegantissimo.

venerdì, 05 novembre, 2010

 
Anonymous arte said...

La locandina infatti è bellissima.
Qualcuno mi può spiegare perchè ha il titolo in svedese?

sabato, 06 novembre, 2010

 
Anonymous Marco Reina said...

Ha il titolo in svedese perche' quella riprodotta da Engadina Calling e' l'immagine del manifesto utilizzato in Svezia (all'epoca dell'uscita del film) per la promozione.
Se ti interessa vedere il manifesto USA originale: http://www.impawards.com/1932/forbidden.html

domenica, 07 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Non ho avuto il minimo dubbio su quale scegliere per illustrare il post.

Quella svedese e' memorabile: per le linee del disegno, per i colori, per il layout, per il font usato.

Esemplifica assai bene il gusto e l'eleganza delle avanguardie grafiche di quegli anni in Europa.

domenica, 07 novembre, 2010

 
Blogger lophelia said...

quella americana è esilarante per le espressioni :D

lunedì, 08 novembre, 2010

 
Anonymous Marco Reina said...

E' proprio il bello della cartellonistica cinematografica di un tempo: ognuno scelga cio' che preferisce!
Era uso e costume infatti che ogni paese ove il film usciva producesse il proprio manifesto.
Se penso alla "Dolce Vita" ad esempio, esistono - tutti diversi -ben due manifesti (originali, vale a dire contemporanei all'uscita in sala della pellicola) italiani, uno francese, uno americano, uno argentino, uno giapponese e chissa' quanti altri ancora che ignoro.
Da un punto di vista collezionistico (ed il mercato dei manifesti cinematografici d'epoca e' particolarmente florido, specie negli USA) "vale" - in termini monetari - sempre di piu' il manifesto stampato nel paese d'origine del film.
Quindi, stando all'esempio che facevo prima, il manifesto/i italiano/i de "La Dolce Vita" e' piu' quotato di quelli di altri paesi.
Oggigiorno e' un'arte perduta per sempre.
Stessa minestra servita a tutte le latitudini. E tocca mangiarla.

lunedì, 08 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Lo -

Sembra la copertina di un romanzo di Liala!

Marco -

Di fatto ne' tu ne' io mangiamo quella minestra pero', essendo piuttosto indipendenti da quello che accade adesso.

Indipendenti che non significa non interessati. Personalmente mi interessa conoscere cio' che accade ora, certo. E pero' mi prendo la liberta' di concentrare la mia attenzione su periodi e generi non necessariamente contemporanei.

Mi e' capitato recentemente di parlare con giornalisti musicali giovani (trentenni) e constatarne la prospettiva legata esclusivamente al presente (e al futuro, dato che la discussione si e' concentrata su dischi ancora non pubblicati).

Captain Beefheart, Frank Zappa, Van Morrison, i Byrds, Leonard Cohen tutti spazzati via in un colpo solo da Arcade Fire e Bon Iver.

Sara', ma e' un approccio che mi convince poco. Lo trovo bidimensionale, privo di profondita'.

Un discorso che si puo' estendere al cinema.

Insomma, se mi appiattisco sul presente, fatemelo notare.

E, questa e' una certezza, qui non leggerete mai di un disco prima che sia uscito ufficialmente e l'abbia ascoltato una decina di volte, con calma.

Nessuna fretta, qui in Engadina.

lunedì, 08 novembre, 2010

 
Anonymous arte said...

@Marco Reina: Grazie! Veramente l'avevo capito, ma mi chiedevo se ci fosse una ragione particolare per questa scelta, a parte quella estetica che condivido.

@Lo: è vero, quello americano fa morire dal ridere! (Mi sei mancata particolarmente per riderci insieme... le facce!)

lunedì, 08 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Arte -

No, solo quella estetica. (Ti confesso che pur avendo compreso si trattasse di una lingua nordica non avrei nemmeno saputo dire con certezza che era svedese).

lunedì, 08 novembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

spezzerei una lancia anche a favore delle grafiche del "poliziottesco" anni '70, molto in auge ultimamente in Italia grazie al "botto" indie dei Calibro 35. Mereitatisismo, perlatro, ché si tratta di band sopraffina.

JC

mercoledì, 10 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Devo ammettere che e' un genere che conosco molto poco. Molto amato da Blob pero'.

I Calibro 35 non li conoscevo. Si saranno anche imparati a memoria Can you dig it? e altre analoghe raccolte, ma mi piacciono comunque molto.

Grazie per aver dirottato i miei ascolti da Trout mask replica JC. Non so per quale ragione stamattina mi sia venuta voglia di tirare fuori dall'archivio l'Ulisse della musica.

mercoledì, 10 novembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

E' pauroso, quel disco lì. Io sono almeno quattro anni che non ascolto una cosa beefheartiana: da che scrissi una marea di battute per Extra nella primavera del 2006. troppa full immersion all'epoca, mi sa... sto ancora "decomprimendo" ;D

JC "Kate Bush for breakfast"

mercoledì, 10 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Come svegliarti e la prima cosa che fai e' andare a vedere la sala dei Rothko alla Tate, ancora in pigiama.

mercoledì, 10 novembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Rothko è favoloso. Forza del colore puro che - più che a un termine come "minimalismo" - mi fa pensare a "essenzialità".

Provato a guardare i quadri ascoltando, che so, "Loveless" o gli Spacemen 3 come i Flying Saucer Attack o "Zeit" dei Tangerine Dream ?

Ma avevi la ciabatte, alla Tate?

JC reading too much John Barth

mercoledì, 10 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Fabio Synesthesia Barbieri ha detto:

Sono d'accordo con te. Molta musica minimalista con Rothko c'entra poco (Philip Glass, per dirne uno).

L'ultima fase di Rothko e' puro Popol Vuh ad esempio (o viceversa).

mercoledì, 10 novembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

alias la fantastica sindrome del "sembra non succeda nulla, invece ci sono variaizoni minime che in un sistema così essenziale sono fondamentali". Così che l'attezione del fruitore è stimolata al massimo. sempre che quest'ultimo non s'addormenti, beninteso.

A differenza di Cuor-di-Bue, dove accadono mille cose in quattor minuti e c'è un sovraccarico sensoriale che ritrovi - fatti i odvuti distinguo - in Albert Ayler, Ornette Coleman, King Crimson.

JC "would lik to have a Gila Monster in his office"

giovedì, 11 novembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

E l'inspiegabile paradosso e' proprio che solo diventando sensibile alle foglie riesci a orientarti nel magma sensoriale sovraccarico.

Solo comprendendo una nota per volta sei in grado poi di muoverti nella complessita'.

Ci vogliono pazienza e disciplina per imparare ad ascoltare. Poi pero' la ricompensa in termini di emotivita' scoperta e' immensa.

giovedì, 11 novembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

vangelo, my friend...

JC

giovedì, 11 novembre, 2010

 

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