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Osservazioni e ascolti

venerdì 10 dicembre 2010

Strokes, Is this it (Rough Trade, 2001)

Ultimamente i miei percorsi di ascolto sono diventati davvero erratici e a me stesso incomprensibili.

Non ho capito neanch'io come mi sia venuto in mente di riascoltare il primo disco degli Strokes. Il cui promo arrivo' nella mia cassetta della posta durante la mia prima estate londinese perche' lo recensissi sul Manifesto, e di quell'estate memorabile divenne colonna sonora, per poi venire archiviato credevo per sempre.

In realta', riascoltato a quasi dieci anni di distanza, Is this it resta un dischetto formidabile. Un aggiornamento dei Velvet Underground ritmici del terzo disco, immersi in una soluzione di Modern Lovers, Ramones, Television, Blondie, Talking Heads, Feelies, Smiths, REM, Pixies. La musica con la quale sono cresciuto, alla quale so di poter sempre tornare come si ritorna a casa.

Gli Strokes non dissero nulla di nuovo. Dopo Is this it non suonarono piu' una nota che valga la pena recuperare. Eppure alcune tracce di quel primo lavoro (direi la title track, The modern age, Last nite, Take it or leave it) restano esempi di rock come andrebbe sempre suonato, con la giusta energia, quella capace di fare stare bene, di lasciarsi alle spalle almeno un po' di grigia realta'.

Mi riprometto di ritrasmetterli presto a Prospettive Musicali, durante le vacanze di Natale (approfittando del fatto che sto preparando una puntata monografica dedicata a Rough Trade, vi rivelo).

Sentite come suona ancora bene Last nite.

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18 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Hanno azzeccato un solo, piccolo gioiello, ma concordo col tuo giudizio. Un esordio certo derivativo ma impeccabile e senza pecche. Io ho la versione americana, senza la "proibita" New York City Cops e con la copertina alternativa (anche questa censurata negli USA, roba da matti. Al posto del posteriore femminile una elaborazione grafica della traiettoria di atomi, come dire da un estremo all'altro...).
Nicola

sabato, 11 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

"Impeccabile e senza pecche", questo accade a scrivere appena alzati ...
N.

sabato, 11 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Ho la completa discografia degli Strokes (credo tre o quattro cd in totale) e sono d'accordo con te: niente di rivoluzionario, ma ogni loro disco viaggia su una buona qualità media, con tre o quattro canzoni eccellenti in ciascuno. Spero che la loro parabola non sia ancora terminata (ma è un po' che non si sentono).
Qohelet

domenica, 12 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Nicola -

Pensa che e' una versione che qui non ho nemmeno mai visto. Il fatto che si preoccupino di censurare gli Strokes dice molto del livello di liberta' di espressione nella Repubblica dell'iniezione letale, che ha il coraggio di spacciarsi per democrazia.

Qohelet -

Io posseggo solo il primo e il secondo loro disco, ma mi e' venuta voglia di riascoltare soltanto Is this it. Negli ultimi anni ho iniziato a interessarmi ad altro e ammetto di averli un po' trascurati.

lunedì, 13 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

rock con poco roll e molto anestetico che dopo 10 ascolti svela la sua natura di passatempo per annoiati figli di riccastri.

un antipatico e supponente JC

martedì, 14 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Da allora e' comunque andata sempre peggio, osservo' il redattore di questo blog, ascoltando in sottofondo un vecchio album di Meredith Monk...

Non lo so JC. Bisogna considerare anche il fattore anagrafico.

Se Is this it uscisse oggi non lo comprerei: ma credo, purtroppo, per sopraggiunti limiti d'eta'.

Il rock e' il mio passato. E' un mezzo che perpetua ricordi. Non posso piu' dire di sentirlo come quando avevo venticinque anni, ma del resto non so nemmeno se avrebbe senso.

martedì, 14 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

o come a venti anni. Però il nuovo Ex mi fa vibrare ed esaltare come un tempo, nonstante tutto. credo sia un pò la musica e un pò pure noi...

JC

mercoledì, 15 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Io difendo ad oltranza questo dischetto, abbiamo visto tanti figli di riccastri, in molti campi "artistici" fare molto di peggio.
Questi almeno hanno mostrato di avere ascoltato abbastanza rock dei tempi antecedenti alla loro nascita. Non è poco.
Nicola

mercoledì, 15 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

mi pare rock di cartongesso, da centro commerciale. lustirni su larga scala: poi li vidi dal vivo qualche mese dopo l'uscita di questo disco e mostrarono tutta la loro insipienza.

sembravano dei baccalà; dei manichini di Dolce e Voltagabbana.

JC

mercoledì, 15 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Io non li ho mai visti dal vivo, per cui non posso giudicare. Pero' a me, ripeto, sembra un disco dignitoso.

Domenica avevo un appuntamento da Rough Trade, e non ne potevo piu' che la persona arrivasse per scappare al piu' presto.

La musica dei ggiovani del 2010 quella si' e' davvero di cartongesso. Dei 100 dischi dell'anno di Rough Trade ne posseggo uno solo e gli altri se anche me li regalassero troverei una scusa per non ascoltarli.

Va bene, e' per questioni generazionali, ma davvero oggi trovo molta piu' freschezza nel jazz, nel folk, nella contemporanea, nella classica, nella world music che in qualsiasi disco rock uscito negli ultimi 5 anni.

(Ieri peraltro su BBC Radio 3 andava in onda un programma di musiche folk di Natale da tutto il mondo: a un certo punto ci hanno cacciato in mezzo Money dei Pink Floyd. Geni, sono dei geni).

mercoledì, 15 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Sia chiaro, non considero gli Strokes la più grande band in circolazione (ne esiste una ?), ma se penso ad altri gruppi con molto hype o che riempiono i concerti (penso a Franz Ferdinand e Killers o a quella pletora di "next big things" che abbiamo sentito in questi anni, e che al massimo considero possibile scaricare gratuitamente da torrent, l'esordio dei nostri è più che una spanna superiore. I loro lavori successivi sono pessimi, su questo pochi dubbi.
Per il resto concordo sull'idea di Fabio che le soddisfazioni maggiori arrivano da altri generi e altri territori.
Nicola

giovedì, 16 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Nei confronti di Franz Ferdinand, Killers e di tutte le band esaltate dall'NME e da BBC Radio 1, credo di non avere dubbi: mi infastidiscono.

Ma lo ripeto ancora una volta, e' probabile che se invece di essere nato nel 1965 fossi stato generato nel 1990, mi piacerebbero molto.

Stamattina ho comprato un disco di bluegrass e uno di musiche della tradizione sefardita (gli ebrei spagnoli).

Musiche nuove? Certo che no, ma per me nuovissime e fresche come una bella mattina di primavera.

Comprando il centimilaottocentoventisettesimo disco di musica rock della mia collezione credo che il risultato sarebbe uno solo: di annoiarmi fino alla depressione.

giovedì, 16 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Sfondi la più classica delle "porte aperte" caro Fabio. Io sto ascoltando in questi giorni le Suites per violoncello di Bach nella leggendaria esecuzione di Pierre Fournier e alcuni album di Cecil Taylor. Ma ho anche recuperato i primi Van Der Graaf Generator ("we're refugees, walking away from the life ...").
Questo parla da sé, direi.
Nicola

giovedì, 16 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Bach e' per me sempre una rivelazione. Non finisce mai di stupirmi per la sua modernita'.

Se ti piacciono le sue magnifiche suite per violoncello, ti straconsiglio (casomai non lo conoscessi gia') un altro compositore barocco, Heinrich Ignaz Franz Biber (vissuto qualche anno prima di Bach).

Le sue sonate per il Rosario trattavano il violino piu' o meno come Lee Ranaldo e Thurston Moore tratteranno le chitarre all'inizio degli anni 1980. Con una tecnica, infatti, che Biber chiamava scordatura.

Musica miracolosa, di una modernita' impressionante. Non a caso, io Biber lo scopersi a Other Music, negozietto indipendente di Manhattan amato dai Sonic Youth...

giovedì, 16 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Quando vidi gli Strokes in concerto a Milano durante il tour del loro primo album mi ricordo gruppi di 14enni con il loro cd in mano come se fosse oro. Quando avevo 14 anni vedevo orde di miei coetanei con in mano il primo cd degli Oasis come se fosse oro. Tra 10 anni vedro' altri 14enni con altri cd in mano e via cosi'...quello che faccio fatica a concepire e' come, al di la' di questi dischi, manchi la voglia di approfondire e tornare alle origine. Se ascoltando un disco degli Strokes decido di ascoltare vecchio rock x capire di chi sono "figli"...beh, quello a me pare il miracolo. Si puo' criticare il rock di oggi, ma mi metto nei panni di un adolescente oggi che vede tutto come una novita' e trova in queste band la sua forma di espressione. Io di anni ne ho 28 e ammetto che, nonostante tramite mio padre sia cresciuta con rock vecchia scuola, io nn c'ero quando i Velvet uderground pubblicaro i loro album o Patty Smith cantava "Horses" e forse questo fa si che quella musica nn sara' mai veramente "mia"...capite cosa intendo? Non mi vedo adolescenti tentare di approfondire qualcosa che nn vedono live su Mtv o su YouTube...

Elena

giovedì, 16 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Si', anche se poi, con gli anni, possiamo sentire come nostra anche musica che e' appartenuta a stagioni precedenti. A me succede con molti dischi degli anni '60 e '70, periodo nel quale ero solo un bambino.

Il rock negli anni si e' storicizzato. Non vedo grande differenza tra ascoltare una sonata di Bach e Exile on main street, Kind of blue e Harvest.

Poi certo, le modalita' di diffusione sono cambiate. Quando io ero giovane non c'era Youtube. Si leggeva Rockerilla, e poi si prendeva il treno e si andava a Milano a cercare i dischi dei quali si era letto, nei negozi che importavano musica dagli Stati Uniti d'America e dall'Inghilterra.

Ecco, sai cosa Elena? Io credo di essere rimasto piu' affezionato a quelle modalita' di ricerca e conoscenza, che a un genere di musica particolare.

Mi vedo sedicenne salire su quei treni, scendere a Milano Centrale, prendere la metropolitana, fare tanta strada a piedi, scartabellare tante vasche di LP, ripartire per tornare a casa con una bella borsa piena di vinili.

E sorrido. Poi chissa', magari i giovani di oggi sorrideranno rivedendo se stessi mentre per ore guardano la televisione MTV, o scaricano la musica sul computer, senza fare alcuna fatica, senza la necessita' di scegliere per via di risorse economiche scarse.

Io continuo a pensare che siano esperienze diverse, ma sono passati davvero tanti tanti anni da quando salivo su quei treni, e il mondo e' proprio cambiato completamente.

giovedì, 16 dicembre, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

bah, io di ani ne ho quasi 41 e Horses lo acquistai a 20. Lo sento "mio" più dei vari U2, Simple Minds e altre tamarrate autocompiacienti e nazional-popolari che erano "le band" dei miei anni. o supposte tali, per lo meno.

adesso ascolto i Jacobites, i Tinariwen e gli SS-20 con la stessa gioia ed esaltazione...

JC

martedì, 21 dicembre, 2010

 
Blogger Fabio said...

In questo preciso istante sto ascoltando la terza sinfonia di Beethoven. "La sento molto mia" se usiamo questa espressione per esprimere il fatto che si tratta di musica capace di esprimere i sentimenti che abbiamo dentro di noi. E Beethoven la compose circa duecento anni fa.

Pero' capisco quello che dite. Esiste un'eta' nella quale si sceglie di auto-rappresentare la propria generazione come diversa da tutte quelle che l'hanno preceduta, di esprimere stili e paradigmi nuovi, inediti.

Lo si fa per tre ragioni secondo me.

La prima, la ricordo ancora molto vividamente, e' una forma di contrapposizione con il sistema educativo, quella scuola cosi' appiattita sulla celebrazione del passato da far nascere, per contrasto, un grande amore per il presente e la modernita' (almeno quando andavo a scuola io, ma probabilmente le cose non sono cambiate molto negli ultimi trent'anni nella scuola).

La seconda credo che sia la non conoscenza del passato: come per il presente, perche' le esperienze culturali del passato ci appartengano e' necessario elaborare percorsi propri. E per questo ci vuole tempo. A volte, tutta la vita, e ancora non basta.

La terza e' un elemento di speranza e fiducia nel futuro che poi, gradatamente, un po' si perde (parlo per me, ma credo sia un'esperienza che i lettori di Engadina Calling condivideranno). E quindi il passato finisce per essere visto come zavorra che impedisce un rapido cambiamento.

Discorso lungo per dire che avete ragione entrambi Elena e JC: dipende dalla prospettiva temporale con la quale si guardano le cose.

Trovo invece un po' triste chi vive tutta la vita nel presente, senza sentire il bisogno di viaggiare nel tempo. Chi vuole essere sempre alla moda. Ridicolo invece, non triste, chi vuole anticipare i tempi: ma dove state correndo?

martedì, 21 dicembre, 2010

 

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