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Ambiente Uguaglianza Tempo

sabato 29 settembre 2012

"Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto ne' perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse? Io che avevo avuto le ambizioni di tanti, ma che mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate? Che avevo evitato il dolore e l'avevo chiamato attitudine alla sopravvivenza? Che avevo pagato conti e fatture, che ero rimasto in buoni rapporti con tutti il piu' a lungo possibile; io, per cui estasi e disperazione erano diventate da molto tempo giusto parole lette una volta nei libri? Uno i cui rimproveri a se stesso non lasciavano mai il segno? Beh, c'era tutto questo su cui riflettere, mentre sperimentavo un genere di rimorso speciale: una sofferenza inflitta a chi aveva sempre creduto di sapersi sottrarre al dolore, e inflitta, alla fine, precisamente per quella ragione".

Il senso di una fine

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4 Comments:

Anonymous Gio said...

Non ho ancora letto il libro da cui hai tratto queste frasi ma, come sai, mi riprometto di farlo a breve, per poterne parlare con maggior cognizione di causa.

In ogni caso, anche tolte dal contesto del romanzo, sono domande che ci pongono di fronte ad uno specchio impietoso e la conclusione, la sperimentazione della sofferenza inflitta a chi aveva sempre creduto di sapersi sottrarre al dolore, proprio da questa sua presunta "capacità", lascia spiazzati ed attoniti.
Spaventa un po'.

Eppure credo ci sia molto di vero in queste parole.
Sottrarsi al dolore non porta ad essere felici, anzi, alla lunga si finirà per soffrire proprio per essere stati incapaci di farlo, per non averne avuto il coraggio.

Io stessa mi riconosco in chi, troppo spesso, ha lasciato che la vita gli succedesse, in chi ha rinunciato presto alle ambizioni, in chi ha sempre pagato tutti i conti e cercato di mantenere buoni rapporti con tutti. In chi si è forse rimproverato, ma mai in maniera efficace.

Spero che queste frasi, che arrivano dirette come un ceffone, "mi" e "ci" invitino a riflettere sulla nostra capacità di sottrarci al dolore prima che sia troppo tardi.

E domani passo in libreria.

martedì, 02 ottobre, 2012

 
Blogger Fabio said...

E' un libro molto profondo. Mi ha molto colpito il modo nel quale la vita del protagonista viene narrata, in grande sintesi.

Come se una parte consistente fosse letteralmente volata via, trascorsa senza aver lasciato ricordi.

Si capisce che gli ultimi due post (questo e la citazione di Gaber) sono intimamente connessi?

"Per quanto mi sforzassi - e non ci riuscivo granche' - raramente mi ritrovavo a fantasticare su un'esistenza segnatamente diversa da quella che e' stata la mia. Non credo si tratti di rassegnazione; forse piu' di una mancanza di fantasia, di pretese, chissa'. Suppongo la verita' sia che, si', in effetti, non sono stato abbastanza eccentrico da non fare le cose che nella vita ho finito per fare".

Non e' il sogno rattrappito del gabbiano che ha perso l'intenzione del volo?

La conclusione del monologo di Gaber e' ben piu' che politica, non trovi?

martedì, 02 ottobre, 2012

 
Anonymous Gio said...

Assolutamente sì, si capisce che questo post e quello che l'ha seguito sono intimamente connessi e, non bastasse, con la citazione di questo commento il legame si fa ancora più stretto.

Il monologo di Gaber, che come ti ho detto vidi recitato da lui molti anni fa, in una delle ultime stagioni teatrali del "Signor G", ha un testo straordinario ed il finale, che hai citato nel post che segue questo, va ben oltre il suo contenuto "politico".

Trovo toccante e meravigliosa l'immagine di quest'uomo "che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana" e non ha più neppure il coraggio di sognare perchè la sua parte "libera", il gabbiano, ha le ali rattrappite e non può più volare.
Il modo in cui lo esprime - "senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito" - è qualcosa di unico. Il sogno rattrappito è un'immagine di una forza straordinaria.

Dovrei scrivertelo in un messaggio strettamente privato, stando a quello che hai scritto nel post di oggi, ma per questa volta lo scrivo qua, testimoni tutti (tutti...ma quanti? chissà?!): non lasciamo che i nostri sogni si rattrappiscano, continuando ossequiosamente ad attraversare le nostre sopravvivenze, che squallide non sono ma che, per citare Barnes, forse "mancano di fantasia, di pretese", forse non sono proprio quelle che avremmo voluto.

Proviamo davvero a far volare il gabbiano che è in noi, che, guarda caso, è la tua immagine di copertina sulla tanto vituperata pagina di Facebook.

giovedì, 04 ottobre, 2012

 
Blogger Fabio said...

Non e' una bacheca molto visitata questa, ma se posso contribuire a diffondere qualche idea lo faccio volentieri.

Di Facebook, come sai, soffro i commentini, i like, le battute, la frivolezza spinta alle sue estreme conseguenze.

Per cui scrivo qui, per cercare di non banalizzare tutto buttandolo a caso nel tritacarne della rete. Ma siamo rimasti pochissimi, qui. Che e' bellissimo in fondo, perche' ci si puo' permettere qualche grado di liberta', o di intimita', in piu'.

Mi sarebbe molto piaciuto vedere Gaber a teatro. Aveva una mimica davvero unica. Il video linkato credo di poterlo recitare con lui, l'ho visto cosi' tante volte che ne conosco ogni parola e ogni pausa.

giovedì, 04 ottobre, 2012

 

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