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Ambiente Uguaglianza Tempo

martedì 14 maggio 2013


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12 Comments:

Anonymous Anonimo said...

E' inutile, io l'arte moderna non la capirò mai
ciao
Auro

mercoledì, 15 maggio, 2013

 
Blogger Fabio said...

Nel 1974 la mia famiglia cambio' casa. Andammo a vivere in un appartamento che mio padre aveva fatto disegnare da un architetto allora piuttosto in voga, il quale lo convinse a comprare alcune opere d'arte contemporanea che a me, che allora avevo 9 anni, dovevano essere risultate spiacevolmente incomprensibili.

In presenza di quell'architetto, pronunciai proprio la frase che tu hai scritto, e credo pure di averlo fatto in modo piuttosto sprezzante.

Quel signore simpatico e paziente, inizio' a spiegarmi quei quadri come non si sarebbero meglio potuti spiegare a un bambino di 9 anni.

Non solo, ma mi diede con grande semplicita' una lezione che non avrei mai dimenticato, e che tutt'ora e' alla base della mia esperienza di appassionato di arte contemporanea cosi' come di ascoltatore di musica.

Mi disse che non e' necessario capire, e che e' piu' importante "sentire".

A 9 anni non credo di avere afferrato subito cosa intendesse, ma anni dopo ho compreso che si tratto' di una lezione davvero importante, e lo ringrazio ancora adesso.

Molto semplicemente, senza quella conversazione probabilmente non esisterebbero ne' Prospettive Musicali ne' questo blog.

mercoledì, 15 maggio, 2013

 
Anonymous Anonimo said...

Letta (credo) nel sottopasso della stazione FFSS: "senza l'arte avremmo bisogno di più spiegazioni"
ecco, appunto
mentre l'arte "classica" non ha bisogno di spiegazioni, quella "contemporanea" (in gran parte) ne ha bisogno, e quindi tradisce in parte le mie aspettative
uso le virgolette perchè non ho voglia di addentrarmi in disquisizioni per ora inutilisulla classificazione dell'arte, che forse non andrebbe neanche classificata, ma credo che ci intendiamo. Poi naturalmente non tutta l'arte contemporanea, Keit Haring mi piace mentre Picasso rimane per me uno che disegna facce storte. Invece Dubuffet, che non conoscevo affatto prima della mostra che vedemmo insieme a Milano anni fa, mi è piaciuto istintivamente
quello che apprezzo della tua foto è il fatto che la testa vista di spalle può sembrare parte del dipinto sullo sfondo: non so se fosse questa la tua intenzione, ma mi piace
ciao
Auro

giovedì, 16 maggio, 2013

 
Blogger prospettive musicali said...

La distinzione di Auro tra arte che ha bisogno di spiegazioni e arte che non ne ha bisogno mi pare cruciale ma non la farei coincidere con la distinzione tra arte "contemporanea" e "classica": semmai tra arte concettuale e arte non concettuale.
Come diceva Fabio, c'è tanta arte, anche moderna, che è possibile e importante "sentire" prima ancora che capire.
E – aggiungo io – c'è tantissima arte "classica" che di spiegazioni ha bisogno eccome: sicuramente per noi, che veniamo secoli o millenni dopo e non possiamo cogliere certi riferimenti senza spiegazioni, ma credo che spesso i simbolismi che conteneva la rendessero enigmatica anche ai suoi contemporanei.
E non penso alle cattedrali gotiche ma anche semplicemente ai tanti quadri su cui mia figlia di 10 anni mi ha chiesto spiegazioni in una recente visita al Louvre.
Tra tutti, l'ha colpita maggiormente quello dell'ignoto pittore della scuola di Fontainebleau che nel 1595 ritrasse Gabriella d’Estrees e la sorella, duchessa di Villars, che le tocca il capezzolo. Perché glielo tocca? Non avrei certo saputo rispondere senza leggere che l’anello tra le dita della donna potrebbe alludere all’auspicato matrimonio con Enrico IV oppure che il gesto è un richiamo all’imminente maternità della nobildonna, che tra non molto, infatti, darà alla luce il duca di Vendome...
Invece continuo a pensare che nel discrimine tra arte concettuale e arte non concettuale passi la differenza anche tra molte musiche che posso anche apprezzare ma senza coinvolgimento alcuno e altre che amo.
Ciao
Alessandro

venerdì, 17 maggio, 2013

 
Blogger Fabio said...

Auro -

Alla Tate puoi fare tutte le foto che vuoi, il che e' francamente fantastico (prova a fare una foto alla Pinacoteca di Brera, per dire).

Il nuovo allestimento della collezione permanente e' stato pensato in modo da dedicare le sale piu' raccolte della galleria ai Seagram Murals di Rothko (al terzo piano) e a tre nudi di Picasso (al secondo).

Sabato scorso ho pensato di fotografarli, perche' mi piace il senso di progressione che comunicano. I primi due sono molto armonici. Il terzo, e cioe' questo, fu dipinto da un Picasso che sentiva ormai avvicinarsi la fine, e i critici d'arte lo interpretano come un rifiuto di Picasso di accettare la morte: come se volesse comunicare con questi colori primari e l'energia delle pennellate un senso di vitalita' cosi' forte da sconfiggere la finitezza della vita.

Mentre la Gio' e io eravamo tutti presi dalla contemplazione, questo ragazzo si e' messo proprio tra noi e il quadro, e a me, come osservi anche tu, e' sembrato che la donna del quadro e lui si stessero osservando, stessero intessendo un silenzioso dialogo.

Cosi' e' nata questa foto, in modo del tutto causale.

venerdì, 17 maggio, 2013

 
Blogger Fabio said...

Alessandro -

Grazie per il tuo commento, che trovo davvero bellissimo.

Ti confesso che mi hai anticipato, nel senso che ieri sera quando ho letto il commento di Auro mi e' venuta in mente la stessa distinzione (tra arte concettuale e non) che fai tu, anche se con esempi diversi (nello specifico, la miriade di quadri esposti alla National Gallery che fanno riferimento a episodi mitologici o biblici pieni di significati simbolici che ignoro e quindi non posso capire se non me li spiega qualcuno).

Le ultime due righe del tuo commento sono magistrali nella loro chiarezza e stringatezza (mica si diventa giornalisti per caso :), e riassumono bene un discorso che facevo proprio ieri sera con il mio amico Marco Reina.

Dicevamo esattamente la stessa cosa, facendo riferimento a dischi che entrambi abbiamo acquistato dopo aver letto recensioni entusiastiche di Wire.

Molti anche apprezzabili, ma, se non "senza coinvolgimento alcuno" come scrivi tu, con un coinvolgimento puramente razionale, assai lontano da quel coinvolgimento emotivo che proviamo per i dischi che amiamo davvero.

Ancora una volta: bellissimo commento, che mi trova molto in sintonia con te.

venerdì, 17 maggio, 2013

 
Blogger prospettive musicali said...

Ti ringrazio, Fabio, per le parole di apprezzamento ma devo anche ammettere che per amor di "chiarezza e stringatezza" ho un po' semplificato.
Forse un po' troppo, perché in realtà non ci sono solamente opere che non hanno bisogno di spiegazioni e opere che non ne hanno bisogno: esistono invece livelli diversi di comprensione e coinvolgimento, che dipendono da quello che sappiamo o che siamo in grado di cogliere.
Probabilmente per capire fino in fondo Bach sarebbero necessarie almeno un'infarinatura di numerologia e di armonia, e la capacità di leggere sul pentagramma ciò che si sta ascoltando. E, per renderci conto se la musica di Beethovem o Liszt o Lennie Tristano fosse innovativa o mainstream, dovremo sapere quali caratteristiche avesse il mainstream nel momento in cui loro la componevano.
Poi certo c'è anche musica di cui tutto quel che devi sapere è che viene improvvisata davanti a te nel momento in cui l'ascolti; ma anche in quel caso conoscere la storia della musica improvvisata (della free music, del free jazz eccetera) donerà un prospettiva diversa -- più ampia -- alla tua fruizione, pur senza privare di legittimità o piacere quella "istintiva" (che però rischia sempre di sconfinare nel "mi piace la musica classicaperché mi rilassa").
Diverso è però il discorso sull'arte concettuale: la definizione corrente la identifica con "qualunque espressione artistica in cui i concetti e le idee espresse siano più importanti del risultato estetico e percettivo dell'opera stessa"; ma nel caso della musica concettuale trovo molto calzante la definizione data tempo fa dal mio amico (musicista) Jacopo: "quelle musiche in cui per capire le particolarità di linguaggio che le dovrebbero rendere speciali e interessanti bisogna leggere la partitura (o le note di copertina, o la biografia del musicista ecc.) perché altrimenti col solo ascolto sarebbe impossibile rilevare queste particolarità: in questi casi l'ascolto da punto di partenza per il giudizio diviene quasi corollario".
Ciao
Alessandro

giovedì, 23 maggio, 2013

 
Blogger Fabio said...

Resta parecchio vera pero', almeno per me, la corrispondenza tra musica che amo e musica per la quale l'ascolto diciamo cosi' "istintivo" e', come scrivi tu, punto di partenza e non corollario.

Quella concettuale e' musica che mi interessa, e molto, conoscere, ma che poi per varie ragioni finisco per non amare mai davvero.

giovedì, 23 maggio, 2013

 
Blogger prospettive musicali said...

Una musica concettuale può interessarmi se il suo concetto traspare dall'ascolto (ma in tal caso è ancora veramente musica concettuale?) e soprattutto se, pur non lasciando cogliere in trasparenza quel concetto, sta comunque in piedi da sola, per così dire.
Cioè se l'ascolto è in ogni caso punto di partenza e non corollario.
Ti faccio un esempio: ci sono brani di Matthew Herbert che partono da un concetto molto politico, però neppure lontanamente intuibile da chi non sappia che quel campionamento è il rumore di una stampante da cui escono pagine sui legami tra governi statunitensi e dittature sudamericane o che quel loop è ricavato da ritagli di giornale relativi al bombardamento dell'Iraq. Tuttavia l'esperienza di ascolto di quei brani è comunque intensa e non superficiale anche per il fruitore ignaro, benché questi non possa coglierne il concetto di fondo e quindi (in mancanza di altri elementi come un testo cantato) neppure la politicità.
Ecco, perché io possa amare una musica concettuale deve prima di tutto piacermi quella musica, al di là dei concetti che le stanno dietro: semmai la conoscenza dell'aspetto concettuale arricchirà l'ascolto anziché porsi come conditio sine qua non. In caso contrario, non sono interessato.
Alessandro

venerdì, 24 maggio, 2013

 
Blogger Fabio said...

A quello che dici aggiungerei, almeno nel mio caso, un elemento evocativo. Mi capita di amare musiche che mi evocano momenti, persone, luoghi che amo.

Invece l'interesse e' qualcosa di molto diverso. Al mio rientro a casa, stasera, BBC Radio 3 stava trasmettendo una composizione di Iancu Dimitrescu, eseguita da Stephen O' Malley dei Sunn O))).

Terminato quel pezzo, e' andata in onda un'intervista a Alvin Lucier, seguita dall'esecuzione di una sua composizione, che ricordava parecchio Cage e Feldmann.

Ho ascoltato molto interessato, pur sapendo che non si sarebbe trattato di musica che suscita in me grandi emozioni, ma piuttosto un coinvolgimento puramente intellettuale.

Musica che non amo, ma mi mi serve a esplorare aree l'universo musicale che considero stimolanti.

domenica, 26 maggio, 2013

 
Blogger CICCILLO said...

secondo me programmi di sala, note di copertina, cataloghi delle mostre, sinossi cinematografiche etc vanno lette DOPO.
allora hanno un senso e permettono di fruire nuovamente del film, dell'opera d'arte o del brano musicale in modo diverso e più consapevole.
e magari poi creare collegamenti imprevedibili con altri artisti e altre opere dello stesso artita etc.
poi però arrivatia un certo grado di conoscenza si rischia di non ascoltare o vedere in modo immediato e spesso questo porta alla noia o alla disaffezione.
dunque per me spesso l'arte concettuale pura è solo il sintomo di una mancanza di arte, cioè direi quasi di una bufala.
un esempio fra tanti è secondo me il sopravalutatissimo Luciano Berio, un non compositore, un intellettuale che oltre ad esprimere giudizi pesantissimi su suoi colleghi, grandissimi artisti che hanno cambiato la storia della musica europea del novecento come Messiaen per esempio, non è stato in grado di produrre nella sua pur lunga carriera un brano musicale che non necessitasse di una spiegazione a monte.
le sue cose migliori infatti sono arrangiamenti o riorchestrazioni di musiche altrui, infatti.

domenica, 26 maggio, 2013

 
Blogger Fabio said...

Ottima osservazione la tua Francesco, che condivido in pieno.

Non so cosa aggiungere, come sempre mi accade quando leggo un commento che riflette il mio pensiero.

Alcuni esempi: mi piace leggere i boards delle varie sale delle mostre che visito dopo aver visto le opere esposte in quella sala (e poi magari rivederle con una nuova consapevolezza); al British Film Institute danno schede per ogni film che vedi, ma le leggo la mattina dopo aver visto il film; ecc.

In quel modo, come dici tu, si rivive l'esperienza e la si approfondisce.

L'unica eccezione che farei e' il momento della scelta dei dischi da comprare, delle mostre e dei film da vedere. In quel caso, un'occhiata ai giudizi dei critici e' abbastanza essenziale. Ma appunto un'occhiata. Le recensioni si leggono dopo.

martedì, 28 maggio, 2013

 

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