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Osservazioni e ascolti

giovedì 29 novembre 2007

Just another diamond tape

[Vashti Bunyan, Camden Town, Gennaio 2007]


Ci sono dischi che, con questo tempo all the leaves are brown and the sky is grey, escono dalle loro custodie e da soli silenziosamente si infilano nel lettore. Tu te ne stai li' sul divano a leggere e fanno tutto loro, non devi nemmeno alzarti.

Quelli di Vashti Bunyan appartengono a questa categoria. Sono come i te' bianchi speziati ai chiodi di garofano e alla cannella che agli inglesi piace tanto bere sotto Natale. Se provi a fartene una tazza in Luglio ti fanno schifo, bevuti adesso diventano buonissimi.

La musica di Vashti schifo ovviamente non fa mai, anzi non e' mai meno che magnifica, ma in una serata d'inverno diventa assolutamente indispensabile. Del resto basta dare un'occhiata ai titoli di alcune sue canzoni: Winter is blue, If in winter, Girl's song in winter, Coldest night of the year. Il clima e' quello.

Quest'anno, a fare compagnia a Just another diamond day e a Lookaftering, finora gli unici due suoi album separati l'uno dall'altro dalla bellezza di 35 anni, e' arrivata questa doppia raccolta che si intitola Some things just stick in your mind. Qui in Europa la fa uscire Fatcat.

Il gioiello della raccolta e' il secondo disco. Che e' la versione messa su CD di un nastro registrato da Vashti nel 1964, prima ancora dell'incontro con Andrew Loog Oldham (piccolo ripasso di storia: il manager degli Stones e colui che oltre a Vashti che voleva trasformare nella Francoise Hardy inglese, in quegli anni scopri' pure Marianne Faithful).

E' un nastro registrato in uno studio di Chelsea. 12 canzoni una dietro l'altra, titolo canzone, titolo canzone, tutto cosi' per 23 minuti, non uno di piu'. Vashti voce e chitarra. Basta, nient'altro. Tutto immensamente fragile e sottovoce, come a non volere disturbare. Secondo me in quello studio Vashti ci era entrata in punta di piedi e poi, finito l'ultimo pezzo, se n'e' andata senza che nessuno la vedesse uscire.

Ma e' un piccolo miracolo quel nastro. Vashti dice che non sapeva nemmeno piu' dove fosse finito, e che non lo riascoltava nemmeno lei dagli anni '60. L'ha trovato recentemente suo fratello sulla soffitta di casa sua.

Vashti negli anni '70 non aveva una casa, viveva una vita nomade. Aveva lasciato tutto a casa del fratello. Guarda Vashti che devo vendere la casa le fa lui, se vuoi le tue cose devi venirtele a prendere. E lei niente, non lo ascolta nemmeno. E cosi' lui vende la casa, con dentro tutte le scatole dei ricordi di sua sorella: nastri in edizione unica, 45 giri, acetati, ritagli di giornali, tutto quanto.

Uno dice: fine, tutto perduto. E invece no. 5 anni dopo il fratello di Vashti, che si chiama John e a quanto pare e' uno un po' indeciso e gli piace tornare sui suoi passi, per qualche ragione ricompra la stessa casa. Entra, va in soffitta e trova ancora tutto li'.

Insomma, che oggi in una notte invernale riusciamo a scaldarci con quelle 12 canzoni fragili e' un po' un prodigioso frutto del caso.

Adesso, se non avete Just another diamond day, non finite nemmeno di leggere il post, mettetevi le vostre All Star migliori e uscite a procurarvelo. Se invece l'avete gia' rovinato, approfittate della pigrizia di quel signore che in 5 anni invece di liberare la soffitta se n'e' stato a bersi pinta dopo pinta in un pub di Chelsea.

Buone notti invernali e buon fine settimana. Ci sentiamo Lunedi'.

[Vashti Bunyan interview]

mercoledì 28 novembre 2007

Con tutti quei bei Tumblr e Twitter che ci sono in giro se non la pianti di scrivere post chilometrici perdi anche quei 10 lettori che sono rimasti

[Clerkenwell, Novembre 2007]

Ieri ha scritto Shane, il cane trovatello che ho adottato. Ogni tanto succede. Torno a casa, apro la cassetta della posta e c'e' una sua lettera. Le scrive lui, anzi per la verita' credo che le detti ma poi le firma proprio Shane con l'impronta della sua zampa.

Ieri mi ha mandato un calendario dell'avvento. Io che in generale nella vita sono una zitella acida, davanti a certe cose mi sciolgo.

Per aprire le lettere di Shane ci vuole la musica giusta. Gli Angels of Light per dire mica vanno bene. E neanche John Zorn. Ci vuole nel lettore un bel Crosby Stills Nash & Young d'annata, quelle robe li'.

Ieri la colonna sonora per quel momento tanto solenne, me l'ha fornita Kathy Smith. Kathy Smith e' la dimostrazione vivente che gli anni '70 non finiscono mai. Puoi continuare a scavare nel sottobosco di quel decennio per tutta la vita, e trovi sempre pepite che sono rimaste inspiegabilmente sepolte per tutto questo tempo.

I due suoi dischi, Some songs I've saved del 1970 e 2 del 1971, non si riesce a capire perche' nessuno avesse pensato di ristamparli. Per non esagerare, non si sa mai, ne hanno ristampato uno solo, il secondo resta ancora introvabile.

L'altra cosa che non si capisce e' come sia possibile che negli anni '70 Kathy Smith non se la sia filata nessuno. Voglio dire, Carole King, James Taylor, Jackson Browne, Neil Young di dischi ne vendevano a carrettate. Kathy Smith niente. Perche' mi domando.

Non ci perdo tanto tempo a consigliarvi Some songs I've saved. Basta ascoltarne poche note, si consiglia da solo. Alcuni dei lettori di London Calling si ostinano a mangiare la sbobba che passa il convento, cioe' a scaricare la musica dalla rete e solo quella che trovano nelle fogne del peer to peer. Questo disco non lo trovate da nessuna parte carissimi, non perdete tempo a cercarlo. Lo dovete comprare. Scrivere alla Fallout, tirare finalmente fuori quella cazzo di carta di credito e farvelo mandare a casa, come faccio io. Fatelo pero', e fatelo a cuor leggero, felici che qualcuno queste meraviglie le ristampi. Cosa c'e' di piu' bello che tornare a casa e trovare li' ad aspettarvi nella cassetta della posta un assoluto capolavoro? Niente, non c'e' niente di piu' bello.

E' sostanzialmente un disco folk, che oltre ai nomi che ho gia' scritto qua sopra ricorda tanto Linda Perhacs e Judee Sill. Usciva per l'etichetta di Richie Havens, la Stormy Forest, e questo spiega tante cose. Topanga, che apre il disco, lascia senza parole. Il finale soprattutto. Quelle spirali di archi e flauti che si perdono nel cielo piu' blu che abbiate mai visto, contrappuntate da una chitarra acustica che e' la California e gli anni '70 e ci siamo capiti e non c'e' bisogno che aggiunga altro. Meno di un minuto quel finale, ma non lo dimenticherete mai piu' per tutta la vita. Mai sentito nulla di simile, e di musica ne ho assaporata tanta.

Ma ci sono anche brani dagli arrangiamenti piu' essenziali, per voce, piano e chitarra. Altri con le tablas e il sitar, siamo pur sempre agli albori di quel magico irripetibile decennio di ricerca e sperimentazione e viaggi.

Poi va be', se volete saperlo l'ingegnere del suono era Val Valentin, lo stesso che si prendeva cura dei dischi di Zappa, Hazlewood, Velvet Underground. Ma che importanza ha tutto questo? Troppi nomi e informazioni non servono. Serve il cuore al posto giusto. Se l'avete, questo e' un disco per voi.

[Domani che e' Giovedi', vi ricordo la versione radiofonica del blog, su Radio Popolare alle 11.30 del mattino. Parleremo di Lee Miller, niente meno]

[Dusty Groove]

lunedì 26 novembre 2007

Viakal for heroes, music for zeroes

[Clerkenwell, Novembre 2007]

La signora che tiene amorevolmente pulito il mio appartamento si chiama Adriana. Settimana scorsa mi ha detto che sarebbe andata a trovare la sua famiglia, in Romania. Bene, che bello, un fine settimana? No, fino al 14 Gennaio.

La notizia mi ha gettato nella piu' nera disperazione. Domenica mattina mi sono alzato con una piva che non vi dico. Il pensiero di dovermi confrontare dopo tanto tempo con stracci spugne Hoover Viakal Cif e Cillit Bang si e' poi dimostrato ben peggiore dell'operazione stessa naturalmente, ma e' stato il passaggio dalla colazione all'infilare i guanti gialli di gomma che e' stato un trauma. In mezzo inevitabilmente c'e' stata un'ora di cincischiamento, e prendi in mano Wire e poi un libro e metti un disco e vai a vedere se e' arrivata la posta anche se e' Domenica, che non si sa mai che il postino avesse deciso di fare uno straordinario festivo per la prima volta nella storia della Royal Mail. Mi sono messo pure a fare foto alla bottiglia del Viakal con quel suo formidabile logo minimalista, per guadagnare qualche secondo prezioso.

Poi pero' il momento tanto temuto e rimandato e' inevitabilmente arrivato. L'inizio delle operazioni e' stato lentissimo. A un certo punto mentre ero li' che decidevo faccio prima il water no il lavandino no la doccia hanno suonato alla porta. Ho aperto ed erano loro. Da Athens Georgia a London UK. I Pylon. Tutti e 4, armati di Mocio e Vaporetto. Hanno infilato Gyrate nel lettore, ci si siamo messi tutti quanti con buona voglia e dopo un po' si andava in automatico senza piu' accorgersene, proprio come nelle pubblicita' prima del TG1.

Che disco Gyrate. La ristampa DFA contiene pure il singolo Cool, una traccia da un'EP del 1980 e quello che credetemi e' uno dei brani piu' belli del gruppo, un inedito tratto da un demo del 1979 nel quale la chitarra non va nemmeno tanto a tempo con il basso e la voce di Vanessa si sente appena. E pero' contiene dentro di se' Au Pairs Raincoats e Slits in un colpo solo. Un prodigio. Avevano tanti di quei capolavori da 3 minuti da pubblicare che quello se l'erano dimenticato.

Nelle note di copertina Fred Schneider dei B-52's ricorda quei tempi. Feste all'aperto, con i Pylon sul palco e i loro amici a ballare sul prato. Da uccidere per esserci. Provate a immaginare Stop it suonata in quelle condizioni. Don't rock and roll no e tutti fermi. E poi now rock and roll now e tutti a saltare per aria. Come un gioco, come tornare all'asilo, l'unico obiettivo nella vita che abbia senso.

Michael Stipe dice che Gyrate sta lassu' ai vertici della sua classifica personale, insieme a Colossal Youth degli Young Marble Giants 154 degli Wire e Entertainment della Gang of Four. Quattro titoli ancora oggi modernissimi e senza pari dopo tutti questi anni, dice.

I testi di Gyrate li avete mai letti bene? Dub che dice ci vediamo alle 4.30 in centro, ho voglia di vedere la tua faccia sorridente. Nient'altro. E te li vedi li' nel pieno del pomeriggio che si bevono un te' insieme questi due amici e capisci che basta poco per stare bene e sorridere, a volte pochissimo.

Volume apre Gyrate con un riferimento a un ingrediente fondamentale della loro musica, la danza. Vanessa danzava sempre, ruotando su se stessa come un derviscio. Alza il volume, puoi anche ballare! Non e' sbagliato, di Domenica, quando esci, non lasciarti scoraggiare, il volume e' piacevole, balliamo!

Feast on my heart e' ancora celebrazione e gioia di vivere: Abbassa le tue sopracciglia, sciogli le braccia, non ho scelto la tua tristezza, non c'e' bisogno di preoccuparsi, e' festa nel mio cuore.

Precaution, The human body e Danger sciolgono tensioni. Non c'e' bisogno di avere paura, basta prendere alcune semplici precauzioni. Ho sceso le scale e non sono caduta, mi sono tenuta al corrimano. Abbiamo i nostri corpi e abbiamo le nostre vite, dobbiamo proteggerli, proteggerli sempre. Stai attento, sii cauto. Meravigliosi, non riesco a dire altro.

Read a book invita a chiudere per sempre quel cazzo di televisione. Puoi imparare di piu' se ne fai a meno, leggi un libro, non avere paura.

Driving school parla di imparare a parcheggiare la macchina. E ti prende al punto che viene da pensare che tutte le canzoni del mondo dovrebbero parlare di quello e di nient'altro, nessuna esclusa anche quelle di Bocelli.

Vissero solo dal 1978 al 1983 i Pylon. I loro amici REM e B-52's in quegli anni stavano diventando enormi. Loro scomparvero nell'indifferenza generale. Ma nel cuore degli appassionati hanno lasciato un segno che nessuno potra' mai cancellare.

[Pylon, The Athens show]

venerdì 23 novembre 2007

Don't you forget about me

[New York, Aprile 2007]

E' da quando questa primavera passeggiando per Chelsea, Chelsea di New York non quella di Londra, sono rimasto folgorato dalla riproposizione di un'installazione di Gordon Matta-Clark (anche nelle arte visuali le cover di questi tempi vanno forte), che continuo a pensare a cosa doveva essere vivere a Manhattan negli anni '70. Per quelle strade, in quegli anni, incontravi assoluti visionari.

Visionario per eccellenza era Arthur Russell. Non ci vuole un genio per prevedere che quando uscira' il documentario sulla sua vita, all'inizio del 2008, in tanti riscopriranno questo formidabile, inclassificabile violoncellista dalla vita troppo breve, ma personalmente e artisticamente intensissima.

Originario dell'Iowa, a 18 anni Russell va a vivere in una comune buddista di San Francisco, dove studia musica indiana e conosce Allen Ginsberg. E' il violoncello di Russell ad accompagnare molti reading di Ginsberg in quegli anni.

Alcuni anni dopo, nel 1973, lo ritroviamo a New York, dove inizia a collaborare con Philip Glass, David Byrne, Rhys Chatham.

Ancora qualche anno dopo, quando nella comunita' gay della quale Russell fa parte impazza la disco music, comincia ad alternare dischi meditativi e astratti (non lontanissimi dalle atmosfere che oggi propone Antony) con produzioni orientate ai club, singoli registrati con alias come Dinosaur, Dinosaur L, Indian Ocean, Killer Whale, che gli daranno una qualche notorieta'.

Quando a soli 40 anni ci lascia, stroncato dall'AIDS, il Village Voice scrive: la sua musica era cosi' personale che sembra che lui sia svanito all'interno di essa. Dissolto nella musica, assorbito al suo interno come in un gorgo di suono. E quindi ancora tra noi. I grandi artisti non muoiono mai, si sciolgono all'interno della propria arte.

Da allora, era il 1992, il nome di Russell e' stato piuttosto dimenticato. Come e' possibile mi domando, ma una risposta come fai a trovarla. Ha fatto eccezione la solita eccellente Soul Jazz, che nel 2004 ha pubblicato una raccolta dei suoi lavori migliori sotto il titolo The world of Arthur Russell (che se state cercando, da Sounds of the Universe l'ho vista ancora ultimamente).

Dall'inizio di quest'anno invece il suo nome per fortuna si e' tornati a incontarlo da piu' parti. Ha cominciato Tracey Thorn, che nel suo disco di questa primavera ha incluso un'ottima cover di Get around to it. Poi e' stata la volta di un provider di telefonia mobile che qui in Inghilterra ha utilizzato un frammento di This is how we walk on the Moon in una pubblicita' che si e' vista davvero molto al cinema. E infine e' arrivata Rough Trade, che ha da poco pubblicato un bell'EP di sue cover. Solo quattro, ma davvero ben eseguite. Meglio di niente.

L'EP, che si intitola con sfoggio di fantasia Four songs by Arthur Russell, ne esplora il lato meditativo e intimista, quello che espresse magnificamente in dischi come World of echo (1986, registrato da Phil Niblock e probabilmente il suo assoluto capolavoro), Tower of meaning (1983) e Another thought (1994, postumo).

A interpretare le sue musiche troviamo Vera November (Verity delle Electrelane, qui da sola col suo pianoforte), Jens Lekman (che si accompagna semplicemente con una kalimba), Taken by Trees (voce sussurrata, chitarra acustica appena percettibile, clarinetto e fruscio lo-fi), Joel Gibb (con Jens Lekman al piano, nella cover direi piu' convenzionale delle quattro).

L'andamento di questi 19 minuti di musica e' autunnale e pensoso, adatto alla stagione, e insomma se avete un po' di tempo e non sapete cosa ascoltare nel fine settimana, il blog che state leggendo vi consiglia di cercare questo EP e naturalmente tutti i dischi di Russell sui quali riuscite a mettere le mani.

[This is how we walk on the Moon]

mercoledì 21 novembre 2007

Signora maestra non ho fatto i compiti perche' ieri non stavo bene

[Louise Bourgeois, Tate Modern, Novembre 2007]

Avete mai provato a fare qualcosa, qualsiasi cosa anche del tutto quotidiana, cucinare leggere scrivere, ascoltando Comicopera? E ci siete riusciti?

Perche' io ieri sera mi sono messo li' con le migliori intenzioni, il catalogo Tate di Louise Bourgeois un paio di articoli trovati in rete il blocco aperto davanti a me, tutto pronto per preparare la mia corrispondenza per Zoe di domani. Poi ho infilato nel lettore Comicopera, e per me doveva rimanersene li' in sottofondo mentre leggevo e prendevo appunti.

Invece stamattina il blocco era ancora li' piu' o meno come quando ho iniziato, bello bianco candido - che nella mia casa che e' tutta bianca sta pure bene, e' solo che non ho idea di cosa raccontare a Marina e ai suoi ascoltatori domani.

E pero' finalmente Comicopera l'ho ascoltato piuttosto a fondo. Se solo potessi parlare di quello.

Stay tuned apre il disco in tono minore. Sono particelle nell'aria/ non mi puoi vedere ma ci sono canta quella voce inconfondibile, ed e' gia' riunione di famiglia: Brian Eno ad accarezzare le tastiere e Annie Whitehead a soffiare nel trombone. Brano firmato Anja Garbarek. Un po' Glory box un po' Carla Bley.

Just as you are prosegue climi notturni e piovosi. Si apre ancora la porta della casa di Louth ed arriva la chitarra di Paul Weller ad accompagnare il discorso amoroso di Robert e Monica Vasconcelos che qui interpreta Alfie. A mio modo sono stato sincero/ Ho vissuto solo per te/ e ti ho sempre amata/ cosi' come sei.

You you e capiamo ormai qual e' il tono di tutta la prima parte del disco. Intimista astratto rarefatto. Arabeschi sospesi di sax e clarinetto, il solito Gilad Atzmon che incrocia i suoi strumenti con una melodia che e' canzone del mare a trent'anni di distanza da quella prima memorabile canzone del mare. Tu ci sei/ come una luce/ quando scende l'oscurita'.

AWOL e' jazz impressionista, sorretto da un contrabbasso caldo e profondo contrappuntato dal bombardino di Annie Whitehead. Siamo nella campagna inglese. Salutando treni/ che non vanno piu' da nessuna parte.

Anachronist chiude la prima omogenea parte del disco e dovrebbe essere uno strumentale. Ma a renderlo personale e unico sono i vocalizzi di Robert. Non siamo, in tutto questo primo terzo del disco, per nulla lontani da Rock bottom.

A beautiful peace scritta a quattro mani con Eno apre la seconda parte in tono piu' folkie e solare. Pero' e' un sole fragile e pallido. E' una bella giornata/ ma non qui.

Be serious introduce un elemento ritmico fin qui solo sottinteso. Weller torna a imbracciare la chitarra che usava ai tempi degli Style Council e Robert riprende il discorso interrotto con Just a bit: Invidio davvero i cristiani/ invidio anche i musulmani./ Dev'essere fantastico avere certezze/ come un religioso induista o ebreo.

On the town square introduce il vibrafonista Orphy Robinson che sara' protagonista di uno dei momenti piu' alti del disco, ma dobbiamo aspettare per questo la terza parte.

Mob rule la poteva solo scrivere un poeta, capace di trasformare la riunione di una commissione edilizia in lirica che e' disillusa resistenza. Un'altra ferita sta per essere inferta all'ambiente: A chi credere?/ Chi puo' sapere/ che cosa significa esattamente tutto questo:/ un esperto?

A beautiful war e' il mondo visto dall'alto di un bombardiere che sta per scaricare morte e distruzione. E' un peccato che perdero' lo scoppio,/ ma vedro' il video nel giro di giorni,/ e potro' vedere il replay/ della mia bella giornata. Missione compiuta, abbiamo portato la democrazia.

Out of the blue e' uno dei punti piu' alti di tutto il disco. Hai piantato la tua eterna/ rabbia nel mio cuore. Il tono e' cosi' diverso da quello della prima parte: piu' complesso nelle liriche, piu' esplorativo nei suoni.

Del mondo apre la terza parte, cantata in lingue diverse da quell'inglese che e' la lingua dell'alleanza anglo-americana. Qualcuno in una bella casa di pietra di Cerreto Alpi credo ascolti questa versione con un certo compiacimento. O forse lamentera' il fatto che rispetto a quella su The different you, in questa Del mondo la sua voce salmodiante e' stata espunta. Il nostro mondo adesso debole e vecchio,/ puzza il sangue versato infetto.

Cancion de Julieta e' musica di Wyatt su una lirica di Garcia Lorca. Quasi otto minuti che rimandano alla Liberation Orchestra di Charlie Haden, jazz internazionalista e libero. La voce galleggia sospesa e sale progressivamente verso la ionosfera. Un mare di suono./ Un mare di terra bianca.

Pastafari, e incontriamo ancora Orphy Robinson che tratta il vibrafono come fosse un gamelan, sospeso tra musica devozionale e sperimentazione di stampo jazz.

Fragment prepara alla conclusione mandando in frantumi Just as you are. Perche' non cambiero' mai niente di te,/ cerchero' invece di amarti.

Hasta siempre comandante di Carlos Puebla e' ritorno al passato, a quello collettivo e a quello personale di Wyatt - Te recuerdo Amanda e Yolanda. Seguiremos adelante/ como junto a ti seguimos/ y con Fidel te decimos:/ Hasta siempre, Comandante!

Il disco finisce. Torna per un attimo il silenzio. Mi alzo. Play. Il viaggio ricomincia. Chiudo il catalogo. Ascolto.

[Shipbuilding]

lunedì 19 novembre 2007

Il titolo di questo post e' lo stesso della terza traccia del primo album degli XTC


[City of London, Novembre 2007]

Larry Gagosian come persona ha l'aria di essere un po' uno stronzo. Kim Gordon dei Sonic Youth, che quando era giovane incorniciava litografie nella sua galleria di Los Angeles, ha detto all'Independent when I first met him I thought no one was going to take him seriously, he's such an asshole. He used to yell at us. It was a painful, awful experience working for him. He was very mean.

E invece. A prenderlo seriamente sono stati in tanti, dato che proprio nel numero in edicola questo mese, Art Review lo classifica come il secondo piu' importante gallerista del mondo.

Qui a Londra Gagosian ha un paio di gallerie (che si aggiungono alle tre di New York e a quella di Beverly Hills se non me ne dimentico qualcuna). Quella di King's Cross fa davvero paura. E' semplicemente uno degli spazi espositivi piu' belli che io abbia mai visto. Anche vuoto sarebbe da vedere.

L'ultima volta che ci sono passato, un paio di settimane fa, c'era questa mostra dedicata al cinquantennale della definizione di pop art, quella di Richard Hamilton, Pop art is: popular, transient, expendable, low cost, mass produced, young, witty, sexy, gimmicky, glamorous, big business...

Un altro se la sarebbe cavata con la solita rassegna di Hamilton, Rauschenberg, Warhol, Lichtenstein, Oldenburg. Un altro, mica Larry Gagosian. Se no non sarebbe il secondo principale galllerista del pianeta, vi pare?

Gagosian invece nella pop art ci mette dentro anche Hirst, Murakami, Richter (la copertina di Daydream nation, dato che abbiamo parlato dei Sonic Youth), Prince (la copertina di Sonic nurse, dato che abbiamo parlato dei Sonic Youth). Pure Twombly.

E allora capisci che si comportera' pure un po' da stronzo, ma e' uno che ha capito tutto. Poteva mettere dentro qualunque cosa in quella mostra. Oggi tutta l'arte del ventesimo secolo e' pop. La Tate Modern e' pop. Dal momento in cui entri e' un'esperienza pop con le scale mobili tipo Selfridges i caffe' con la vista sul fiume le sale vip i biglietti a tempo. Se andate a vedere la mostra di Louise Bourgeois, le sculture le hanno chiuse con delle corde. Erano state fatte per camminarci in mezzo, ma prima, non adesso. Adesso e' tutto pop e la folla pop domenicale un po' la devi tenere a bada. Qui potete entrare qui no.

In ogni caso. La mostra alla Gagosian l'ho vista con il mio amico Marco. Marco di dischi lui fa la collezione e conosce a memoria ogni nuova formazione. E Marco e io i dischi li abbiamo in mente sempre, in ogni momento, anche adesso. Avete presente Cosmopolitan che dice che gli uomini pensano sempre alla figa? Sbagliato, Marco e io pensiamo sempre ai dischi.

Cosi' mentre ero li' che osservavo l'armadietto trasparente dei medicinali di Hirst, Marco mi ha detto: pensa che bello avere un armadietto dei medicinali come questo come contenitore per CD.

E a me e' venuto in mente un breve dialogo che ebbi anni fa con Sarah Lucas a una private view di una mostra sua di Hirst e di Fairhurst alla Tate.

FB: Eh. Certo che. Chiamare la vostra mostra In the garden of Eden...
SL: Perche' no.
FB: Beh insomma. (Lunga pausa). Animali squartati e amputati apparecchiature mediche crocifissi...
SL: Eh ma l'Eden c'e', non lo vedi?
FB: No.
SL: Vieni. (Mi porta davanti all'armadietto dei medicinali di Hirst). Tutte queste pillole. Non e' l'Eden questo? Magari non per te, ma per molte persone non credi che l'Eden sia questo?

Ecco, questa conversazione mi e' venuta in mente.

I dischi come Prozac. Rough Trade come Boots. Novocaine for the soul. This is pop yeah yeah.

[Damien Hirst, The void, 2000]

venerdì 16 novembre 2007

Strangers in the night

[Screen on the Hill, Novembre 2007]

In fatto di cinema, non so se ve l'ho gia' detto, settimana dopo settimana mi sto convincendo che non c'e' niente di meglio per tenersi informati di un programma che va in onda sulla versione inglese di Al Jazeera. Credetemi sulla parola o ancora meglio andatelo a cercare in rete. Si trova facilmente, se ne trovano anche svariate puntate arretrate in You Tube. Si intitola The fabulous picture show ed e' sempre pieno di interviste vere a registi veri registrate in cinema veri con domande poste dal pubblico vero.

Recentemente hanno mandato in onda un po' di spezzoni dell'opera prima di un giovane regista israeliano che si chiama Eran Kolirin. Era cosi' bello quello che ho visto, una specie di incrocio tra Almodovar, Jarmusch e Kaurismaki, che sono uscito di matto e ho giurato a me stesso che questo The band's visit non l'avrei perso per nessuna ragione.

Una decina di giorni fa ho scoperto che lo avrebbero dato al buon vecchio Screen on the Hill. E adesso che senza neanche tanti preamboli e' tornata la stagione in cui la Domenica si va volentieri al cinema di pomeriggio, lo scorso fine settimana prima sono andato a bere un te' bello caldo nel verde di Hampstead Heath, e poi piano piano me ne sono sceso fino al glorioso schermo di Belsize Park.

Il film non e' bello, e' di piu'. Ti stringe il cuore e contemporaneamente fino dalla prima scena ti fa ridere e divertire e diventare i personaggi, che e' sempre la condizione fondamentale perche' a me un film piaccia.

La storia e' minima, semplicissima. I musicisti di una banda militare egiziana (guardateli nel trailer, vi prego) devono partecipare all'inaugurazione di un centro culturale arabo in Israele. Ma sbagliano pullman. E finiscono in un villaggio israeliano in mezzo al nulla. Qui scoprono che fino al giorno dopo non ci sono piu' mezzi e quindi non se ne possono andare. Il film racconta la loro notte tra in quel villaggio che decide di ospitarli.

E' pieno di silenzio questo film, con una direzione pressoche' inesistente e dialoghi che immagino improvvisati, di una naturalezza impressionante. Ci sono silenzi che dovrebbero andare avanti per sempre, non finire mai, andrebbe benissimo. La scena in cui Dina, la sosia israeliana di PJ Harvey, che e' quella che li accoglie, si mette il suo vestito migliore per andare al negozio di kebab con il comandante della banda, e il modo in cui si guarda nello specchio, sono di una sensualita' insostenibile.

E pero' non c'e' solo silenzio, c'e' anche musica, di quella che scioglie le tensioni e accorcia le distanze. Summertime cantata quando a cena non si sa piu' cosa diamine dire. Sunny ascoltata in una roller disco deserta cosi' triste da essere comica e da esserlo in modo irresistibile.

Ci sono tante scene terribilmente evocative per ognuno di noi nel film. C'e' l'attesa di una telefonata che forse non arrivera' mai, davati a un telefono circondato da un nulla che e' vuoto pneumatico. Ci sono dialoghi sempre piu' sparsi tra Dina e il comandante, su una panchina sotto le stelle, e l'attesa di un bacio che sembra ad ogni istante piu' lontano e impossibile.

C'e' questa tensione tra cose che succedono e cose che non succedono, ed entrambe sono altrettanto probabili, nel film proprio come nella vita, possibilita' vicinissime e conseguenze lontane anni luce.

E poi, tutto sembra finire proprio come e' iniziato. Ma non e' mica cosi', lo senti dentro che e' stata una notte importante, una di quelle notti nelle quali impari cose che non dimentichi piu', notti che succedono sempre per caso, quando meno te l'aspetti. Notti che non ti puoi difendere e che fanno di te quello che vogliono loro. E ti accorgi sempre di quanto sono state importanti che e' ormai troppo tardi. Per tornare indietro e riviverle. E restano dentro di te per sempre, cristallizzate nella memoria dove le puoi ripescare e finisci per ritrovarle ancora intatte dopo anni.

Poi certo, c'e' tutta la questione arabo-israeliana sullo sfondo del film, e il dialogo tra mondi che e' possibile, e forse basta anche poco. C'e' anche quello. Ma non mi sembra quello il punto centrale. Sarebbe sminuire un film che e' piu' grande di cosi'.

E' sull'incontro di esseri umani che arrivano da storie e vissuti diversi, non importa da dove e non ha importanza dove stanno andando.

E dopo arriva il mattino, ed e' ora di partire.

mercoledì 14 novembre 2007

E adesso voglio vedere chi dice ancora che vado a vedere solo film di registi cecoslovacchi morti suicidi

[Billy e Picatchu, (foto: R.)]

Il centro commerciale N1 e' fatto in modo che non puo' piacere a nessuno. Non significa nulla, anzi e' il nulla.

Non trasmette quel senso che tutto e' perduto che ti prende quando il bus per Luton ferma a Brent Cross, e ti guardi attorno e vedi tutte quelle luci e tutti quei colori sparati dentro occhi e cervello e ti rendi definitivamente conto che con tutti i South Bank e le Tate e i Barbican di questa citta' non ci sono cazzi, quello che davvero le persone le fa godere come bestie e' lo shopping elevato a credo e rituale salvifico, e un altro telefonino che fa i video, e un altro jeans a vita bassa - uniche inconfutabili definitive prove che siamo vivi e ggiovani e moderni.

No, il centro commerciale N1 e' una cosa che mette una tristezza senza fine. Per fare una roba simile tanto valeva costruire un condominio e non pensarci piu'. Invece no, si sono accaniti, ci hanno fatto pure dentro una piazzetta, manco avessero lo spazio per farla. E tutt'attorno, sorpresa, Gap, Starbucks, French Connection, Wagamama. Quando si dice avere fantasia.

Poi, non contenti di cotanto sforzo creativo, ci hanno pure aperto dentro una sala per concerti, che hanno chiamato Islington Academy, di un gelo impressionante. Ci ho visto una volta gli Stereolab e mi vergognavo per loro.

E per finire, cosa manca, ditelo voi, un bel multisala. Si chiama Vue e non l'avreste mai detto fa pure quello parte di una catena.

Al Vue intanto non ci sono le casse, una roba del passato evidentemente. Ti guardi attorno, le cerchi ma mica le trovi. Ci sono le macchinette. Metti dentro la tua bella carta di credito segui le istruzioni e opla' che esce il biglietto.

Poi sali delle scale mobili, convinto di arrivare alle sale. Ma va. Ti trovi invece in uno spiazzo francamente impressionante, un cerchio piuttosto grande e illuminato con una luce da allevamento in batteria dove attorno a te vedi soltanto gente che beve Coca-Cola da secchi e arraffa pop-corn da scatoloni pieni fino all'orlo, ma davvero, scatoloni, tipo quelli che le persone normali usano quando devono fare trasloco. Devi passarci in fretta in quello spiazzo perche' l'odore da' il voltastomaco.

E infine, dopo una curva a 90 gradi, vedi le sale. Una in fila all'altra, dieci in tutto. Se penso a una rappresentazione dell'angoscia penso a quel corridoio.

Va be', perche' ci sei andato. Per due ragioni. Primo perche' a me piace provare un po' tutto. E secondo perche' per quanto abbia setacciato ben bene Time Out per studiare se esistessero eccezioni, Ratatouille qui a Londra lo danno solo nei multisala. E allora tanto vale scegliere quello piu' vicino a casa senza sforzarsi troppo.

Insomma, Ratatouille. L'avrete gia' visto tutti o ne avrete letto fino alla nausea e poi ne parlano comunque ovunque. Pero' anch'io voglio dire una cosa. Ratatuille nel suo genere e' un capolavoro. E' fatto della stessa poesia della quale sono fatti gli Aristogatti e la Carica dei 101. Davvero. E' solo che ormai siamo grandi e non sembra, ma e' cosi'.

E poi c'e' una scena, tipo un quarto dentro al film, che e' da ieri che mi torna in mente in continuazione. E' dopo che Linguini (il nome piu' geniale della storia dei cartoni animati) decide di salvare la vita a Remy e di farlo uscire dal barattolo e di portarlo a casa. E' quando Linguini si sveglia, e cerca Remy, e lo trova sulla cucina che gli sta preparando la colazione.

E ci sono due padelle davanti a Remy. In una c'e' un'omelette che sta preparando per il suo amico Linguini. E nell'altra c'e' un'omelette che sta preparando per se'. E l'omelette che sta preparando per se' e' molto piu' piccola.

A me quell'immagine si e' stampata nella mente e non va piu' via. E adesso datemi del retorico e dello sdolcinato mieloso, ma per me quella scena rappresenta benissimo l'amicizia. Il mettere il tuo amico davanti a te. Cucinare qualcosa per lui, e intanto che ci sei magari fai qualcosa anche per te, ma decisamente piu' piccolo e meno importante. Perche' al primo posto c'e' il tuo amico, c'e' il fatto che tu vuoi che stia bene, che sia a suo agio, che sia felice. E ti prendi cura della sua felicita'.

Poi certo, ci sarebbero altre cose da dire sul film, ma quello e' il compito dei critici cinematografici, e io non sono capace di raccontarlo un film, posso solo dire quello che mi ha colpito, e in genere sono particolari come questo che mi restano dentro per giorni.

[Ratatouille]

lunedì 12 novembre 2007

Marley was a rolling stone

[Sounds of the Universe, Novembre 2007]

Io non sono mica tanto sicuro se mi piace il nuovo megastore di Rough Trade dalle parti di Brick Lane. Hanno voluto un po' strafare. Troppo spazio e troppo pochi dischi. Per quale motivo sprecare spazio per un caffe' in una zona dove ce ne sono gia' tanti, per dire. Apri una sezione dedicata a musiche davvero altre invece, quelle delle quali parla Wire (che ha la redazione li' a due passi, tra parentesi) e che qui a Londra continui a trovare solo grazie al mail order diretto dalle etichette, e tutti i negozi ignorano.

Prendete Other Music di New York o Dusty Grooves di Chicago, spazi decisamente piu' contenuti ma con identita' da vendere. Entri e sei dentro la musica, la loro musica, quel tipo, prendere o lasciare. Un'esperienza.

Quell'atmosfera ormai qui a Londra la respiri solo a Honest Jon's di Ladbroke Grove e a Sounds of the Universe di Soho. Che e' il tempio dove cercare tutto quello che e' black: reggae, rare grooves, funk, soul, tropicalia.

Al piano sopra il negozio ci sono gli uffici della migliore etichetta londinese degli ultimi anni, l'eccellente Soul Jazz. Nel deprimente panorama musicale di una Londra che vivacchia sul suo passato, quelli di Soul Jazz non si stancano di riportare alla luce dai profondi anni '70 pepite di 45 giri che poi rimasterizzano per bene e rimettono in circolazione ad uso di un pubblico di fedeli appassionati.

Tra le loro ultime raccolte (un volume di post-tropicalia, un paio di dubstep, uno di ritmi cubani) quella che fa saltare per aria e' Jamaica funk. Versioni da paura con ritmo in levare di Papa was a rolling stone, People make the world go round, Ain't no sunshine, e un po' di sorprese assortite senza una logica precisa. Il toasting ingrugnito di Jah Lloyd su base dub profonda come una notte senza Luna, inciso per la Upsetter di Lee Perry. Una traccia di Cedric Im Brooks, immaginate Fela Kuti and the Wailers, dove pero' alla batteria c'e Tony Allen, reggae-afro-beat mai sentito prima che nemmeno sapevo esistesse. Herman & the Aquarians, che ti aspetti di vederli mentre vanno al mercato con ceste di banane appena raccolte, reggae di campagna al quale secondo me si ispira tutto il Salento. I Chosen Few che Vito trasmette tutte le domeniche da vent'anni, quelli che cantano il lovers I love the way you love che avrete certamente sentito almeno una volta nella vita.

E alla fine stai bene. Il reggae fa quell'effetto li'. Vito, per dire, ne e' la dimostrazione. Perche' la Domenica quando sono li' in studio e faccio girare nel lettore Eliane Radigue e Morton Feldman un po' ne esco sfatto. Poi entra Vito, ma che cazzo stai mettendo, che roba e' sto ciaicoschi qua, e basta guardarlo che ti mette allegria. E io Reggae Radio Station ogni tanto mi fermo ma mica a sentirla, a guardarla. Lo vedi sempre felice Vito, e senti quei ritmi in levare, e capisci che e' importante sprofondarcisi dentro nel reggae, non semplicemente ascoltarlo, fare in modo che non esista piu' nient'altro, che sia il suo ritmo indolente a determinare i tuoi movimenti e il modo in cui prendi la vita. Arrendersi, abbandonarsi, lasciare che accada quello che deve accadere senza opporre sempre inutile resistenza. In fondo, Jah rules.

[Bob Marley's Struggle - The Rights Fight]

venerdì 9 novembre 2007

La Luna vista dalla Terra

[Gomo, Luglio 2007]

Ieri prima di scrivere questo post ho chiamato al telefono mia madre per confrontare i miei ricordi con i suoi. Ma Fabio, stai bene? Perche' vuoi che ti racconti dove eravamo il giorno dello sbarco sulla Luna? E' successo qualcosa? Per un attimo credo abbia pensato che fossi in una stazione della polizia britannica e che mi servisse un alibi per quel giorno.

Tutto coincide a come me lo ricordavo pero', ha solo aggiunto qualche particolare ma di incongruenze nemmeno una.

Lo sbarco sulla Luna, 20 Luglio 1969, e' il mio primo ricordo come posso dire diciamo cosi' globale. Avevo 4 anni. Prima ci sono solo ricordi chiamiamoli privati, che non vanno oltre l'ambito della famiglia. Il mondo, quando sei un bambino, finisce li'.

Quel giorno pero' fu diverso da tutti gli altri. D'estate si andava a Gressoney, Val d'Aosta. Si stava in una casa che si chiamava il Mulino e che era credo la cosa piu' prossima a un kibbutz che sia mai esistita nel territorio italico. O almeno, io non ho mai piu' vissuto nulla di cosi' comunitario.

Al Mulino c'erano tutte famiglie con i genitori della stessa eta' e i figli della stessa eta'. Il numero esatto non me lo ricordo, ma diciamo tipo cinque famiglie e una decina di bambini. Davanti al Mulino c'era un pratino e per andarci dovevi attraversare la strada, ma di macchine ne passavano tipo dieci al giorno e in quel silenzio le sentivi che erano a chilometri di distanza quindi in genere potevi attraversare senza farci troppo caso. In quel pratino si passava tutto il giorno a giocare, tranne quando ti mettevano gli scarponcini, lo zainetto, e forza bambini che andiamo a fare una passeggiata.

Quando la zia Bianca preparava una delle sue memorabili torte, potete stare sicuri che ce n'era una fetta per tutti nessuno escluso. Di televisione ce n'era una sola, a casa della signora Rosanna, e tutti si vedeva quella. Credo ci fossero un paio di canali allora, ma a Gressoney le montagne permettevano di vederne uno solo e neanche tanto bene. O guardavi quello che c'era, che di solito era Mike Buongiorno che torchiava qualche malcapitato, o andavi nel pratino a prendere il fresco.

Ma quel giorno nel pratino non c'era nessuno, tutti li' attorno alla tele. E in quello scatolone c'era Tito Stagno con un paio di occhiali da indieblogger, e tutti seduti su sedie poltrone posti tappeto ad ascoltarlo in religioso silenzio e ad aspettare quel fatidico momento, la navicella che si posa sul suolo lunare e gli omini che scendono piantano la bandierina raccolgono una qualche pietra si guardano un po' attorno e poi non sanno piu' che cazzo fare ed e' gia' ora di tornare indietro.

Ci sono andati sei volte sulla Luna e poi basta. L'ultima volta era nel 1972. Poi costava troppo dicono.

Poi va beh, in rete trovate tutto quello che volete sul fatto che non era vero, che hanno girato tutto in uno studio cinematografico del Nevada, e di come hanno fatto a ingannare tutti, compresi gli scienziati che hanno progettato lo sbarco. E che l'America di Nixon si era inventata tutto per distrarre l'attenzione dalle avventure indocinesi di quegli anni eccetera eccetera.

Ma chi se ne importa in fondo. Quel giorno resta per me importante. La volta successiva che ho capito che lo scatolone stava dando una notizia importante era qualche mese dopo, 12 dicembre 1969, Piazza Fontana, la strage, che ancora adesso quando ci passo per andare alla Cortina l'insegna della banca la vedo in bianco e nero con la nebbia. E si era quella sera nella casa di Salice Terme, solo papa' mamma e io piccolo, e gli sguardi dei grandi erano cosi' diversi da quelli di quel Luglio nel kibbutz tra le montagne.

Quest'estate a Milano ho visto Mario, il mio cugino di sei anni piu' grande, quello che mi ha fatto conoscere quella cosa che si chiama musica rock rovinandomi cosi' per sempre la vita. Mi ha parlato del Mulino e di com'e' oggi. Non lo riconosceresti piu' ha detto e mi e' venuta una di quelle tristezze che non mi e' ancora passata adesso.

[MOVIE TRAILER: IN THE SHADOW OF THE MOON]

mercoledì 7 novembre 2007

Fino a Mario Rigoni Stern ti seguiamo ancora si lamentavano i lettori ma se fai il Giovanni Lindo ce ne andiamo e non torniamo piu'

[Pieve di San Niccolo' di Capodimonte, 2005]

Quando sono arrivato a Londra, nel 2001, se sentivi BBC Radio 3 dopo le dieci e mezza di sera c'era sempre buona musica. Ricordo con nostalgia un programma intitolato Mixing It, cancellato qualche anno fa dal palinsesto. Andava in onda il Venerdi' sera, non lo ascoltava nessuno, ed era bellissimo. Come si intuisce dal titolo, i due conduttori mischiavano tutto quello che veniva loro in mente, pur sempre pero' in ambito di musiche indipendenti, sconosciute, coraggiose.

Poi c'era Late Junction, che fu fonte di grande ispirazione quando dovetti presentare il progetto di Prospettive Musicali alla direzione di Radio Popolare, e che ora e' stato ora ricacciato nel cuore della notte. A mezzanotte, mentre voi ascoltate Battiti (splendido programma di Radio 3 della RAI che sento ogni volta che torno in Italia), io ascolto Late Junction. Late Junction, lo so gia', fara' presto la fine di Mixing It: verra' cancellato senza troppi complimenti per far spazio a qualcosa di piu' addomesticato.

Altri programmi bellissimi che non ascolta nessuno sono quelli del Sabato notte. Prima c'e' Here and Now, trasmissione di musica contemporanea che e' tutto un florilegio di Cage Feldman Xenakis Savaskan Knussen. Subito dopo, attorno a mezzanotte, inizia Early Music Show, settimanale di musica antica. Tutta la musica che va dal Medioevo fino attorno al 1600, presentata come in un corso universitario di musicologia. Se sono in casa l'Early Music Show mi paralizza sul divano per un'ora buona, ad ascoltare la radio come se vedessi la televisione.

E' sul mio divano che un Sabato notte ho incontrato Biber. Heinrich Ignaz Franz von Biber, nato nel 1644 in Boemia, cappellano alla corte di Salisburgo. Potete ascoltare quello che volete, ma ve lo assicuro: non e' mai esistito un compositore piu' moderno di Biber. Se stasera tornando a casa dal lavoro si posasse davanti a me un disco volante, uscisse un alieno e mi chiedesse cosa intendiamo noi umani con il termine modernita' (ipotesi non del tutto probabile, va be'), lo inviterei a casa e metterei nel lettore le Rosenkranz-Sonaten di Biber.

Sono sedici sonate per violino, ispirate ai misteri gioiosi, dolorosi e gloriosi della tradizione cristiana. Alla vita di Gesu' Cristo, in pratica. Dall'annunciazione alla resurrezione e ascesa al cielo. Durano complessivamente oltre due ore, e ti lasciano senza fiato.

Quelle che preferisco vanno dalla sesta alla decima. Dall'agonia nel giardino dei Getsemani alla morte in croce. I nove minuti dell'agonia, la sesta sonata, stringono il cuore in una morsa. Contengono tutto il silenzio della notte e dell'abbandono, della contemplazione del sacrificio e della sua ineluttabilita'. Non li dimentichi piu'.

Poi arriva la flagellazione, e quel violino e' sangue che scorre. Sangue di un Uomo che e' stato anche un uomo, uno di noi come ha raccontato in anni recenti Saramago, e qui le sue parole si trasformano e quello che rimane e' musica, anzi Musica, purissima e assoluta.

La corona di spine che compare nell'ottava sonata e' scherno grasso, risate scomposte accolte da quell'Uomo con dolore nel quale si fanno strada il perdono e la comprensione.

Il trasporto della croce su per la montagna, la nona sonata, e' fatica e gambe che tremano, dolore e aggrapparsi agli ultimi istanti di vita prima di venire travolti da altro dolore.

La crocifissione, la decima sonata, e' confusione di curiosi attorno alla croce, e cercare la concentrazione per prepararsi alla morte, a soli trentatre anni, trentatre anni, prima che nell'ultimo frammento si generino un improvviso silenzio, e tutta quella lentezza: della morte, del cielo che si fa scuro, e poi della deposizione, del pianto di Maria. Nove minuti che sembrano eterni.

Con la resurrezione, undicesima sonata, tutto si trasforma come in un'improvvisa primavera di peschi e ciliegi in fiore e vento che spazza le nubi con forza. Il cielo e' di nuovo azzurro, ma azzurro come non lo e' mai stato.

Rosenkranz-sonaten vuol dire sonate del Rosario. A me, ascoltandole, vengono in mente il nonno Luigi e la nonna Maria che ogni sera appena prima di cena chiudevano la tele, prendevano le loro coroncine, e recitavano Ave Maria e Padre Nostro in serie aritmeticamente ordinate. Sembrano passati secoli. A pensarci adesso, sembra di aver vissuto in un mondo bellissimo, pieno di certezze semplici e profonde. Quei rosari dovevano proteggere i campi attorno a casa da grandine e siccita' e preparare ad affrontare una notte che nella campagna di allora era proprio buia e grande.

Poi e' cambiato tutto. Eppure io sono sicuro che nel loro mondo loro erano sereni, con i loro rosari, e il pane vecchio di tre giorni, e le castagne che scoppiettavano sulla stufa a legna, e quel nipotino che scorrazzava per casa, al quale non facevano mai mancare le gelatine di frutta e le caramelline rotonde di zucchero colorato che gli piacevano tanto.

[Mi stavo dimenticando di segnalarvi che domattina alle 11.35 chi vuole puo' ascoltare la versione radio del blog, all'interno di Zoe, su Radio Popolare]

[Biber sonata]

lunedì 5 novembre 2007

War what is it good for

[Atlas Gallery, Novembre 2007]

E insomma, dovevo vedere questa amica a Regent's Park dopo mesi che non ci si sentiva e una sua mail un po' allarmante che mi parlava di mondi che crollavano, edifici che collassavano, terremoti e frane e inondazioni, cose che succedono quando hai 23 anni eta' beata quando ci pensi adesso ma allora mica tanto. E ho sbagliato i tempi e per non arrivare in ritardo sono arrivato li' troppo presto.

E avevo la macchina fotografica e ho fotografato i cigni del laghetto, e un libro e ho letto un po'. Poi pero' dovevo farmi venire in mente qualche idea perche' mi stavo annoiando mica male. Un altro si sarebbe messo a fare i giochi del telefonino, io che non ho mai capito come si giocano mi sono ricordato la Atlas Gallery, piccola galleria specializzata in fotografi Magnum che c'e' dalle parti di Baker Street, dove non passavo da una vita.

La Atlas Gallery e' graziosa e perennemente deserta. Vuoi stare un po' da solo nel cuore della citta'? Vai alla Atlas Gallery. Non si sa perche', perche' fanno delle mostre sempre piuttosto belle, ma e' cosi', fisso.

Stranamente, questa volta non era vuota. Ci stanno facendo dentro una mostra che si chiama Genius of photography, che potevano pero' anche chiamare in qualsiasi altro modo. Roba bella, ma tutta scompagnata per periodi stili soggetti temi.

E mentre sei li' e la tua mente si rifiuta di accettare l'idea che tutto e' cosi' casualmente fuori ordine e ne cerca per forza uno come se stesse tentando di combinare un cubo di Rubik che al posto dei rosso blu verde giallo ha dei Cartier-Bresson Lartigue Weston Capa, a un certo punto vedi una foto che cancella all'improvviso tutte le altre. Succede sempre quando si entra in una galleria che un lavoro si stacca da tutto il resto, ma delle volte proprio quel lavoro gli altri li azzera e non li vedi piu', avete presente. Ecco, cosi'.

La foto l'avete vista tutti, credo che inizialmente fosse stata pubblicata sul National Geographic, mi pare addirittura in copertina. Il titolo e' Afghan girl at Nasir Bagh Refugee Camp, l'autore Steve McCurry.

La posizione nella galleria non so se riesco a descriverla. Allora. La Atlas e' piccola piccola per cui usano proprio tutto il muro che hanno a disposizione. In piu' e' e distribuita su due piani, terra e sotterraneo. Quella foto che azzera tutte le altre l'hanno appesa davanti alla balaustra della scala. Che parola strana balaustra, sembra il nome di una danza cosacca.

Cosi' tu ti puoi appoggiare alla balaustra, rilassare tutto il tuo corpo e osservare. Sei alla distanza giusta, all'altezza giusta, tutto perfetto. E pero' dopo un po' che sei li' non sai mica bene se osservi o sei osservato. Perche' prima in quegli occhi ti perdi, poi pero' sono loro a guardarti. A chiederti perche'. Perche' tu sei di qua, mica di la'. Tu sei al calduccio di una galleria d'arte in una zona opulenta di una metropoli occidentale, che ti stai preparando per passare un pomeriggio al parco.

Lei no, lei e il suo vestito con i buchi (eppure com'e' infinitamente bello quel vestito) ti stanno guardando da un campo di profughi di guerra. E te ne stai li' come un rimbambito, incapace di muoverti, pieno di domande, pieno di confusione.

Poi non ce la fai piu' ed esci. Piu' o meno davanti alla metro di Baker Street c'e' un'edicola che vende anche giornali internazionali. Scosto le Monde per vedere il titolo di Repubblica. Dieci italiani incappucciati armati attaccano quattro ragazzi stranieri indifesi. Per salvare uno di loro e' stata necessaria un'operazione chirurgica.

[Viviamo in un paese in cui la gente spara dalle finestre gridando "Vi odio tutti", in cui i bambini si impiccano non sopportando lo scherno e l'esclusione, in cui ragazzi di vent'anni si danno il turno a stuprare una quindicenne intercalando la violenza con giochini al computer: sono tutti fatti di cronaca, abusi commessi da italiani su altri italiani, disperazione tutta italiana, non mi sto inventando niente. Vogliamo cominciare a dire che non ci sta bene? Vogliamo spegnere i fuochi dell'odio, prima che il rogo ci annienti tutti? - Maria G. Di Rienzo, Il nodo in gola. E due passi da fare, in La Domenica della non-violenza del 4/ 11/ 07]

[Afghan girl at Nasir Bagh Refugee Camp]

venerdì 2 novembre 2007

Voulez-vous un rendez-vous tomorrow

[Institut Francais, Settembre 2007]

La Francia, per me, e' un po' come gli anni '70, la stessa cosa. Pur avendola attraversata, esplorata, aver letto libri francesi, visto film francesi, ascoltato musica francese, non avendoci vissuto ci posso costruire sopra tutte le fantasie che voglio.

Negli anni '70, ne sono certo, sarei stato un leader delle occupazioni. In Francia sarei una persona davvero felice e realizzata.

Un tempo Londra era un po' cosi'. Poi ho scoperto che anche qui ci sono riunioni di condominio e file dal dottore. In Francia, nella mia Francia, queste cose non esistono. E voi magari pensavate che in Francia ci fossero i dentisti.

Per andare in Francia da dove vivo ci sono due modi: l'Eurostar, che dal 14 Novembre partendo da King's Cross promette di portarmi dalla porta di casa al centro di Parigi in qualcosa come due ore e mezza. E il bus 14 che impiegandoci piu' o meno lo stesso tempo attraversa tutta Londra scaricandomi a due passi all'Istituto Culturale Francese di South Kensington.

Il primo costa qualcosa come 300 sterline per tratta, il secondo 90 pence, e quindi, in genere lo preferisco.

L'esperienza di visitare l'Istituto Culturale Francese conferma ogni volta quello che scrivevo piu' sopra: che se ci vivessi Parigi sarebbe per me un'accogliente casa, il luogo naturale dove vivere felicemente.

Non e' mai affollato, entri e ci sono tutti i giornali che vuoi, le cuffie per sentire la musica, la televisione francese sintonizzata su qualche canale nel quale trasmettono interviste a Foucault e documentari sulla Parigi di Sartre.

C'e' quello scalone davanti a te che fa tanto liceo francese, ti aspetti di vedere scendere da un momento all'altro due studentesse uscite da un film di Rohmer che come nei film di Rohmer conversano pacatamente di questioni filosofiche.

Il bistrot in questi giorni e' chiuso per refurbishment (e' chiuso per refurbishment da quasi un anno, ma non sottilizziamo), se no c'e' pure quello, dove immagino che se chiedi la Coca-Cola chiamano un buttafuori.

Il pubblico del Centro e' per lo piu' francese. Chi non lo e' parla comunque francese, se dici sorry quasi un po' ti vergogni, io che il francese non lo parlo me la cavo dicendo merci ogni volta che posso, arrotando ben bene la r, tipo non sono uno di voi ma ce la sto mettendo tutta.

La ragione per andarci e' il cinema. Un cinema che non e' come gli altri, e' tutta un'altra cosa. A me ricorda il cineforum del liceo, ma ancora meglio. Intanto e' meravigliosamente scomodo, di quello scomodo che segmenta il target: con noi o contro di noi. E se sei contro di noi, se non sei disposto a vedere 3 ore di film in lingua originale sottotitolato, allora vai a sentire Pete Doherty inglese di merda.

Di pubblicita' e trailer nemmeno a parlarne, si inizia subito e se sei in ritardo sono cazzi tuoi. Il pubblico. Il gruppo proprio piu' numeroso e' composto di due persone. Ma in genere sono tutti per conto loro e aspettano l'inizio del film leggendo un consumato paperback estratto dalla tasca della giacca (il velluto marrone a costine di questa stagione spopola).

L'ultimo film che ho visto, Domenica scorsa, era "I testimoni" di Techine', e non e' che mi sia tanto piaciuto, ma non e' mica quello il punto, il punto e' l'esperienza, che e' un viaggio, mica un banale andare al cinema.

E l'idea era quella di scriverci sopra un post sul film, avevo gia' il titolo "Cosa restera' di questi anni '80", e' tutta la settimana che ci penso. Ma e' un film cosi' doloroso, sul dramma dell'AIDS quando ancora la malattia non si sapeva come chiamarla, che prendere la cosa alla leggera mi sembrerebbe del tutto fuori luogo.

Lo consiglio pero', anche se non mi ha convinto del tutto. Oltre a scene drammatiche, si rivive quell'atmosfera, e' come entrarci dentro di nuovo negli anni '80, rivedere persone, risentire musiche, e capire che non li abbiamo ancora metabolizzati quegli anni, e che fanno ancora male e che dovremmo riviverli per poterci finalmente capire qualcosa.

[Les Temoins trailer]