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Un taccuino di brevi riflessioni su vita, arte, societa'

venerdì 8 agosto 2008

I followed this babe around for a while. She knew I was doing it, and didn't like it one bit

[Kristleifur Bjornsson, Mindi ; My Indian Flower - Tate Modern, Agosto 2008]


Dopo avere bevuto una cioccolata bollente per scaldarmi un po', e siamo all'8 Agosto secondo il calendario, e prima di iniziare un nuovo fine settimana che si annuncia di pioggia, vi racconto di una private view alla quale ho avuto il piacere di partecipare ieri sera in una Tate Modern pressoche' deserta.

La mostra che ho visto si intitola Street & studio. Sottotitolo: An urban history of photography. Undici sale, un po' un tour de force di quasi due ore. Retrospettiva che dalla meta' dell'800 a oggi ripercorre la storia di quello che e' il nostro linguaggio artistico preferito insieme alla musica. Con particolare attenzione al tema della citta' e delle sue trasformazioni, argomento sempre interessante.

L'ordine che si segue e' grosso modo cronologico, si parte dai pionieri e si arriva ai contemporanei.

Una piccola foto di una elegante coppia che in tutta fretta entra in un non meglio identificabile edificio mi ha colpito subito nella prima sala, quella dedicata ai precursori. In ritardo per qualcosa: una cerimonia, una cena, una festa. Incuranti della macchina fotografica. Il fotografo si chiama Henri Riviere e le sue foto sono tutte un po' fuori fuoco, le sue inquadrature apparentemente casuali. Tra i pionieri la mia preferenza va alle sue foto che sembrano prese in fretta e che risultano ancora oggi modernissime nella loro capacita' di cogliere un attimo, catturare un'atmosfera, raccontare una storia.

La seconda sala e' dedicata a foto di passanti. Si e' parlato qualche tempo fa nel blog di Lophelia di quanti scatti celeberrimi oggi verrebbero considerati violazioni della privacy. Straordinarie in questo senso le tattiche aggressive, voyeuristiche dell'olandese Ed van der Elsken. Durante un viaggio ad Hong Kong realizzo' una serie di fotografie seguendo un'affascinante donna per strada: I followed this babe around for a while. She knew I was doing it, and didn't like it one bit.

Davvero bellissima una foto di Joel Sternfeld, A lawyer with laundry. Vita urbana quotidiana, poesia minima di piccoli gesti, azioni ripetitive, e attorno la citta' che si muove nella sua sinfonia di normalita'. Chi ha visto The squid and the whale sa di cosa sto parlando.

Il tema della fotografia documentaria, che non puo' certo essere staged e che quindi implica l'inclusione di soggetti inconsapevoli di essere fotografati, ritorna spesso nel corso della mostra. Paul Strand, un altro fotografo che incontriamo nella prima parte, e' stato tra i primi ad esplorare la citta' nascondendo la propria macchina fotografica: I wanted to see if I could photograph people without their being aware of the camera. Alcune di queste fotografie diverranno importanti documenti, usati anche in campagne di sensibilizzazione sociale, ad esempio contro il lavoro minorile. Altre raccontano momenti di gioia, come la serie di scatti di famiglie abbracciate a un orso di peluche in un parco divertimenti di Berlino.

Una sala e' dedicata alla strada, come cartina di tornasole della situazione civile di una societa'. A colpirmi, piu' ancora degli scatti di Brassai e Cartier-Bresson, e' stata una foto di Manuel Alvarez Bravo, scattata nel 1934. Ritrae un lavoratore assassinato durante uno sciopero, steso sull'asfalto in una pozza di sangue, e ricorda immediatamente il primo piano ormai classico di Carlo Giuliani senza vita.

Non puo' mancare in una storia della fotografia qualche scatto di Cecil Beaton. Le sue foto trovo che contengano spesso un elemento di malinconia, di tristezza, che contrasta con le ambientazioni eleganti e la gioia forzata che intendono esprimere.

Veramente straordinaria una serie di foto di Philip Halsman, fotografo che in generale mi piace pochissimo, realizzata invitando varie celebrita' degli anni '50 a perdere per un attimo il controllo, spiccando un salto. The mask falls. The real self becomes visible. Sono stato davvero parecchio davanti alla foto di Marylin. Comunica gioia, e l'ho addirittura preferita alle sue immagini piu' celebri, quelle realizzate da Eve Arnold. Il contrasto con le foto di Diane Arbus, nella setssa sala, non potrebbe essere piu' marcato.

I trasporti pubblici sono in generale molto rappresentati nella mostra, e non potrebbe che essere cosi' volendo rappresentare la citta'. Particolari, se non bellissime le foto scattate nella metropolitana londinese da Wolfgang Tillmans: I have always associated the underground with incredible intimacy among people, without them wanting to be intimate with each other. Le foto si concentrano sulle strategie di difesa che mettiamo in atto per contrastare questa intimita' spesso non desiderata.

E restando sul tema dell'intimita', mi ha colpito, tra gli scatti dedicati al tema, una foto di Robert Doisneau che non ricordavo, The very strict intimacy, dove due sposi si avviano solitari verso un caffe' ristorante lungo una strada deserta.

Altro tema piuttosto ricorrente un po' per tutto il percorso della mostra, la fashion photography. Mi ha fatto piacere ritrovare una foto davvero classica di Bert Stern, che ritrae David Bailey sdraiato ai piedi di Veruschka von Lehndorff. Immagino abbia ispirato non poco l'Antonioni di Blow up. E poi, restando in ambito di fashion photography, molto fascinoso lo scatto di Kristleifur Bjornsson che ho rifotografato qui sopra, ottenuto affiancando tante fotografie formato A4.

Un po' pasticciato invece il finale, con video sostanzialmente poco interessanti. Meglio sarebbe stato limitarsi al linguaggio fotografico: immagino siano pochi i visitatori che hanno a questo punto la pazienza di sorbirsi video nei quali, in buona sostanza, non accade pressoche' nulla. Nel complesso pero' la mostra e' nello standard Tate, cioe' ancora una volta una mostra eccellente, pur nella dispersione di tematiche e stili. Una buona occasione per ripassare cose che si sapevano gia' ma sulle quali fa sempre piacere ritornare.

E con la colonna sonora di MIA, selezionata a caso dall'iTunes del mio computer, mai scelta fu piu' azzeccata, auguro a tutti un buon fine settimana, caldo (per voi) e pioggia (per me) permettendo.

[Street & studio]

2 Comments:

Blogger lophelia said...

Con i tempi rallentati dalla pigrizia estiva arrivo solo ora su questo succoso post.
Ho visitato la mostra attraverso le tue parole e le stanze virtuali...
resta centrale il discorso sulle limitazioni odierne alle riprese in esterni o in luoghi pubblici (in realtà il pericolo maggiore si direbbe venga dalle riprese private, a giudicare da notizie come il suicidio della ragazzina il cui ex aveva diffuso ampiamente sue immagini intime).
Il lavoro in metropolitana mi fa venire in mente quello pur molto diverso di Luc Delahaye, che aveva fotografato primi piani di ignari viaggiatori. Questo accadeva in tempi non sospetti, eppure ebbe dei guai con la giustizia perché uno degli ignari non fu affatto lusingato dal suo punto di vista. Le foto si possono vedere qui

http://www.artnet.com/magazine/FEATURES/sullivan/sullivan4-10-11.asp

ps: ma cos'è esattamente una private view?

lunedì, 11 agosto, 2008

 
Blogger Fabio said...

Meravigliose, ed eccellente il modo di accostare espressioni.

E perche' mai uno degli ignari avrebbe deciso di intraprendere un'azione legale? Che strano senso della privacy possiedono alcune persone. Io non fotograferei mai un soggetto meno che interessante e capace di esprimere un'emozione, cosi' come non fotograferei un paesaggio banale. Dovrebbe essere interpretato come un complimento.

Una private view e' quando tengono aperte le gallerie la sera esclusivamente ad inviti. Al che possono accadere due cose. Gli inviti sono stati distribuiti bene, a persone interessate, e non sono troppi. Oppure gli inviti, troppi, sono stati distribuiti senza criterio. Nel primo caso, la visita e' un'esperienza deliziosa, bel secondo infernale, ed e' meglio scappare.

In questo caso si e' verificata la prima possibilita'.

lunedì, 11 agosto, 2008

 

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