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Ambiente Uguaglianza Tempo

martedì 6 agosto 2013

# 1430

Dal Guardian:

“McDonald's has emerged as potentially the biggest zero-hours employer in the private sector after admitting that it employs 90% of its entire workforce in Britain, or 82,800 staff, on the controversial terms”.

Le condizioni di uno zero-hours contract sono semplici: “The employee agrees to be available for work as and when required, so that no particular number of hours or times of work are specified”.

Il rischio d’impresa si sposta cosi’ completamente dal capitale alla forza lavoro. Il lavoratore non sa quante ore lavorera’ quel particolare mese, e di conseguenza non puo’ prevedere il suo guadagno mensile, che potra’ essere anche uguale a zero.

Naturalmente, la chiamata e’ nominativa, e quindi il contratto si presta al massimo grado a ricatti individuali da parte del padrone. Meglio se stai al tuo posto senza dare noia, se no vieni considerato un rompiscatole e non ti chiamano piu'.

Ovvio che non esistono garanzie che il contratto non venga terminato senza preavviso, non esistono ferie, non esiste malattia, non esiste maternita’, ecc.

Questo e’ il capitalismo nel 2013 in uno dei Paesi piu’ ricchi del pianeta. A queste conseguenze, estreme e dolorose per i componenti piu' indifesi della societa', ha portato la tanto decantata flessibilita'.

Sempre secondo il Guardian, i lavoratori britannici con uno zero-hours contract sono gia' un milione.

6 Comments:

Anonymous Marco Reina said...

Questo tipo di contratto e' un abominio giuridico che la dice lunga sulla "civilissima" Gran Bretagna e sulle sue leggi che regolano il mercato del lavoro.
Te ne dico un'altra (che forse sai, forse no): nel Regno Unito non esiste il reato di usura, quindi certi prestano denaro(senza
incorrere nei rigori della legge) a tassi che si avvicinano al...4000%!
Morale: cerca di non essere povero nel Regno di Elisabetta.
Se invece hai danaro, sii il benvenuto, che caviale e champagne scorrono a fiumi lungo le rive del Tamigi.

martedì, 06 agosto, 2013

 
Blogger Fabio said...

Quello delle sperequazioni crescenti tra un 1% di super ricchi che pasteggiano a caviale e champagne andando da un ristorante esclusivo a un club in Bentley, e il 99% costretto a ingurgitare il cibo di pessima qualita' venduto da Tesco, e' un problema peraltro globale, che investe non solo i Paesi storicamente capitalisti, ma anche quelli emergenti.

Riflettevo qualche giorno fa su come il boom economico europeo del dopoguerra sia stato in fondo gestito piuttosto bene, in modo da distribuire il benessere, con un welfare che serviva a livellare le differenze.

Nei BRIC, dove il boom non e' stato gestito, si sono creati pochi super-abbienti, ma per il resto della popolazione poco e' cambiato, e l'accesso all'istruzione e alla sanita' resta un privilegio.

Leggi anche cosa sta succedendo negli Stati Uniti, dove il 40% dei lavoratori (quasi meta') oggi guadagna meno del salario minimo del 1968:

http://www.zerohedge.com/news/2013-08-05/40-us-workers-now-earn-less-1968-minimum-wage.

Interessante la conclusione del giornalista:

"most Americans are way too busy watching Toddlers & Tiaras, Honey Boo Boo and other mindless television programs to be bothered with the real problems that our country is facing".

Non accade solo negli Stati Uniti, purtroppo.

martedì, 06 agosto, 2013

 
Blogger Paolo Gardinali said...

Sono d'accordo: McDo non è una compagnia GB. Questo è un trend globale, risultato dell'appiattimento verso il basso degli standard che ci sta portando in direzione del XVII secolo.

giovedì, 08 agosto, 2013

 
Blogger Paolo Gardinali said...

Ehm, intendevo il XVIII. L'impoverimento degli stati, la crescente disuguaglianza, le privatizzazioni massicce: il neoliberismo del collasso finanziario ha paradossalmente vinto l'ultima battaglia contro i welfare state occidentali socializzando i costi del proprio fallimento.

giovedì, 08 agosto, 2013

 
Blogger Fabio said...

In Italia si parla dell'attuale governo come "inevitabile".

Non fa nulla per risolvere i problemi, ma e' "inevitabile".

Ora, va bene che ci vogliono mezzi culturali piuttosto sofisticati per discutere di politiche economiche anti-recessive, ma credo proprio che non ci voglia un genio per comprendere che questa compagine di parassiti sociali che non ha fatto altro che rinvii va mandata a casa con le buone o se necessario con le cattive.

E invece pare che l'opinione pubblica italiana si beva pure questa. Dicono perfino che, con un prodotto industriale giu' del 2% in un quadrimestre e una disoccupazione alle soglie del 13%, la ripresa e' vicina.

"Alla fine dell'anno" dicono, con sprezzo del realismo dato che la fine dell'anno e' tra 4 mesi.

La gente ci crede o fa finta? Questo non capisco.

E cosa ci vuole per risvegliarla, la gente, se anche la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti del sistema finanziario globale non basta? A questo punto non lo so proprio piu'.

giovedì, 08 agosto, 2013

 
Blogger CICCILLO said...

Fabio, molti non se ne accorgono neppure.
e chi se ne accorge è chiuso a riccio nella difesa individuale.
quello che immagini tu, e che auspicherei anch'io, non è più possibile in un paese che non concepisce più nulla che sia collettivo, non un contratto, una battaglia o una protesta più o meno civile ma nemmeno la natura, i cosiddetti beni comuni e figuriamoci i servizi pubblici che ormai vanno pian piano scomparendo. inoltre la maggior parte delle persone non sa nulla, non è informata e noi che siamo qui a parlarne più o meno informati e acculturati facciamo pure la figura degli intelletuali che non siamo.
perdona il pessimismo.

venerdì, 09 agosto, 2013

 

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