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Osservazioni e ascolti

giovedì 28 febbraio 2008

Nemmeno un cowboy in tutta Bloomsbury

Largo all'avanguardia pubblico di merda ha detto ieri un Pippo Baudo convinto di presentare il Sonar. Tutto dipende dalla prospettiva con la quale si guardano le cose immagino. Uno puo' pure convincersi che There will be blood e No Country for old men siano capolavori e dicano chissa' che. A me hanno detto molto poco. Mi hanno intrattenuto, certo. Ma, in fondo, che cazzo me ne frega di seguire la vita di un petroliere americano dell'inizio del secolo scorso o la fuga di un cowboy che scappa da un serial killer con una borsa piena di soldi e poi alla fine muore. Bravi, ma basta.

Il cinema che amo e' un altro. Parla del presente, il presente me lo sgrana davanti agli occhi con le sue contraddizioni. E' profondamente personale e intensamente politico. E' figlio di Fassbinder e Antonioni. Quando esci dalla sala lo continui a vedere tutt'attorno.

The edge of Heaven di Fatih Akin ne e' un bell'esempio. Non tanto la prima mezz'ora, che c'entra relativamente con il resto del film rappresentandone una premessa non necessaria, quanto piuttosto la storia dell'amore tra Ayten e Lotte. Ayten che scappa dalla Turchia dove e' indagata per terrorismo, arriva nel campus di Amburgo e qui incontra la bella e idealista Lotte.

Ho paura di rivelare troppo e mi fermo qui. E' questo sempre il limite che si incontra parlando di cinema su un blog. Vorrei raccontarvi cosa succede, perche' Ayten e Lotte si ritroveranno in Turchia, il rapporto della madre di Lotte (Hanna Schygulla, spettro degli anni '70 che si aggira per tutto il film) con le due ragazze, che e' il rapporto tra due generazioni diverse ma per certi versi simili. La madre che a Istanbul era stata mentre cercava di raggiungere l'India in autostop (Negli anni '70 era la cosa giusta da fare dice) e la figlia che in quella citta' arriva all'inseguimento di un amore impossibile.

Poi esci dal Renoir, cammini per Bloomsbury, passi vicino alla sede dell'unione studentesca, e Ayten e Lotte ne vedi quante ne vuoi.

Di petrolieri e cowboy con borse di denaro invece nemmeno l'ombra.

[The Edge of Heaven (Auf der anderen seite) by Fatih Akin]

mercoledì 27 febbraio 2008



[Scuola di tango, Clerkenwell, Febbraio 2008]

lunedì 25 febbraio 2008

Reversing history





[World's End, Camden Town, Febbraio 2008]

E' stato un fine settimana cosi' pieno di cose che mi sembra impossibile siano successe tutte in due giorni. Per parafrasare ancora una volta quello che diceva Wiseacre Meristemi, Sabato al World Food Cafe', a Londra puoi fare il giro del mondo in autobus.

Colonna sonora del giro del mondo di questa settimana e' stato l'ultimo album di Steve Reid. Che adesso vive a Lugano, il posto dove ti aspetteresti di trovare chiunque tranne che Steve Reid. Un po' come Lee Perry che mai ti immagineresti che viva a Zurigo. E pero' il suo ultimo lavoro lo e' andato a registrare in Senegal. Si e' pure portato dietro Kieran Hebden dei Four Tet, che per fortuna non ha combinato grandi danni. Ma gli altri musicisti li ha trovati tutti li', neri come una notte senza luna.

Steve Reid lo sapete, era il batterista di Martha & the Vandellas, e poi negli anni '70 ha suonato davvero con tutti, da James Brown a Miles Davis, da Sun Ra a Fela Kuti. E' un po' come Tony Allen, Steve Reid. Non lo ammazza nessuno, e' sempre in pista.

Daxaar e' uscito per Domino l'anno scorso, e pare che sia stato presentato pure al Barbican, solo che io dovevo essere distratto da altre cose e quindi l'ho recuperato solo una settimana fa.

La spiega del perche' Reid sia andato in Africa a registrare la sua musica la facciamo raccontare da lui: I knew how much Trane wanted to go to Africa and he inspired me to go. Art Blakey, my first inspiration, also spent a lot of time in Africa because it was the root. So, I went on a freight liner, it was carrying diesel engines, it only cost 75 dollars. I took my drum set... it was really strange, we got to the Canary Islands and changed to another boat, I remember it was called African Moon on Pharaoh Lines. This guy came running up to me and said, "Are you the drummer?"... as they were unloading my drums had fallen in to the sea and I was like 'Oh no...' but then, to me, it was like a baptism. I thought, this is heavy 'cause to me I was like recreating the slave journey backwards. I was reversing history.

Io stavo (e sto ancora) cercando una versione contemporanea di Philip Cohran, soul music con profonde radici africane, e non e' proprio che possa dire di averla trovata. Ma non ci siamo lontanissimi. E' solo molto piu' groovey in senso contemporaneo. Con parecchi riferimenti al Miles Davis di Agartha e, soprattutto, In a silent way. Pero' immaginate una versione per certi aspetti meno levigata e colta. Piu' istintiva e, appunto, africana.

Ma non so se sono riuscito a rendere l'idea. Per fortuna ho trovato un bel video, con frammenti delle sessioni di registrazione e di un concerto tenuto in un club di Dakar. Buona visione.

venerdì 22 febbraio 2008

At last I am free



[Fika, Brick Lane, Febbraio 2008]

Inevitabilmente, affondando le mani nella black music dei profondi anni '70, ti capita di doverti confrontare con il free jazz.

Sembra quasi una brutta parola free jazz, come psicanalisi e proletariato. E pero' se vinci una naturale resistenza iniziale, ti si apre davanti un mondo di colori sonori vivissimi in perenne trasformazione. E' sbagliato dire che il free jazz si contrappone al bebop e al jazz modale. Troppo debole come frase. Il free jazz il jazz modale lo fa a pezzi.

Albert Ayler, Cecil Taylor, Ornette Coleman il jazz lo riscrissero dalle radici, guardando i propri demoni negli occhi, precipitando in quel vuoto gravitazionale dove non esiste piu' nessuna regola. Senza di loro non sarebbero stati possibili John Zorn, William Parker, Ken Vandermark.

Meno noto di tutti loro, per il carattere piu' episodico delle sue incisioni, e' stato Bill Dixon, classe di ferro 1925, tutt'ora attivo. Il suo ultimo disco, per dire, e' strepitoso. In questi giorni non riesco letteralmente ad ascoltare altro. Lo ha inciso con Rob Mazurek del Chicago Underground Duo e Trio, piu' tutta una serie di musicisti del giro Tortoise/ Gastr Del Sol, da Jeff Parker a John Herndon a Jeb Bishop, che insieme si fanno chiamare Exploding Star Orchestra. Mai nome fu scelto meglio. Il free jazz e' un'esplosione di luce impazzita, ecco che cos'e.

Sono tre tracce in tutto, la piu' breve lunga 18 minuti. Un continuo alternarsi di improvvisazione e composizione, escursioni individuali e riunioni corali. Il segreto e' amarla questa musica. Scegliere di amarla intendo. Mettersi in ascolto con attenzione, dedicarle tempo. Lei non viene verso di te di certo. Ti devi mettere un po' d'impegno. Ma poi.

Le due tracce scritte da Dixon sono free jazz di quello che potete immaginare se conoscete un po' gli standard del genere. Peraltro suonato impeccabilmente. Momenti fragorosi si alternano ad altri ispirati e meditativi, prendendosi i propri tempi.

La traccia di Mazurek invece e' un po' un'altra cosa, con vibrafono e campane tubolari che si intrecciano in modo sorprendente con i fiati, ognuno dei quali sembra andare per conto proprio ma miracolosamente suona in concerto con tutti gli altri. Non puoi fare nient'altro ascoltando un disco come questo. Ti siedi e contempli la musica. Ti lasci trasportare. Un'esperienza.

Nota finale di merito alla Thrill Jockey, che in un mese ha infilato due uscite di assoluta eccellenza una via l'altra (l'altra e' l'esordio degli Human Bell).

[Stamattina mi hanno scritto dalla Endemol di Roma per non so piu' quale trasmissione, dicendo che vorrebbero che andassi in televisione a raccontare le cose che scrivo qui, come se la radio non fosse abbastanza, chiedendo addirittura se le scrivo io. No, ovvio, ho un ghost writer che mi scrive il blog mentre io sono a giocare a golf. Mah.]

mercoledì 20 febbraio 2008

Rialzati, Africa!



[Barbican, Febbraio 2008]

Io sono sempre un po' a disagio quando vado a un concerto di world music, un po' come se andassi a casa di amici di amici di amici che non ho mai visto. Non e' la mia musica, e' una storia che non mi appartiene, della quale non faccio parte. Sono cresciuto con quella cosa anglo-americana che si chiama rock, nelle sue forme e varianti piu' indipendenti e meno classificabili se volete, ma insomma ho sempre ascoltato/ scritto di/ trasmesso quella cosa li' e non altre.

E a me il pubblico della world music fa pure un po' impressione. Tipo che se Giovedi' suona Baba Maal li vedi arrivare con collanine senegalesi, borse dell'artigianato somalo, acconciature preparate il pomeriggio stesso da una parrucchiera di Bow immigrata dal Mali. E se poi Domenica vanno a vedere uno dei sopravvissuti del Buena Vista Social Club ecco invece spuntare le magliette del Che, i cappellini di Fidel e sigari lunghi un metro. Fai un po' fatica a riconoscerli ma sono sempre loro, gli affezionati lettori di Songlines, gli orfani di Andy Kershaw (che in caso non lo sapeste e' passato direttamente da BBC Radio3 alle patrie galere), equi e solidali e quartomondisti in trasferta al Barbican e al South Bank dai four bedrooms patrizi di Hampstead e Highgate.

Io non e' che ci tenga a mischiarmi, in genere se posso evito. E' che ho due vicini olandesi tanto simpatici, ai quali per Natale ho regalato una copia di Aman iman dei Tinariwen. E loro hanno ricambiato con un biglietto per la serata African Soul Rebels, al Barbican un paio di sere fa.

African Soul Rebels e' un festival che sta girando l'Inghilterra, un triple bill che comprende Tony Allen, Salif Keita e Awadi.

Awadi e' il gruppo di Didier Awadi, dal Senegal. Che dice What I'm trying to do is use hip-hop as an entertaining way to get Africans to re-appropriate their history. Io quando sento la parola hip-hop di solito giro molto, molto alla larga. La mia mente tira automaticamente fuori dai suoi cassetti immagini dei rappers di East London, tutti catene e pistole bum bum. E invece questi Awadi sono proprio un'altra cosa, e mi hanno fatto ricredere. E' hip-hop ma molto africano, con tanto di kora, suonata da un giovane ultravirtuoso che salta col suo strumento a tracolla come un ventenne Flavor Flav, trascinando il pubblico in danze sfrenate. Sul posto, dato che tutto quello che puoi fare al Barbican e' alzarti dalla poltroncina e usare i 5 centimetri quadrati a tua disposizione. Il finale e' un grido collettivo di George Bush is a criminal Tony Blair is a criminal. Tutti in piedi.

Intervallo, e poi sale sul palco Salif Keita. L'avevo gia' visto alla Union Chapel qualche anno fa, e in quell'occasione i suoi lamentosi ululati mi avevano abbastanza annoiato. Stavolta, non so se e' cambiato lui o sono cambiato io, invece mi ha molto coinvolto. Sara' forse stata la versione unplugged, con i musicisti tutti seduti a pizzicare i propri strumenti con delicatezza. I always wanted to do acoustic music with a lot of heart and soul. E ci sono entrambi, in larghe quantita' nella musica dell'albino musicista del Mali. Che a un certo punto rivolge pure un saluto a David Gilmour che si trova tra il pubblico (anche se io non l'ho mica visto, se no figuratevi che bottone gli avrei attaccato, povero Gilmour).

Altro intervallo, e sale sul palco Tony Allen. Ora, Tony Allen e' la terza volta che lo vado a sentire, e se mi posso permettere, e' la terza volta che mi annoia dopo 20 minuti. Io rispetto quello che dice Brian Eno, che Tony Allen e' il piu' grande musicista vivente. E ammiro il fatto che riesce a tenere 4 ritmi diversi contemporaneamente, uno per arto. E immagino che se hai inventato un ritmo, l'afro-beat, poi a quel ritmo rimani legato, e la gente vuole sentire quello, e ricordare i tuoi giorni con Fela Kuti, The core is the rhythm, my rhythm and the rhythm is afro-beat, e tutto quello che volete. Pero' cacchio, un po' di varieta'! Un'attenuante che gli concedo e' il gruppo, certamente non all'altezza (e pero' il gruppo l'avra' pur scelto lui). Perche' se andate in Youtube, di performance eccellenti di Tony Allen ne vedete quante ne volete, registrate soprattutto in Africa con musicisti locali. Pero caspita, che porti qualcuno di quei musicisti anche qui a Londra la prossima volta.

Tony Allen torna per il bis, mentre un po' di pubblico ha gia' lasciato la sala. Poi si spengono le luci sul palco, e il pubblico colorato esce ordinatamente, pronto a cambiare divisa al prossimo evento world. Mi fermo a fare un po' di foto al banchetto dell'artigianato africano. Mi riempio gli occhi di rossi e verdi e gialli e blu, prima di immergermi nella grigia fredda notte nebbiosa londinese.

lunedì 18 febbraio 2008

E dopo Cy Twombly vedremo cosa portera' a Roma

[Kensington Gardens, Febbraio 2008]

La mostra di Ed Ruscha alla Gagosian di Britannia Street la definirei sotto molti punti di vista perfetta. Perfetto il numero di lavori in mostra, sette. Perfetto lo spazio bianco nel quale sono stati installati. Perfetti l'atmosfera della galleria e il numero contenuto dei visitatori, concentrati e silenziosi.

E meravigliosa e' la rappresentazione dello scorrere del tempo, scandito in anni (The nineties/ The 2000's) e trasformazioni (Azteca/ Azteca in decline, Plank/ Plank in decline, New wood/ Old wood).

Ruscha e' l'artista che piu' di ogni altro e' riuscito in anni recenti a gettare un ponte tra pop art e minimalismo, contribuendo all'evoluzione di entrambi gli stili. Questa piccola mostra e' stato un attimo di prezioso candido silenzio meditativo che ha illuminato e dato ispirazione a tutto il mio fine settimana.

[Gagosian Gallery]

venerdì 15 febbraio 2008

Al posto sbagliato, nel momento sbagliato

[Clerkenwell, Novembre 2008]

A me la televisione piace da matti, ed e' per questo che ho scelto di non averne una. Un mezzo cosi' potente usato cosi' male e' un fastidio troppo grande da sopportare. Ogni tanto pero' scavando con pazienza nella grande giungla di scemenze si trovano programmi eccellenti.

Come per esempio The fabulous picture show, che va in onda settimanalmente su Al Jazeera in versione inglese. Ve l'ho gia' consigliato, ma mi permetto di insistere. Non esiste una trasmissione dedicata al cinema fatta meglio di cosi', e con cosi' pochi mezzi. Una telecamera e qualche microfono, un po' di pubblico silenzioso e concentrato riunito in una sala di Hampstead pronto a porgere domande interessanti, la fascinosa e competente Amanda Palmer e, settimana dopo settimana, il meglio della produzione indipendente recensita con approfondite interviste a nomi nuovi e indipendenti della regia. Non si puo' volere di piu'.

Qualche settimana fa e' toccato a Nick Broomfield raccontare pacatamente, con linguaggio cosi' poco televisivo, il suo ultimo molto riuscito film, La battaglia per Haditha. Che segue Ghosts, sul quale scrissi un post il 17 Gennaio dell'anno scorso.

Lo stile e' lo stesso: realistico fino al dettaglio, preciso, emozionale al punto giusto senza strafare. La battaglia per Haditha e' La battaglia di Algeri 40 anni dopo. Come Ghosts, anche la battaglia per Haditha ripercorre un fatto reale.

Il 19 Novembre 2005, immediatamente fuori dal centro abitato di Haditha, due militanti della resistenza irachena fanno brillare una bomba al passaggio di un convoglio di soldati americani. Un solo militare perde la vita. E pero', immediatamente dopo l'attentato, tutti gli altri soldati del suo battaglione si scateneranno per parecchie ore in una rappresaglia casa per casa, in una carneficina senza limiti che non risparmia nessuno. A farne le spese saranno 24 civili innocenti, uccisi come mosche. Tra di loro undici donne e bambini, alcuni dei quali trucidati durante una cerimonia religiosa.

Al termine della giornata, un comunicato delle forze armate americane riportera' che i civili sono stati uccisi dai ribelli locali.

[The Fabulous Picture Show - Battle For Haditha -26Jan08-Pt 2]

mercoledì 13 febbraio 2008

Love is

[Ponte di Hungerford, Settembre 2005]

Ieri sera mentre camminavo sul ponte di Hungerford, con gli Spoon in cuffia a dare il ritmo ai miei passi, veniva verso di me un signore molto distinto, con una bella barba brizzolata, vestito con grande eleganza. Tra lui e me, a una trentina di metri da entrambi, sostava seduto a terra contro la ringhiera del ponte un giovane stordito dal freddo, con i capelli lunghi sul volto, tremante. Il signore lo vede, si ferma, appoggia la borsa e il giornale per terra. Si toglie con grazia il cappotto e rimane con un elegante completo grigio, dal gile' del quale spunta una cravatta di gusto. Looks like you are very cold: have this. Appoggia on delicatezza il cappotto di cachemire sulle ginocchia del ragazzo, che scuote appena il capo. Poi solleva la borsa e il giornale, gli fa un silenzioso cenno di saluto, un bel sorriso, e prosegue per la sua strada.

lunedì 11 febbraio 2008

I piu' grandi sono liberi dall'opinione della comunita' e parlano per gli alberi e fotografano la luna

[Cat Power, Kentish Town Forum, Maggio 2007]


Cat Power l'ultima volta che ha suonato a Londra non la sono andata a sentire, ma non c'e' una ragione speciale. D'inverno divento un po' pigro, tutto qui. Ho parlato con alcuni amici che sono stati a sentirla allo Shepherd's Bush Empire, ho letto le recensioni dei giornali, compresa quella impietosa del Guardian che ha dato al concerto una sola stella su 5 e ha parlato addirittura di pub rock, e ho finito per convincermi di non avere perso molto. Considerando anche il fatto che l'avevo gia' vista con la stessa identica formazione qualche mese fa.

Jukebox invece mi piace proprio tanto. A me pero' questo fatto che adesso Cat Power starebbe bene, sarebbe perfettamente ripulita e vivrebbe una vita felice non e' che convinca molto. Jukebox non e' certo un disco cosi' solare. E' un album r'n'b, ma e' r'n'b per tortured souls. In alcuni momenti riesce a scrollarsi di dosso il blues e quello che rimane e' il ritmo, come quando Dylan diventa gli Stones. Ma piu' spesso le atmosfere sono belle notturne, per esempio quando ti viene da controllare bene se stai sentendo proprio Ramblin' man di Hank Williams, perche' invece sembra di sentire una roba dei Portishead.

Molto riuscita anche la sua nebbiosa versione di Blue, con quel piano sparso e l'hammond suonato sottovoce. E mi piace ancora di piu' per il fatto che segue una cover di Billie Holiday e una di Janis Joplin. E c'e' molto di tutte e tre in Cat Power.

E poi c'e' una versione di Metal heart. E mi e' venuto in mente un pomeriggio un po' come questo, dieci anni fa. Io che torno dal lavoro, la portinaia di Milano che mi ferma e mi da' un pacco di promo Wide appena arrivato. Io che lo apro e vengo attratto da questo nome, il potere del gatto. Suono quel disco, Moon pix, mentre mi preparo a uscire. Decido di metterlo nella borsa, insieme a tanti altri scelti con cura la sera precedente.

Salgo sulla bici e pedalo lungo il Naviglio, verso piazza del Duomo, poi in Corso di Porta Venezia fino ad arrivare in Corso Buenos Aires. All'altezza di Piazzale Lima entro nelle vie interne. Via Stradella. Un cortile in discesa. Lego la bici e entro.

Ciao mi chiamo Fabio, Claudio mi ha detto che posso usare uno degli studi per registrare una puntata di prova, in quale posso andare?

Mi siedo nel minuscolo studio 3 della vecchia sede, spargo un po' di carte di appunti sul mixer. Faccio partire la sigla degli Aerial M. Buonasera a tutti, questa e' la prima puntata di Tropici e Meridiani, notturna di musica indipendente di Radio Popolare. Questa notte iniziamo con Cat Power dal suo ultimo disco, Moon pix. Il brano che vi faccio ascoltare e' Metal heart.

[Cat Power - New York (live at Later...)]

venerdì 8 febbraio 2008

Strong simple silences

[Soho, Gennaio 2008]

Richard Crandell qualcuno di voi potrebbe conoscerlo per un paio di dischi di musica per mbira prodotti da John Zorn e pubblicati per la sua Tzadik. Lo so, pochi di voi. E pero' e' un peccato.

Crandell e' l'ennesimo perdente della lunga tradizione americana di geni che si fanno le loro cose senza tanto rumore. Che il rumore lo sopportano poco anzi. E che dedicano tutta la propria carriera di musicisti a tagliarlo fuori il fracasso generale, e a disegnare musiche che sono momenti di quieta meditazione.

La mbira e' uno strumento africano, una tavoletta che si tiene tra le mani, con barrette di metallo che si pizzicano con i pollici. Il suo suono e' dolce e delicatamente ritmico. Suonato in modo ripetitivo, genera stati di quieta trance ipnotica che, accompagnati da ritmi etnografici (come quelli di Cyro Baptista nei dischi di Crandell), permettono di galleggiare nell'aria.

Quello che non sapevo, e' che Crandell nel corso degli anni '80, prima di conoscere Thomas Mapfumo che lo contagera' col mal d'Africa, era un eccellente chitarrista acustico finger-picking, piuttosto simile nello stile a John Fahey.

Di lui del resto si sa molto poco. Si trovano in rete delle foto, quelle si', con quel suo sorriso sotto i baffi che a me ricorda un po' Chris Hillman. La mia amica T. che ha vissuto a New York mi ha raccontato di averlo conosciuto a casa di una sua cugina durante una festa. Si comportava come un vecchio hippy ma non ti so dire molto di lui, mi ha detto. Settimana scorsa T. e' tornata a New York e le ho chiesto di fare per me un giretto da Other Music. Comprami tutto quello che trovi di Crandell non su Tzadik le ho chiesto, ma non e' che avessi alcuna speranza.

E invece. Sono stato a cena da T. Mercoledi' sera e mi ha aperto la porta con un grande sorriso, stringendo in mano addirittura il primo disco di Crandell, In the flower of our youth, anno di grazia 1980. Guarda cosa ti ho trovato.

Lo sto ascoltando adesso. E' un disco commovente dalla prima all'ultima nota, cosi' come sono emozionalmente superlativi gli album classici di Fahey ai quali Crandell si ispira - senza copiare pero'. Musica carezzevole senza suonare leziosa. Ipnotica, piuttosto.

Allora nessuno l'avrebbe potuto pensare, ma ascoltato col senno di poi, conoscendo le strade che Crandell avrebbe poi preso, si riconoscono gia' elementi di suono africano, o comunque lontano dagli Appalchi di Fahey. Quello che resta immutato in tutti questi anni e' il senso melodico. E infatti quello che in molte tracce differenzia Crandell da Basho e Fahey e' proprio il senso non strettamente folk di questa musica. O comunque la capacita' di inserire elementi ipnotici minimalisti all'interno della tradizione folk, trasformandola in qualcos'altro di non facilmente definibile, fatto di note sospese e silenzi forti e semplici.

E cosi' finisce per essere uno dei dischi piu' originali per chitarra acustica che mi sia capitato di incontrare, e contemporaneamente un album di musica minimalista del tutto accessibile. Scorrevole e melodico, ma non banale, adatto a sonorizzare quiete conversazioni, momenti di immersione in un bel libro, gli istanti immediatamente successivi al risveglio.

Vi auguro un buon fine settimana. Qui si prospetta di sole, adatto a una bella camminata che segue il corso lento del fiume e dei nostri pensieri. Colonna sonora di Richard Crandell.

[Richard Crandell]

mercoledì 6 febbraio 2008

Dalla parte dell'uomo nero

[Chicago, Agosto 2006]

E finalmente, dopo una ricerca che durava da mesi, ieri ho trovato nella casella della lettere il tributo dedicato a Malcolm X dal suo amico personale Philip Cohran. Di Cohran e del suo Artistic Heritage Ensemble abbiamo parlato recentemente, il 23 Gennaio.

The Malcolm X memorial lo hanno registrato dal vivo all'Affro-Arts Theatre, centro culturale nero di Chicago, nel Febbraio 1968. Usci' per la Zulu Records, ed e' stato ristampato un paio di anni fa dalla Katalyst Entertainment, sempre di Chicago.

Dura poco piu' di mezz'ora, divisa in 4 parti. Che sono gli stadi della vita di Malcolm, ma anche, secondo Cohran, dell'emancipazione degli afro-americani, della loro elevazione verso una forma di vita alta e spirituale.

Il disco si apre con un formidabile assolo di chitarra blues di Pete Cosey, che viene virato in chiave jazz dall'aggiunta della tuba di Aaron Dodd. La traccia si anima grazie al flauto di Eugene Easton: suo e' l'assolo che domina questa Malcolm Little. Malcolm Little era il vero nome di Malcolm X, che poi lui rifiuto' in quanto attribuito alla sua famiglia dai commercianti di schiavi. Nelle intenzioni di Cohran, la traccia intende anche rappresentare lo stadio di bassa consapevolezza degli schiavi, quando arrivano per la prima volta in America contro la loro volonta'.

La seconda traccia si intitola Detroit Red, che era il nome che i suoi amici avevano dato al giovane Malcolm, il quale aveva una sfumatura rossa nei capelli. Il giovane Malcolm che fa un po' di tutto per arrabattarsi. Il lustrascarpe ufficialmente. Nell'autobiografia racconta infatti di quella volta che puli' le scarpe di Duke Ellington. Ma in realta' sopravvive grazie al traffico di droga. E finisce dentro. Ma gli va abbastanza bene, e lo mandano in una prigione sperimentale che possiede una bella biblioteca. Non ci si rendeva neanche conto di essere in prigione, non mi sono mai sentito cosi' libero, dira' raccontando quell'esperienza. Detroit Red e' la traccia piu' classicamente jazz delle 4, con begli assoli di sax tenore, cornetta e basso. Quest'ultimo davvero visionario e a tratti ultra-distorto. Detroit Red vuole rappresentare uno stadio di consapevolezza ancora molto basso dei giovani neri, preoccupati piu' che altro di divertirsi con alcol e droghe. Sono suoni molto urbani e notturni, e starebbero bene come colonna sonora di un film di Cassavetes.

Con Malcolm X, la terza traccia, cambia tutto. Dopo il blues delle piantagioni e il jazz delle metropoli, e' la volta della riscoperta delle radici. I ritmi si fanno africani e il canto oltremodo tribale e primitivo. E', per Malcolm, il momento del risveglio, della presa di coscienza. Sono gli anni della Nation of Islam e del nazionalismo nero. Dell'orgoglio e dei commenti a ruota libera. Degli incontri con Fidel Castro e con Cassius Clay, che dopo diventera' Muhammad Ali. L'assolo dinamico di Cohran rappresenta le capacita' affabulatorie di Malcolm.

La quarta traccia e' spirituale e cosmica come solo Sun Ra ha saputo essere prima di Cohran. El Hajj Malik El Shabazz, il nome islamico di Malcolm, si sviluppa attorno a ritmi mediorientali. L'assolo prevalente e' quello di Charles Handy che suona una musette cinese. Ma sembra quasi uno shehnai. Che vuole rappresentare il pellegrinaggio alla Mecca di Malcolm. L'Islam ortodosso, sembra suggerire Cohran, e' la meta ultima alla quale gli afro-americani devono tendere. Sul palco dell'Affro-Arts Theatre sale una danzatrice del ventre, e la traccia si chiude con il cantato spacca-vetri di Ella Pearl Jackson.

Nel complesso, questo Malcolm X memorial e' un buon complemento alla raccolta di singoli che vi ho gia' consigliato. Ha un bel suono caldo e vibrante, forse meno sperimentale e futuristico rispetto a quello ottenuto dall'Artistic Heritage Ensemble in studio, ma molto molto coinvolgente.

Al momento in cui scrivo non si capisce ancora bene quale sia il risultato delle primarie del Partito Democratico. Sul sito di Obama si legge che avrebbe conquistato piu' stati e piu' delegati, ma non tutti sembrano essere d'accordo. E pero' forse yes we can: nel quarantesimo anniversario del '68 l'America potrebbe finalmente avere un presidente di colore. Tutto questo mentre nella provincia italiana la folla festante e incosciente si prepara a incoronare il re delle televisioni e del calcio quale proprio incontrastato padrone, e io non mi sono mai sentito piu' appartenente a nulla di cosi'.

[A chi avesse tempo e voglia di ascoltare, ricordo l'appuntamento del Giovedi' con l'edizione radiofonica di London Calling, all'interno di Zoe, alle 11.30 del mattino e poi in replica alle 21, su Radio Popolare di Milano. Domani vi porto con me a visitare la mostra di Juan Munoz appena aperta alla Tate Modern].

[MALCOLM X: Who Are You?]

lunedì 4 febbraio 2008

You say Mgmt I say Romanesca

[Vyner Street, Dicembre 2007]

Igor Stravinsky, in una vita precedente si chiamo' Heinrich Ignaz von Biber. Sono sicuro che e' cosi'. Lo ero dopo aver ascoltato le Sonate del Rosario, lo sono ancora di piu' dopo avere sentito per tutto il fine settimana il ciclo di otto Sonate per violino composte da Biber sette anni dopo.

Le ho trovate nell'edizione del 1994, eseguite dal trio Romanesca, edizione ristampata nel 2003 dalla sempre eccellente Harmonia Mundi. Il trio Romanesca non arriva da Trastevere ma da Londra. Al violino troviamo l'eccellente Andrew Manze, esperto conoscitore del repertorio medioevale e barocco. Gli altri due si chiamano John Toll (che suona l'organo e il clavicembalo) e Nigel North (che suona il liuto).

Rispetto alle Sonate del Rosario, queste otto composizioni possono sembrare a un primo ascolto meno visionarie e "moderne". Ad esempio, la tecnica della scordatura viene applicata solo in un paio di occasioni.

Ma e' solo un'impressione iniziale. Piu' ancora che nelle Sonate del Rosario, alcuni momenti sembrano del tutto improvvisati, con scarti melodici e ritmici che non possono mancare di sorprendere.

Uno dei due dischi contiene un'opera giovanile di Biber, la Sonata representativa, nella quale il violino si trasforma di volta in volta in usignolo, cucu', rospo, gallo, gallina, quaglia e gatto, prima di dare vita a una trascinante marcia del moschettiere di incredibile ritmo, che puo' ricordare addirittura una danza gitana.

Molto coinvolgenti, tra gli extra di questo doppio CD, anche una passacaglia per solo liuto e una sonata breve intitolata La pastorella. Il secondo disco si conclude con un'esecuzione della gia' nota sedicesima sonata del Rosario per solo violino, che viene riconosciuta come una delle composizioni piu' struggenti del periodo barocco.

Se le Sonate del Rosario erano ispirate alla vita di Gesu', questo ciclo sembra invece riflettere una serena contemplazione della natura e delle stagioni. C'e' molta gioia in queste composizioni, la stessa che si prova guardandosi attorno durante una passeggiata in campagna. Dopo averle ascoltate, mi sono immerso in Hampstead Heath ieri pomeriggio. Il cielo era grigio e la temperatura molto bassa, e ancora una volta mi sono perso. Che e' la cosa giusta da fare quando si va ad Hampstead, e ti fa sentire davvero a molte miglia da questa citta'.

Dopo la passeggiata, siamo stati a scaldarci in un piccolo pub che si trova fuori dal centro abitato. Ci siamo seduti vicino al camino, con due buoni bicchieri di rosso, a conversare piacevolmente, mentre attorno a noi entravano e uscivano persone e cani.

Poi, una volta scongelati, siamo saliti alla chiesa, su per le strette vie illuminate da vecchi lampioni, e da lassu' siamo stati in silenzio a contemplare la citta'.

E improvvisamente mi sono reso conto che l'ascolto di quelle due ore di musica mi era entrato dentro, e aveva determinato i colori di quella giornata, il mio stato d'animo, la decisione di lasciare alle spalle la frenesia e il rumore, e ogni piccolo gesto di questa bella Domenica.

E capisci tante cose in quei momenti, ma soprattutto comprendi perche' ha senso affondarcisi dentro in quella cosa che chiamiamo musica, perdercisi per poi trovare percorsi che sono profondamente tuoi, e ti riflettono, e ti emozionano, e ti indicano la direzione per istanti di vera felicita'.

[Un post sulle Sonate del Rosario lo trovate nell'archivio in data 7 Novembre 2007].

[Heinrich Ignaz Franz Biber - "Die Rosenkranz Sonaten"]

venerdì 1 febbraio 2008

Soddisfatto di che ma va bene anche se se alla fine il passato e' passato

[Rough Trade East, Febbraio 2008]

Qualche sera fa mi trovavo da quelle parti e sono entrato da Rough Trade, per fare il periodico salutare giretto informativo e versare il solito obolo di riconoscenza. Ho ascoltato un po' tutte le ultime cose che stanno spingendo, dai Vampire Weekend ai Mgmt, e se fossi stato un personaggio dei cartoni animati, mentre ero li' con la mia bella cuffia calata sulle orecchie mi sarebbe spuntato un punto interrogativo sulla testa. Ma davvero Rough Trade, siete sicuri di quello che state facendo?

Rough Trade. Swell Maps Cabaret Voltaire Scritti Politti Fall Raincoats Pop Group This Heat Pere Ubu Red Krayola. Geoff Travis il kibbutz il 50/ 50 deal il riso integrale. A me vengono in mente quelle robe li' quando penso a Rough Trade.

Ho lasciato li' tutto e un po' mestamente, attraversando per il lungo la stazione di Liverpool Street e camminando stretto nel mio cappotto nel vento perenne delle sopraelevate del Barbican, sono tornato a casa. E prima ancora di guardare il contenuto del mio frigorifero e studiare quale combinazione possibile di tali casuali ingredienti avrebbe potuto meglio rappresentare qualcosa di simile al concetto di cena, ho cacciato nel lettore Colossal youth. Rough Trade, 1980.

Che quel disco rappresenta il punto piu' alto raggiunto dal post-punk inglese lo hanno detto tutti. Michael Stipe, Kurt Cobain, Simon Reynolds sono quelli che mi ricordo in questo momento. Che ogni qualvolta lo infili nel lettore rimani pietrificato proprio come la prima volta che ti e' capitato di ascoltarlo un quarto di secolo fa lo aggiungo io.

E non e' mica che ti puoi distrarre sentendo Colossal Youth, perche' se vai a lavarti le mani hai gia' perso una canzone. Come se la massima preoccupazione dei Giovani Giganti di Marmo fosse stata quella di non sprecare neanche una nota. Tutto cosi' essenziale, come pure la loro esistenza. Due anni. Dal 1978 al 1980. Un album e un paio di EP. Poi si fa dell'altro.

Colossal youth fu uno dei maggiori successi di Rough Trade: 27 mila copie vendute in un anno, il secondo best seller dell'etichetta dopo Inflammable material degli Stiff Little Fingers. Nessuno diventa ricco, e infatti i Giganti continueranno a vivere in squat, ma e' gia' qualcosa. Alison Statton diventa uno dei personaggi piu' amati dal pubblico indie britannico, con conseguente invidia di uno dei due fratelli Moxham (Alison sings as if she was at the bus stop or something. A real singer sings with more control).

Con musica come questa, in quegli anni suonare dal vivo era un problema. Nel 1980 non era mica come adesso che i gruppi rock li fanno suonare al Barbican e al South Bank, dove ti siedi comodo in una sala con un'acustica eccellente e ascolti. Allora al South Bank suonava la Royal Philarmonic Orchestra e tu pulcioso gruppo Rough Trade facevi il piacere di suonare nei club. Con il pubblico tutto in piedi davanti a te, che dopo un po' ovviamente si smarrona di quelle finezze minimaliste (Final day non e' Trasmission) e inizia a parlare. Ed e' finita. E infatti nelle interviste fantasticavano di suonare un giorno in chiese, sale da concerto, luoghi rurali.

Non succedera' mai. Durante il tour americano (tour americano per modo di dire, nel senso che non li potevi fare suonare nel Nebraska gli Young Marble Giants, ti andava gia' bene se trovavi qualcuno che li conosceva a New York e San Francisco) si vengono a generare serie tensioni tra i componenti del gruppo.

Nel Gennaio del 1981, gli Young Marble Giants annunciano il loro scioglimento.

Alison forma i Weekend, con Simon Booth (del giro Scritti Politti). La variete', il loro (credo) unico disco (e comunque l'unico che abbia lasciato traccia nella mia memoria), si inserisce in quel delizioso fenomeno del pop jazz britannico sospeso tra Rive Gauche e Copacabana, che annovera tra i suoi migliori interpreti anche Style Council ed Everything But the Girl (con i quali suonera' proprio uno dei fratelli Moxham). Musica per passeggiate nei parchi o lungo i canali, ancora adesso gradevole da riscoprire quando arriva la primavera.

E' per tutto questo che quando entri da Rough Trade e vedi tanto risalto dato ai Vampire Weekend e ai Mgmt, vorresti entusiasmarti ma proprio non trovi una ragione plausibile, e ti stringi nel tuo cappotto, e senti un po' di freddo fin dentro le ossa.

[Young Marble Giants -Brand New Life]