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sabato 27 febbraio 2010

Funk the Lord taught us

Alla newyorkese Tompkins Square (etichetta amatissima in questo blog) della tripla raccolta Fire in my bones e del tributo all'immenso EC Ball, la altrettanto strepitosa Numero risponde con le raccolte Good God!, rassegne di impressionante bellezza nei territori emozionanti come nessun altro del gospel e del soul religioso.

Il secondo volume di Good God! e' un assoluto capolavoro, a partire dalla prima traccia, uno degli inni piu' belli scritti in qualsiasi periodo storico, paragonabile (guardate: non sto esagerando) alla bellezza infinita dell'immortale inno alla vita degli Edwin Hawkins Singers Oh happy day. Un uomo senza Dio e' come una barca senza vela, che non possiede una direzione, canta il pastore TL Barrett, accompagnato dal celestiale Coro dei Giovani per Cristo e dalle scale di un organo Hammond che e' gioia di vivere, allo stato piu' puro possibile.

Rispetto al manifesto Fire in my bones, che avrete certamente rovinato di ascolti come ho fatto io, le raccolte Good God! sono piu' focalizzate su un genere (il gospel che si mischia con il funk e con il soul) e un periodo storico (1969 - 1985: gli anni d'oro della musica).

Il fervore religioso di questi interpreti della filosofia di amore, pace e uguaglianza di Gesu' e' di una forza che non puo' lasciare indifferenti. Il messaggio di giustizia del Vangelo si fa viva e sentita testimonianza, corale e travolgente.

Le raccolte Good God! le considero personalmente un ascolto indispensabile sia per chi volesse approfondire la conoscenza del periodo d'oro della black music, sia per chi desiderasse avvicinarsi alla parola del Signore in modo personale, non mediato dalle mistificanti interpretazioni ufficiali della Chiesa.

Basta non appiattirsi sul presente, ed e' davvero come se la musica di qualita' non finisse mai, se a ogni curva del nostro percorso di scoperta si aprisse davanti a noi una valle verdissima tutta da esplorare.

Anche per questo, let's praise the Lord!

mercoledì 24 febbraio 2010

How suite it is

La sera che sono tornato a Milano, appena entrato in casa ho aperto la radio su Battiti proprio nel momento nel quale stava iniziando un'intervista a Manfred Eicher. Parlando delle ragioni per le quali nel 1984 decise di affiancare all'ECM la New Series, Eicher ha citato l'importanza di promuovere musica non necessariamente recente in fatto di composizione, ma che si presta a un'interpretazione in qualche modo nuova. Per chiarire cosa intendesse ha citato i volumi di sonate di Beethoven e di partite (che e' sinonimo di suite) di Bach eseguite al piano dal mio concittadino Andras Schiff.

Non finiro' mai di consigliare, anche a chi d'abitudine non frequenta territori classici, di avvicinarsi con disponibilita' alla musica da camera di Johann Sebastian Bach, come ho gia' fatto recentemente sia qui che a Prospettive Musicali. Le interpretazioni di Schiff , in particolare, sono di una leggerezza, di una trasparenza, di un dinamismo che le rendono straordinariamente fresche e moderne.

Le sei partite (originariamente scritte per clavicembalo) le trovate riunite in un doppio disco che segue un ordine tutto suo. Si inizia con la quinta, segue la terza, e si continua secondo uno svolgimento personale che grosso modo mi sembra seguire un percorso logico dall'andamento vivace e gioioso dei primi movimenti a quello intimista e notturno degli ultimi.

Al di la' di qualsiasi considerazione tecnica, quello che davvero trovo sconvolgente, e capita ogni volta che ascolto Bach, e' la naturalezza con la quale la sua musica ci accompagna verso uno stato di distacco dalle cose del mondo, che pero' le cose del mondo ce le fa osservare e comprendere con straordinaria chiarezza, come da una prospettiva elevatissima.

Ascoltare Bach e' come fare una bella passeggiata in montagna, circondati da aria fresca e pura. Passo dopo passo, ci liberiamo dagli affanni, e in quel silenzio ritroviamo, senza alcuno sforzo, noi stessi.

In un certo senso, la musica di Bach e l'Engadina sono solo manifestazioni diverse della stessa dolce sensazione di naturale armonia con tutte le cose.

lunedì 22 febbraio 2010

I will survive

Tutte le volte che torno in Italia cerco di ritagliarmi un paio d'ore per godermi un bel film italiano. Questa volta sono andato a vedere L'uomo che verra', di Giorgio Diritti, regista che qualche anno fa aveva diretto quel piccolo capolavoro che era Il vento fa il suo giro.

Il vento fa il suo giro resta tutto sommato un film piu' originale, con una tematica piu' attuale (e paradossalmente moderna) rispetto a L'uomo che verra'. E pero', nella differenza, anche temporale, dei temi (Il vento fa il suo giro racconta la storia ambientata nel presente di una famiglia che fugge dalla civilta', mentre L'uomo che verra' ricostruisce la strage di Marzabotto) colpisce il linguaggio tutto sommato simile delle due pellicole.

Quello di Diritti e' cinema che ricostruisce nei dettagli ambienti sociali, prima ancora che storie, e in quegli ambienti ci permette di entrare, di farne esperienza diretta, come se di quelle comunita' fossimo parte in prima persona e ne condividessimo gesti e rituali quotidiani.

E se nei suoi film a esplodere sono spesso emozioni negative collettive, la redenzione individuale nelle sue storie resta comunque possibile, se si ha il coraggio di esplorare strade personali e di affrontare rischi. In questo senso, quello di Diritti mi sembra cinema importante, per questa sua capacita' di mettere al centro della scena il tema della responsabilita' individuale nei confronti della collettivita', l'agire socialmente responsabile. Un agire complesso, rischioso, con conseguenze spesso incalcolabili.

Non ci sono eroi nel cinema di Diritti: solo persone come noi, che diventano protagoniste di un agire che puo' essere terribile quanto salvifico, per se' e per tutti gli altri.

Film diversi i suoi, ma che hanno in comune domande alle quali dare una risposta e' molto, molto difficile. Come per esempio, quale sia il senso del nostro essere uomini e come sia possibile realizzare noi stessi in armonia con le comunita' delle quali facciamo parte, per scelta o per necessita'.

domenica 21 febbraio 2010

Prospettive Musicali del 21 Febbraio 2010

1) KIEV CHAMBER CHOIR/ MYKOLA HOBDYCH Litany (da Valentin Silvestrov sacred works, ECM New Series 2009)

2) TORD GUSTAVSEN ENSEMBLE Way in (da Restored, returned, ECM 2009)

3) FRANCOIS COUTURIER Un calme matin orangè (da Un jour si blanc, ECM 2010)

4) NICK CAVE & WARREN ELLIS The road (da The road original film score, Mute 2009)

5) KIEV CHAMBER CHOIR/ MYKOLA HOBDYCH Dythrambic song/ Cherubic song (da Valentin Silvestrov sacred works, ECM New Series 2009)

6) JOSEPHINE FOSTER Trust in the unexpected/ How happy is the little stone (da Graphic as a star, Fire 2009)

7) CHICAGO UNDERGROUND DUO Green ants (da Boca negra, Thrill Jockey 2010)

8) FJ MCMAHON Sister brother (da Spirit of the golden juice, Tiger Eye 1969, rist. Rev-Ola 2009)

9) RICHARD SKELTON Noon hill wood (da Landings, Sustain-Release 2009).


[Ascolta la puntata. Prospettive Musicali tornera' Domenica prossima alle 22.35 su Radio Popolare, con Alessandro Achilli].

domenica 14 febbraio 2010

Prospettive Musicali del 14 Febbraio 2010

1) DAVE BIRD He's my God (da VV. AA. Face a frowning world: an EC Ball memorial album, Tompkins Square 2009)

2) CONNIE CONVERSE Talkin' like you (da How sad, how lovely, Lau Derette 2009)

3) MEREDITH MONK Greensleeves (da Beginnings, Tzadik 2009)

4) CHARANGA 76 Music trance (da VV. AA. Bob Blank - the Blank generation - Blank Tapes NYC 1975 - 1987, Strut 2009)

5) HANDSOME FAMILY Jenny Jenkins (da VV. AA. Face a frowning world: an EC Ball memorial album, Tompkins Square 2009)

6) GRIZZLY BEAR Southern point (da Veckatimest, Warp 2009)

7) DIRTY PROJECTORS Temecula sunrise (da Bitte orca, Domino 2009)

8) CHRIS BELL Psychedelic stuff (da BIG STAR Keep an eye on the sky, Rhino 2009)

9) BIG STAR Lovely day/ Downs (da Keep an eye on the sky, Rhino 2009)

10) JOE MANNING Warfare (da VV. AA. Face a frowning world: and EC Ball memorial album, Tompkins Square 2009)

11) BIG STAR Holocaust (da Keep an eye on the sky, Rhino 2009).


[Ascolta la puntata. Prospettive Musicali torna Domenica 21 Febbraio alle 22.35 su Radio Popolare].

mercoledì 10 febbraio 2010

And I can take it or leave it each time

August Darnell (Kid Creole) defini' Blank Tapes a haven for creative artists e John Cale confermo' a Bob Blank you know how to do disco records.

Oltre che loro, il loft di Chelsea trasformato in studio di registrazione divenne tra gli anni '70 e '80 il punto di incontro di quella costellazione di musicisti jazz (James Blood Ulmer, Sun Ra), no wave (Lydia Lunch, Arthur Russell), disco (Bumblebee Unlimited, Gladys Knight), latin (Charanga 76, Milton Hamilton) che rese davvero unica la musica che arrivava in quei due decenni da Manhattan.

A dedicare a Bob Blank e a Blank Tapes una bella raccolta ha pensato la sempre fantastica Strut (l'etichetta del magnifico progetto Inspiration information, di Funky Nassau, di Disco Italia, tutte cose ben note agli ascoltatori di Prospettive Musicali).

La selezione e' stellare: tracce tratte da Queen of Siam di Lydia Lunch, Are you glad to be in America? di James Blood Ulmer, Lanquidity di Sun Ra e poi 12" di disco newyorkese dal sapore latino che trasmettono un'incontenibile gioia di vivere. Arthur Russell e' rappresentato con due progetti: i fantastici Necessaires, con Ernie Brooks dei Modern Lovers e Jesse Chamberlain dei Red Crayola (ma quando lo ristampano il loro disco?), e un 12" di Lola Blank, la moglie di Bob Blank.

Per chi ha amato quegli anni e quella citta' (broke and broken, falling over and burning down viene descritta nelle note di copertina, magistralmente redatte), The blank generation e' una raccolta imprescindibile.

Lo streaming di alcune tracce complete lo trovate qui.

[Ci sentiamo Domenica prossima e poi Domenica 21 in diretta su Radio Popolare, alle 22.35. Prometto di trasmettere almeno una traccia da questo autentico capolavoro].

martedì 9 febbraio 2010

File urbani


Nel fine settimana ho passato un po' di tempo a esplorare la zona che si estende tra King's Cross e Shoreditch, passeggiando, con calma, senza una precisa direzione, con la macchina fotografica (un terzo occhio sempre attento a cogliere particolari che, senza, a me spesso sfuggono).

E' una zona davvero ricca di gallerie d'arte, alcune ben nascoste, come se accettassero di rivelarsi solo a occhi attenti e disposti a dedicare tempo e pazienza alla ricerca.

La Cubitt si trova solo entrando in un cortile che si affaccia su Pentonville Road (la strada che collega King's Cross e Angel) e all'inizio non si nota nemmeno: sembra un piccolo garage, non fosse per l'insegna bianca, gallery & studios.

E' una galleria davvero piccola, una sola sala, gestita da una comunita' locale di una trentina di artisti che promuovono a rotazione i propri lavori. Ogni tanto, come in questo periodo, ospitano mostre di artisti internazionali, ma sempre emergenti, mai famosi.

Wolfgang Breuer e' un installation artist tedesco che lavora con oggetti che appartengono al paesaggio urbano. Ricreando spazi urbani all'interno della galleria, si propone di farci riflettere sui contesti nei quali transitiamo quotidianamente, i non luoghi che attraversiamo spesso pensando a tutt'altro, non riflettendo abbastanza (parlo per me) sul loro significato.

Le pareti della galleria sono state ricoperte con le barriere che vengono usate per impedire l'accesso di eventuali squatters in edifici abbandonati. L'effetto e' volutamente opprimente, e dice molto piu' su temi come controllo e sorveglianza di quanto si potrebbe esprimere a parole.

L'idea di portare all'interno delle gallerie d'arte oggetti simbolici quotidiani non e' certamente nuova, come sappiamo parte almeno da Duchamp, ma quando ci fa riflettere su fenomeni sociali presenti a me sembra ancora fresca e interessante. A mio parere conferma una delle funzioni piu' importanti dell'arte contemporanea, quella di aprirci gli occhi, di andare al di la' della pur importante funzione decorativa - estetica.

venerdì 5 febbraio 2010

Buddha of suburbia

Come scrisse Sean O'Hagan qualche tempo fa sull'Observer it would be difficult to imagine the world according to David Lynch or Gus Van Sant or Juergen Teller or Sofia Coppola without the world according to William Eggleston.

Gli ultimi scatti del maestro americano, in mostra alla Victoria Miro Gallery, riprendono i temi che gia' conosciamo. Sono frammenti di realta' urbana capaci di raccontare storie di profonda umanita'. I personaggi e le storie pero' li introduciamo noi: Eggleston ci fornisce solo l'ambientazione, il fondale. Spesso solo un particolare (particolari che col tempo si sono fatti sempre piu' astratti), che magicamente si rivela sempre evocativo. I see my pictures as parts of a novel I am writing.

E' interessante che per arrivare alla Victoria Miro' sia inevitabile costeggiare una stazione di servizio della Texaco con tanto di McDonald's Drive Thru (sgargiante eppure cupa, tristissima), un pezzo di America nel centro di Londra, un po' come messo li' apposta per prepararci a quello che vedremo.

E pero' forse sarebbe stata una migliore preparazione per altre mostre di Eggleston. Negli anni, i colori delle sue fotografie sono diventati meno vivi, piu' silenziosi, addirittura un po' sbiaditi, come ricoperti dalla polvere del tempo. E i soggetti si sono fatti sempre piu' vaghi, sfuggenti: l'interno di un freezer, rotoli di carta da parati, la schiuma dell'autolavaggio sul parabrezza visto dall'interno di una macchina. Le tracce di esseri umani diventano sempre piu' suggerite, sempre meno evidenti.

A colpire e' spesso la prospettiva scelta, che e' sovente quella di un'osservatore partecipante, attratto da un particolare della scena. O che forse posa lo sguardo casualmente, come sulla copertina di Radio City dei Big Star, che mi ha sempre fatto pensare a quando si finisce per vedere qualcosa distrattamente, senza davvero esserne consapevoli, semplicemente immersi nei propri pensieri.

Per vedere l'eccentrico Eggleston in azione, consiglio ancora una volta il bel documentario William Eggleston in the real world, del quale parlammo qui.

Se riesco domattina la mostra (che e' qui proprio dietro casa) vado a rivederla ancora una volta prima che chiuda (il 27 Febbraio), e se mi viene in mente qualcos'altro da dirvi, lo aggiungo.

mercoledì 3 febbraio 2010

The wall

Paul Auster l'ho citato in questo blog recentemente, in un post dedicato a Sophie Calle, ma non credo di avere mai scritto un post tutto per lui.

L'occasione di parlare dello scrittore newyorkese, del quale credo di aver letto piu' o meno la meta' dei libri e mi propongo di leggere l'altra meta', mi viene fornita da uno dei bei volumi ricevuti in regalo quest'anno a Natale (la cui pila sul mio comodino si sta velocemente riducendo).

La musica del caso e' un romanzo che si legge tutto d'un fiato e che mi ha fatto tornare in mente fin dalle prime pagine quella famosa frase di John Lennon, La vita è quello che ti capita mentre sei impegnato a fare altri piani.

C'e' nelle pagine del libro il senso di una tragedia imminente e inevitabile, una tensione che davvero non lascia tregua, una follia surreale, che cresce pagina dopo pagina, nella quale i personaggi restano tutti invischiati. Il fatto che il finale resti cosi' aperto all'interpretazione (dove sono finiti i miliardari folli, per esempio? E quali sono le intenzioni del sorvegliante e del suo amico nei confronti di Nashe?) sortisce l'effetto di farti ronzare nella testa il libro per giorni e giorni dopo la fine della lettura.

A me ha colpito a molti livelli, uno dei quali molto profondo e simbolico, dato che in un certo senso in una follia collettiva sono anch'io restato intrappolato a un certo punto, e il mio muro lo sto costruendo senza fare e farmi tutte le domande che dovrei. Molti di voi immagino avranno riconosciuto tra le pagine il proprio muro personale.

Di seguito vi copio un frammento che mi sembra contenga il senso di tutto il libro:

Si era sintonizzato su una radio che trasmetteva musica classica, e la musica gli era famigliare, un pezzo che aveva sentito molte volte. Era l'andante di un quartetto d'archi del Setecento, ma anche se Nashe sapeva a memoria ogni passaggio, il nome del compositore continuava a sfuggirgli. Restrinse rapidamente le possibilita' a Mozart o Haydn, ma dopo si senti' bloccato. Per qualche momento sembrava l'opera di uno, e poi, quasi immediatamente, cominciava a sembrare qualcosa dell'altro. Avrebbe essere uno dei quartetti che Mozart aveva dedicato a Haydn, penso' Nashe, ma poteva anche essere altrimenti. A un certo punto, la musica di entrambi sembrava toccarsi, e non era piu' possibile separarli. Eppure Haydn era vissuto sino a un'eta' avanzata, onorato di committenze e diplomi di corte e di ogni vantaggio che il mondo di quel tempo poteva offrire. E Mozart era morto giovane e povero, e il suo corpo gettato in una fossa comune.

Le circostanze imprevedibili della vita hanno un peso molto determinante sulle nostre fortune, e il libro di Auster ci mette davanti questa verita' e poi ci abbandona a noi stessi, senza pieta'.

lunedì 1 febbraio 2010

Stairway to Earth

Una costante del mio ripasso di Wenders (qui, qui e qui le puntate precedenti della saga) e' il fatto di accorgermi ogni volta che i suoi film non me li ricordavo cosi' impressionantemente belli. Sono giunto alla conclusione che incidano molti fattori, per cosi' dire, esperienziali: il contesto architettonico, parecchio adatto, del Barbican, le rilassate proiezioni pomeridiane, il pubblico della rassegna, colto e preparato, le versioni tutte in lingua originale.

Resta il fatto che ieri al termine di Il cielo sopra Berlino mi sono sentito annullato, stordito dalla profondita' della storia, dalle interpretazioni, dalla fotografia, dal suono.

La storia dell'angelo che abbandona la sua esistenza spirituale per far esperienza della vita di noi umani (i colori, i gusti, l'amore) e' raccontata con un'intensita' che lascia senza fiato. Alcune scene sono cosi' infinitamente ben costruite (su tutte, quella girata nella Biblioteca di Stato), con una combinazione di immagini e suono cosi' esteticamente non convenzionale (forse soltanto Tarkovsky ha saputo forzare i canoni estetici cinematografici con un effetto altrettanto sconvolgente) da lasciarti scosso nel profondo ben oltre il termine del film.

Il cielo sopra Berlino fu per Wenders il film del ritorno nella sua Germania, che costituisce la fonte prima d'ispirazione della pellicola. Un film concepito e realizzato in fretta, con largo spazio lasciato all'improvvisazione. I salti narrativi, i particolari inessenziali, i simboli che restano oscuri a un non abitante di Berlino si sprecano. Poco fu preparato prima di iniziare a girare il film: Wenders racconta di insonni notti agitate, passate cercando una buona idea per il successivo giorno di riprese.

In questa umana imprecisione, nelle dissonanze sonore e visive, oltre che nelle luci abbaglianti di certi dialoghi, risiede la grandezza di un film che e' pura poesia e che coinvolge tutti i sensi. L'ultima mezz'ora, con il concerto di Nick Cave (che esegue From her to eternity, dal primo album solista, uno dei miei pezzi preferiti del suo repertorio) e il monologo della divina Solveig Dommartin (attrice sfortunata e bravissima, che ci lascio' ancora molto giovane: pensate che giro' le scene sul trapezio senza controfigura, imparando in soli tre mesi), e' tra i momenti piu' alti della cinematografia di Wenders.

Il cielo sopra Berlino e' tante cose insieme: un film su una citta', un film sull'amore, un film sul tempo (Il tempo guarira' tutto, ma che succede se il tempo stesso e' una malattia? si domanda la trapezista rimasta senza lavoro), un film sulla solitudine, che solo l'amore e' in grado di trascendere.

Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente,
e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino,

non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un'anima
e tutte le anime erano un tutt'uno.

Quando il bambino era bambino,
su niente aveva un'opinione,
non aveva abitudini,
sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via,
aveva una vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

[Imperdibili anche le prossime Directorspectives del Barbican: Peter Brook a Febbraio e Roman Polanski a Marzo].