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Osservazioni e ascolti

mercoledì 9 giugno 2010

They got a gut feeling


Proprio come i Velvet Underground e i Kraftwerk, i Devo seppero prevedere il futuro di alienazione e apatia che stiamo vivendo in questi anni letargici e insignificanti.

Ricordo che l'anno scorso, subito dopo avere risuonato per intero il loro visionario e indispensabile primo monumentale album, Gerald Casale prese la parola: pensavate che stessimo scherzando vero? Guardatevi attorno. Non pensate che avevamo ragione noi?

Si', avete avuto ragione, mille volte ragione. E grazie per essere tornati a ricordarcelo, con forza. Non vedo l'ora di ascoltare il vostro nuovo album, in uscita la settimana prossima.

Intanto, dei Devo sto ripassando la discografia completa, a partire da quell'esordio monumentale dal quale un giovane (diciannovenne) Fabio estrasse la sigla del suo primo programma alla radio, il bisnonno di Prospettive Musicali, anno di grazia 1984.

I Devo furono uno dei piu' grandi gruppi punk della storia. Intimamente, poeticamente, visionariamente e intellettualmente punk, come solo i gruppi punk americani loro contemporanei (Patti Smith Group, Ramones, Television, Talking Heads, Pere Ubu... in pratica la migliore musica che sia stata composta sul pianeta Terra prima, appunto, della de-evoluzione) seppero essere.

Da ragazzino i loro dischi mi colpirono con la forza di un tornado. Li ascoltavo dalla mattina alla sera: a seconda dei momenti, mi davano ispirazione, euforia, sollievo. Mi cambiarono, nel profondo. Ci trovavo dentro me stesso, la mia visione del mondo e della vita. Non e' facile spiegare, in un'epoca di consumo musicale veloce e superficiale come quella che stiamo vivendo. Pochi capiranno, anche nella generazione di mezza eta', e tra i giovani nessuno. Ancora oggi, per i Devo provo un senso di profondissima gratitudine.

Questa sera riascolto Duty now for the future. Non e' all'altezza dell'esordio, lo pensammo allora e lo confermiamo ora, ma contiene autentiche perle da riscoprire: Blockhead, The day my baby gave me a surprise, Swelling itching brain.

Colonna sonora del presente: avevano capito tutto con trent'anni d'anticipo i Devo.

19 Comments:

Blogger The Music Is Inside said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

giovedì, 10 giugno, 2010

 
Blogger The Music Is Inside said...

Personalmente direi uno dei piu' grandi gruppi post-punk/new wave della storia (piu' che punk tout court, nell'accezione musicale del termine), visto che il loro capolavoro d'esordio a 33 giri e' datato 1978.
Ma la mia e' volutamente una quisquilia da - come lo sei tu - fan di un gruppo davvero importante.
Nel mare magnum della fuffa contro cui le nostre orecchie combattono quotidianamente, i Devo non cessano di farci compagnia e la sorpresa di un loro nuovo album in studio nell'anno di grazia 2010 ci riempie il cuore di allegria.

giovedì, 10 giugno, 2010

 
Blogger lophelia said...

noi capiamo...ma secondo me anche molti giovani - sottovalutarli e inglobarli in un'unica definizione è una cosa che di solito fanno "i grandi", quelli che non li capiscono :)

venerdì, 11 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

Marco -

Tecnicamente si', hai ragione. Anche se poi la ragione per la quale preferisco il punk americano a quello inglese (che come sai non amo, ad eccezione dei divini Clash) e' il suo non essere genere.

Patti Smith e' diversa dai Ramones, i Television dai Suicide o dai Talking Heads di 77. Eppure tutti hanno qualcosa di misterioso che li lega, uno spirito comune. Quello spirito lo ritrovo anche nei Devo.

Lophelia -

Si', effettivamente a volte mi lascio prendere da questo spirito dopo di noi il diluvio...

Una differenza sostanziale tra il nostro modo di ascoltare musica e il loro pero', di fatto, esiste, ed e' la disponibilita' infinita di musica che allora potevamo solo sognare.

Di musica e di informazione musicale naturalmente. Facevi fatica a sapere e ancora piu' fatica a trovare i dischi (almeno per me che vivevo in un buco di provincia e Londra la potevo solo sognare). Dovevi prendere treni, come minimo, spendere almeno mezza giornata rubandola ai compiti, mettere da parte le paghette settimanali risparmiando su tutto.

Era un altro mondo, e secondo me in quel mondo la musica aveva un valore diverso. Era la ricompensa di uno sforzo e di una dedizione. Quasi di una disciplina.

Certo, si puo' amare la musica anche oggi, ma temo che le attuali modalita' di diffusione incoraggino un consumo piu' rapido e superficiale.

Poi, come spesso accade, spero di sbagliarmi. (Non lo sapremo mai perche' dubito di avere lettori under 40).

venerdì, 11 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

c'è da dire che i Devo erano in attività da molto prima dell'esordio a 33. E che erano ben più crudi, come dimostrano i due volumi delle raccolte di demo e inediti "Hardcore Devo". Poi, ecco, senz'altro è oltre il punk, ma direi oltre un sacco di cose.
E parecchio krauta, come musica, con un bel pò di debiti verso i NEU!, agli inizi...

JC space junkie

lunedì, 14 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

Non a caso venne inciso agli studi di Conny Plank, a Colonia: dicono niente Moebius & Plank?

I tedeschi con la Bauhaus e con il krautrock hanno davvero trasformato il mondo...

lunedì, 14 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

"missi cacadou..."

poi dicono che i crucchi non hanno umorismo. "Rastakrautpasta" e la discgrafia intera dei Kraftwerk lo dimostrano...

JC sull'Autobahn

lunedì, 14 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

Si', anche se e' un senso dell'umorismo molto loro. Confesso di apprezzare assai maggiormente il loro senso della precisione (da quando vivo in questo assai approssimativo Paese, sto diventando uno svizzero tedesco della peggior specie...).

C'era peraltro molto humour anche nel primo Wenders (che quando divenne serio inizio' a fare considerevoli danni). Pensa a Nel corso del tempo, a suo modo la trasposizione cinematografica di certe monotonie (da intendere in senso tecnico) Neu/ primi Kraftwerk.

lunedì, 14 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

più che monotonie, parlerei di "iterazioni ritmico-melodiche", che lì diventano visive. Una Hallogallo è "stirata", più che monotona. Poi, sì, è un mono-tono, ma è un altro discorso. Chiedere a Soni Youth e Stereolab, per referenze ritmiche...

JC "Seeland"

martedì, 15 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

La mono-tonia e la ripetizione sono caratteristiche fondanti della musica rock, poi portate alle estreme conseguenze all'interno della musica da danza. Ricordo un'intervista del mio amico Alessandro Achilli a Robert Wyatt, nella quale Wyatt si divertiva a generare con un semplice giradischi un loop, usando un disco di musica classica. Suggerendo che una ripetizione sarebbe stata assai migliore di un cambiamento tonale.

Ricordo a memoria, magari Alessandro rammenta altri particolari (brano musicale, per esempio).

Hallogallo dei Neu l'ho riascoltata da Sounds of the Universe sabato scorso. Il loro primo disco lo tengono nelle postazioni d'ascolto, fisso da anni. Hanno capito tutto, infatti.

martedì, 15 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

"tu-tu-tu-cha tu-tu-tu-cha..."

groove disseccato, ancor più di nonna Moe Tucker. E, in ogni caso, anche Fela e gli Hawkwind facevano tirate minimaliste e ipnotiche. Nello spazio interiore lui, nello spazio esterno loro. E gli Spacemen 3, e i Flying Saucer Attack, ecc. ecc.

JC dionysian dance mode

mercoledì, 16 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

Poi ci domandiamo perche' la musica di oggi dice cosi' poco di nuovo...

Perche' e' gia' stato detto tutto, di fatto: conveniamone.

Che non e' necessariamente un fatto negativo, basta sapere dove pescare, e l'ascolto di musica resta un gran piacere.

Pero' di fatto comincio a pensare che l'ascolto di musica rock, che quando abbiamo iniziato a sentire musica tu e io era l'attesa di qualcosa di nuovo che doveva ancora capitare, sia ormai non diverso dall'ascolto di classica, jazz, blues, un ascolto che guarda al passato. Con nostalgia calcolata, senza aspettarsi nulla.

Se poi arriva, noi siamo qui naturalmente.

mercoledì, 16 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

hmmmm, Fab, io non l'ho mai percepita così. Cioè, con la ricerca di qualcosa di nuovo che dovesse sempre arrivare. Ho iniziato ad ascoltare roba seria verso l'85, il che significa in pieno revival del revival; in ogni caso, alternavo cose vecchie ad altre mie contemporanee. Ma ciò che cercavo era una vibrazione interna al momento dell'ascolto, positiva, negativa o perplessa era lo stesso. L'importante che ci fosse, che il mio pensiero venisse messo in discussione da quegli ascolti. Che mi venissero rivelati dei segreti. Adesso accade di rado, è vero, e quando succede è per via di un disco del passato che ancora devo scoprire. Ma le viobrazioni di canzoni belle, se fatte in un modo anche simile o per niente innovativo, va bene lo stesso. Anzi, talvolta è anche più soddisfacente...

JC "where's peter..."

giovedì, 17 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

Si' si', ma infatti e' come dici. Non stiamo dicendo cose diametralmente opposte JC.

Quando parlo di qualcosa di nuovo, intendo proprio la rivelazione di segreti.

E l'altra cosa che dici e che mi colpisce e' proprio questa ricerca (o attesa) di "canzoni belle", per usare le tue parole.

Di questo c'e' un gran bisogno nelle vite di noi appassionati (e anche nelle vite dei non appassionati, che pero' non lo sanno).

Songs and stories, a magazzini (ci siamo capiti no?). Poi da quale periodo arrivano, beh, chi se ne importa?

Un mio collega mi ha appena passato il nuovo Monocle, che arriva aggratis qui in ufficio, e mi tengono da parte. A pagina 27, in basso, c'e' una bella foto. Un negozio di dischi indipendente, con alcuni trentenni che ascoltano dischi in vinile. Una graziosa fanciulla ascolta concentrata. Ha una bella borsa dei Black Lips su una spalla.

L'articolo e' sulle citta' piu' vivibili. Le fotografie parlano di vivibilita', infatti: persone che sorseggiano una tazza di te', passeggiano, leggono un libro concentrate, giocano col cane.

La musica, a mio parere, si inserisce bene in questa cornice. E' qualcosa che fa pensare e stare bene, che restituisce armonia al vivere.

E questo accade grazie proprio alle belle canzoni: poi che arrivino dal 1974, dal 2010, dal 1998 o dal 1315 che importanza puo' avere?

(Non c'entra magari molto, ma ieri pensavo che l'ultima "bella canzone" che ho ascoltato, sai quelle che ascolti per 15 volte di fila e la ascolteresti altre 15, e' stata Here to fall degli Yo La Tengo, e non a caso e' anche straordinariamente innovativa nell'arrangiamento: senti anche i remix di De La Soul e altri, se ti capita).

giovedì, 17 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

che città è, quella in Monocle, che mi ci trasferisco ASAP?

l'ultima Bella Canzone che ho ascoltato di recente è sul nuovo Woven Hand. Si chiama "His Rest", ed è un abbraccio tra Shiva Burlesque ed Echo & The Bunnymen del secondo disco. A quel livello.
roba da brividi anche solo a ripensarci...

siamo sempre d'accordo, noi due, lo sai...

cheers

JC

giovedì, 17 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

E' Monaco.

Le citta' piu' vivibili quest'anno sono risultate: 1) Monaco di Baviera, 2) Copenhagen, 3) la mia amata Zurigo.

Brescia non risulta, mi spiace :))

Ascoltero' i Woven Hand: ne ho letto assai bene, ma sono una band che non conosco.

A proposito di Zurigo, ieri quasi quasi mi stavo appassionando a una partita di calcio...

Quella col Cile mi sa che non la perdo.

(Tra l'altro i commenti in diretta di Repubblica sono da schiantarsi. Ieri il commentatore dovevano averlo preso tra gli ultras del Coira).

giovedì, 17 giugno, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Beh, Brescia a parte i posti dove suonare - ce ne a iosa, pare di essere ad Austin, fatte le debite proporzioni: sabato sono uscito da un locale dopo aver sentito tre gruppi e me ne sono andato in un altro, a 5 km, per sentire 3/4 di un altro concerto... - non offre molto altro. Posto grigio e scontroso. Bergamo è meglio da punto di vista estetico, ma non ce nulla da fare la sera.
Abitando a metà strada e a un'ora d'auto da Milano, per me è perfetto. Sto in campagna, praticamente: la sera esco a passeggiare lungo il fiume o tra i campi.

JC "country boy"

giovedì, 17 giugno, 2010

 
Anonymous alessandro said...

Con qualche giorno di ritardo mi accorgo dell'invito di Fabio a spiegare quella cosa di Wyatt sulle ripetizione. Dunque, non era una mia intervista ma una delle cinque puntate che Wyatt registrò come dj per Radio Popolare (Giacomo Borella e io fummo coinvolti solamente per regia, montaggio, mixaggio e produzione delle prime tre). Chi volesse ascoltarle trova i link per scaricarle in mp3 a 320 kbps in http://tinyurl.com/rwcron (in corrispondenza delle parole "prima", "seconda e terza" e "due puntate conclusive", alle fine di "1994" e all'inizio di "1995").
Dalla trascrizione (tradotta in italiano) di quelle puntate -- in http://tinyurl.com/gv7r9 -- traggo la parte cui ti riferivi, in cui Wyatt diceva tra l'altro:
«Una delle grandi virtù della musica pop è che usa la ripetizione; fin troppo, a volte. Ma Hendrix sapeva esattamente come usarla e la usò bene. Vorrei che Bartók avesse avuto un modo di pensare un po' più pop quando compose il Concerto per violino, che stiamo per ascoltare. Si apre con una sezione che avrei voluto continuasse… Be', vi faccio sentire come avrei voluto che fosse: cominciamo. Vai Bela. (...) (Sulla musica) Fermati proprio qui. Ecco, questo è il guaio. Lui pensa: "Ho fatto abbastanza, so che tutte le cose intelligenti cambiano, c'è un sacco di varietà eccetera eccetera". Stronzate! Riprendiamo il brano dall'inizio, adesso. Avrebbe dovuto ripetere questa sezione! Ascoltatela e immaginatela suonata da tantissime balalaiche o robe simili, per venti minuti circa: ecco che cosa ci sarebbe voluto, prima che entrasse il violino. Si va (...) (Wyatt doppia con la voce il contrabbasso). (Sulla musica) Mettiamola ancora una volta, Bela, e poi andiamo avanti e ascoltiamo il resto. È bello come prosegue ma avrebbe proprio dovuto far durare di più quella frase di apertura, perché è davvero meravigliosa (...) (Wyatt doppia con la voce il contrabbasso e poi il violino). (Sulla musica) In realtà anche il resto è molto bello e quindi lasciamolo andare: proseguiamo l'ascolto».

giovedì, 17 giugno, 2010

 
Blogger Fabio said...

JC -

Ecco la ragione per la quale prima o poi, se decidero' di restare a Londra (e di non trasferirmi a Zurigo o tornare a Milano, entrambe ipotesi molto possibili), vorrei cercare casa a Hampstead. Stasera ero a fare un pic-nic nel parco e c'erano tutte queste persone che passeggiavano con i loro cani. Ecco cosa mi manca.

Alessandro -

Grazie per le precisazioni. Invito gli interessati ad ascoltare quella serie di trasmissioni, che sentii con grande piacere.

venerdì, 18 giugno, 2010

 

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