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Osservazioni e ascolti

venerdì 29 aprile 2011

Bernardo Bertolucci, Prima della rivoluzione (1964)

La retrospettiva lunga due mesi che il mio cinema preferito sta dedicando a Bertolucci (che come avrete letto verra' premiato con la Palma d'oro alla carriera, tra qualche giorno a Cannes) permette un bel ripasso dei suoi classici. Soprattutto dei suoi primi lungometraggi, molto influenzati dalla nouvelle vague (dal realismo di Godard in questo caso), che non vedevo da molti anni.

Prima della rivoluzione resta sicuramente il film piu' riuscito tra quelli girati da Bertolucci negli anni '60, originale nel linguaggio e provocatorio nel tema. Con il personaggio di Fabrizio, il regista di Parma affronta la questione se un'educazione borghese, rinforzata dall'esperienza di vita in una citta' di provincia, ci permetta poi di sviluppare valori diversi (nel caso di Fabrizio, marxisti).

Non credo il film vada letto troppo letteralmente, oggi (anche se le immagini del festival de L'Unita' si sono trasformate in un tenerissimo ricordo/ omaggio). La domanda centrale del film e' pero' ancora attuale, almeno per la nostra generazione, nonostante oggi il proletariato non sia piu' quella forza rivoluzionaria che e' stato negli anni '60 e '70.

Tutta l'ambiguita' e l'ipocrisia borghesi espresse cosi' bene da Bertolucci pero' sono sopravvissute ai cambiamenti, e l'amara conclusione del film resta un monito ancora oggi rilevante.

Tra vent'anni Anna Karina sara' come per noi oggi Louise Brooks, rappresentera' un'epoca intera, Il cinema e' un fatto di stile e lo stile e' un fatto morale e Non si puo' mica vivere senza Rossellini invece hanno davvero, con tutta l'ironia del mondo, precorso i tempi.

Memorabili i versi tratti da La religione del mio tempo di Pier Paolo Pasolini.

Deliziosa la colonna sonora di Ennio Morricone e Gino Paoli.

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giovedì 28 aprile 2011

Pal Moddi Knutsen, Floriography (Impeller, 2010)

Sono convinto che se Nick Drake fosse giovane oggi, non suonerebbe molto diverso dall'esordio in studio di questo cantautore norvegese, che arriva dalla sperduta isola di Senja.

Floriography e' un disco malinconico, che mischia tradizionale folk e moderne atmosfere Constellation. Moddi lo e' andato a registrare in Islanda, con la supervisione di Valgeir Sigurdsson, regolare collaboratore di Bjork e produttore di quel capolavoro che e' The letting go di Bonnie Prince Billy.

La musica e' fatta di pochissimo, per lo piu' una fisarmonica (suonata dallo stesso Moddi) e archi. Su queste basi essenziali, il giovane norvegese canta poesie che sono inni alla natura incontaminata.

Molto belle le fotografie che accompagnano il disco, e rappresentano sinesteticamente l'isolamento nel quale queste canzoni sono state generate.

Questa e' la traccia che apre Floriography, spero che vi emozioni come emoziona me. Buon ascolto, e ci sentiamo ancora in questo lungo fine settimana inglese, che comincia adesso e dura fino a martedi' mattina.

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martedì 26 aprile 2011

Lorella Zanardo, Il corpo delle donne (Feltrinelli, 2010)

Conoscerete tutti l'interessante documentario di Lorella Zanardo che racconta dell'umiliazione imposta dalle televisioni commerciali alla dignita' della persona, e il suo blog nel quale tematiche di genere sono sviluppate e dibattute.

Ho trovato molto interessante anche il libro nel quale l'autrice racconta la genesi del documentario e le reazioni che ha suscitato.

In particolare, il saggio prende una piega interessante dopo circa 150 pagine, quando prende le distanze dall'analisi puntuale e inizia a muoversi su un terreno piu' libero, fatto di implicazioni ad ampio spettro: sulle conseguenze di un pensiero troppo acquiescente e tollerante, e sui percorsi che ciascuno di noi puo' intraprendere per vivere una vita consapevole e altra.

Mi e' piaciuta soprattutto la capacita' di far stare insieme diverse prospettive (razionale, emozionale, spirituale), tutte fondamentali per comprendere la realta' in modo ricco e completo.

Accettiamo che il progetto di un nuovo modo di concepire la vita richiede tempo, condizioni propizie, calma, silenzio e un ambiente protetto. Solo cosi' saremo in grado di dare il benvenuto al mondo.

E' un fatto curioso che la vita chieda a volte periodi di raccoglimento, anche lunghi, per maturare dentro di noi quei cambiamenti che ci permettono poi di aprirci al mondo in modo non banale, di dare un senso non scontato ad esperienze e incontri. Di vivere la vita con intensita', impedendo che si trasformi in una sequenza di giorni senza identita'.

Non so se anche a voi e' successa la stessa cosa, ma dopo avere letto le ultime 50 pagine mi sono ritrovato a pensare che tutta la prima parte del libro, per quanto centrale, sia in fondo analisi propedeutica per una riflessione profonda sul nostro ruolo nei processi di trasformazione.

E' tempo di dare spazio ai sentimenti, ai sensi e allo spirito. Si', ma ho l'impressione che sia il punto di arrivo di un percorso non sempre agevole, che richiede disciplina e concentrazione, e che consente di raggiungere un bell'equilibrio tra partecipazione e raccoglimento.

Mi ha emozionato che il libro a un certo punto citi il lavoro di due collaboratrici della prima ora di Engadina Calling, lei e lei, che saluto sperando di potere incrociare ancora presto i nostri percorsi.

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domenica 17 aprile 2011

Prospettive Musicali del 17 aprile 2011


1) FRANCOIS COUTURIER
Tiapa
da Tarkovsky quartet
(ECM, 2011)

2) TRIO MEDIAEVAL
Salve sancta parens
da A Worcester ladymass
(ECM New Series, 2011)

3) JAGA JAZZIST
One-armed bandit
da One-armed bandit
(Ninja Tune, 2010)

4) ENSEMBLE PEREGRINA. AGNIESZKA BUDZINSKA-BENNETT
Breves dies hominis
da Crux
(Glossa, 2011)

5) FRANCOIS COUTURIER
San Galgano
da Tarkovsky quartet
(ECM, 2011)

6) AKI TSUYUKO
Flutter
da Ongakushitsu
(Moikai, 2000)

7) PIPE MAJOR FORSYTH AND DRUMS
Hundred pipers - Miss Drummond of Perth - Sleepy Maggie
da VV. AA. Unheard of and forgotten abouts: rare and unheralded gramophone recordings from around the world (1916 - 1964)
(Tompkins Square/ Pawn, 2010)

8) NICK DRAKE
Rider on the wheel
da Made to love magic
(Island, 2004)

9) RADIOHEAD
Paranoid android
da OK computer
(Parlophone, 1997).

E' possibile riascoltare la puntata qui su Radio Engadina Libera e nel nostro archivio.

Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle 22.35 sui 107.6 in modulazione di frequenza di Radio Popolare. La puntata di domenica prossima sarà curata da Gigi Longo.

Engadina Calling si prende una settimana di riposo, tornerà a inviare segnali la settimana del 25 aprile.

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mercoledì 13 aprile 2011

Nicolas Philibert, Nenette (2010)

Qui a Londra, il documentarista francese Nicolas Philibert ebbe un momento di discreta esposizione mediatica quando venne proiettato il suo lungometraggio Etre et avoir, girato in una scuola della Francia rurale, descrizione dolceamara di un modo di vivere e relazionarsi semplice, sobrio, lento, incontaminato che sta scomparendo.

Il suo ultimo lavoro, che viene proiettato in questi giorni (fino al 21 aprile) al British Film Institute, e' una riflessione sul nostro rapporto con gli altri animali che convivono con noi sul pianeta.

Philibert ha questa volta diretto la sua attenzione su Nenette, attempato esemplare di orang-utan detenuto presso lo zoo di Parigi. Nenette, rapita giovanissima nel Borneo dove nacque, e' stata poi costretta a vivere tutta la sua vita in cattivita', esposta tutto il giorno allo sguardo dei visitatori dello zoo.

Il documentario e' schierato in senso animalista, ma in modo molto implicito: tutto quello che il regista sembra chiederci e' di osservare lo sguardo malinconico di Nenette, i suoi comportamenti cosi' umani, e di ascoltare i commenti dei visitatori, da lui registrati. Spesso privi di qualsiasi senso di compassione per chi e' nato libero e ha poi visto la sua liberta' negata, per sempre, senza una ragione.

Nel disegno iniziale si sarebbe dovuto trattare di un cortometraggio di 15 - 20 minuti. Poi Philibert si e' reso conto che per farci entrare davvero in relazione con Nenette, comprendere la crudelta' che e' stata costretta a sopportare per tutta la vita, sarebbe stato necessario il tempo di un lungometraggio. Durante il quale facciamo esperienza della sua solitudine, e della insopportabile noia alla quale e' stata condannata per il nostro divertimento.

Un documentario bellissimo, nella sua ricercata monotonia: un'occasione per riflettere sull'atteggiamento di predatoria superiorita' che ci impedisce armonia ed equilibrio profondi con il pianeta.


[Questa domenica tocca al gestore di questo blog presentare Prospettive Musicali, settimanale di altre musiche in onda alle 22.35 sui 107.6 in modulazione di frequenza di Radio Popolare. Ascolteremo insieme musica ispirata dai film di Tarkovsky, alcuni brani composti per musicare le funzioni religiose della settimana santa, un 78 giri di musiche per cornamusa registrate in Scozia nel 1916, musica contemporanea dal Giappone e molto altro ancora].

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martedì 12 aprile 2011

Nando dalla Chiesa, Contro la mafia (Einaudi, 2010)

Non avrei probabilmente letto questa raccolta di testi sociologici classici sulla mafia (pubblicati nell'arco di un secolo, dal 1877 al 1979) se sfogliandola in libreria, l'ultima volta che sono tornato in Italia, non mi fossi imbattuto, tra i ringraziamenti, nel nome del relatore della mia tesi di laurea, il professor Alessandro Cavalli, al quale sono ancora molto legato.

Il valore del volume sta nell'affrontare la tematica in oggetto da una prospettiva sociale volta a individuare le cause del fenomeno mafioso: che sono da ricercare, per usare le parole di Pippo Fava, nella miseria senza vie d'uscite, cioe' la miseria che riunisce l'ignoranza, la malattia, la superstizione, la sporcizia, la violenza. E di conseguenza suggerisce che solo rimuovendo le cause di tale miseria, quegli squilibri ereditati dal latifondo terriero che ancora oggi garantiscono alla mafia manovalanza a basso costo, e' possibile combattere il fenomeno alle sue radici.

I testi piu' interessanti sono quelli piu' lontani nel tempo (il viaggio in Sicilia compiuto nel 1877 dal livornese Leopoldo Franchetti, la denuncia di Napoleone Colajanni della complicita' del governo centrale, del 1900).

Tra gli interventi della seconda meta' del Novecento, assolutamente toccante e' il frammento tratto da Le parole sono pietre di Carlo Levi, che racconta la vita e l'omicidio del sindacalista Salvatore Carnevale.

Scorrono davanti a noi i nomi di tanti uomini coraggiosi (esponenti comunisti, sindacalisti) che hanno dato la vita per contribuire a liberare la propria terra.

Resta forte la convinzione che la lotta di liberazione del nostro Paese dall'ignoranza e dalla soggezione ai potenti e' ancora molto lunga, ma anche che la societa' italiana ha saputo esprimere nel corso della sua storia un gran numero di personalita' coraggiose e fino in fondo fedeli a ideali di uguaglianza e di lotta alla poverta' e al sopruso.

E a proposito della riforma della giustizia che si sta discutendo nel Parlamento italiano in questi giorni, ripropongo questo intervento, che ha sostanzialmente solo anticipato, per difetto, quello a cui stiamo assistendo in questi giorni neri come la pece.

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domenica 10 aprile 2011

Aki Tsuyuko, Ongakushitsu (Moikai, 2000)

Dopo aver scritto in tempi recenti di David Grubbs e di John McEntire, mi sembra giusto ricomporre la sacra trinita' post-rock parlando oggi di Jim O'Rourke.

Sto cercando di completare la mia raccolta del catalogo Moikai, la sussidiaria della Drag City gestita da Jim O'Rourke tra il 1998 e il 2001, che pubblico' dischi di musicisti perlopiu' legati all'avanguardia europea (Fennesz, Pita, Lithops, Rafael Toral) e americana (Phil Niblock, Kevin Drumm).

Recentemente ho trovato a un prezzo decente (... ma era l'ultima copia rimasta a quel prezzo) l'esordio di Aki Tsuyuko, compositrice giapponese che molti di voi ricorderanno soprattutto per le sue collaborazioni con Nobukazu Takemura (altro artista del Sol Levante legato a un'etichetta di Chicago, la Thrill Jockey).

Questo Ongakushitsu e' un disco di straordinaria delicatezza: musica che fluttua nell'aria senza mai concretizzarsi davvero. Mi ha fatto tornare alla mente, qualcuno di voi se lo ricordera', il disco realizzato alcuni anni fa dalla compositrice francese Colleen usando solo carillon, a tratti processati elettronicamente.

Mi ha molto colpito anche il fatto che alcuni passaggi evocano quelli di certe sonate d'organo di Messiaen, associazione che non verrebbe spontanea parlando di musica giapponese.

Se vi piace un certo tipo di sperimentazione con anima e cuore (pensate all'ultimo Sylvian) questo disco potra' davvero piacervi molto.

Non trovo in rete frammenti di Ongakushitsu da proporvi, per cui sopperisco con questa traccia da Hokane, del 2006, un buon album pero' molto meno originale rispetto all'esordio.

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giovedì 7 aprile 2011

François Truffaut, L'amour en fuite (1978)

L'ultimo episodio della saga di Antoine Doinel (della quale abbiano gia' parlato qui e qui), e' a mio parere uno dei film piu' sottovalutati di Truffaut.

E' una pellicola cosi' ricca di dettagli e di ricordi (resi attraverso frammenti degli episodi precedenti), che non so nemmeno se abbia senso raccontarne la trama.

L'amour en fuite coglie un momento di trasformazione di Antoine, elegante ma irrisolto e un po' arrogante trentenne che pur avendo pubblicato un libro autobiografico si guadagna da vivere come correttore di bozze.

Il film si apre nel momento piu' felice della relazione tra Antoine e la fascinosa Sabine, che gestisce un negozio di dischi nel centro di Parigi (osservate come erano belli i negozi di dischi quando esisteva solo il vinile - nonche' nella scena iniziale la maglietta di Snoopy indossata da Sabine, che se siete stati teenager alla fine degli anni '70 non potete non avere avuto anche voi).

Una mattina cosi' confusa e felice, che Antoine dimentica che proprio quella mattina deve recarsi in tribunale per la sentenza di divorzio dalla moglie, l'altrettanto fascinosa Christine. Per dire quanto la saga di Antoine Doinel sia di fatto l'autobiografia romanzata di Truffaut, basti ricordare che proprio Claude Jade che interpreta Christine, fu per un certo periodo la fidanzata del regista.

Nel corso del film, Antoine ri-incontra anche Colette che, come forse ricorderete, nel secondo episodio della saga rappresenta l'amore irrealizzato, la donna che fa soffrire il diciassettenne Antoine.

Magistrale, piu' ancora che negli episodi precedenti, l'uso da parte di Truffaut del flusso di coscienza, del ricordo di momenti che sono stati emozionanti e che nel film si riflettono amplificate sulla superficie del presente, come a voler forse dire che le emozioni trascendono il tempo, restano impresse dentro di noi per sempre.

Consiglio di cercarlo al cinema, su grande schermo, ma se invece desiderate vederlo subito sul vostro computer, lo trovate qui.

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lunedì 4 aprile 2011

Jaga Jazzist, One-armed bandit (Ninja Tune, 2010)

Se siete tra i frequentatori abituali di questo blog, probabilmente nelle ultime settimane avrete anche voi ascoltato molto spesso il secondo album del quintetto di Iro Haarla, una delle uscite piu' interessanti di quest'anno in ambito di jazz nordico e non solo, nonche' i recenti lavori di due componenti di quella formazione, il saxofonista Trygve Seim e il trombettista Mathias Eick.

Eick, oltre a essere tra i collaboratori degli ottimi Motorpsycho, e' anche tra i componenti di un collettivo aperto basato a Oslo, che porta il nome di Jaga Jazzist, con all'attivo cinque album (quattro dei quali stampati qui in Inghilterra da Ninja Tune).

A me piacciono particolarmente The styx (2003) e One-armed bandit, dell'anno scorso, che mi e' capitato di andare a riascoltare nel fine settimana. Il paragone piu' immediato, ascoltando i Jaga Jazzist, e' quello con i Tortoise (One-armed bandit e' stato mixato da John McEntire nel suo studio di Chicago, e si sente), ma vengono in mente parecchio anche gli Stereolab in versione strumentale.

La principale differenza dei Jaga Jazzist dai Tortoise e' il minore eclettismo: i riferimenti dei norvegesi sembrano un po' piu' limitati rispetto a quelli dei loro colleghi di Chicago (anche se, spaziando tra le colonne sonore di John Barry e le ripetizioni minimaliste di Steve Reich, non sono sicuro che siano poi cosi' limitati).

Il suono dei Jaga Jazzist e' parecchio ricco, fatto di sovrapposizioni stratificate di strumenti analogici (trombe, flauti, tuba, clarinetto, saxofono, trombone, corno francese, vibrafono, glockenspiel, lap steel guitar, contrabbasso, batteria) e elettronici (molte tastiere, drum-machines).

Alcune recensioni ho visto che citano Zappa, secondo me abbastanza a sproposito, soprattutto perche' non mi sembra che i Jaga Jazzist ne condividano lo spirito dissacrante. Piuttosto, a tratti possono tornare alla mente certi passaggi un po' roboanti che fanno pensare a certa fusion progressiva degli anni '70 (a me vengono perfino un po' in mente i Perigeo, chi di voi li ricorda? Ascoltate per esempio Music! Dance! Drama!).

Se siete ancora affezionati a certi suoni che si usavano chiamare post-rock (fusion contemporanea, di fatto) provate a dare un ascolto.

L'unica volta che li vidi dal vivo fu molti anni fa sul minuscolo palco del 93 Feet East, sul quale si muovevano urtandosi in continuazione. Assai piu' adatto a loro e alla loro ricca strumentazione e' questo studio della televisione norvegese.

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domenica 3 aprile 2011

Henri-Georges Clouzot, Les diaboliques (1955)

Mi rendo conto di non avere ancora fatto cenno a una delle stagioni piu' interessanti proposte quest'anno dalla Cineteca Britannica, che nel mese di Marzo, oltre alla consueta rassegna dedicata alle donne registe Birds Eye View, ha organizzato una serie di proiezioni dal titolo A woman's gotta do sulle eroine di film d'azione.

Un'occasione per rivedere su grande schermo Thelma e Louise, Il silenzio degli innocenti, Fargo, tra i tanti titoli in programma. Perle della rassegna direi che sono stati The African queen (John Houston, 1951, con Katherine Hepburn e Humphrey Bogart) e questo Les diaboliques, con Simone Signoret e Vera Clouzot (moglie del regista e attrice bravissima che fece in tempo a girare solo tre film prima di soccombere a un attacco cardiaco, ancora molto giovane), che ha chiuso la rassegna qualche giorno fa.

Les diaboliques e', tra i noir francesi che ho visto, il mio preferito in assoluto. Racconta la storia dell'omicidio del direttore di un collegio privato nella campagna francese, da parte della moglie e dell'amante, entrambe stanche delle sue prepotenze. Le due donne organizzano quello che sembrerebbe un delitto perfetto, e pero' il cadavere, buttato nella piscina, scompare misteriosamente prima di venire scoperto.

L'atmosfera e' hitchcockiana, e le scene finali fanno davvero ancora oggi paura, specie per il crescendo di tensione realizzato da Clouzot. Eccellenti davvero le attrici (che si sottoposero a una serie di richieste beefheartiane del regista - ad esempio prima della scena del cibo avariato le costrinse a mangiare pesce andato a male per rendere il loro disgusto piu' realista possibile): Simone Signoret nella parte della gelida organizzatrice del delitto e Vera Clouzot esitante e impaurita.

Se intendete vederlo, fate attenzione, durante la scena del delitto, a come il regista abbia usato magistralmente i suoni d'ambiente amplificandoli ad arte per generare un'atmosfera disturbante, carica di una tensione che ci accompagna per tutto il film e ben oltre il suo finale.

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