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Osservazioni e ascolti

sabato 28 aprile 2007


[Intervallo: Gordon Matta-Clark]

giovedì 26 aprile 2007

[Man Ray, Woman (1931)]


Viviamo ancora sotto il dominio della logica... Ma in questo momento ed epoca i metodi logici sono applicabili solo per risolvere problemi di secondario interesse.

[Andre' Breton, dal Manifesto Surrealista (1924)].



Di "Surreal things: Surrealism & Design" (prossimamente a Zoe) mi sono piaciute tante cose: le ceramiche di Arp e Miro', i mobili di Noguchi e Mollino, ma piu' di tutto le (purtroppo poche) foto di Man Ray. Nulla di nuovo, d'accordo, ma quella delle associazioni spontanee e del sogno come chiavi interpretative della realta' e contemporaneamente come strumenti per trascenderla e' una storia che ci si fa raccontare sempre volentieri.

Man Ray ha parecchi punti di contatto con la musica che ci piace: REM ("It's a Man Ray kind of sky. Let me show you what I can do with it", da "Feeling gravity's pull"), Naked City (le foto sulla copertina di Radio), Damon & Naomi (la copertina di "More sad hits" con la celeberrima foto "Tears"). E chissa' quanti collegamenti sto dimenticando.

Si faceva definire pittore, ma il meglio lo espresse con la fotografia.


[Saluti da New York, torno a Londra stasera].

lunedì 23 aprile 2007

[Alela Diane, West Finchley Arts Depot, Aprile 2007]


E' sempre la stessa cosa ai festival: per un paio d'ore non succede davvero nulla di interessante e poi tutto all'improvviso bisognerebbe possedere due corpi per riuscire a stare dietro a tutto quello che contemporaneamente accade su palchi diversi.

"Ma e' ovvio che verrai ad ascoltare me!" ha esclamato con il suo solito sorriso troppo simpatico Adem quando gli ho raccontato che il suo set sarebbe capitato sovrapposto a quello di Alela Diane e che non sapevo proprio chi scegliere.

E infatti la prima parte del concerto di quello che e' il mio cantautore folk inglese preferito di questi anni, oltre che una persona umanamente deliziosa, l'ho ascoltata. Ma poi il richiamo di Alela Diane e' stato troppo forte.

(I miei amici che l'hanno ascoltato per intero pero' mi hanno raccontato di qualcosa di memorabile, con Adem che scende dal palco e si mette a suonare tra il pubblico. E quando dice: "Ma io sono piccolo di statura, mi vedete lo stesso da dietro?" il pubblico delle prime file si siede in cerchio attorno a lui ad ascoltarlo in religioso silenzio. Mi hanno detto che si e' trattato di un concerto davvero indimenticabile).

Io, intanto che succedevano queste cose, ero al piano sotto, nel piccolo e raccolto auditorium dell'Arts Depot, in completa adorazione del fingerpicking delicato della magica Alela Diane. Il suo per ora unico album, "The pirate's gospel", e' per il momento la cosa piu' strepitosa uscita quest'anno, insieme al disco di Matt Valentine e Erika Elder su Ecstatic Peace e all'EP di Michael Cashmore con Antony alla voce.

Dal vivo Alela e' di una semplicita' e di una sobrieta' incredibili. Il suo fingerpicking potrebbe uscire tranquillamente da una qualsiasi raccolta di folk delle origini assemblata da Harry Smith. Il silenzio che la circonda aggiunge enorme solennita' alle sue canzoni fatte di un'ispirazione poetica completamente fuori dal tempo.

La ascolto e mi viene in mente quando, qualche anno fa, mi capito' di scoprire nel retro di un pub di King's Cross un cantautore con i capelli lunghi e la barba che suonava seduto su cuscini. O la volta che in un minuscolo teatro di Bloomsbury sali' in pieno pomeriggio sul palco senza venire annunciata una graziosa ragazza che suonava l'arpa. Esatto, Devendra e Joanna, che sono poi i riferimenti piu' prossimi al suono di Alela.

Ha suonato solo mezz'ora Alela, brani presenti sull'album e altri nuovi che, mi ha detto, incidera' a Maggio per un disco che sara' pronto quest'inverno.

Fino ad allora, mi raccomando, non perdete le delizie di "The pirate's gospel", che esce in questi giorni anche in Europa, pubblicato da Names.


[Headliners del festival, lo dico per completezza d'informazione, erano gli Earlies. Comprai quando usci' il loro album e non mi convinse, tanto meno mi hanno convinto dal vivo. Immaginate un incrocio tra Arcade Fire e Beta Band se non li avete mai sentiti. Non fanno proprio per me].

venerdì 20 aprile 2007

[Shepherd's Bush Empire, Aprile 2007]



C'e' questo bell'articolo sul Guardian di oggi, che in pratica sostiene quello che questo blog afferma da tempo:

If you're in the mood to feel disturbed by the British music scene, a glance at the album chart usually does the trick. Sure enough, this year's bestsellers have provided plenty of reason for gloom about our ability to produce forward-looking music. Two big successes so far this year have been Mika and Amy Winehouse: a man who would have us think he is the reincarnation of Freddie Mercury and a woman invoking the spirits of Motown to make what could have been the last great soul album of the 1960s.

L'articolo viene annunciato sulla prima pagina del supplemento "Film & music" con il titolo How British pop became a revivalists' meeting.

E' paradossale e un po' sconsolante che in questi giorni, per trovare forward-looking music in Inghilterra, ci si debba rivolgere al passato. Ma non ci amareggiamo troppo. Vi ho raccontato qualche giorno fa delle riedizioni di This Heat e Camberwell Now: oggi torniamo alla fine degli anni '70 perche' vorrei segnalare l'attesa ristampa del primo formidabile album del Pop Group (Y, Radar 1979, rist. Rhino 2007, 5£ da Fopp).

Ancora oggi Y suona totalmente rivoluzionario. Il Pop Group, con questo nome strepitosamente anonimo e in totale antitesi con la musica che producevano, combinava dissonanza punk-funk e testi del tutto incompromissori, strillati istericamente dal sublime Mark Stewart.

Per qualche ragione, che di per se' illustra bene la differenza tra l'Inghilterra angolare e ruvida di allora e quella business orientated di oggi, vennero messi sotto contratto dalla Radar, una sussidiaria della Warner che aveva gia' pubblicato dischi di Pere Ubu, Elvis Costello e Soft Boys. Con il gruppo di David Thomas, il Pop Group condivideva l'atteggiamento di intransigente futurismo. Al quale pero' aggiungeva tonnellate di musica nera: funk, dub, Miles Davis, Ornette Coleman, James Brown.

La critica del Pop Group al sistema era quanto di piu' radicale si possa comunicare con strumenti musicali: Culture is work and duty in the West, and anything natural is crime. But in countless Africa tribes, where there is no urban repression, there is also no concept of crime and punishment. All we did was colonialise, make them put clothes on. We should be educating ourselves; abolish schooling... All we can advocate is, drop out kids! dichiaro' Gareth Sager all'NME, per illustrare il senso della loro attitudine ritmica primitiva e tribale.

Y venne prodotto da Dennis Bovell, monumento del reggae che aveva appena finito di registrare quell'assoluta pietra miliare del dopo punk inglese che e' Cut delle meravigliose Slits - formazione femminile e femminsita parecchio vicina al Pop Group. Vendette nulla, e come conseguenza, la Radar scarico' la formazione di Bristol.

Y non assomigliava a nulla di gia' sentito. Momenti acid funk irresistibili come "She is beyond good and evil", "We are time", "Don't call me pain", quasi danzabili, si alternavano a tracce nelle quali il free jazz incontrava per la prima volta il punk: la dislessia sonica di "Words disobey me" e il dramma di "Don't sell your dreams". Il tutto veniva tenuto insieme da un intransigente rigore antagonista.

Seguiranno l'inno "We are all prostitutes", l'album "For how much longer should we tolerate mass murder" (Rough Trade, 1980) e lo scioglimento, dal quale nasceranno formazioni che al solo nominarle mi fanno venire brividi di nostalgia: Pig Bag, Rip Rig & Panic, Maximum Joy, Mark Stewart & Maffia. Ho ancora di fronte a me un ragazzino che rimaneva cosi' affascinato da quelle copertine e foto viste su Rockerilla che doveva, doveva saltare su un treno per Milano e tornava qualche ora piu' tardi nella lugubre Voghera carico di quel prezioso vinile.

Come dichiara Mark Stewart a Simon Reynolds nell'imprescindibile "Rip it up and start again" We had this romantic idea of going through nihilism, this intense deconditioning process, and emerging the other side with something really positive.

Non a caso, Massive Attack, Portishead e Tricky (flatmate di Mark Stewart, ricordiamolo) nacquero tutti proprio da quella romantica idea.

mercoledì 18 aprile 2007


[Ian Berry, Repubblica Democratica del Congo, accampamento di rifugiati].

Oggi stavo cercando in rete informazioni su un fotografo inglese del quale devo parlare alla radio domani mattina, e mi e' capitata tra le mani questa indescrivibile foto che vorrei condividere con voi.

Mi sembra che gli occhi di questo bambino aggrappato alla vita, in coda per un po' d'acqua, siano il migliore antidoto in queste giornate cosi' piene di morte. La fatica di vivere, di soddisfare bisogni essenziali che mantengano vivi, contrapposta alla cultura della morte di ricchi viziati che uccidono per divertimento, con una Glock comprata per pochi dollari o con cacciabombardieri di precisione.

Non voglio infierire, per una volta, contro l'America. Provo solo una grande compassione per l'ignoranza e la grettezza di quel popolo di pistoleri che la storia, spero presto, cancellera' definitivamente.

lunedì 16 aprile 2007

[Shepherd's Bush Empire, Aprile 2007]



I This Heat sono una meteora che passo' nel firmamento della musica inglese in quel periodo d'oro che va dal 1975 al 1982. Il trio di Brixton viveva in una dimensione propria, suonando musica che non assomigliava a quella di nessun altro. C'erano nei dischi dei This Heat riferimenti al suono di Canterbury, soprattutto ai Soft Machine, alla psichedelia tedesca di ricerca dei Faust e all'avanguardia inglese, allora rappresentata dai dischi solisti di Eno. Ma tutto questo veniva trasformato in un'esperienza ancora oggi senza eguali. Musica davvero definitivamente altra, anche rispetto a quello che succedeva non lontano da qui: Joy Division, Fall, Cabaret Voltaire...

A meno di un anno dalla ristampa di tutto il materiale ufficiale di quella band (il box set "Out of Cold Storage" pubblicato nel 2006) la solita Recommended finalmente ripubblica l'opera omnia dei Camberwell Now, il gruppo formato da Charles Hayward dopo lo scioglimento dei This Heat ("All's well", Duplicate/ Recommended 2007).

I Camberwell Now incisero un paio di EP e un LP, oltre a una traccia inclusa in una raccolta su cassetta. Autentico rock indipendente, il loro suono e' l'ingrediente principale di math rock, post rock, next wave. Musica che sapeva guardare avanti, rifiutando aprioristicamente tutto quello che era gia' stato detto o che qualcun altro stava per affermare. Rischiando per questo, a volte, una deriva un po' cerebrale: a mio parere un po' il limite degli stessi This Heat.

Gli EP inclusi, infatti, possono essere a tratti ostici. E pero' la profondita' e l'originalita' del loro unico LP, "The ghost trade" che usci' originariamente nel 1985, non si discutono. Proprio forzandomi a fare un paragone con qualcosa appartenente a quegli anni, mi verrebbe in mente un incrocio tra Eno & Byrne, i Cabaret Voltaire e i Virgin Prunes. Ma sono solo istanti, poi tutto si trasforma dinamicamente, in una rivoluzione sonora continua che celebra solo se stessa.

In tutto 74 minuti di esperienza sonora, da ascoltare come si vedesse un film - musica decisamente impossibile da tenere in sottofondo, che richiede e merita la nostra completa attenzione.



[Ora mettetevi comodi. Agli appassionati di Joy Division, citati un po' sopra, vorrei presentare l'ultima trovata commerciale per vendere un paio di trainers in piu'. Incredibile. Come scriveva stamattina il Guardian, "the Ian Curtis Happy Meal remains unconfirmed at time of going to press"].

venerdì 13 aprile 2007

[Riassunto delle puntate precedenti: era una Domenica mattina del 1959 quando Clement Coxsone Dodd chiese a due suoi amici musicisti, Ernest Ranglin e Cluett Clue-J Johnson, di raggiungerlo nel suo negozio di Kingston. La musica giamaicana, si lamentava da un po' di tempo Dodd, non e' diventata che una copia di quella che si sente nelle radio americane.

Fu proprio quella mattina, da quella sessione improvvisata, che nacque il ritmo in levare dello ska. Intuendo il potenziale di quella musica, Dodd rilevo' vecchia strumentazione da registrazione dall'allora molto in voga Federal Studio e apri' quello che sarebbe diventato Studio One.

Il resto e' leggenda: basti pensare che una mattina si presento' a Studio One un giovane di belle speranze, tale Bob Marley, con i suoi Wailers, per un'audizione. Studio One non solo invento' lo ska, ma nel giro dei dieci anni successivi anche il rocksteady, il cui periodo d'oro va dal 1966 al 1968, e infine la sua mutazione piu' nota, la musica reggae].


In qualsiasi momento voi passiate da Sounds of the Universe, nel cuore di Soho, troverete qualcuno intento a suonare e scambiarsi 45 giri di Studio One. Al piano superiore del negozio c'e' Soul Jazz, l'etichetta che sta ristampando su CD quei gioielli. Ormai ho perso il conto delle raccolte che sono state dedicate da Soul Jazz a Studio One - io ne avro' 10 o 12. L'ultima pero' ve la voglio segnalare perche' e' davvero formidabile.

Si intitola "Studio One kings" e qualche assaggio lo trovate qui. Ci sono un po' tutti i nomi che hanno fatto la storia di ska, rocksteady e reggae: da Horace Andy a Freddie McGregor, da Burning Spear a Freddie McKay - e io la considero un acquisto indispensabile.

Qui trovate un breve documentario che fa venire i brividi: la storia di Studio One, raccontata, tra gli altri, da George Peckins, che prima di aprire un negozietto qui a Londra vendeva questi leggendari 45 giri ai suoi amici giamaicani, girando per Notting Hill con la sua valigia piena di dischi. Guardate quei dance halls e immaginate di essere anche voi a Kingston nel 1965.


[E grazie al mio amico Vito per avermi raccontato la sua Giamaica, prima che andassi in onda, Domenica scorsa nella redazione della radio. Irie irie!].

mercoledì 11 aprile 2007

Nella cassetta della posta, al mio ritorno, ho trovato ad attendermi il nuovo disco di Michael Cashmore, il partner di David Tibet nel progetto Current 93. "The snow abides" (Durtro Jnana, 2007), la neve che sa aspettare, e' un EP che include cinque tracce registrate tra il 1999 e il 2001 insieme ad Antony. Credetemi sulla parola, se potete: siamo a livelli addirittura superiori ad "I am a bird now".

In quegli anni, prima di partire alla volta di New York, Antony era uno sconosciuto artista legato alla piccola Durtro. Quella che e' rimasta nei cassetti di Cashmore per tutto questo tempo e' musica di candore abbagliante e di dolcezza dolente e introspettiva. I gorgheggi di Antony galleggiano soffici su uno sfondo delicato di archi, oboe, glockenspiel. Il video che ho trovato in rete sa esprimere silenzio magico e tempo sospeso.


[Oh to be unborn, oh to be unborn].

martedì 10 aprile 2007


Rieccomi a casa, in una Londra che e' diventata assolata e calda, irriconoscibile rispetto a come l'avevo lasciata solo dieci giorni fa.


Mi siedo qui davanti a questo macchinario e penso a qualche giorno fa, a una lunga camminata in riva al mare e poi alla lettura sugli scogli, con davanti a me solo la linea dell'orizzonte. Tutto questo mi sembra ora lontanissimo, purtroppo.


E mi torna in mente quest'inverno, quando mentre cenavamo in un cantonese di Chinatown, raccontai a Saskia di una situazione analoga accaduta l'estate scorsa. Il mio amico e compagno di cammino Rocco aveva portato con se' l'ultimo libro del papa' di Saskia, questo. Arrivati a Stella Maris ci siamo seduti sugli stessi scogli, a prendere gli spruzzi delle onde che si infrangevano appena piu' sotto. Rocco sceglieva dei passi di quel libro e me li leggeva a voce alta, con il sottofondo del rumore ritmico del mare.


Questo raccontavo a Saskia, cercando di rendere quell'atmosfera, quando lei mi ha stretto un braccio e mi ha guardato negli occhi con quel suo bellissimo sorriso. "Grazie Fabio, il mio papa' sarebbe contento di sentire quello che mi hai appena raccontato".


Cosi' settimana scorsa ho caricato le cinquecento pagine di quel voluminoso tomo nel mio zaino da cammino e, seduto su quegli stessi scogli, ne ho riletto le ultime pagine. In quel libro scopro sempre qualche particolare che mi era sfuggito. A volte nemmeno un particolare, ma un frammento che illumina tutta la giornata.


Come quello che mi ha colpito cosi' tanto questa volta, una riga a pagina 435: "Non ho mai preteso di essere piu' che un seminatore di bei ricordi".


Non e' un proposito bellissimo? Quest'uomo che si avvia alla morte spogliandosi di ogni desiderio si scopre che ha vissuto con uno dei desideri piu' alti che si possano realizzare.


domenica 8 aprile 2007

In questa notte decisamente primaverile abbiamo ascoltato insieme:

1) Mum Now there is that fear again (da The Peel session, Fat Cat 2006)

2) Tracey Thorn Here it comes again (da Out of the woods, Virgin 2007)

3) Sun Kil Moon Salvador Sanchez (da Ghosts of the great highway, Caldo Verde 2003, rist. 2007)

4) Sun Kil Moon Carry me Ohio (da Ghosts of the great highway, Caldo Verde 2003, rist. 2007)

5) Sun Kil Moon Gentle Moon (da Ghosts of the great highway, Caldo Verde 2003, rist. 2007)

6) Judah Eskender Tafari Danger in your eyes (da VV. AA. Studio One rub-a-dub, Studio One/ Soul Jazz 2007)

7) Nelson Angelo e Joyce Hotel Universo (da Nelson Angelo e Joyce, Odeon 1973, rist. Discos Mariposa 2007)

8) Toquinho Boca da noite (da Boca da noite, RGE 1974, rist. Som Livre 2007)

9) Edu Lobo Viola fora de moda (da Missa breve, Odeon 1972)

10) Toquinho Uma rosa em minha mao (da Boca da noite, RGE 1974, rist. Som Livre 2007)

11) Edu Lobo Zanga, zangada (da Missa breve, Odeon 1972)

12) Toquinho No fim nao se perde nada (da Boca da noite, RGE 1974, rist. Som Livre 2007)

13) Nelson Angelo e Joyce Ponte nova (da Nelson Angelo e Joyce, Odeon 1973, rist. Discos Mariposa 2007).


[Tempo di fare la valigia e ritornare a casa dopo queste vacanze italiane. Ringrazio tutti gli amici che mi hanno accolto, sfamato, e con i quali ho scambiato idee e passato tempo bellissimo qui in Italia: Rocco, Danilo, Yuki e Andrea, Giulia e Enrico, Giovanna e Paolo, Umberto, e naturalmente il mio cane Billy. E ringrazio anche la collina di Gomo, il mare di Stella Maris e la pieve di San Niccolò dove ho camminato, scritto, pensato. E' già ora di partire: ancora una volta London is calling. Appuntamento a Prospettive Musicali l'ultima Domenica di Maggio].

domenica 1 aprile 2007

Questa notte a Prospettive Musicali abbiamo ascoltato:

1) Arvo Part/ Coro Filarmonico da Camera Estone Da pacem Domine (da Da pacem, Harmonia Mundi 2006)

2) Julie Driscoll Leaving it all behind (da 1969, Universal 1971, rist. Eclectic 2006)

3) Chris McGregor's Brotherhood of Breath Think of something (da Brotherhood, 1972, rist. Fledg'ling 2007)

4) Milton Henry Who do you think I am? (da Who do you think I am? Wackies 1985, rist. 2007)

5) Carter Family Black Jack David (da VV. AA. Harry Smith's anthology of American folk music, volume four, Revenant 2000, rist. 2007)

6) Carter Family Hello stranger (da VV. AA. Harry Smith's anthology of American folk music, volume four, Revenant 2000, rist. 2007)

7) Joseph Emmet Mainer's Mountaineers John Henry was a little boy (da VV. AA. Harry Smith's anthology of American folk music, volume four, Revenant 2000, rist. 2007)

8) Low Belarus (da Drums and guns, Sub Pop 2007)

9) Low Two-step (da Secret name, Tugboat 1999)

10) Low Dragonfly (da Drums and guns, Sub Pop 2007).