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Osservazioni e ascolti

lunedì 31 marzo 2008

Shirley Collins ce l'ha duro

[Alasdair Roberts e Ned Oldham, Queen Elizabeth Hall, Marzo 2008]

Ci sono stati dei momenti molto Pontida nel corso del festival di musica folk inglese curato in questi giorni al South Bank da Shirley Collins. Il tono era del tipo quando suonai per la prima volta questa canzone nel 1959, e tra il pubblico ero probabilmente il piu' giovane, uno dei 5 non inglesi di tutta la sala e l'unico non alcolizzato.

Pero' di fronte a certe opportunita' non resisto. Shirley Collins negli anni '50 era la collaboratrice di Alan Lomax. Insieme giravano l'America in cerca di folk e blues singer che valesse la pena immortalare su disco. In montagna, al delta del Mississippi, nei villaggi minerari, posti cosi'.

Poi, tornata da queste parti, lei divento' un'icona del folk inglese. Se non la conoscete, consiglio di partire da No roses, il suo disco con la Albion Country Band che resta per me uno dei migliori volumi di folk inglese di tutti i tempi. Il tono e' molto Fairport Convention, ma ancora piu' rurale e poetico.

Nel 1978 smise di cantare e scomparve dalle scene. La musica era cambiata. La musica pero' cambia spesso. Round and round and round. E con tutto questo fenomeno del nuovo folk, con i Pentangle che si riformano, Vashti Bunyan che la Fat Cat ha tirato fuori dalla naftalina, Richard Thompson che fa il pienone al Barbican e alla Royal Festival Hall, Shirley Collins deve avere pensato che era il momento giusto per ricomparire.

La serata migliore del festival e' stata ieri sera. C'erano tutti. Vecchi, giovani, padri, figli. A me naturalmente sono piaciuti piu' i secondi. Su tutti la poesia di Alasdair Roberts, sempre piu' bravo, e il folk senza fronzoli di Ned Oldham, fratello del nostro Bonnie Prince Billy. Lisa Knapp devo ancora capire invece se mi piace o meno.

Tra i vecchi, impressionante davvero John Kirkpatrick, autentico campione della musica di campagna di quest'isola, con le sue fisarmoniche e le sue filastrocche d'altri tempi. Strepitosi i Brighton Morris Men con le loro danze tradizionali, con bandiere di San Giorgio e bastoni che non sai come fanno a non ammazzarsi.

Quella che mi ha deluso, se posso, e' stata Linda Thompson. Ora, se ti invitano a cantare a un festival puoi fare due cose: andare o stare a casa. Ma se vai, poi non puoi svaccare in quel modo. Nel senso che sei Linda Thompson, e uno si aspetta che tu faccia le canzoni di Linda Thompson, non un'aria da operetta.

Va beh, comunque bello nel complesso. Londra ladrona Shirley Collins non perdona.

[Shirley and Dolly Collins - Glenlogy]

venerdì 28 marzo 2008

E invece di cover dei fratelli De Angelis non ne hanno messe



[Radio Popolare, Marzo 2008]


Il mail order funziona cosi', che per una settimana non arriva niente e poi ti trovi sulla cassetta delle lettere dodici dischi tutti in una volta. Questo succede naturalmente quando non sei a casa o quando comunque non hai tempo per ascoltarli.

In ogni caso, un po' per volta sto smaltendo le cose arrivate mentre me ne stavo a girellare in Italia. Tra quello che sono riuscito a sentire so far, direi che il meglio e' una ristampa di Cedric Im Brooks, di un disco del 1973 intitolato From mento to reggae to third world music. Il quale mi ha convinto, come se ce ne fosse stato bisogno, che a comprare volumi di musica reggae usciti negli anni '70 non sbagli mai.

Cedric Im Brooks era un session man di Studio One. Si finisce sempre li', lo so. Un saxofonista per la precisione. Una cosa sua e' anche inclusa in quella fantastica raccolta che la Soul Jazz di Soho ha fatto uscire l'anno scorso intitolata Jamaica funk, che ricordo di avere passato a Prospettive Musicali e della quale vi devo avere parlato anche qui perche' mi era proprio piaciuta molto.

Ma i suoi dischi non si trovano troppo facilmente. E quindi il consiglio e' di non lasciarvelo sfuggire questo dischetto. Che fa quello che dice il titolo. Parte da ritmi mento (una sorta di variazione del calypso che avrebbe influenzato sia ska che reggae). Arriva al roots reggae attraversando rocksteady e ska. E finisce in un tripudio di afro-beat. Di cosa parliamo quando parliamo di ritmo. Di Africa naturalmente.

Poi i curatori della ristampa hanno pensato di dare il loro tocco vincente. Perche' figurati se non vanno ad annacquare tutto con un po' di scarti, i cosiddetti inediti. In questo caso fa bella mostra di se', si fa per dire, un brano scritto niente meno che da Augusto Martelli e Paolo Limiti. Una roba che farebbe la sua porca figura in una compilation stereo otto di Fausto Papetti. Le stereo otto per chi non se le ricordasse erano delle cassettone che si vendevano dal benzinaio e in autogrill, per le quali i guidatori di TIR avevano un debole.

Se pero' si esclude questa divertente caduta di stile, l'eclettismo di Brooks permette di ripercorrere in una quarantina di minuti la storia della musica giamaicana. Capolavoro assoluto del disco la sua versione di Put it on di Marley, che del resto e' impossibile sbagliare.

E finalmente e' arrivato il fine settimana, ci si risente Lunedi'.

[Satta Massagana]

giovedì 27 marzo 2008

E questi usateli per sfamare chi ha bisogno

[San Niccolo', Marzo 2008]


I don't want anything. E poi via, verso un cammino di liberta'. There's a big a big hard sun. E' da quando e' uscito questo Into the wild che continuo a ricevere mail di amici che mi consigliano di non perderlo. E io il loro consiglio l'ho seguito. E mi sono trovato per due ore e mezza a camminare per boschi e sentieri, fino al viaggio estremo, l'Alaska e la liberta' assoluta. Che film.

Ci sono state almeno due altre epiphanies in questa settimana italiana. Arrivare a San Niccolo', fermarsi per bere e mangiare un po' di focaccia nella piazzetta della chiesa, e sentire uscire da una finestra The great gig in the sky. Il mare davanti e The great gig in the sky nell'aria fresca e silenziosa e profumata di pini.

E l'inizio della primavera, che e' stato l'inizio della primavera. Ritrovarsi. Annullare distanze e annullare il tempo, diciotto anni tutti insieme in una volta sola. Ritrovare una parte di se stessi che si credeva perduta per sempre. Ti poni problemi filosofici. Che cos'e' davvero il tempo, e il tempo soggettivo e quello oggettivo, e tutte le cose delle quali parlavano il giovane Prestia e il vecchio Carotenuto nei loro indimenticabili dialoghi a notte fonda. Ma poi i problemi filosofici te li dimentichi e sorridi di tutto per giorni.

E poi gli amici che mi hanno invitato a cena, e che hanno condiviso pensieri, facendomi capire che di citta' che sento mie ora ne ho addirittura due. La ormai tradizionale camminata sui sentieri della Liguria con Rocco e la sua immensa saggezza. Le cene da Alessandro, Paola e Ini prima di andare in onda la Domenica sera. Enrico con il quale ho condiviso una colazione ancora un po' assonnata. Yuki, che mi ha regalato delizioso te' giapponese per le mie serate londinesi in compagnia di un buon libro. Fabio, con il quale si e' revocato il complotto dei falegnami di Oxford. Francesco che insegna musica elettronica al Conservatorio e con il quale e' stato un piacere scambiare musica di parole. Giulia che riesce sempre a stupirmi, organizzando qualcosa di piacevole ogni volta che torno. Billy che e' il cane piu' affettuoso del pianeta e non chiede nulla in cambio, e' amore incondizionato e basta. All at Radio Popolare, non so da chi incominciare.

Poi arriva il tempo di tornare qui, e mi fa sorridere pensare che quando aprii questo blog, solo 4 anni fa, il ritorno era occasione di tristezza. Sembrano passati secoli. Ma il tempo, davvero, passa solo se noi vogliamo. Questo mi ha insegnato questo ritorno.

[Ah, questa sera, alle 21, va in onda una mia corrispondenza su Rodchenko, su Radio Popolare, per chi ha voglia e tempo di ascoltare].

domenica 23 marzo 2008

Prospettive Musicali, 23/ 3/ 08


1) BILL DIXON WITH EXPLODING STAR ORCHESTRA Entrances/ one (da Bill Dixon with Exploding Star Orchestra, Thrill Jockey 2008)

2) STEVE REID ENSEMBLE Welcome (da Daxaar, Domino 2007)

3) CHARLEMAGNE PALESTINE The apocalypse will blossom (traccia #2) (da The apocalypse will blossom, Yesmissolga 2008)

domenica 16 marzo 2008

Prospettive Musicali, 16/ 3/ 08


1) BENNIE MAUPIN Excursion (da The jewel in the lotus, ECM 1974, rist. 2007)

2) PHILIP COHRAN AND THE ARTISTIC HERITAGE ENSEMBLE The African look (da Singles, Midday Music 2008)

3) PHILIP COHRAN AND THE ARTISTIC HERITAGE ENSEMBLE Malcolm X (da The Malcolm X memorial, Zulu 1969, rist. Katalyst 2006)

4) SUN RA Some blues but not the kind thats blue (da Some blues but not the kind thats blue, El Saturn 1977, rist. Atavistic 2008)

5) SYREETA Black maybe (da Syreeta, Motown 1972, rist. 2004)

6) RUTH BROWN (Mama) he treats your daughter mean (da VV. AA. The best of Bob Dylan Theme Time Radio Hour, Chrome Dreams 2007)

7) CAT POWER Ramblin' (wo)man (da Jukebox, Matador 2008)

8) HUMAN BELL Splendor and concealment (da Human Bell, Thrill Jockey 2008)

9) SPOON The ghost of you lingers (da Ga ga ga ga ga, Merge 2007).

[Prospettive Musicali torna domenica prossima alle 22.35 su Radio Popolare Milano, Radio Popolare Roma, Radio Salento e Radio Wave].

giovedì 13 marzo 2008

Il benzinaio

[Notting Hill Gate, Marzo 2008]

Che non e' il petroliere. Tutt'altro.

E' stato distribuito questo in Italia? Ha vinto il Torino Film Festival, ma poi mi pare l'abbiano fatto sparire in tutta fretta. Ed e' un peccato, perche' e' un film strepitoso.

Non te ne accorgi mentre lo vedi. Ti coinvolge, ma e' solo quando capisci come va a finire tutta la storia che ti rendi conto di aver assistito a un film che e' allo stesso tempo minimo e grandissimo. Poi ti capita di ritornarci col pensiero per giorni.

I momenti piu' intensi del film, come accade anche con il cinema dei Dardenne e di Bresson, sono quelli nei quali nulla sembra accadere, e invece tutto accade proprio in quei vuoti frangenti.

L'attesa di una macchina, in una stazione di servizio sperduta nel mid-West dell'Irlanda e' piena di silenzio. Nel silenzio puoi pensare. E' pericoloso il silenzio. E allora vai al pub, cos'altro c'e' in un paese in mezzo all'Irlanda.

E qui incontri i compaesani. Quelli che sembrano cosi' simpatici a vederli dalla corriera per Galway. Delle iene invece. Quello che all'inizio del film sembra un paesaggio idilliaco si trasforma in un inferno. L'inferno privato di Josie il benzinaio, lo scemo del villaggio. Quello che va in paese a comprare le mele e poi le porta a un povero cavallo legato in mezzo al nulla. Riferimento evidentissimo a Au hasard Balthazar, per chi lo vuole cogliere. Josie che e' da sempre innamorato, non corrisposto che domande, della ragazza del mini-market.

E Josie sarebbe anche felice, e lo so che to pretend to be happy in una situazione come quella could only be idiocy come diceva quello la' alto e dinoccolato, ma Josie se non felice e' almeno rassegnato a quella vita di attesa di una macchina ogni tanto, con le sue birre e le sue tazze di te che lo aiutano a ingannare il tempo.

Poi succede qualcosa. Josie crede di aver intravisto all'orizzonte un qualcosa di simile all'amicizia, che lui inconsapevole Peter Camenzind osservatore di nuvole in viaggio, desidera piu' di ogni altra cosa. Non sara' cosi' naturalmente.

Come finira' non ve lo dico, ma l'ultimo minuto, il cavallo che finalmente cammina libero, dovrebbe darvi un indizio. Come finisce cosa che non vi ho raccontato la storia. Perche' la storia non e' cosi' importante. E' cinema di atmosfera, non di eventi.

E' il benzinaio, non e' il petroliere.

[Garage the film - bar scene]

mercoledì 12 marzo 2008

Che fare

[Strand, Marzo 2008]

Aprile

6: WORDLAND, Arcola (film con musica dal vivo eseguita da Alexander Tucker)
7 - 8: A SILVER MT. ZION, Scala
7 -12: SOUNDS LIKE MUSIC, Glasgow (stagione di concerti con lavori di Harvey, Xenakis, Stockhausen, Boulez)
10: A HAWK AND A HACKSAW, Hammersmith Apollo
10: LALO SCHIFRIN & LONDON SYMPHONY ORCHESTRA, Barbican
10 - 12: ENTITY, Sadler's Wells (balletto con musica di Nico Muhly e Jon Hopkins)
14, 17, 20: BJORK, Hammersmith Apollo
16: LONDON SINFONIETTA, Queen Elizabeth Hall
17: BALANESCU QUARTET, Union Chapel
18 -28: ETHER, South Bank (festival con Current 93, Marc Almond, Baby Dee, Pere Ubu)
19: FLOWER - CORSANO DUO, St. Giles in the Fields
23: OLD TIME RELIJUN + MAGIC MARKERS + CARLA BOZULICH, Cargo

Maggio

8 - 12: ATMOSPHERES 2, Museum of Garden History (festival di suoni della natura, con Christian Fennesz, Philip Jeck, Robert Hampson)
9 - 10: FRAGMENTS OF VENICE, Royal Festival Hall (festival dedicato a Luigi Nono)

23: PUBLIC ENEMY Brixton Academy
24: RICHARD THOMPSON, Royal Festival Hall

Giugno

29: PENTANGLE, Royal Festival Hall

Luglio

11 - 13: SUPERSONIC, Birmingham Custard Factory (festival con Wooden Shjips, Battles, Guapo).



[Un po' di prossimamente: domani, Giovedi', sono a Zoe alle 11.30 del mattino e poi in replica alle 21, naturalmente su Radio Popolare. Parleremo della mostra sul dadaismo alla Tate Modern, della quale ho scritto due post fa. Domenica 16 tocca a me condurre Prospettive Musicali, alle 22.35, e cosi' la Domenica dopo (il 23). Su Radio Popolare Milano, Radio Popolare Roma, Radio Salento e Radio Wave]

lunedì 10 marzo 2008

Piu' tempo

[Linton Kwesi Johnson, Zena Edwards, Barbican, Marzo 2008]

Il momento migliore della performance, Linton Kwesi Johnson lo lascia alla fine. Incido dischi da trent'anni dice. In questi trent'anni grazie alla rivoluzione tecnologica la produttivita' e' aumentata come mai prima d'ora nella storia dell'umanita'. Eppure, non lavoriamo meno, lavoriamo piu' di prima. Qualcuno si prende il nostro tempo.

Parte More time. Piu' tempo per la creativita', piu' tempo per la famiglia, piu' tempo per gli affetti, piu' tempo per l'amicizia, piu' tempo per la poesia, piu' tempo per l'arte, piu' tempo per i bambini, piu' tempo per gli anziani, piu' tempo per le attivita' di comunita', piu' tempo per il volontariato, piu' tempo per leggere, piu' tempo per scrivere, piu' tempo per suonare, piu' tempo per andare in bicicletta, piu' tempo per starsene al sole, piu' tempo per passeggiare nei parchi pubblici, piu' tempo per comunicare, piu' tempo per partecipare.

Linton Kwesi Johnson, l'ho saputo ieri sera, e' uno dei due soli poeti viventi che la Penguin Classics ha pubblicato nel suo catalogo. Io invece lo scoprii sulle ruvide pagine in bianco e nero di Rockerilla, primi anni '80, quando la musica mica la scaricavi, e se volevi un disco andavi alla stazione, un'andata e ritorno per Milano per favore, facevi 45 minuti di treno, e provavi a vedere se Zabriskie Point aveva una copia di Dread beat an' blood. Che tempi. Che. Tempi.

Trovarmelo li' davanti, che mi racconta le ragioni per le quali lui, laureato in sociologia al Goldsmith College, immigrato di seconda generazione, decide di descrivere in musica la vita dei neri di Brixton, fa il suo bell'effetto. Racconta e declama, non canta Linton Kwesi Johnson.

Elegantissimo come sempre, con il bianco cappello e i modi da gentleman, a descrivere la brutalita' di polizia e National Front nei confronti del proletariato di colore. Fine anni '70. Petrol bombs contro piccole attivita' commerciali indipendenti aperte con enormi sacrifici, quelle che poi la Tesco avrebbe spazzato via senza troppi scrupoli. Noi le conosciamo queste realta' grazie ai film di Ken Loach. Lui c'era, vedeva tutto e trasformava quello che vedeva in poesia politica. Adesso solo a scrivere poesia politica sembra di farneticare, ci si sente dinosauri. Ma che poesia politica. Pret-a-porter e happy hour, coglione.

E invece no. Mi ha molto colpito la giovane Zena Edwards, che ha aperto la serata (prima di lasciare il palco al gruppo di Dennis Bovell, proprio lui, il leggendario produttore delle Slits). Lei fa poesia politica. Poesia femminista accompagnata da calimba, chitarra e sax. Una sorta di hip-hop politico africano, ma dal sapore molto molto urbano, attualissimo. Mi ha un po' ricordato Ursula Rucker, ma in versione piu' letteraria e colta.

Aggiungo solo che il concerto di Linton Kwesi Johnson faceva parte del festival East, che si e' svolto in East London questo fine settimana. Celebrazione della creativita' della zona di Londra nella quale sono felice di vivere.

[Linton Kwesi Johnson-More Time-Live in Paris]

giovedì 6 marzo 2008

Della tendenza durevole alla fuga della classe media da un progetto di liberazione radicale non frega un cazzo a nessuno


[Tate Modern, un'ora fa]

Uno se passa qui a Londra dieci settimane di fila la sanita' mentale la deve preservare in qualche modo. La Tate Modern aiuta.

Alla Tate Modern ci devi andare il Venerdi' o il Sabato sera. Per me resta un mistero la ragione per la quale abbiano scelto di tenerla aperta due sere alla settimana, e proprio quelle due sere in cui gli inglesi celebrano il rito della birra e del vomito liberatorio.

E infatti la Tate Modern resta letteralmente vuota. Ci trovi qualche giapponese, una decina di francesi. I guardiani della galleria non e' che guardano l'orologio di tanto in tanto, stanno con gli occhi fissi sulle lancette a contare i secondi che li separano dalle 10. Fai tutte le foto che vuoi, tocca quadri e sculture, fai quel cazzo che ti pare basta che arrivino presto le 10. Se del rito della birra e del vomito liberatorio non te ne frega una fava, la collezione diventa tua per qualche ora.

Dopo una stagione che a mio parere non e' stata all'altezza delle precedenti, rovinata da un'insulsa enorme retrospettiva dedicata a Gilbert & George decisamente troppo dettagliata e da un blockbuster estivo su Dali', il 2008 si e' aperto con due robe da paura.

Della mostra su Juan Munoz vi ho gia' raccontato un po' tutto quanto a Radio Popolare, e quindi non mi ripeto. Ribadisco soltanto che e' una delle mostre piu' godibili che ho visto negli ultimi anni, in parte per i lavori di Munoz, in parte per la gestione degli spazi che accentua l'interattivita' tra sculture e tu che ti ci muovi in mezzo. Temi pesi, trattati con apparente leggerezza e con humor nerissimo. Ti apre mondi.

Poi c'e' la mostra dedicata a Duchamp, Man Ray e Picabia. Che ha un sottotitolo altisonante fin che volete, Il momento in cui l'arte e' cambiata per sempre. E pero' ti dimostra che e' davvero dannatamente cosi'.

Il momento, infatti. Sono in tutto tredici sale. Le prime sei le vedi e dici si', bello, ma non e' che c'e' qualcosa che ti sconvolge in modo particolare. Si' certo, c'e' il tentativo di rendere pittoricamente il movimento esemplificato da Nude descending a staircase di Duchamp e The rope dancer accompanies herself with her own shadow di Man Ray. C'e' la fascinazione per le macchine, l'idea di incorporare elementi di design industriale nell'arte. Tutte cose straordinarie ma che conosci gia'.

Poi arriva il momento che dice il sottotitolo. Succede nella sala sette. A colpirti, prima di ogni altra cosa, e' la disposizione degli oggetti. Ho detto oggetti, non opere, perche' di oggetti si tratta. Il famoso pisciatoio prima di tutto. La fontana, come lo chiamo' genialmente Duchamp. Ancora oggi fa il suo dannato effetto. Te lo aspetti, ma quando te lo trovi davanti, un pisciatoio in una galleria d'arte, dopo un bel po' di quadri alcuni dei quali noiosetti anziche' no, capisci che quello e' il momento. Da li' la mostra cambia marcia, ingrana una folle velocita'.

L'altra cosa che capisci e' che certo, erano amici Duchamp, Man Ray e Picabia, e si aiutavano e si ispiravano e tutto quello che volete. E pero' il momento lo vivono in modo diverso. Picabia continua a dipingere. Duchamp rompe il ghiaccio, e pero' il pisciatoio nel 1917 mica glielo lasciano esibire. E Man Ray prende quell'intuizione geniale e la sviluppa combinando totale provocazione e totale bellezza. Obstruction, la sua scultura fatta con omini per abiti, la vedi penzolare dal soffitto, ne vedi l'ombra sul muro della galleria e resti li' in stupita contemplazione di quella composizione che e' musica per gli occhi. E' leggerezza e armonia, proporzione e sospensione.

Duchamp esibiva readymade objects. Man Ray objects of my affection. La differenza e' enorme.

Il momento cambia tutto. Il dopo e' radicalmente diverso. Si aprono possibilita' infinite. Di espressione, di sperimentazione, di gioco, di forme, di colori, di linguaggi. Il movimento, che avevano cercato di esprimere in pittura, scoprono che lo possono rappresentare attraverso il linguaggio cinematografico, cosi' come con i Rotorilievi, dischi ottici non troppo diversi da LP colorati che ruotano. Quelli di Duchamp sono puro colore in movimento.

E arriviamo cosi' alla sala nove. A un certo punto Man Ray dice ai suoi amici I have finally freed myself from the sticky medium of paint, and am working directly with light itself. E' il 1922. Sticky, appiccicoso. Da' un'idea di materia. Via, via. Nascono i Rayographs. Mica poteva fotografare come facevano tutti gli altri Man Ray. La pellicola la tocca, la espone alla luce, ci appoggia sopra oggetti. Sale, pepe, spilli, tutto quello che gli viene in mente, purche' ci sia un elemento umano, un'interposizione fisica tra quella cosa che deve registrare la luce e la luce stessa.

La sala nove e' tutta dedicata ai Rayographs e alle foto solarizzate. Si inizia con gli oggetti. Superlativo un rayograph di foglie di felce, che spicca tra tutti gli altri lavori. Poi si passa ai nudi solarizzati degli anni '30. Di una bellezza e di una sensualita' che tolgono il fiato. Tre sale piu' in la' troviamo pure un piccolo ritratto della divina Lee Miller che soffia bolle di sapone, La priere, che John Zorn uso' per una copertina dei Naked City, e Primat de la matiere sur la pensee, del 1929.

In mezzo, se avete tempo, potete vedervi seduti comodi anche Entr'acte di Renee Clair, film del 1924 con cameo dei tre amichetti di Clair Duchamp, Man Ray e Picabia e musica che credo, ma non ne sono sicuro, potrebbe essere di Satie (che con Picabia aveva collaborato per un balletto). L'inizio sa di cinema sperimentale, poi quando capisci dove vuole andare a parare diventa divertentissimo.

E' solo l'inizio: dal 14 Marzo al 2 Maggio nello Starr Auditorium, il cinema tutto rosso al secondo piano, presentano una sessantina di film dell'avanguardia francese, dal 1890 al 2008, in collaborazione con la Cinematheque Francaise. Biglietti a 5 pounds, che per Londra e' un bargain.

[Duchamp, Man Ray, Picabia]

mercoledì 5 marzo 2008

Fuga dalla liberta'

[Barbican, Marzo 2008]

Per capire l'America di questi giorni, sono andato a recuperare un volume di saggi curati dal mio amico Roberto Festa per Einaudi alcuni anni fa. Si intitola Cosa succede a un sogno, usciva nel 2004, e porta il sottotitolo di Le nuove tesi dei neoprog USA.

Gli articoli interessanti contenuti nel libro sono tanti, a partire da quelli di Howard Zinn e Chuck D. Il frammento che mi ha colpito maggiormente pero' e' di Richard Goldstein, storica penna del Village Voice:

Il mio battito vitale sta all'incrocio tra sessualita', cultura, politica. Al Village Voice, il piu' vecchio e diffuso settimanale alternativo d'America, ho seguito la controcultura dei Sessanta, la guerra tra i sessi dei Settanta, la crisi AIDS degli Ottanta, gli scandali e l'impeachment dei Novanta. Ma la tendenza piu' durevole che ho raccontato e' la fuga della classe media da un progetto di liberazione radicale.

[Cosa succede a un sogno. Le nuove tesi dei «neoprog» Usa]

lunedì 3 marzo 2008

A man at Tate Modern, listening

[Tate Modern, Febbraio 2008]


Sunlight falls, my wings open wide. There's a beauty here I cannot deny. Cammino in fretta tra le luci del Millennium Bridge lasciandomi alle spalle San Paolo mentre la Tate diventa sempre piu' imponente davanti a me. Cattedrale che dorme, ma solo in apparenza.

Un centinaio di persone arrivate nella notte prendono posto ordinatamente sul ponte della Turbine Hall, illuminata da pallide luci che ne accentuano la profondita'. Quello che ti colpisce e' tutto quello spazio attorno a te, che vuoto sembra ancora piu' immenso. Con il solco tracciato nel cemento da Doris Salcedo, a rendere il tutto ancora piu' irreale.

Gavin Bryars e' un monumento vivente della musica contemporanea britannica. Ha collaborato con John Cage e Merce Cunningham, Carolyn Carlson e Robert Wilson.

Io ho scoperto da poco che The North shore, che posseggo nella bella versione pubblicata dalla fiorentina Materiali Sonori una decina di anni fa, e' stato da Bryars dedicato al lavoro dello scultore spagnolo Juan Munoz. E che la Tate, che a Munoz sta dedicando una imperdibile retrospettiva, ha chiesto a Bryars di eseguire proprio The North shore, insieme a una collaborazione del musicista con Munoz, intitolata A man in a room, gambling.

A man in a room, gambling si compone di una serie di movimenti della durata di 5 minuti, per quintetto d'archi e voce recitante. La voce descrive strategie impiegate nei giochi con le carte, con un tono che ricorda il Bollettino dei naviganti o un qualsiasi programma notturno delle reti radio nazionali. Formale, distante, emotivamente neutro.

A casa non mi avrebbe fatto un grande effetto. Li', nella Turbine Hall, di notte, e' diverso. Il suono e' la cosa che ti colpisce di piu'. La sua purezza assoluta. E il rapporto tra puro suono e puro spazio, che finiscono per diventare una cosa sola, liquida, nella quale galleggi. Trattieni il respiro e speri che non debba mai finire.

Quello che senti, attorno e dentro di te, e' la notte. Il cielo stellato immenso al di la' di quella copertura di ferro e mattoni, che ti avvolge di oscurita' e silenzio.

Nell'oscurita' e nel silenzio, un centinaio di persone concentrate ascoltano.