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Osservazioni e ascolti

lunedì 11 gennaio 2010

Autobahn

Le Directorspectives della Domenica pomeriggio al Barbican sono un autentico salvavita, assolutamente indispensabile nella stagione invernale. Durano un mese. Per ogni regista che e' oggetto della rassegna vengono proiettate quattro o cinque pellicole fondamentali, una alla settimana, che riviste su grande schermo nella tranquillita' pomeridiana sembrano ancora migliori di come te le ricordavi. E il mese dopo tocca a un altro autore.

Gennaio e' dedicato a Wim Wenders. Ieri hanno proiettato Nel corso del tempo, Domenica prossima tocchera' a L'amico americano, poi quella dopo proietteranno Paris, Texas e quella dopo ancora Il cielo sopra Berlino. Tutti in lingua originale, con sottotitoli.

Nel corso del tempo e' uno dei film fondamentali della storia del cinema, e uno dei miei cinque preferiti di tutti i tempi. Credo che in assoluto sia il piu' magistrale incontro di solitudini che sia stato raccontato, in qualsiasi linguaggio artistico: letterario, cinematografico, musicale, visuale.

Il tecnico che gira per sale cinematografiche semi-abbandonate ad aggiustare proiettori, percorrendo con il suo camion strade che collegano piccoli villaggi al confine tra le due Germanie, con di fianco a se' la sua collezione di 45 giri e un mangiadischi, e' noi, almeno il 70% dei lettori di questo blog e chi lo scrive, quindi non credo servano molte parole: se leggete Engadina Calling, in quel personaggio vi sarete riconosciuti come mi ritrovo io.

Chi dice che in Nel corso del tempo non accade molto (l'ha scritto questa settimana Time Out), di questo film ha compreso davvero poco. Succedono un mare di cose che ti fanno sentire il cuore in gola e un infinito desiderio di ridere, piangere, alzarti e abbracciare i protagonisti. Respiri liberta' per le tre ore del film, liberta' come richiamo interiore, che risuona dentro.

Non e' un film di dialoghi, eppure le parole pronunciate sia dai protagonisti che dai personaggi minori (per lo piu' proprietari e impiegati di piccoli cinema di provincia sull'orlo della chiusura) hanno il peso specifico del piombo ad alta densita'.

Poi ci sono le immagini, gli anni '70 e la Germania che ti scorrono davanti agli occhi con la forza evocativa di quando metti sul piatto una consunta edizione in vinile di Tago mago e di Neu!, e scopri che di pochissime parole c'e' bisogno, bastano quei fotogrammi in bianco e nero (e quei suoni alieni) per farti scivolare via da questa vita e scoprire possibilita' infinite.

E c'e' tutta la lentezza di quello che il cinema dovrebbe essere: spazio per pensiero ed emozione che corrono liberi e ti indicano la direzione da seguire.

Se vi capita, cercate di rivederlo, in una fredda Domenica pomeriggio, senza fretta, pensieri, affanni, preparandovi con calma, senza fare nulla per alcune ore dopo il film, che non sia lasciare risuonare e sedimentare dentro di voi il capolavoro che avete appena visto.

***

Oggi ci ha lasciati un regista al quale devo molto: la mia passione per il cinema forse non sarebbe mai nata senza Il raggio verde. Tutto cio' che mi sento di dire a Eric Rohmer e' un immenso grazie: mi ha regalato momenti indimenticabili e mi ha aiutato a comprendere un pochino meglio la vita e i sentimenti.

11 Comments:

Blogger lophelia said...

Lo vidi molto tempo fa, non posso dire di ricordarlo...non so però se in questo momento avrei il "tempo interiore" necessario per vederlo.
Ricordo invece molto bene Il Raggio verde, certe insofferenze della protagonista mi erano a quel tempo molto familiari.

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger Fabio said...

Sono film che visti in periodi diversi della vita ti dicono cose diverse, fondamentale proprio per questo rivederli.

E per me e' stata la prima volta di Nel corso del tempo su grande schermo, decisamente un'esperienza da ricordare.

Il tempo interiore necessario per vedere certi capolavori credo si debba costruire Lo. Altrimenti siamo perduti, e di persone perdute mi sembra ce ne siano gia' troppe in giro.

Un Fabio rigoroso e svizzero, questa mattina...

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger lophelia said...

Sì sì, non mi sono spiegata bene, intendevo forse il "ritmo" interiore per quello specifico film. Per dire: in questo periodo mi sto riguardando Bergman e Antonioni, che sono anche loro lenti e a volte estenua(n)ti,ma richiedono una disposizione diversa. A Wenders ci (ri)arrivo senz'altro - prima però devo ripassare Tarkovskij.
(certo che la foto dei due con gli occhiali neri è grandiosa, pura storia)

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger lophelia said...

Storia con la esse maiuscola

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger rose said...

oggi non va più di moda, ma i film sul cinema di wenders sono capolavori.

e gli altri 4 film preferiti di tutti i tempi...? ovviamente sono curiosa!

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

e pensare che io volevo proporlo per io premio "peggiore locandina del cinema", mi sa che Lophelia non lo vota...
Devo ritornare ai tempi dell'università, quando davano il ciclo "Germania pallida madre" a tarda notte sulla RAI ed io stavo su a vederli fino ad orari da discoteca. Beh, il tempo interiore allora ce l'avevo. Ora non so più.

Ma non ce l'hanno neanche loro, i cineasti: vi ricordate un film degli ultimi 15 anni che cominci, come usava una volta, con i titoli di testa, magari su fondo nero? Ormai il titolo del film arriva dopo 10 minuti di immagini, credo in vista del passaggio televisivo.

ciao
Auro

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger Fabio said...

Lo -

Adesso credo di capire cosa intendi. E credo sia la stessa ragione per la quale non riesco in questo periodo a vedere film contemporanei: mi sembrano sempre troppo veloci, vogliono dire troppe cose e non ne dicono nessuna, anche perche' spesso non hanno nulla da dire che non sia gia' stato detto molte volte e molto meglio.

Tuttavia non capisco ancora perche' Bergman e Antonioni si', mentre Wenders no. Se parliamo di ritmi a me non sembrano distanti anni luce (per altre cose naturalmente si', ma trovo contemporaneamente una forte costante nell'utilizzo delle metafore-che-non-capisci-subito in tutti e tre questi maestri, non parliamo poi di Tarkovskij).

Il Barbican sta diventando il mio cinemino, ma mancano assai la falce e martello e il simbolo del PCI che quando sono venuto al tuo cinemino fiorentino mi hanno quasi fatto piangere di gioia e commozione.

Deliziosa la tua precisazione, Storia, non storia. Il Fabio rigoroso e svizzero apprezza molto.

Rose -

Bella domanda, quanti giorni mi dai per rispondere?

Ti posso forse provare a dire quali sono i 5 classiconi che rivedo ogni volta che mi si presenta l'occasione. Allora vediamo, uno e' Nel corso del tempo, e l'abbiamo detto, uno Zabriskie Point, poi Il raggio verde, Manhattan e Il settimo sigillo.

Volendo avvicinarci un po' nel tempo, aggiungerei tra le mie preferenze Old joy e Wendy & Lucy, entrambi di Kelly Reichardt, la regista indipendente di oggi che preferisco.

Auro -

Ma che belli erano quei tempi? E quelli del cineforum di Tortona, ne vogliamo parlare? Quando partivamo, sul maggiolone cacciabombardiere di Bob? Potessi tornare indietro e rivivere una sola di quelle sere, sarei l'uomo piu' felice sulla Terra.

Quando scoprivamo che il cinema era ben altro che intrattenimento da Domenica pomeriggio, ed eravamo disposti a stare svegli tutta la notte e ad andare a scuola assonnati pur di vedere film che adesso potremmo vedere tranquillamente in DVD quando ci gira.

Quelli erano tempi eroici, e non vorrei per nessuna ragione al mondo aver vissuto la mia gioventu' e le mie scoperte in tempi comodi e pratici quali quelli attuali.

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger rose said...

per non perdermi in nostalgie mi darò a recuperare Kelly Reichardt, grazie per il consiglio :o)

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Blogger Fabio said...

Poi dimmi eh. Attore protagonista di Old joy e' Will Oldham, che fa anche una particina in Wendy & Lucy. Film struggenti, entrambi.

mercoledì, 13 gennaio, 2010

 
Anonymous artemisia said...

Nel corso del tempo io lo vidi secoli fa, credo (ma non sono sicura) insieme a Lophelia, in un cinema mitico dove vedemmo molto Wenders, ma anche qualcosa di Hitchcock, Polanski, anche Barry Lindon di Kubrick, Lancillotto e Ginevra di Rohmer, solo cose bellissime insomma. Allora ne avevamo il tempo, anche se io molte cose di quei film ancora non le capivo, ma confusamente ne sentivo la bellezza.
Poi l'ho rivisto, Nel corso del tempo, e mi è parso ancora più bello, probabilmente perchè ero cambiata io.
Non parliamo poi di Tarkovskij perchè quello è un mondo (una Zona).

sabato, 16 gennaio, 2010

 
Blogger Fabio said...

I classici di Wenders e Tarkovskij hanno lo straordinario potere di migliorare con gli anni.

Domani replico, con L'amico americano.

Una volta che sono stato in pellegrinaggio ai luoghi di Artemisia e Lophelia, Lophelia mi ha fatto conoscere il leggendario cinemino.

Esiste una mia foto fatta di spalle mentre fotografo, inutile dirlo commosso, il simbolo del PCI rimasto sul muro del cinemino.

sabato, 16 gennaio, 2010

 

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