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Osservazioni e ascolti

martedì 2 marzo 2010

Ladies and gentlemen we are floating in space

La corrente retrospettiva dedicata a Theo Van Doesburg, fondatore di De Stijl e figura centrale dell'arte europea della prima meta' del Novecento, e' la mostra piu' interessante e emozionante vista alla Tate negli ultimi anni (direi dalla retrospettiva su Cy Twombly del 2008).

E' stata pensata e curata benissimo, con un percorso che spazia tra pittura, scultura, film, musica, poesia, caratteri tipografici, design e architettura.

Non e' certo una mostra facile e di ampio richiamo: Domenica mattina attorno alle 11, quando sono passato a ritirare la cartellina stampa, per ingannare il tempo i ragazzi alla biglietteria parlavano tra di loro. E durante la mia visita, in ogni sala ci saranno state altre quattro o cinque persone al massimo, concentrate e silenziose. Atmosfera del tutto inusuale per la mostra ammiraglia della Tate.

Il nostro viaggio inizia con i primi esperimenti pittorici astratti dell'artista olandese (del 1914 - 15), molto influenzati da Kandinsky, con il quale Van Doesburg condivideva l'interesse per la teosofia, e orientati verso la definizione di un linguaggio artistico metafisico, capace di rappresentare gli equilibri e le forze sottese al mondo visibile (di li' a poco peraltro Van Doesburg avrebbe preso le distanze da Kandinsky e si sarebbe dedicato a un'estetica ben piu' razionale, ordinata, geometrica, discendente dal cubismo).

Fin dalle prime sale, i curatori hanno scelto di dare ampio spazio alla narrazione dei contatti internazionali di Van Doesburg (il quale a partire dal 1921 inizio' a condurre una vita nomadica, sempre in movimento tra la Germania, la Russia, la Francia - e, di riflesso, tra Bauhaus, Costruttivismo, Dada). Lo aiutava, in questo peregrinare, il suo ruolo critico all'interno della rivista artistica De Stjil, che diresse tra il 1917 e il 1931 (anno della scomparsa di Van Doesburg). E nonostante i contatti tra De Stijl e Futurismo siano sempre stati piuttosto limitati, pure Severini fu tra i collaboratori (questo lo scrivo anche per sottolineare il ruolo di tratto di unione tra un po' tutte le avanguardie europee giocato dall'artista olandese e dalla sua rivista).

Tutta la prima parte della mostra e' dedicata soprattutto alla pittura, con lavori bellissimi di Van Doesburg, Mondrian, Huszar, astratte e metaforiche rappresentazioni dell'armonia e dell'equilibrio del mondo, ottenute attraverso linee geometriche e l'uso di pochi colori, sempre gli stessi: azzurro, rosso, giallo, bianco, nero e grigio. Interessante, nei titoli, il costante riferimento a oggetti concreti: i pittori di De Stjil rifiutavano per le loro opere un ruolo puramente decorativo.

Le tracce della presenza dell'artista si fanno col tempo sempre meno evidenti. La pittura di De Stijl si evolve progressivamente in senso strettamente bidimensionale e meccanico. Erano quelli gli anni nei quali gli artisti d'avanguardia (i Futuristi soprattutto, ma un po' tutti) subivano la fascinazione della macchina: irresistibile ideale di bellezza moderna.

La parte centrale e' quella piu' concettuale, che richiede piu' concentrazione e lettura delle didascalie, quindi anche quella dove sostiamo per piu' tempo. E' quella del dialogo col dadaismo: Van Doesburg inventera' pure un alias (IK Bonset) e pubblichera' una rivista (Mecano), alla ricerca di una sintesi tra De Stjil e Dada (un po' acrobatica, per la verita', se considerate la polarita' opposta ordine - disordine che caratterizza i due movimenti). Sono gli anni nei quali, in particolare, van Doesburg stringe amicizia con Kurt Schwitters.

E' anche la parte piu' multimediale: consiglio a qusto punto una pausa sui comodi puff collocati strategicamente a meta' del percorso, per ascoltare in cuffia musica contemporanea dell'epoca, riflettere su quello che abbiamo visto, prendere appunti, prepararci con calma alla seconda parte.

Seconda parte che si apre con la relazione tra de Stjil e Bauhaus. Rapporto difficile: innamoramento seguito da delusione, per via del fallimento di Van Doesburg nell'assicurarsi una cattedra alla scuola di Weimar dove insegnavano in quegli anni Kandinsky e Klee. Pretesto della contesa fu l'enfasi della Bauhaus sull'espressione individuale, alla quale De Stjil contrapponeva impersonalita', produzione meccanica, obiettivita', un vocabolario di forme e colori molto limitato (il minimalismo parte da qui).

Bella anche l'ultima delle sale multidisciplinari, la nona che incontriamo, dedicata al dialogo tra pittura e architettura all'interno di De Stijl: anche questo per nulla facile, quasi un corpo a corpo per stabilire a chi spettasse il ruolo principale. Con l'obiettivo comune, peraltro, di situare abitanti e fruitori occasionali all'interno di uno spazio caratterizzato dalla stessa sintassi di forme e colori molto contenuta.

La mostra si conclude con due sale ancora dedicate alla pittura, caratterizzate da tele visualmente ancora piu' energetiche e drammatiche di quelle viste fino a questo punto, con prevalenza di linee diagonali a donare dinamismo.

Se un pochino sono riuscito a incuriosirvi, oltre a visitare la mostra (aperta fino al 16 Maggio) potrete ascoltare il gestore di questo blog presentare la retrospettiva della Tate in conversazione con Marina Petrillo, Venerdi' a mezzogiorno su Radio Popolare all'interno di Alaska.

[Ascolta la puntata di Alaska]

7 Comments:

OpenID elleeffe said...

Da aggiungere alla lista dei "vorrei ma non posso". E complimenti per il titolo del post.

mercoledì, 03 marzo, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

Non aspetto altro che avere un po' di tempo per poter recarmi alla Tate e ammirare questa mostra! Da quello che hai scritto credo d dovermi prendere una bella mattinata tutta per me. Questa mostra diventa la degna conclusione (o spero solo il proseguimento) di una bella mostra dal titolo "Breaking the rules- The printed face of the european avant garde 1900-1937" vista all British library un anno fa...e' come se passi dalle parole dei manifesti/libri/riviste dell'epoca per giungere ai fatti: dipinti, architettura...

Elena

mercoledì, 03 marzo, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

ne sapevano anche gli (i?) White Stripes... garanzia di qualità.

xoxo

JC

mercoledì, 03 marzo, 2010

 
Blogger Fabio said...

Elleeffe -

Resta alla Tate ancora per piu' di due mesi (e sono metereologicamente i mesi del ritorno della luce): magari trovi il tempo di passare di qui, tra una traduzione e l'altra (nel caso fammi sapere).

Elena -

Esatto, richiede una mattina, oppure un Venerdi' o Sabato sera, quando la Tate diventa quasi una galleria privata di chi cerca un po' di silenzio. Se ascolti la musica, vedi i film e il documentario finale la mostra richiede tre ore, pero' ore spese benissimo.

La mostra che citi l'avevo persa purtroppo. Questa include anche libri/ riviste/ grafica: e' molto completa. Buona visione, poi fammi sapere se ti ha appassionato come ha appassionato me.

JC -

Bentornato! White stripes e' stato il titolo "di lavorazione" del post, prima che mi risolvessi a cambiarlo a favore degli Spiritualized, che mi frullavano in testa durante la visita alla mostra.

Sul dialogo sinestetico musica - immagini bisognerebbe davvero scrivere un post. Ogni volta che vado a una mostra e' come se la mia mente scegliesse la musica adatta, indipendentemente dal mio controllo razionale. E quel che e' bello, e' di solito qualcosa che avevo rimosso, ma che va benissimo per quel momento.

mercoledì, 03 marzo, 2010

 
Anonymous Anonimo said...

ci starebbero pagine su pagine, partendo magari dalla curiosa cosesistenza, in tanti musicisti, di abilità con strumenti musicali e pennelli. O che certi talgi di capelli punk erano già sule zucche dei surrealisti; dall'intonarumori, dalle macchie pollockiane che ritrovi in forma di feedback nei Velvet e di splash di ottini e ritmo in Ornette Coleman...

per ore, si potrebbe parlarne...

xoxo

JC

giovedì, 04 marzo, 2010

 
Blogger Fabio said...

Il che e' molto vero, poi pero' c'e' il lato soggettivo, che e' soprattutto frullato temporale e stilistico. Tipo vedere collage dadaisti e sentire Ornette Coleman, Klimt e sentire Joanna Newsom, cose cosi'...

E' grave dottore?

giovedì, 04 marzo, 2010

 
Blogger Myriamba said...

I dadaisti, Ornette Coleman, Klimt e....Newsom??? spero che tu stia scherzando, vero? vabbe che sei ancora emozionato dalla mostra ma la Newson con i dadaisti, Coleman e Klimt nella stessa frase, io dico: NO!

giovedì, 04 marzo, 2010

 

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